La Cura

Hans Loewald: “Da fantasma ad antenato” Giovanni Meterangelis

Teoria, metodo e tecnica
Hans Loewald : "Da fantasma ad antenato" Giovanni Meterangelis
Paul Klee, Il tappeto della memoria, 1914–1921

Parole chiave: azione terapeutica, rapporto interattivo, densità primordiale, internalizzazione

Hans Loewald : ”Da fantasma ad antenato”

Giovanni Meterangelis

Il titolo di questo lavoro riprende la definizione che Loewald ha utilizzato per descrivere metaforicamente la sua concezione dell’inconscio. L’inconscio, dice Loewald, è affollato da fantasmi, compito dell’analisi è di trasformare questi fantasmi che condizionano la vita conscia in antenati:“(questi fantasmi) imprigionati dalle difese , ma che perseguitano il paziente  nel buio delle sue difese e dei suoi sintomi, hanno il permesso di assaggiare il sangue , sono lasciati liberi”(1960)

Questa concezione è uno dei tanti contributi che si possono trarre dal suo pensiero. 

Fogel (1989) ritiene che Loewald sia stato uno di quegli Autori che ha completato la teoria di Freud, credendo che “i concetti psicoanalitici possano essere ridefiniti e reinterpretati, visti alla luce di nuovi dati e nuove prospettive trasformandosi così in qualcosa di trasformativo” ( mia traduzione).  Inoltre sostiene che Loewald   è stato un rivoluzionario e al contempo anche un tradizionalista classicista: “E’ rivoluzionario nel senso che rigetta il fondamento teorico freudiano. Rigetta la biologia come base da cui derivare la psicologia, sebbene il fondamento biologico e corporeo resti di centrale importanza, rigetta una visione positivistica della realtà. Rigetta la concezione delle pulsioni, così come concepita dalla teoria classica”. Le pulsioni sono psicologiche e sono create, così come l’Io e gli oggetti,  dalla mente a partire da una unità originaria. Le sue concezioni dello stadio edipico e della nevrosi di transfert sono del tutto diverse dalle concezioni classiche. Rimane un classicista nella sua profonda convinzione della centralità delle origini infantili   del carattere adulto e della loro piena emersione nella nevrosi di transfert profondamente regressiva e nel ruolo centrale della verbalizzazione, dell’interpretazione e dell’insight nella sua risoluzione. Nonostante   i suoi contributi teorici e il suo radicamento nella tradizione psicoanalitica dell’epoca, non è stato mai   sufficientemente apprezzato dal   mainstream   della psicoanalisi Nordamericana.  

Le cause, a parere di Friedman (2009), vanno ricercate più che nelle sue idee, nelle parole che utilizza nei suoi lavori: ”nuovo oggetto”, “interpersonale” , “analista materno”, “pre-edipico”, “interpretazione rivolta al futuro del paziente “, “interazione”. Termini nuovi ed eterodossi per la psicoanalisi della sua epoca dominata dalla psicologia dell’Io hartmanniana. Anche se Loewald ha più volte ripetuto che non era necessario un nuovo linguaggio, ma utilizzare un linguaggio che permettesse di  rendere ciò che veniva interpretato vicino all’esperienza del paziente.  

 Loewald fu influenzato   dalla psicologia dell’Io hartmanniana , oltre che  dal modello freudiano  della mente basato sul conflitto pulsione\difesa. Ma è possibile rintracciare nel suo pensiero influenze derivate dalla sua vicinanza, durante la sua formazione negli anni quaranta, all’interpersonalismo di Sullivan e della Fromm-Reichmann, anche se da questi ultimi Autori si allontana perché, a suo parere, non riconoscono l’importanza dell’intrapsichico.

 Le sue revisioni   della metapsicologia   freudiana, seppure espresse con convinzione,    non sono mai formulate  con spirito oppositivo . Nel suo pensiero   analisti   di modelli relazionali ed intersoggettivi   hanno trovato dei loro antecedenti teorici. 

Il pensiero di Loewald arriva all’attenzione degli Analisti italiani, molto tardi rispetto alla pubblicazione dei suoi scritti in inglese.  Questo nonostante abbia avuto con il nostro paese un rapporto di vicinanza. Dopo aver intrapreso gli studi di Medicina in Germania si trasferisce in Italia dove si laurea a Roma, lavora a Padova come Psichiatra sino al 1939 anno in cui   emigra negli Stati Uniti a causa delle leggi razziali. In questo paese si specializza in Psichiatria infantile. 

 In Germania segue per passione, senza aver mai conseguito un titolo, le lezioni di filosofia di M. Heidegger, di cui  subirà  sempre  l’influenza. 

