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Leggere Loewald: bibliografia ragionata, di Michele Piccolo

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Leggere Loewald: bibliografia ragionata, di Michele Piccolo

Parole chiave: Loewald, funzione dell’Io, internalizzazione, azione terapeutica

Leggere Loewald: bibliografia ragionata

di Michele Piccolo

Seguito alla pagina “Hans W. Loewald Center di M.S. Piccolo” — SPIWEB

Premessa

L’articolo dedicato al neonato Loewald Center ha presentato ai lettori di SPIWEB la figura di Hans W. Loewald (1906–1993): il contesto biografico, il nucleo teorico, e la formula del “conservatore radicale” con cui Whitebook (2004) ne ha definito l’originalità.

Queste pagine hanno uno scopo diverso. Non intendono offrire un secondo ritratto dell’autore, ma uno strumento di orientamento alla sua opera: una mappa ragionata dei principali nuclei tematici, con particolare attenzione a ciò che il lettore italiano può oggi leggere in traduzione e a ciò che resta ancora solo nell’originale inglese.

Si tratta dunque di una breve bibliografia ragionata per il web.

Vale la pena ricordare un elemento biografico che rende Loewald particolarmente vicino al lettore italiano. Nato a Colmar, in Alsazia, da famiglia ebraica, studiò medicina in Germania seguendo a Marburgo e Friburgo le lezioni di Heidegger. Si laureò però in Medicina a Roma, nel 1934, e lavorò come psichiatra a Padova fino al 1939, quando le leggi razziali lo costrinsero a lasciare l’Italia per gli Stati Uniti.

La sua formazione attraversa tre lingue – tedesco, italiano e inglese – e tre tradizioni culturali; il suo apprendistato clinico si svolge in un ospedale psichiatrico veneto. Poi, negli Stati Uniti, riprese la formazione psichiatrica e completò il training analitico classico al Washington-Baltimore Institute durante gli anni della guerra (teniamo a mente che durante il training leggeva Freud in tedesco). La prima presidente di quell’istituto fu Clara Thompson, analizzanda di Ferenczi a Budapest negli anni Venti. L’analista didatta di Loewald, Lewis B. Hill, era stato analizzato da Frieda Fromm-Reichmann. La sua maturità professionale ebbe però un baricentro geografico diverso da Baltimora: si trasferì all’università di Yale a New Haven nel Connecticut.

Una nota geografica: New Haven, Yale, il New England

Moscovitz (2015, p. 361) ricorda che al Washington-Baltimore Institute Loewald ebbe fra insegnanti e supervisori importanti esponenti della psicoanalisi interpersonale, tra cui Harry Stack Sullivan e Frieda Fromm-Reichmann, e suggerisce che proprio questa formazione possa aver contribuito al suo successivo distacco critico dall’approccio interpersonale. In uno dei rari riferimenti autobiografici alla propria formazione, Loewald critica infatti la “tendenza della teoria interpersonale di Sullivan” a “sbarazzarsi del conflitto e della struttura intrapsichica” (Loewald, 1970, p. 60). Moscovitz osserva inoltre che il trasferimento da Baltimora a New Haven ebbe anche il significato di un allontanamento dalla New York della Psicologia dell’Io di Hartmann, percepita da Loewald come “riduzionista e meccanicista” (Fogel et al., 1996, p. 865).

Si potrebbe allora vedere nel percorso di Loewald un duplice movimento di presa di distanza: da un lato rispetto ai riduzionismi della Psicoanalisi Interpersonale, dall’altro rispetto a quelli della Psicologia dell’Io. Parallelamente, egli si trasferisce dall’area del training — Washington e Baltimora — a New Haven, a nord, dove trascorrerà gli anni della maturità professionale e dove morirà nel 1993.

Il lettore italiano associa la psicoanalisi americana a New York, Chicago e altre grandi città. Loewald lavorò altrove. Dal 1955 fu nella facoltà di psichiatria della Yale University School of Medicine, a New Haven, nel Connecticut: città universitaria di piccole dimensioni sullo specchio d’acqua dello stretto a nord di Long Island, a circa centoventi chilometri a nord-est di New York, di atmosfera più raccolta e accademica della metropoli. Sempre nel 1955 si affiliò al Western New England Institute for Psychoanalysis — “New England” è la regione nord-orientale degli Stati Uniti, e “Western” ne indica la porzione tra Connecticut e Massachusetts occidentale, area extraurbana di piccole città. La psicoanalisi di quegli istituti era classica nell’impianto freudiano, ma appartata rispetto alle faide di scuola della New York coeva.

Nel contesto relativamente appartato a New Haven, Loewald sviluppò un approfondimento dei testi freudiani in lingua tedesca, cercando di mostrare come elementi strutturali, pulsionali e relazionali fossero già implicitamente integrati nell’opera di Freud, senza per questo rompere con Freud o abbandonarne il lessico teorico.

Loewald in italiano: ciò che esiste

La presenza editoriale italiana di Loewald sarebbe relativamente ampia, se le traduzioni non fossero in gran parte introvabili e concentrata in pochi titoli.

In italiano, il volume decisivo è Riflessioni psicoanalitiche (Masson/Dunod, Milano, 1999): è la traduzione di una selezione di quindici capitoli tratti da Papers on Psychoanalysis (Yale University Press, 1980), raccolta retrospettiva dei saggi di Loewald, apparsi originariamente come articoli in riviste scientifiche nei decenni precedenti. Questo volume costituisce il principale tramite di traduzione attraverso cui il pubblico italiano ha avuto accesso ai paper di Loewald.

