La Cura

L’isteria, vista e ripensata ai giorni nostri. Patrizio Campanile

Età Adulta
L’isteria, vista e ripensata ai giorni nostri. Patrizio Campanile
Bianca in calzamaglia P. Cassina (collezione privata)

Parole chiave: isteria, intreccio psicosomatico, identificazione isterica, attrazione-repulsione

Patrizio Campanile

L’isteria, vista e ripensata ai giorni nostri[1]

È passato ormai quasi un secolo e mezzo da quando con Charcot si è cominciato a parlare di “isteria” non più nei termini di una possessione demoniaca o di una forma truffaldina di simulazione, avendo lui introdotto l’idea che l’“isteria” debba essere considerata una patologia e nello specifico, per come suggeriva l’autore francese, una patologia organica. Se poi consideriamo che fu Ippocrate a introdurre il termine “isteria”, dobbiamo riconoscere che sono ben più di duemila anni che ci si sta interrogando su un qualcosa che evidentemente è difficile definire, che s’intravvede ma che poi sfugge alla comprensione e che continua a stimolare interrogativi, riflessioni e teorie.

Teorie che, a ben vedere, ci propongono, come ipotesi di definizione e soprattutto come tentativi di spiegazione, tutto e il contrario di tutto.

La prima grande questione che è stata e tuttora è al centro del dibattito è: l’“isteria” è una difesa da problematiche edipiche o da problematiche pre-edipiche? E quindi: è l’angoscia di castrazione ad avere una posizione centrale? O vanno invece messe in primo piano le fissazioni orali? E allora l’“isteria” va fatta risalire a problematiche legate alla relazione primaria? Il conflitto sarebbe legato alla relazione duale, piuttosto che a quella triangolare? Ciò non darebbe ragione dei rischi di scivolamento nella depressione così frequentemente riscontrati nei casi di “isteria” o di crollo e di annientamento dell’Io fino alla psicosi? Cosa significa in questa lunga storia che è anche una storia di interrogativi e di ipotesi, pensare l’“isteria” come l’espressione di angosce esistenziali o una malattia ontologica? Che posto dare alle stimolazioni sessuali eccessive (particolarmente da parte paterna) e premature (in questo caso soprattutto di origine materna)? Quanto il rifiuto della sessualità o la sua sopravvalutazione da parte dei genitori è causa di “isteria”? E infine, ma potrei continuare, quanto sono le azioni concrete da loro compiute e quanto il loro inconscio ad avere una parte decisiva nella vita delle persone e nelle relazioni?

Dovremmo poter ripercorrere l’immensa letteratura sull’argomento per dare spazio a tutte queste posizioni perché, nel corso degli anni, tutte sono state espresse per spiegare l’“isteria”.

Ci possiamo chiedere: i vari autori parlavano di fenomeni da ascrivere ad entità psicopatologiche diverse? Si può pensare invece che l’“isteria” sia da considerare un fenomeno complesso, con varie sfaccettature? 

Ho detto questione ed ho messo il termine isteria tra virgolette perché ritengo che con il termine isteria si intenda molto di più che una espressione psicopatologica e questo, almeno in parte, spiega la molteplicità dei punti di vista. Se da un lato è stato importante e necessario definirla come una psiconevrosi, dall’altra dobbiamo riconoscere che, cammin facendo e cioè proprio affrontando lo studio di questa specifica psiconevrosi che si è tentato di isolare, si siano chiariti processi che riguardano il modo in cui si costituisce l’essere umano per come è e per come lo conosciamo, al punto che, quando parliamo di “isteria”, alludiamo di fatto a molto di più che ad un’entità psicopatologica, laddove una parte degli autori parla dell’entità “isteria” intesa in senso stretto; cerca di definirla nelle sue caratteristiche e peculiarità, eventualmente differenziandola da altre forme di psicopatologia con cui s’intreccia e da cui va tenuta distinta.

È un approccio che ha avuto una sua importanza e probabilmente una sua necessità quando si trattava di affermare la legittimità dell’approccio psicopatologico differenziandolo da visioni basate sulla deprecazione e l’aggressione, ma che poi, almeno a me, appare riduttivo rispetto al sapere che si è accumulato, nel corso degli anni, in questo campo. Riduttivo e fuorviante, se si perde di vista che i concetti di cui ci serviamo sono delle costruzioni ausiliarie che cercano di dare conto della realtà, ma che non vanno confuse con essa. Freud (si pensi alle prime pagine di Pulsioni e loro destini) è stato molto chiaro al riguardo: le nostre impalcature, così definisce le costruzioni che di volta in volta facciamo, non vanno confuse con l’edificio. Servono solo per potercelo rappresentare. Per questo, oggi, trovo fuorviante continuare ad interrogarci su cosa veramente sia l’“isteria”, piuttosto che attingere al sapere che, grazie all’enorme lavoro ed alla imponente letteratura, si è accumulato negli anni e prendere atto che parliamo ancora di “isteria” solo perché ci è comodo o abituale dare questo nome ad una molteplicità di fenomeni e processi tra loro tutti interconnessi come abbiamo appreso proprio dallo studio dell’“isteria”.

In passato mi sono chiesto (2010) perché continuare ad usare questo termine che può indurre a scambiare l’impalcatura per l’edificio. Mi risposi “per ragioni storiche e di «omaggio alla storia»”. Oggi come oggi, pur non sapendo come fare altrimenti, non so se sia la scelta migliore o inevitabile.