La prima traduzione di un  articolo di H. Loewald  in italiano, prima della pubblicazione nel 1999 per la casa editrice  Dunod- Masson del libro “Riflessioni psicoanalitiche”, è quella  di una selezione  dei suoi scritti:  parziale traduzione di scritti presenti in ”Papers on Psychoanalysis” e   la si deve a Davide Lopez che pubblica nel 1987 sulla Rivista, diretta da lui “Gli Argonauti”, l’articolo “Transfert Controtransfert”, pubblicato l’anno precedente (1986) sul Journal of the American Psychoanalytic Association. Questo articolo non è pubblicato in “Riflessioni”, ed è   uno degli ultimi lavori   pubblicati da Loewald.  In questo scritto   sostiene che sia il transfert che il controtransfert sono  parti fondamentali del processo psicoanalitico, e che entrambi possono essere utili,  ma anche ostacoli del processo stesso.  Esiste un transfert e un controtransfert del paziente nei confronti dell’analista, risultato questo di risposte transferali al modo di essere e di comportarsi reali dell’analista. Con ciò Loewald   intende che in analisi non vengono solo attivate esperienze traumatiche del passato, ma anche risposte verso un oggetto nuovo che può riattivare, soprattutto nelle prime fasi dell’analisi, quelle stesse angosce nel transfert.  

La pubblicazione di questo articolo precede quella del saggio su “L’azione terapeutica della Psicoanalisi “ che esce in due parti sulla Rivista Psicoterapia e Scienze Umane  nel 1993 (4) e nel  1994 (1).  Lavoro che precede la pubblicazione di Sublimation. Inquiries into Theoretical Psychoanalysis, tradotto in Italiano per Bollati Boringhieri nel 1992 con il titolo: “Sublimazione. Ricerche di psicoanalisi teorica”. Ma bisognerà aspettare l’anno 2000 e l’uscita del libro di Mitchell St.,” Il Modello Relazionale”, oltre che il successivo nella pubblicazione di Ogden Th.: “Riscoprire la Psicoanalisi “del 2009, per avere una visione più ampia e per permettere a molti analisti di scoprire nel dettaglio il suo pensiero. Questi due ultimi analisti, di orientamento relazionale e intersoggettivo, colgono di questo Autore la critica al modello della mente proposto da Freud come sistema chiuso, sottolineando come importante sia il rapporto interattivo che si svolge fra il bambino ed il suo ambiente, sia nello sviluppo evolutivo che nella relazione analitica fra il paziente ed il suo analista. L’interpretazione che Mitchell deriva da questa considerazione della mente come sistema aperto è che Loewald ridimensioni il ruolo delle pulsioni e il modello strutturale della mente di Freud, cosa che Loewald non fa, invece le riformula come qualcosa che si sviluppa nel tempo e nell’interazione madre-bambino. 

Tutti i lavori presentati nel libro “Riflessioni Psicoanalitiche “sono lavori teorici. Il lettore troverà scarse notazioni cliniche, ma al contempo, si accorgerà che tutto ciò di cui parla è intriso di esperienza clinica e di adesione alla tecnica analitica standard.

Prima di cercare di esporre più estesamente il pensiero di Loewald, voglio fare una premessa: è molto difficile riportare   una sintesi dettagliata del suo pensiero, in quanto egli affronta ogni aspetto importante della psicoanalisi freudiana. Pertanto nella trattazione, mi soffermerò sulla sua concezione di sviluppo evolutivo, sul suo concetto di azione terapeutica con tutti i suoi derivati e su alcune questioni utili a una maggiore comprensione del suo pensiero, come la concezione del complesso edipico  e della sublimazione.

Teoria dello sviluppo evolutivo

La psicoanalisi, scrive Loewald, “sembra aderire   alla tesi secondo cui   l’emergere di un individuo relativamente autonomo   è il culmine dello sviluppo umano” (1979, pp. 401-402) , e, al contempo, aggiunge  che la ricerca “dell’unità, della simbiosi, della fusione  o dell’identificazione” ha  ”una forza ed  una validità “ che non si possono negare.  Esiste all’inizio della vita una “densità primordiale”, originaria, una relazionalità primaria. Un campo psichico indifferenziato in cui interno ed esterno, Sé ed oggetto, Io e pulsioni, principio di piacere e principio di realtà, processo primario e processo secondario sono indistinti.  Da questa densità originaria   prendono vita differenziandosi l’Io e l’Es, la realtà e l’oggetto, l’interno e l’esterno, la fantasia e la realtà. L’esperienza di questo bisogno di fusione da cui si generano i contenuti della vita psichica, continua ad esercitare la sua attrattiva per tutto il resto della vita.  Per Loewald l’esperienza dell’indifferenziazione e della “densità affettiva” dell’inconscio è il requisito necessario senza il quale:” la vita umana diventa un involucro sterile e vuoto” .