Resta però un fatto che pesa sulla ricezione in Italia : si tratta di traduzioni del 1999 di testi degli anni Cinquanta-Settanta, riuniti retrospettivamente in volume in inglese già nel 1980. Il lettore italiano ha incontrato Loewald non nel vivo dei dibattiti cui i suoi saggi partecipavano, ma a distanza, come classico già sedimentato.

Un altro esempio di questo ritardo è il paper del 1960 “L’azione terapeutica della psicoanalisi”, uno dei testi psicoanalitici più citati al mondo, tradotto nella rivista italiana Psicoterapia e Scienze Umane (collana “Classici della ricerca psicoanalitica”, curata da Bassi e Rigon) in due parti tra il 1993 e il 1994: la collocazione fra i “Classici” mostra bene come il testo arrivasse già canonizzato. La distanza tra 1960 e 1993 è notevole.

La monografia La sublimazione (Bollati Boringhieri, Torino, 1992, trad. G. Stella) traduce Sublimation: Inquiries into Theoretical Psychoanalysis (Yale University Press, 1988), studio autonomo e relativamente tardo rispetto alla raccolta antologica dei paper, ma apparso in italiano prima di questi ultimi.

La ricezione fu reale ma ristretta: la recensione di Rossi (Rivista di Psicoanalisi, 2001) — di fatto l’unica ampia recensione italiana di Riflessioni psicoanalitiche che sono riuscito a reperire — accolse il volume con favore, ma Riflessioni psicoanalitiche, edito da una casa editrice di scarsa circolazione, divenne presto “pressoché introvabile”.

Diversa la situazione della monografia La sublimazione, recensita anni prima da Brizzolara (Ricerca Psicoanalitica, 1993) e Battaggia (Psicoterapia e Scienze Umane, 1994). Va inoltre ricordato che l’interesse italiano per Loewald precede la pubblicazione di Riflessioni psicoanalitiche: nel 1993 Psicoterapia e Scienze Umane pubblicò “Super-Io e tempo”, mentre Bassi (1992) recensì The Work of Hans Loewald, volume curato da G.I. Fogel.

Sul versante critico, il lettore italiano dispone inoltre del saggio di Lawrence Friedman, Loewald (Psicoterapia e Scienze Umane, 2009), e del contributo storiografico di Seymour Moscovitz sulla ricezione dell’“Azione terapeutica” (ivi, 2015) — quest’ultimo già mio supervisore, oggi amico.

Eppure, mentre in Italia Loewald rimaneva di circolazione limitata[1], la letteratura internazionale su di lui cresceva costantemente, soprattutto a partire dagli anni Novanta. I lavori di Ogden, Chodorow, Whitebook, Lear e dello stesso Moscovitz, insieme allo sviluppo della psicoanalisi relazionale e intersoggettiva americana, hanno progressivamente riportato Loewald al centro del dibattito teorico contemporaneo. Un momento importante di questa riscoperta è rappresentato dal fascicolo monografico di Psychoanalytic Psychology del 2014 (vol. 31), interamente dedicato alla sua opera, con contributi di Jurist, Orange, Lear, Kloppenberg e altri.

Insisto su un punto: Papers on Psychoanalysis (Yale University Press, 1980), da cui deriva Riflessioni psicoanalitiche (Masson/Dunod, Milano, 1999), era già una raccolta costruita con il senno di poi, che riuniva retrospettivamente testi intervenuti nel vivo dei dibattiti psicoanalitici degli anni Cinquanta-Settanta. Già nel contesto angloamericano, dunque, la ripubblicazione antologica nel 1980 di quei saggi risultava scollegata dal tempismo teorico e polemico cui originariamente rispondevano; la traduzione italiana del 1999 accentuò ulteriormente questo scarto temporale. Il lettore italiano incontrò così Loewald soprattutto come classico già storicizzato, più che come autore contemporaneo alle discussioni cui i suoi lavori avevano preso parte.

Ora mi accingo, in questa breve bibliografia ragionata, a ricostruire il contesto dei dibattiti in corso nel decennio di ogni singolo paper e a capire come Loewald, con la sua “voce”, rispondeva o proponeva proattivamente nuove linee.

Il corpo dell’opera: bibliografia ragionata per nuclei tematici

I saggi sono raggruppati per nuclei tematici, in ordine cronologico interno. Per ciascuno si indica l’anno, lo stato della traduzione italiana, e due momenti distinti: il Contesto del decennio, e La voce di Loewald, ossia il modo in cui risponde alle tendenze in corso o ne apre di nuove.

  1. Io e realtà: dalla contrapposizione all’integrazione

“Ego and Reality” (1951)Int. J. Psychoanal., 32. [tradotto: Riflessioni, cap. 1]

Contesto. All’inizio degli anni Cinquanta la Ego Psychology di Hartmann era egemone: il decennio precedente aveva imposto l’immagine di un Io che, rinunciando al principio di piacere, si adatta a una realtà sostanzialmente estranea e ostile.

La voce di Loewald. In quello che è probabilmente il suo primo scritto, Loewald rilegge il rapporto tra Io e realtà nel clima della psicoanalisi americana del dopoguerra, segnato dall’egemonia della Ego Psychology e dalla centralità dei temi dell’adattamento, della difesa e delle funzioni dell’Io. La sua obiezione è sottile ma decisiva: se l’Io viene pensato soprattutto come apparato di adattamento a una realtà esterna già data, si perde di vista il fatto che Io e realtà si costituiscono insieme. In Freud stesso Loewald rintraccia una linea genetica diversa: all’inizio della vita psichica non vi sono ancora un Io e un mondo esterno separati, ma una condizione primaria di indifferenziazione, nella quale il bambino non distingue ancora se stesso dalla madre e dall’ambiente. La funzione sintetica dell’Io, dunque, non è riducibile alla difesa o all’adattamento: essa riguarda la capacità di organizzare, integrare e trasformare l’esperienza, costruendo insieme il senso dell’Io e il senso della realtà. Qui sta anche la portata clinica del saggio: la patologia non è solo conflitto tra pulsione e difesa, ma arresto, impoverimento o deformazione dei processi attraverso cui l’Io e la realtà diventano reciprocamente organizzati. Loewald conserva il lessico freudiano del narcisismo primario, del principio di realtà e dell’Io, ma lo rilegge dall’interno, trasformando la teoria dell’adattamento in una teoria dello sviluppo congiunto di Io, oggetto e realtà.

“The Problem of Defence and the Neurotic Interpretation of Reality” (1952)Int. J. Psychoanal., 33. [tradotto: Riflessioni, cap. 2]

Contesto. Negli anni Quaranta e primi Cinquanta la difesa era il fulcro della tecnica e della teoria, pensata come operazione interna dell’Io contro le pulsioni.

La voce di Loewald. In questo saggio Loewald prosegue il lavoro del paper precedente, Ego and Reality, e interviene nel clima della Ego Psychology del dopoguerra, in cui conflitto, angoscia e difesa tendevano a occupare il centro della teoria e della clinica. Senza negare l’importanza della difesa nevrotica, ne delimita il campo: la difesa presuppone già un certo grado di organizzazione dell’Io e della realtà, e non può quindi spiegare da sola le fasi più precoci dello sviluppo psichico. Il punto nuovo è che nella nevrosi non regredisce soltanto l’Io: regredisce anche la realtà, che diventa meno oggettiva, più rigida, impoverita e ostile. Loewald mostra così che la difesa è anche un modo di interpretare e organizzare il mondo. Il saggio corregge dall’interno la teoria corrente: dove essa rischiava di leggere ogni dinamica psichica come difesa, Loewald introduce la questione più ampia dell’integrazione fra individuo e ambiente. È da questa integrazione, non dalla difesa isolata, che prendono forma Io, oggetto e realtà.

“Hypnoid State, Repression, Abreaction and Recollection” (1955)J. Amer. Psychoanal. Assn., 3. [tradotto: Riflessioni, cap. 3]

Contesto. Negli anni Cinquanta cresceva l’interesse per le origini della psicoanalisi e per una rilettura critica dei concetti freudiani della prima ora, come quello degli stati ipnoidi.

La voce di Loewald. Loewald torna alle idee di Freud sui meccanismi dell’isteria — stato ipnoide, rimozione, abreazione, ricordo — per recuperare un’intuizione che la tradizione successiva aveva in parte oscurato. Freud aveva progressivamente lasciato cadere il concetto di stato ipnoide sotto l’impatto della scoperta della difesa; Loewald mostra invece che quel concetto resta prezioso se lo si collega all’immaturità delle funzioni psichiche infantili. Alcune esperienze traumatiche non sono rimosse perché prima pienamente vissute e poi respinte: non arrivano nemmeno a una vera elaborazione psichica, e ritornano più tardi come ricordi inconsci, carichi di un significato che al momento originario non poteva ancora essere organizzato. In questo senso è notevole che Loewald legga Freud non solo a partire dalle conclusioni canoniche, ma anche dalle sue domande di ricerca abbandonate, dalle ipotesi provvisorie e dai concetti lasciati in sospeso. Il saggio prolunga il nucleo su Io e realtà: prima della difesa c’è il problema della possibilità stessa di integrazione dell’esperienza. Ed è anche un testo di passaggio verso l’azione terapeutica: la cura non mira alla sola abreazione, ma alla trasformazione della reminiscenza in ricordo, cioè all’inserimento dell’esperienza isolata in un più ampio tessuto associativo e storico della vita psichica.

2. Internalizzazione, separazione, lutto, Super-io

“Internalization, Separation, Mourning, and the Superego” (1962)Psychoanal. Q., 31. [non tradotto]

Contesto. Il lutto era un tema freudiano classico (“Lutto e melanconia”, 1917); il Super-io, dal canto suo, restava largamente pensato nei termini freudiani come “erede del complesso edipico”, senza che la sua formazione fosse messa sistematicamente in rapporto con i processi di separazione e perdita e trasformazione delle relazioni oggettuali. Nei primi anni Sessanta, inoltre, i concetti di introiezione, identificazione e internalizzazione iniziavano a circolare con crescente ampiezza nella psicoanalisi angloamericana, spesso senza una chiara distinzione teorica.