 Greenberg J. ritiene che tutti i modelli teorici hanno una loro concezione sugli oggetti e tutte queste concezioni hanno un punto di vista comune che le accomuna, nonostante la diversa teorizzazione e cioè   che gli oggetti sono sempre separati dal soggetto. Loewald (1971), invece, ritiene che non c’è distinzione fra noi e gli oggetti, che questa distinzione è un processo evolutivamente più tardivo e secondario alla indifferenziazione della densità primordiale. Che l’intrapsichico e l’intersoggettivo, in quanto costruzioni psicologiche, sono costruzioni secondarie. “Pertanto gli oggetti non vengono cercati, o trovati o interiorizzati o espulsi, non c’è, all’inizio, un dentro e un fuori, noi siamo una sola cosa con i nostri oggetti.” (Mitchell, 2000, p.59) 

 In uno scritto presentato in un Convegno in onore degli 80 anni della Mahler (1978), Loewald   sostiene che fondamentale per ogni essere umano è l’oscillazione fra la ricerca dell’indifferenziazione originaria, e la differenziazione. Fra un bisogno di fusione ed un altrettanto potente bisogno di autonomia e indipendenza. 

Vorrei fare un inciso, che riguarda il concetto di Fusionalità teorizzato dai colleghi del Centro Psicoanalitico Romano, Neri C., Petacchi G. , Pallier L., Soavi G.C. e Tagliacozzo R. e pubblicato nel libro “Fusionalità” edito da Borla nel 1990.  I colleghi, come molti Analisti dell’epoca non conoscevano i lavori di Loewald, ma in maniera straordinaria arrivano, a mio parere, alle stesse concezioni.  Entrambe le teorie ritengono che all’inizio della vita si fa una esperienza nella quale la madre ed il bambino sono in uno stato di fusione\indifferenziazione, che in questa esperienza non c’è differenziazione fra interno ed esterno, né distinzione fra i confini dei due sé, fra realtà e fantasia. Considerano che questo stato non è una tappa evolutiva, ma una condizione che si ritrova nel corso di tutta la vita e che questa condizione è presente al di sotto di tutte le   nostre esperienze.  

Loewald aggiunge che l’esperienza di differenziazione e fusione\integrazione è particolarmente importante nelle prime fasi dello sviluppo, in cui la differenziazione deve essere realizzata per la prima volta. In questa situazione la proiezione e l’introiezione non agiscono come meccanismi di difesa, ma svolgono la funzione di creare confini, ed è attraverso questi processi di internalizzazione ed esteriorizzazione che si dà origine alla spazializzazione fra interno ed esterno  (Loewald 1962 p. 260).  Solo dopo questa fase può avere senso parlare di libido o aggressività diretta verso un oggetto o verso il sé : “l’esternalizzazione primaria significa che si va stabilendo l’esteriorità, l’internalizzazione primaria significa che si va costruendo l’interiorità. A questo livello, dunque, non possiamo parlare di esternalizzazione (proiezione) e di internalizzazione come difese (contro il conflitto interno o la deprivazione esterna); dobbiamo parlarne come processi di creazione dei confini e come processi di differenziazione di uno stato indifferenziato . E’vero, tuttavia, che le difese contro il conflitto interno e contro la deprivazione esterna promuovono   e colorano tale differenziazione” (1962, p. 266)

Dopo la costituzione dei confini si formano un sé rudimentale ed un oggetto altrettanto rudimentale ed è dalla interazione che si stabilisce fra il bambino e la madre, che procederà lo sviluppo evolutivo. “Infatti non appena il neonato ha differenziato un pre-sé e un pre-oggetto dal campo psichico   che li conteneva entrambi, si presenta un nuovo compito: integrare l’oggetto appena differenziato.” (Whitebook J., 2004, p.103). Compito dell’Io nascente d’ora in poi sarà quello di mantenere e ristabilire quella condizione di fusione originaria “a livelli sempre più complessi di differenziazione e oggettivazione della realtà “(Loewald, 1951, p.11). Pertanto sia la spinta alla indifferenziazione che quella all’autonomia hanno la loro origine nella matrice indifferenziata. Il bambino, quindi, è motivato sia all’autonomia che alla dipendenza. In questo processo di sviluppo, la differenziazione non prende vie distinte   dall’unità originaria con la madre e la differenziazione non si risolve in una esperienza di separazione che procura un senso di perdita, ma questa esperienza di differenziazione si integra ad un livello superiore di maggiore complessità sempre all’interno della interazione madre- bambino.  Chodorow N. (2003, pp. 897-913) ritiene che molte delle idee di Loewald sono compatibili con le ipotesi formulate da Stern D. (1992). Questo nonostante Loewald non sia stato un Analista infantile e, non abbia conosciuto i suoi contributi.  Per Loewald, il bambino possiede alcune capacità cognitive che rendono possibile la differenziazione e che gli permettono di riconoscere l’alterità. Gli stati nascenti di pre-sé e pre-oggetto rendono possibile le prime esperienze di Io   e realtà, di pulsione ed oggetto. Per Loewald l’Io si sviluppa in una matrice relazionale e, come Stern sostiene, nei primi due mesi di vita il neonato vive “una sorta di vita presociale, precognitiva, preorganizzata” (1985, p. 37). Così per Loewald l’esperienza che l’Io ha dell’altro:” inizia nelle prefasi del mondo degli oggetti, “forme” nel senso di configurazioni di un grado indeterminato e in una fluidità di organizzazione” (Loewald, 1951, p. 235). Anche il linguaggio per Loewald, come per molti ricercatori dell’infanzia (vedi Trevarthen sulla proto-conversazione), prende origine nella e dalla relazione madre-bambino, così come la forma ed il significato del linguaggio sono immersi in questa relazione. Il suo punto di vista si discosta da quello di Freud, per il quale c’era una netta separazione fra il linguaggio pre-verbale e quello verbale. Il primo è guidato dalla fantasia e dal processo primario, il secondo è parte del processo secondario e della “rappresentazione di parola”. Loewald mette in discussione questa separazione, non c’è distinzione, dice, fra le due forme di linguaggio, ciò che è importante sono le modalità con cui si esprime il linguaggio in queste fasi di sviluppo. Esiste un linguaggio della “primordiale densità”: “La madre parla  con o al bambino,  ma non nutre l’aspettativa che il piccolo possa “afferrare le parole”, parla al bambino come se stesse parlando a se stessa e con il bambino… il neonato si trova immerso, inglobato in un flusso di parole che è  parte di un’esperienza globale all’interno della diade madre- bambino… mentre la madre emette le parole il bambino non le percepisce come tali,  ma immerso nel loro suono,  nel ritmo ecc… come aspetti emergenti di un’esperienza uniforme.”(1978, pp.164-166). 

Vi è uno stretto legame fra il linguaggio del processo secondario e quello del processo primario, nel primo si riverberano le note sensoriali, affettive dell’epoca dell’indifferenziazione. La rottura fra le due forme di linguaggio è il tema che Loewald introduce per concettualizzare la rimozione. Non più come per Freud un meccanismo con cui si allontana dalla coscienza, rendendola inconscia, una pulsione considerata inaccettabile, ma come una scissione fra due forme di esperienza, una precoce ed una più tardiva: “La coloritura emotiva e la relazione con la persona da cui la parola viene appresa giocano un ruolo significativo, direi cruciale, fondamentale,  sul modo attivo in cui si stabilisce il legame tra la cosa e la parola.” 

Se la rimozione scinde il legame fra le due forme di esperienza, il linguaggio ha il potere di riconnetterli attraverso l’interpretazione. 

L’azione terapeutica della psicoanalisi

Loewald considera il processo psicoanalitico simile alla relazione madre-bambino, e vede lo scambio terapeutico come analogo al processo evolutivo che si verifica nel corso della vita. Egli descrive l’internalizzazione  delle interazioni  dinamiche (madre/bambino, paziente/analista )  come utili al processo terapeutico per costruire struttura psichica. L’idea di Loewald  dell’azione terapeutica  è quella di spostare l’enfasi sulla matrice oggettuale fornita dall’analista-madre nel corso del  trattamento.

La concezione di  Loewald della mente è radicalmente diversa da quella freudiana. Per Loewald la psiche è un sistema aperto in interazione con altre menti. L’Io (o il Sé) è una funzione delle internalizzazioni delle continue interazioni e   della memorizzazione di queste e più volte sottolinea: “il ruolo che l’interazione e l’ambiente svolgono nella formazione, nello sviluppo e nella continua integrità dell’apparato psichico “(1960).