La voce di Loewald. Loewald intreccia questi temi in modo originale: il Super-io non nasce semplicemente dall’interiorizzazione di proibizioni parentali, ma da processi di internalizzazione attraverso cui relazioni vive con gli oggetti vengono trasformate in organizzazione psichica. L’internalizzazione va quindi compresa nei suoi rapporti con separazione, perdita e lutto: l’oggetto non viene solo perduto o conservato, ma riorganizzato interiormente. Loewald introduce l’idea di gradi di internalizzazione e mostra che la maturazione psichica dipende dalla capacità di tollerare distanza, assenza e differimento senza dissolvere il legame con l’oggetto. Il Super-io assume così una dimensione temporale: non riguarda soltanto il passato interiorizzato, ma la rappresentazione interna del futuro e della possibilità di sviluppo. È un saggio che fa lavorare insieme concetti che la tradizione teneva separati, ed è uno dei testi maggiori rimasti fuori dal volume italiano.

“On Internalization” (1973)Int. J. Psychoanal., 54. [tradotto: Riflessioni, cap. 5]

Contesto. Negli anni Settanta la teoria delle relazioni oggettuali acquista crescente centralità in ampi settori della psicoanalisi angloamericana e con essa i concetti di introiezione, identificazione, internalizzazione: il rischio era il loro uso confuso e intercambiabile.

La voce di Loewald. Loewald dà al concetto di internalizzazione una delle sue formulazioni più limpide e ambiziose. L’internalizzazione non è un meccanismo fra gli altri: è il processo attraverso cui relazioni vive con gli oggetti vengono trasformate in organizzazione psichica. Non coincide con repressione, introiezione o identificazione, ma riguarda la formazione stessa di Io, Super-io e realtà interna. Insieme a Ego and Reality, è il saggio che contiene in nuce l’intera visione loewaldiana dello sviluppo: teoria pulsionale, relazioni oggettuali e formazione della struttura psichica vengono ripensate come aspetti di un unico processo evolutivo. Ed è bene che sia tra i testi resi disponibili in italiano dal volume del 1999.

“Comments on Some Instinctual Manifestations of Superego Formation” (1973)Annu. Psychoanal., 1. [non tradotto]

Contesto. Lo stesso clima del saggio precedente: relazioni oggettuali al centro, e una rinnovata attenzione clinica alla fase di conclusione dell’analisi.

La voce di Loewald. Loewald prende alcune manifestazioni pulsionali osservabili nella fase terminale del trattamento come punto di partenza per discutere le vicissitudini della formazione del Super-io. La conclusione dell’analisi riattiva problemi di separazione, perdita, aggressività e internalizzazione: il Super-io non appare come una struttura fissa e già data, ma come qualcosa che continua a riorganizzarsi nel corso dello sviluppo e dell’esperienza analitica. Le oscillazioni fra dipendenza, ostilità, identificazione e bisogno di autonomia mostrano quanto i processi di internalizzazione restino dinamici anche nell’adulto e quanto il Super-io conservi tracce dei conflitti pulsionali da cui si è formato. È un esempio limpido del suo metodo: dal dato clinico minuto, quasi marginale, alla revisione di un grande concetto teorico generale.

3. Teoria delle pulsioni e relazioni oggettuali

“On Motivation and Instinct Theory” (1971)Psychoanal. Study Child, 26. [tradotto: Riflessioni, cap. 7]

Contesto. Negli anni Sessanta e Settanta la teoria delle pulsioni era sotto pressione da più parti: la ego psychology l’aveva marginalizzata, le relazioni oggettuali la consideravano spesso un residuo biologistico da superare, mentre alcune correnti relazionali e interpersonali tendevano a dissolvere il conflitto intrapsichico nel rapporto ambiente-individuo.

La voce di Loewald. È uno dei saggi teoricamente più ambiziosi — Loewald stesso lo presenta come condensazione dei primi capitoli di un libro progettato. Anziché abbandonare la teoria delle pulsioni, la riformula dall’interno: le pulsioni non sono semplici forze biologiche grezze, già date prima della relazione, ma prendono forma e direzione entro la matrice psichica originaria madre-bambino. Le pulsioni, come rappresentanti psichici dei bisogni biologici, emergono da processi di differenziazione e integrazione che costituiscono insieme l’individuo e i suoi oggetti. In questo senso la pulsione non perde il suo carattere intrapsichico, ma non è nemmeno concepibile come forza isolata dentro un individuo già costituito: conserva sempre una qualità relazionale, legata ai campi psichici entro cui si è formata e trasformata. È la mossa decisiva con cui Loewald rende la teoria pulsionale compatibile con una visione relazionale senza buttarla, ma anche senza rinunciare alla struttura psichica e al conflitto intrapsichico. Controcorrente in modo esemplare.

“Freud’s Conception of the Negative Therapeutic Reaction” (1972)J. Amer. Psychoanal. Assn., 20. [non tradotto]

Contesto. La reazione terapeutica negativa era un nodo clinico classico, ricondotto da Freud al senso di colpa inconscio e alla pulsione di morte; negli anni Sessanta e Settanta il problema tornò al centro della discussione teorica anche attraverso letture in termini di invidia, attacco al legame e distruttività primaria.