Nella relazione analitica l’analista è un “co-protagonista della scena analitica” (1960  p.195). Così come vi è la capacità di allacciare relazioni oggettuali mature da parte del genitore, tramite la sua abilità di seguire lo sviluppo del bambino, ma anche al tempo stesso di anticiparlo, così in psicoanalisi è possibile mantenere una relazione oggettuale matura con un paziente solo se l’analista si relaziona con lui restando in sintonia con i livelli mutevoli di sviluppo che questi manifesta in diversi momenti del processo analitico. Conservando, però, sempre il punto di vista della crescita personale, cioè il punto di vista della prospettiva futura (1960).  Inoltre suggerì che nel corso dell’analisi e quando i transfert più regressivi vengono analizzati e ridotti, l’analista, che è un co-protagonista della scena analitica, emerge come un oggetto nuovo per l’analizzando. Per Loewald , che riteneva la psicopatologia come il prodotto di una scissione fra il processo secondario ed il processo primario,  una analisi  è efficace, quando  rende libero l’analizzando di svilupparsi verso livelli di integrazione  più elevati, rispetto a quelli raggiunti fino a quel  momento: “mettere in movimento lo sviluppo dell’Io, che si trovi in una situazione di relativo arresto  o a promuovere  quello che consideriamo possa essere un indirizzo più sano  o una migliore comprensione di questo sviluppo” (1960 p.196).

Questo sviluppo può avvenire solo   nell’ambito della relazione analitica che dovrebbe riprodurre le condizioni di accudimento osservabili nel rapporto madre-bambino, ambito in cui lo sviluppo si origina necessariamente e fatalmente in entrambi i campi.  Prima la madre e più tardi l’analista rappresentano un livello più avanzato di esistenza di relazionalità e di reciproca definizione del sé e si offrono   come modelli, creando una tensione in relazione alle dimensioni più primitive, indirizzando, così il bambino e più tardi il paziente, nella propria lotta per lo sviluppo. L’idea di base è che l’interazione fra soggetto ed oggetto, nella relazione primaria non sia di natura conflittuale antagonistica, ma di natura, fondamentalmente, adattiva e cooperativa.

La visione dell’incontro analitico è centrata, per Loewald attorno all’importanza del rapporto transfert-controtransfert, rapporto ricco di affettività e di fantasia sia del paziente che dell’analista. Il concetto di fantasia di Loewald si discosta dal concetto freudiano, dove la fantasia è una difesa alla frustrazione per una assenza “ un soddisfacimento allucinatorio del desiderio”. La fantasia per Loewald è un modo che la mente ha di generare una esperienza.

“L’investimento emotivo dell’analista, riconosciuto o non riconosciuto da entrambe le parti, è un fattore decisivo nel processo curativo…Se la capacità di sviluppare un transfert  è una misura dell’analizzabilità del paziente, la capacità di controtransfert  è una misura della capacità dell’analista di analizzare “.(1986  p. 285)

Loewald non sostiene una posizione simmetrica tra paziente ed analista, egli riconosce che sebbene co-protagonisti della scena analitica (1960) non interpretano lo stesso ruolo. L’analista ha capacità e competenze non ancora in possesso del paziente, analizza il proprio controtransfert e utilizza la propria empatia ed il proprio pensiero analitico. L’analista rappresenta il futuro ( Chodorow N.2003) ovvero un livello più avanzato di differenziazione ed integrazione di esperienze rispetto al paziente:  “Allo stesso tempo   l’analizzando  -anche se in modo   non scientifico, e senza l’abilità e la cultura professionali – studia  l’analista nel processo psicoanalitico e l’analista deve mantenersi disponibile ad essere l’oggetto  dell’indagine dell’analizzando ( con questo non voglio dire naturalmente  che egli debba rispondere alle domande e parlare di sé all’analizzando) “  (1999)

La maggior parte dei pazienti è stata costretta in un modo o nell’altro a subordinare le proprie potenzialità di sviluppo alla soggettività e soprattutto alla patologia dei propri genitori. Il pericolo, sempre presente, sotto forma di angoscia transferale, è che questa sottomissione si ripeta nell’analisi e che in modi a volte riconosciuti e a volte non visti, i pazienti si sentano costretti a sottomettersi ad aspettative   spesso inconsce dell’analista. E sempre nello stesso saggio (1960) Loewald sostiene che seppure “attraverso tutte le distorsioni del transfert” il paziente può rivelare almeno rudimenti del “proprio nucleo”(1960) interno che è riuscito a salvare. Questo seppure in gran parte perduto a causa di ripetute esperienze relazionali patogene, continua ad esistere. L’analista empaticamente deve riconoscere questo nucleo e custodirlo dentro di sé finché il paziente non sia in grado di appropriarsene.  Inoltre deve essere in grado di proporgli una immagine di ciò che potrebbe diventare attraverso l’analisi: “abbiamo bisogno di essere confermati non solo per quello che siamo ma per quello che potremmo potenzialmente diventare“(1960).

Loewald non abbandona la neutralità la ridefinisce, questa richiede, a suo parere, “una obiettività (…) la cui essenza è l’amore e il rispetto per l’individuo e per il suo sviluppo individuale.” (1960, p.229). Questa operazione è possibile grazie alla “risonanza fra gli inconsci”  che deriva dall’essere vissuti dall’origine della vita in una matrice indifferenziata.

R. Schafer (1992) ritiene che solo allontanandoci dalle concezioni freudiane di un Io  evoluto con aree di fissazione e regressione “che è possibile apprezzare il significato di amore e di nuovo oggetto che emerge nel transfert”. Concetti che non vanno né semplificati né banalizzati.  E in un altro lavoro, sempre Schafer (1983), per chiarire il concetto di amore di Loewald, sostiene che l’analista deve ammirare le soluzioni creative che si sviluppano da spinte primitive. Soluzioni create per fini di sopravvivenza psicologica. 

Così scrive Loewald (1970): “il distacco scientifico nella sua forma genuina, lungi dall’escludere l’amore si basa su di esso. Nel nostro lavoro possiamo, in verità, dire che anche nei momenti di maggiore analisi imparziale ed obiettiva,  amiamo il nostro oggetto, il paziente, più che in ogni altro momento e ci compenetriamo nell’interezza del suo essere. Nel nostro campo l’atteggiamento scientifico e l’attenzione per l’oggetto  scaturiscono da “un’unica fonte” .E’ impossibile amare la verità della realtà psichica ed essere mossi da questo amore come lo fu Freud nel corso della sua vita e non amare e non avere attenzioni per l’oggetto di cui vogliamo scoprire la verità. Tutti i più grandi scienziati sono mossi da questa passione. Il nostro oggetto in quanto tale è l’altro in noi stessi e noi stessi nell’altro. Scoprire la verità sul paziente significa sempre scoprirla insieme a lui e per lui, ma anche per noi stessi e su noi stessi. Significa scoprire una verità reciproca, la verità degli esseri umani in relazione tra di loro”.

Il modello di salute mentale di Loewald non prende in considerazione l’idea che il conscio deve subentrare all’inconscio o che l’Io deve subentrare all’Es, ma piuttosto che ci sia uno scambio libero e aperto fra e dentro le strutture psichiche, che per Loewald sono tipi di attività organizzative che contribuiscono ad affinare e definire ciò che è più grezzo e primitivo (L. Friedman, 2009, p.303). L’interpretazione non è più considerata come l’unico strumento per raggiungere l’insight e in realtà Friedman L. (2009, p.310) sostiene che Loewald ha lasciato aperta la possibilità   che altre modalità di simbolizzazione abbiano un effetto analogo.  

Mitchell (2000, p.66) sostiene che ciò che rende possibile un cambiamento profondo è la realtà vissuta dell’esperienza di transfert – controtransfert e la sua comprensione interpretativa offerta da entrambi i partecipanti. Il ruolo dell’analista non è quello di spettatore distaccato, ma deve possedere l’abilità di trasmettere al paziente come egli, l’analista, usa la propria esperienza emotiva e le proprie risorse per comprendere il paziente e per accrescere il suo accesso alle proprie risorse interiori.  In questo modo i ricordi vengono rivissuti come percezioni, i fantasmi sono risvegliati, percezioni nuove e diverse   generano ricordi diversi e meno dissociati e così i fantasmi sono trasformati in antenati. Non è perciò solo vero che il presente   è influenzato dal passato, ma anche che il passato è influenzato dal presente. L’analista nel processo diventa un “nuovo oggetto”, non subito ma quando la differenziazione fra analista e paziente viene negoziata e quando la sensibilità del paziente si accresce. Un prodotto secondario di questo processo è che anche la madre diventa un nuovo oggetto, il cambiamento nel paziente che fa nuove esplorazioni sulle esperienze infantili, che riguardano il suo mondo interno e la struttura caratteriale del genitore, produce un cambiamento anche dell’oggetto investito. 

Dice Loewald (1970, p. 280): “Rispetto a questo tema l’analizzando è paragonabile a un bambino, che può permettersi questa libertà e che esamina attentamente con le antenne del proprio inconscio le motivazioni e gli stati d’animo del genitore, e in tal modo può dare un contributo – se il genitore o l’analista gli permettono questa libertà – alla consapevolezza del genitore o dell’analista”

Per meglio definire la sua concezione della nevrosi di transfert orientata al processo e per meglio chiarire   la sua prospettiva sul modo in cui dovrebbe operare l’analisi, Loewald (1971) considera questa nevrosi come un prodotto della reciproca partecipazione di paziente ed analista al processo analitico. Attraverso l’interpretazione, la fantasia transferale, ripetitiva e stereotipata del paziente, diviene una versione nuova e riattualizzata della relazione, che offre il potenziale per il cambiamento e la crescita.