La voce di Loewald. Loewald rilegge il concetto freudiano e ne approfitta, ancora una volta, per tornare sulla teoria delle pulsioni. La reazione terapeutica negativa non è per lui solo resistenza alla guarigione o reazione contro l’analista: nel senso più propriamente freudiano, rimanda a uno squilibrio profondo fra forze libidiche e distruttive. Quando questo squilibrio è già legato al Super-io, può apparire come colpa inconscia, bisogno di punizione, masochismo morale; quando è più primitivo, resta meno rappresentabile e più difficilmente trasformabile in conflitto analizzabile. Da qui il passaggio teorico decisivo: anche la pulsione di morte va ripensata dentro lo sviluppo precoce, nelle distorsioni delle prime relazioni e della matrice madre-bambino. Il saggio mostra come per Loewald un problema clinico circoscritto sia sempre l’occasione per ripensare l’impianto teorico generale: qui, il rapporto fra colpa, masochismo, Super-io e squilibrio fra Eros e Thanatos.

“Instinct Theory, Object Relations, and Psychic-Structure Formation” (1978)J. Amer. Psychoanal. Assn., 26. [tradotto: Riflessioni, cap. 12]

Contesto. Il saggio fu presentato a un simposio in onore di Margaret Mahler: gli anni Settanta sono il decennio della diffusione della teoria mahleriana della separazione-individuazione, della fase simbiotica e dei disturbi narcisistici.

La voce di Loewald. Loewald rende omaggio a Mahler ma — come dichiara apertamente — organizza il materiale osservativo con un linguaggio concettuale proprio. Il saggio è la sintesi più compatta del suo programma: mostrare come teoria delle pulsioni, relazioni oggettuali e formazione delle strutture psichiche siano un’unica storia, quella dell’individuazione che emerge dalla “unità duale” infante-madre. Le pulsioni stesse non precedono la relazione come forze già formate: prendono forma nelle prime interazioni organizzanti fra organismo infantile e ambiente umano. Per questo, nei livelli più arcaici, anche parlare di “oggetto” è solo approssimativo: prima della differenziazione non ci sono ancora propriamente soggetto e oggetto, ma strutture unitarie e fragili (“one global structure, one fleeting and very perishable mental entity”). È anche il punto in cui si vede meglio quanto Loewald abbia ampliato il contributo, in Freud solo embrionale, sulle relazioni oggettuali.

4. L’azione terapeutica e il processo analitico

“On the Therapeutic Action of Psycho-Analysis” (1960)Int. J. Psychoanal., 41. [tradotto due volte: Riflessioni, cap. 13; e Psicoterapia e Scienze Umane, 1993–94]

Contesto. Negli anni Cinquanta la riflessione sulla cura era in fermento: la Ego Psychology americana aveva messo al centro Io, adattamento, insight e interpretazione, mentre dall’Inghilterra voci come Winnicott, Balint e Fairbairn facevano da contraltare, spostando l’accento sulla relazione, sull’ambiente e sull’oggetto. Loewald entra in questo campo senza scegliere una scuola: usa la psicologia dell’Io per superarne il modello più chiuso e adattativo.

La voce di Loewald. È il saggio più celebre e più citato di Loewald, e il motore della sua riscoperta. La tesi: la psicoanalisi è terapeutica perché riattiva uno sviluppo dell’Io che si era arrestato, e lo fa attraverso la relazione con un “nuovo oggetto”, l’analista. Come nel rapporto genitore-bambino, in cui il genitore non si limita a rispecchiare il figlio ma anticipa, con la propria mente più organizzata, ciò che il bambino può diventare, l’analista offre una possibilità di integrazione che il paziente può gradualmente fare propria. L’interpretazione agisce dentro questa esperienza: non produce solo insight, ma riapre il rapporto fra inconscio e preconscio, fra infantile e attuale, fra transfert e realtà. Loewald colloca così la cura su un terreno evolutivo e relazionale senza abbandonare la teoria strutturale freudiana, anzi fondandovela. Più che rispondere a un trend, ne avvia uno: anticipa gran parte della psicoanalisi relazionale successiva, ma resta dentro l’impianto freudiano.

“Psychoanalytic Theory and the Psychoanalytic Process” (1970)Psychoanal. Study Child, 25. [non tradotto]

Contesto. A cavallo tra anni Sessanta e Settanta la psicoanalisi americana attraversa una crisi di autocoscienza epistemologica: ci si interroga sullo statuto scientifico della metapsicologia, sul rapporto tra teoria e dato clinico, sull’opportunità di rivedere o abbandonare concetti ereditati.

La voce di Loewald. Loewald affronta di petto il rapporto tra la teoria e ciò che realmente accade nel processo analitico. Non chiede di buttare la teoria, ma di tenerla aderente al processo: in psicoanalisi l’oggetto non è osservato dall’esterno, perché analista e paziente appartengono allo stesso ordine di realtà psichica e il metodo stesso trasforma ciò che indaga. Transfert e resistenza non sono allora semplici ostacoli clinici, ma parti del metodo e della teoria. L’interpretazione non si limita a descrivere: stabilisce o ristabilisce connessioni nella vita psichica del paziente, e proprio per questo l’indagine analitica è già, potenzialmente, trasformativa. Mentre intorno a lui si discute se la metapsicologia vada salvata o demolita, Loewald propone una terza via: ripensarla dall’interno del lavoro clinico, a partire dal campo analitico, dalla relazione soggetto-oggetto e dai processi di formazione della realtà psichica.

“Reflections on the Psychoanalytic Process and its Therapeutic Potential” (1979)Psychoanal. Study Child, 34. [non tradotto]

Contesto. Gli anni Settanta hanno visto l’esplosione della psicologia del Sé di Kohut e l’ascesa delle teorie delle relazioni oggettuali post-kleiniane; il “processo” analitico diventa oggetto di teorizzazioni sempre più articolate.

La voce di Loewald. Loewald torna, quasi vent’anni dopo On the Therapeutic Action, sul processo analitico come forma unica di relazione personale: intima e trattenuta, reale ma mai pienamente attualizzata. La cura procede come un gioco drammatico in cui la storia individuale viene rivissuta, ristrutturata, dotata di nuovi significati e riconnessa a significati perduti. L’interpretazione non è semplice applicazione di conoscenza: è il mezzo attraverso cui la comprensione procede, nasce da un incontro di menti e consente al paziente di internalizzare una nuova possibilità di auto-comprensione. Il saggio mostra la continuità e la coerenza del suo pensiero: mentre altre scuole moltiplicano i modelli, Loewald approfondisce il nucleo della propria concezione del processo analitico come esperienza trasformativa, insieme regressiva e adulta, personale e rigorosamente analitica.

“Regression: Some General Considerations” (1981)Psychoanal. Q., 50. [non tradotto]

Contesto. Negli anni Settanta e primi Ottanta il concetto di regressione era oggetto di rinnovata attenzione, in parte per influenza di autori che — Winnicott in testa — ne avevano valorizzato il potenziale terapeutico.

La voce di Loewald. Contro la connotazione esclusivamente patologica del termine, Loewald distingue una regressione difensiva da una regressione potenzialmente al servizio del processo terapeutico. Ma il punto è più ampio: regressione e progressione sono movimenti complementari della vita psichica, e i livelli arcaici restano attivi nell’integrazione dell’esperienza adulta. La regressione non è terapeutica “in sé”; lo diventa quando permette una ripresa dello sviluppo e una riorganizzazione più complessa dell’esperienza. È anche essenziale il ruolo dell’analista: non neutralità muta, ma risposta empatica e validante, senza seduzione né contro-mossa difensiva. Ancora una volta, un concetto freudiano viene riletto in chiave evolutiva, recuperandone un versante produttivo.

“Termination Analyzable and Unanalyzable” (1988)Psychoanal. Study Child, 43. [non tradotto]

Contesto. Negli anni Ottanta il tema della conclusione dell’analisi e dei suoi criteri era tornato al centro del dibattito tecnico: non solo quando terminare, ma che cosa renda una fine analizzabile e non una semplice interruzione.

La voce di Loewald. È uno degli ultimi saggi di Loewald: distingue una conclusione che è esito organico e naturale del processo da un mero interrompersi del trattamento. La terminazione diventa una fase propria dell’analisi, in cui la separazione reale, pur non ancora avvenuta, entra nel campo come fatto imminente. Proprio questa pressione rende più vivi problemi edipici e preedipici, lutto, internalizzazione, autonomia e dipendenza; la nevrosi di transfert può allora giungere a piena fioritura, ma anche trovare una nuova integrazione. Il lutto non è solo commiato dall’analista: è trasformazione del rapporto analitico in elementi del carattere e della vita intrapsichica, e insieme passaggio verso una maggiore individuazione. Il tema della fine, della separazione e del lutto — che attraversa tutta la sua opera — trova qui una formulazione tarda e quieta.

5. Transfert, ripetizione, controtransfert

“The Transference Neurosis” (1971)J. Amer. Psychoanal. Assn., 19. [non tradotto]

Contesto. La nevrosi di transfert era un pilastro della tecnica classica; negli anni Sessanta e Settanta il concetto cominciava a essere problematizzato, anche perché caratteropatie, casi borderline e disturbi preedipici rendevano meno chiaro il modello della nevrosi classica.

La voce di Loewald. Loewald distingue con cura il concetto dal fenomeno e rilegge la nevrosi di transfert alla luce della sua idea della cura come ripresa di sviluppo. La nevrosi di transfert non è solo ripetizione del passato, ma riattivazione dell’infantile nel presente analitico: una “malattia artificiale” che, grazie alle risposte diverse dell’analista, può diventare esperienza nuova. Non è quindi un dato già presente nel paziente, ma una creazione del lavoro analitico, in cui la vecchia malattia perde il suo automatismo e diventa processo vivo, comprensibile e trasformabile. Loewald difende il valore del concetto proprio mentre riconosce che le nevrosi moderne — caratteriali (character neuroses), borderline (borderline cases), preedipiche (preoedipal) — lo rendono meno delimitabile. Il saggio tiene insieme fedeltà alla tecnica classica e attenzione alle forme più difficili da delimitare della clinica contemporanea.

“Some Considerations on Repetition and Repetition Compulsion” (1971)Int. J. Psychoanal., 52. [tradotto:Riflessioni, cap. 6]

Contesto. La coazione a ripetere, concetto del secondo Freud in Al di là del principio di piacere (1920), era tradizionalmente legata alla pulsione di morte e alle forme più automatiche, passive e patologiche della ripetizione.

La voce di Loewald. Loewald introduce una distinzione divenuta classica: tra una ripetizione meramente riproduttiva, che ripete l’identico, e una ripetizione “ricreativa” (re-creative), che riprende il passato per trasformarlo. La ripetizione non è solo ritorno automatico di esperienze infantili inconsce: nel transfert, nel ricordo e nel lavoro analitico può diventare un’attività organizzativa dell’Io, capace di riprendere esperienze rimaste automatiche e sottratte all’influenza psichica. È un’idea che ribalta il segno del concetto senza cancellarne il versante patologico: la ripetizione può essere al servizio della crescita quando il passato viene riattivato su un livello più alto di organizzazione, non duplicato ma ricreato. Qui Loewald non risponde a un trend, lo apre.