Al concetto di “internalizzazione” Loewald dedica, nei suoi scritti, molta attenzione: Una forza che “fa andare avanti le cose” sia nello sviluppo evolutivo che nel trattamento analitico. Di questo concetto dà una definizione chiara e concisa in un lavoro che ha per titolo: “L’internalizzazione” (1973) :”L’internalizzazione …. è concepita come il modo fondamentale di funzionamento della psiche, non come una delle sue funzioni”

Sempre nel saggio del 1960 fa riferimento a questo concetto, sia per la sua importanza per lo sviluppo evolutivo che per la sua manifestazione clinica.  Viene descritta come “l’esperienza integrativa anelata”, e la sua rappresentazione è quel “nucleo del sé emergente”, a cui facevamo riferimento prima, è un potenziale a cui sia il genitore che l’analista devono prestare attenzione per riconoscerlo. Potenziale che entrambi devono cercare di sviluppare. Quello di internalizzazione, secondo G. Fogel (1989) è un concetto originale di Loewald non paragonabile a nessun altro concetto analitico neanche da un punto di vista terminologico. La concepisce in modo ampio,  non la deriva da nulla di più “elementare”, da nulla che la preceda o la “causi” e da nulla che possa essere separato dalla sua stessa attualità dinamica.  L’internalizzazione è un dato di partenza, una forza non misurabile che si coglie solo attraverso le sue manifestazioni. E’ un processo dell’Io, che viene caratterizzato da questo ed è anche un prodotto di questo stesso processo. L’internalizzazione è il processo psicologico di base che promuove lo sviluppo, una forza indirizzata verso una “esperienza integrativa, organizzare l’esperienza definisce il modo fondamentale di funzionamento della psiche”.

Nel ridurre, drasticamente, l’importanza attribuita dalla metapsicologia alle pulsioni,  propone una revisione  del modello classico  ponendo al centro del processo analitico  come strumenti di lavoro l’internalizzazione, la comprensione empatica e l’interpretazione, al posto delle pulsioni e delle difese contro queste.

 Il tramonto del complesso di Edipo

 Thomas Ogden (2021) nella sua rivisitazione del saggio di Loewald sull’Edipo, scrive che accanto alle diverse riconsiderazioni dell’Edipo fatte da diversi analisti (Klein, Fairbairn, Lacan, Kohut), quella di Loewald è l’unica che si focalizza su di una questione centrale, cioè che il compito di ogni nuova generazione è quello di utilizzare, distruggere e reinventare le creazioni della generazione precedente. Questa conflittualità fra le generazioni, dice Loewald, è inevitabile, ma questa non poggia più sulla rivalità sessuale ed aggressiva, ma punta sulla necessità da parte del bambino in fase di sviluppo di appropriarsi dell’autorità strappandola ai genitori per raggiungere una propria autonomia. Questa, inevitabilmente, viene sperimentata come equivalente alla distruzione dell’autorità genitoriale e, quindi, ad un parricidio psicologico.  Per cui se i bambini “aspirano alla propria individualità e maturità” il parricidio almeno “sul piano dell’azione psichica” diventa “una necessità evolutiva”.

J. Whitebook (2004) sostiene che Loewald dopo la pubblicazione del saggio sull’Edipo è stato considerato un analista “anti-edipico”. Ma una lettura attenta di questo lavoro e , prevalentemente, di un altro che è seguito (1985), mette in evidenza che Loewald ancora una volta rifiuta di accettare una “opposizione binaria”, cerca, invece, di integrare la fase pre-edipica con quella edipica in una struttura evolutiva gerarchica che conferisce “ nuovo splendore al complesso di Edipo, nell’attuale clima psicoanalitico”. (1979, p. 399). 

Inoltre, sempre secondo Whitebook (2004, p. 100) ”Loewald non  attenua la magica severità del complesso di Edipo classico, cosa di cui viene accusato, a favore di una visione più benigna della “maternità sufficientemente buona”, né ritiene che il senso di colpa associato ai desideri incestuosi e omicidi “ rappresenti un affetto fastidioso che potremmo sperare di eliminare in qualche modo”  come Freud lo considera, ma “ una delle forze motrici dell’organizzazione del sé” (1979, p.194).  Anziché cercare vari modi per eluderlo, compresa l’autopunizione che per Loewald è una forma di acting out, gli individui devono avere la capacità di tollerare l’esperienza dolorosa di questo senso di colpa per poter “confessare”, cioè riconoscere e assumersi la responsabilità della propria vita inconscia e istintuale. Inoltre l’elaborazione di questo senso di colpa consente il completamento del processo di individuazione nella misura in cui favorisce l’internalizzazione e la trasmutazione dei” fantasmi di coloro che sono stati assassinati in antenati” (p.248-249)

Nel lavoro, non tradotto in italiano, del 1985, ancora sull’Edipo “Oedipus Complex and Development of Self”, Loewald riafferma la centralità dello stadio edipico per tutto il lavoro analitico. E, inoltre, come dice Michele Piccolo (2026) in questo articolo dialoga con Kohut a proposito dell’oggetto-sé (edipico), sostenendo che “se il livello edipico non è riconosciuto come tappa dello sviluppo” il paziente resta vittima dello stadio dell’oggetto-sé (edipico) e del suo narcisismo. Teorizzando Kohut una separazione fra una fase edipica ed il complesso edipico, presuppone la possibilità che ci si possa liberare della colpa, del parricidio e del conflitto, aspetti che per Loewald sono ineludibili. 