“Transference and Countertransference: The Roots of Psychoanalysis” (1977)Psychoanal. Q., 46. [non tradotto]

Contesto. La pubblicazione del carteggio Freud-Jung, a metà anni Settanta, fu un evento editoriale; molti analisti lo lessero come documento storico.

La voce di Loewald. Loewald ne fa qualcosa di più: non solo un documento storico, ma un saggio sulle radici personali, teoriche e istituzionali della psicoanalisi. Loewald legge il carteggio come dramma di filiazione, idealizzazione, rivalità, rottura e confusione dei ruoli analitici/non analitici: Freud e Jung non riuscirono a mantenere “the proper balance of closeness and distance” e non distinsero abbastanza tra relazione analitica, rapporto maestro-allievo e formazione analitica. Ma il punto non è solo biografico. Attraverso il carteggio Loewald rilegge anche lo scontro fra sessualità e spiritualità, teoria della libido e religione, concretezza della vita pulsionale e fuga verso mito, archetipi e inconscio collettivo. È un esempio di come Loewald sappia usare anche un testo d’occasione, una recensione, come occasione di pensiero teorico.

“Transference-Countertransference” (1986)J. Amer. Psychoanal. Assn., 34. [non tradotto]

Contesto. Negli anni Ottanta il controtransfert ha completato la sua lunga trasformazione: da ostacolo da eliminare a mezzo indispensabile di comprensione del paziente (indispensable means for understanding the patient); le prospettive intersoggettive e relazionali stanno emergendo.

La voce di Loewald. Loewald sostiene che transfert e controtransfert non possono essere separati: sono “the two faces of the same dynamic” e, in analista e paziente, ingredienti normali del processo (normal ingredients of the psychoanalytic process). Il controtransfert è insieme mezzo di comprensione (indispensable means for understanding the patient) e responsività affettiva al love-hate del paziente, da trasformare in comprensione analitica (analytic understanding). Nei livelli primitivi, fra relazioni oggettuali arcaiche (archaic object relations) e difetti di differenziazione soggetto-oggetto (subject-object differentiation), analista e paziente possono essere presi in un campo psichico senza confini chiari (psychic force field with no boundaries). È una posizione che prefigura aspetti della sensibilità intersoggettiva successiva, formulata però dentro un vocabolario freudiano.

6. Edipo, tempo, psicoanalisi come arte

“The Experience of Time” (1972)Psychoanal. Study Child, 27. [tradotto: Riflessioni, cap. 8]

Contesto. Il tempo psichico era un tema più filosofico che clinico; negli anni Settanta cresceva l’interesse per gli aspetti temporali della soggettività, anche per influenza della fenomenologia. Loewald però lo riporta al centro della psicoanalisi: memoria, transfert, ripetizione, anticipazione, sviluppo e ricostruzione storica.

La voce di Loewald. Loewald — che a Marburgo aveva ascoltato Heidegger, anche se qui non lo cita — porta nella psicoanalisi una riflessione sull’esperienza del tempo come dimensione costitutiva della psiche, non come semplice contenitore degli eventi. Il tempo non è anzitutto durata misurabile, ma attività psichica di collegamento: passato, presente e futuro si modificano reciprocamente nella memoria, nel transfert, nell’anticipazione e nel lavoro analitico. Anche la storia personale non è un deposito da ritrovare, ma qualcosa che il soggetto ricostruisce e in parte crea, assumendo il proprio passato per guadagnare presa sul presente e sulla forma del futuro. È il versante più filosofico della sua opera, e quello in cui la formazione tedesca pre-psicoanalitica si fa più visibile.

“Psychoanalysis as an Art and the Fantasy Character of the Psychoanalytic Situation” (1975)J. Amer. Psychoanal. Assn., 23. [non tradotto]

Contesto. Gli anni Settanta sono attraversati dalla grande disputa sullo statuto scientifico della psicoanalisi: scienza naturale, scienza ermeneutica, o cos’altro?

La voce di Loewald. Loewald — con una mossa che lui stesso ammette poco “rigorosa” — propone di pensare la psicoanalisi anche come arte e la situazione analitica come una scena immaginativa dotata di un suo “carattere di fantasia” (fantasy character), di un come-se. Non è una rinuncia alla teoria né alla scienza: è il riconoscimento che il processo analitico ha una natura di rievocazione, drammatizzazione e gioco (re-enactment, dramatization, play) irriducibile. Transfert, narrazione e interpretazione diventano una forma di azione simbolica in cui paziente e analista sono coautori e la fantasia torna in comunicazione con l’attualità presente. Saggio audace, controcorrente rispetto agli sforzi di “scientificizzazione” del periodo, ma non antiscientifico.

“The Waning of the Oedipus Complex” (1979)J. Amer. Psychoanal. Assn., 27. [tradotto: Riflessioni, cap. 14]

Contesto. Alla fine degli anni Settanta la centralità clinica del complesso edipico era messa in discussione: la psicologia del Sé di Kohut, non citandolo, e l’enfasi sul preedipico spostavano l’attenzione verso fasi più precoci dello sviluppo. Loewald registra questo spostamento, ma lo rovescia: il preedipico deve approfondire, non sostituire, il problema edipico.

La voce di Loewald. È, dopo “On the Therapeutic Action”, uno dei saggi più noti e citati di Loewald — formula l’idea folgorante secondo cui assumersi la responsabilità della propria vita equivale, nella realtà psichica, a un “parricidio”. Diventare adulti significa appropriarsi di autorità, desideri e impulsi come propri, distruggendo e trasformando il legame infantile con i genitori; il Super-io diventa allora insieme documento del crimine e sua riparazione. Ma Loewald complica l’Edipo dall’interno: mostra che il conflitto edipico resta intrecciato con legami preedipici di identificazione, unità e simbiosi, e che proprio questo intreccio spiega la forza dell’incesto e della colpa. Non liquida l’Edipo e non lo difende per partito preso: lo ripensa come un fenomeno che non tramonta mai del tutto, ma ritorna, si trasforma, viene represso, internalizzato, sublimato e rielaborato per tutta la vita. Controcorrente rispetto alla deriva preedipica del decennio.

“Oedipus Complex and Development of Self” (1985)Psychoanal. Q., 54. [non tradotto]

Contesto. Negli anni Ottanta il concetto di Sé, anche grazie a Kohut — questa volta citato —, era ormai centrale; selfobject, transfert narcisistico e configurazioni transindividuali (transindividual) della prima vita psichica erano oggetto di intenso dibattito.

La voce di Loewald. Loewald torna sull’Edipo per articolarne il rapporto con lo sviluppo del Sé: l’emergere delle relazioni oggettuali edipiche è una tappa cruciale verso una mentalità adulta individuata, distinta dagli stati transindividuali precoci. L’Edipo non è solo un conflitto sessuale-infantile: è il passaggio da una vita psichica ancora immersa in configurazioni condivise, fuse o transindividuali (transindividual psychology) a una psicologia dell’individuo (psychology of the individual), dove il soggetto si vive come separato, responsabile, desiderante e colpevole. Per questo Loewald dialoga esplicitamente con il vocabolario kohutiano del self-object, ma lo piega alla propria prospettiva: se il livello edipico non è disponibile e non viene riconosciuto come tappa dello sviluppo, il paziente “resta vittima dello stadio del self-object e del suo narcisismo” (“remains a victim of the self-object stage and its narcissism”); con esso, può iniziare la formazione di un Sé separato, capace di identità propria.

Sono inoltre tradotti in Riflessioni psicoanalitiche, pur senza una scheda dedicata in questa rassegna, quattro capitoli che non corrispondono ai saggi qui esaminati: “Il Super Io e il tempo” (cap. 4) — il medesimo saggio già tradotto con il titolo “Super-Io e tempo” in Psicoterapia e Scienze Umane nel 1993, e dunque disponibile in italiano in due versioni —, “Panoramica sulla memoria” (cap. 9), “L’organizzazione dell’Io e le difese” (cap. 10) e “Processo primario, processo secondario e linguaggio” (cap. 11).

Cosa manca ancora

Restano tuttavia non tradotti in italiano, per quanto risulta, alcuni saggi importanti: Internalization, Separation, Mourning, and the Superego (1962), centrale per il tema del lutto; il nucleo sul processo terapeutico degli anni Settanta-Ottanta (Psychoanalytic Theory and the Psychoanalytic Process, 1970; Reflections on the Psychoanalytic Process and its Therapeutic Potential, 1979; Termination Analyzable and Unanalyzable, 1988); i due saggi su transfert e controtransfert (The Transference Neurosis, 1971, e Transference-Countertransference, 1986); Psychoanalysis as an Art (1975); e Oedipus Complex and Development of Self (1985).

Va inoltre ricordato “New Horizons in Metapsychology: View and Review” (1976), resoconto di un panel di cui Loewald era chairman, non tradotto.

Vale la chiusa di Balsamo citata nel mio precedente contributo su SpiWeb: “My Loewald may not be others’ Loewald”. È un autore che lascia un’impronta diversa in ogni lettore; e che, laureatosi a Roma e formatosi a Padova, merita di essere finalmente leggibile in italiano per intero.

Riferimenti bibliografici

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Opere di Loewald in traduzione italiana

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Loewald, H. W. (1994). L’azione terapeutica della psicoanalisi (Parte II). Psicoterapia e Scienze Umane, 28(1), 95–115. (Opera originale pubblicata nel 1960)

Loewald, H. W. (1999). Riflessioni psicoanalitiche. Dunod/Masson. (Opera originale Papers on psychoanalysis pubblicata nel 1980)

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[1] Un cenno di Andreoli (2023), apparso su sito web personale (https://www.andreoli.website/hans-w-loewald/), le note biografiche del Centro Studi Psicologia e Letteratura (2014) (https://centrostudipsicologiaeletteratura.org/2014/02/loewald-hans-1906-1993/) e alcune sparse menzioni teoriche in Metapsychologica, in particolare nell’articolo di Edoardo Meroni “Psicanalisi freudiana e psicanalisi relazionale: teoria e pratica clinica a confronto” (2021) (https://mimesisjournals.com/ojs/index.php/metapsychologica/article/download/2666/2120/5188 ), completano il quadro di una presenza italiana limitata ma continua.

Leggere Loewald: bibliografia ragionata, di Michele Piccolo Monica Castellini

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