Quella fra le generazioni è un confronto per l’autonomia e la responsabilità della generazione dei figli, le problematicità nascono dalla “incapacità a commettere in sicurezza il parricidio” (Ogden Th. 2006 p.140) per recidere il legame con i genitori. La lotta fra le generazioni diventa particolarmente drammatica durante l’adolescenza e oltre. Il parricidio per Loewald, come per Freud, è legato all’organizzazione del Super-io. La costruzione di questa struttura   passa attraverso l’internalizzazione   dei genitori edipici. Il bambino internalizza l’autorità genitoriale e la trasforma nella capacità di essere autonomo e responsabile. La trasformazione dell’autorità genitoriale internalizzata è, anche, un atto di riparazione per il parricidio, perché attraverso questa trasformazione i figli garantiscono di essere come i genitori: “nella misura in cui il super-io recupera e costituisce una restituzione delle relazioni oggettuali edipiche”

Loewald affronta il tema delle relazioni oggettuali incestuose ritenendole un “male” in quanto irrompono e distruggono l’unità “narcisistica primaria… (che è) anteriore all’individuazione e alle sue inerenti colpa e riparazione” (p.396). Le fantasie incestuose, pertanto, distruggendo quella unità indifferenziata fra madre e bambino, non sono considerate come espressione di una sfida generazionale, ma come un evento traumatico in quanto rompono una unità fusionale. Il complesso di Edipo non tramonta mai in quanto la configurazione edipica viene continuamente   rielaborata e riorganizzata in relazione a situazioni sempre più mature, pertanto   queste permangono nel corso di tutta l’esistenza. 

La Sublimazione

Nella psicoanalisi si parla di sublimazione quando ci si vuole riferire a fenomeni che coinvolgono creazioni umane molto alte (Battaggia P.G., 1994).  E’ una difesa non patologica, né espressione di patologia, è quindi una difesa adattiva   per cui la pulsione   è incanalata verso mete elevate da un punto di vista culturale, artistico, sociale e intellettuale.  La pulsione nella sublimazione viene trasformata in espressioni più elevate.

 Per la metapsicologia la sublimazione è connessa in maniera indissolubile alla libido, pertanto, rivedendo questo concetto come fa Loewald si rischia di perderlo, ma, questi, nonostante la sua revisione teorica ritiene che il concetto abbia una sua importanza e vitalità, anche prescindendo dalla teoria pulsionale. Quindi rivolge l’attenzione   a quei fenomeni descritti da Winnicott del rapporto con gli oggetti transizionali e del gioco, considerati come fenomeni alla base di tutte le esperienze culturali. Da queste aree per Loewald, ha origine la sublimazione, ma  

la sua concezione non prevede un nucleo già dato in modo innato, ma  un campo indifferenziato da cui pulsioni, Io e oggetti emergono differenziandosi nel tempo. La sublimazione assume quindi il valore di un’area di esperienza simile a quella  transizionale  che rimane viva nel corso dell’intera esistenza  ricreando la matrice indifferenziata della vita psichica.

Conclusioni

La mia esposizione è chiaramente una riduzione della teoria di Loewald. Egli si è espresso, come dicevo all’inizio di questo lavoro e come può constatare il lettore che si avvicini alla sua conoscenza, su tutte le questioni più importanti della psicoanalisi.  La bibliografia ragionata delle opere di Loewald, scritta da Michele Piccolo e pubblicata su SpiWeb, senza la quale non sarei stato in grado di scrivere questo articolo, è una guida preziosa alla lettura di Loewald ma anche una fotografia su tutto ciò di cui il nostro Autore si è occupato. La mia esposizione, arricchita da ulteriori contributi dello stesso Michele Piccolo, ha come obiettivo quello di suscitare curiosità per uno psicoanalista che, per molti anni, è stato confinato allo stato di un fantasma. Mi auguro che uno studio più approfondito, oggi, possa permetterci di considerarlo un antesignano di molte delle idee che oggi rubrichiamo come Psicoanalisi Contemporanea.   

Bibliografia

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