Per questo ‘ripensamento’ la mia proposta, pur consapevole della parzialità del discorso, ruoterà quindi attorno a due tesi:

  • Il sapere accumulato nel corso dei decenni a partire dallo studio della nevrosi isterica configura una teoria generale dell’intreccio psicosomatico e di una molteplicità di processi: di simbolizzazione e della loro origine, del loro strutturarsi o destrutturarsi; del loro rapporto col corpo e quindi con la pulsione ed infine col desiderio[2]; dei processi di progressione e regressione e di identificazione psicosessuale. Tutti fattori che consentono o impediscono la possibilità di stabilire relazioni soddisfacenti in cui una giusta distanza consenta reciproco soddisfacimento. Una teoria che, proprio perché generale, può dare un senso alla ben nota molteplicità di punti di vista, spesso opposti, sulla “questione isteria”.
  • Le teorie che nel corso degli anni hanno cercato di dar conto dei fenomeni isterici, pur proponendo punti di vista spesso assolutamente divergenti, si muovono essenzialmente, a mio giudizio, nell’orizzonte della prima topica e della prima teoria pulsionale freudiane. Quanto apprendiamo dalla seconda topica e dalla seconda teoria delle pulsioni, soprattutto se cerchiamo di prendere spunto e sviluppare nuove ipotesi, ci consente invece un ripensamento che arricchisce enormemente quella che ho appena definito teoria generale dell’“isteria”.

Per poter affrontare l’argomento nei termini ora detti, devo premettere, seppur in modo molto sintetico, un’annotazione relativa a come possiamo descrivere la teoria freudiana dei processi di progressione e regressione nell’ambito della prima topica e della prima teoria delle pulsioni. È necessaria per poter differenziare gli apporti derivanti dall’introduzione della nuova teoria delle pulsioni e, conseguentemente, della seconda topica e del ripensamento della teoria dell’angoscia.

Progressione e regressione

Come è noto, una possibile difesa dal conflitto, per quanto poi sia causa di nuove difficoltà, è data dalla regressione: essa si può manifestare tanto come reinvestimento di oggetti del passato, quanto come ritorno ad organizzazioni precedenti e superate ma che, come gli oggetti del passato, possono presentarsi come più rassicuranti e gratificanti.

Progressione e regressione s’intrecciano ed il principio che regola questo fenomeno è, nell’ambito della formulazione che stiamo ora considerando, quella della prima topica, il desiderio. È il desiderio sessuale che, a partire dalle stimolazioni che provengono dal corpo e che interessano in modo particolare in momenti diversi diverse aree del corpo (le fasi dello sviluppo psicosessuale), stimola nuove modalità di relazione e la ricerca di nuovi oggetti. Al tempo stesso, le esperienze di piacere (e le loro vicissitudini) costituiscono un polo che, in caso di necessità e cioè per effetto dei processi difensivi, restano disponibili ad accogliere le regressioni, anzi in qualche modo le favoriscono (si tratta dei cosiddetti punti di fissazione).

Come le rappresentazioni rimosse continuano a pretendere lavoro psichico per essere tenute sotto controllo in quanto cercano strade per raggiungere la coscienza[3], i punti di fissazione “persistono inalterati nell’inconscio e [ad essi] la pulsione resta legata” (Laplanche e Pontalis, 1967, 187) richiedendo per questo anch’essi ulteriore lavoro o costituendosi come opportunità di piacere.

Abbiamo, dice Freud, “due tipi di regressione: ritorno ai primi oggetti investiti dalla libido, che come è noto è di natura incestuosa, e ritorno dell’intera organizzazione sessuale a stadi precedenti” (1915-17, 498). In ogni caso la regressione si attiva come difesa dalle dinamiche fallico-edipiche ed approda a modalità di relazione e forme di soddisfacimento preedipici (orali o anali, ma anche fallico-narcisistici).

Richiamo l’attenzione su questo passaggio giacché, dopo il 1920, la teoria dei processi di progressione e di regressione sarà da Freud integrata e quanto fino ad allora sostenuto, pur non venendo abbandonato, configurerà (questo è il mio punto di vista) un caso particolare di una teoria che, a quel punto, comprende la precedente.

Il processo difensivo ha a disposizione due strade (v. Freud, 1915-17, 572) che si possono anche intrecciare e che sono reciprocamente subordinate: la rimozione è la prima e cioè il prendere distanza da contenuti inaccettabili con, eventualmente, conseguente scarica degli affetti (e cioè delle tensioni legate alle pulsioni) nel corpo e, la seconda, alterare la relazione oggettuale: o regredendo a modalità di relazione precedentemente abbandonate o proprio sfuggendo alla relazione e prendendo distanza dall’oggetto implicato nel conflitto. È, questo, un elemento della teoria estremamente importante per comprendere la dinamica complessa di quelle che abitualmente definiamo relazioni isteriche[4].

I nuovi apporti

Quando Freud, ne Il disagio, riassume il cammino da lui compiuto in ambito teorico-clinico segnala che tre sono stati i passi decisivi che gli hanno, man mano, consentito di mettere a punto la sua concezione dell’essere umano: l’allargamento della nozione di sessualità, l’ipotesi del narcisismo e, quello che ha portato alla svolta del 1920, la nuova teoria pulsionale. Il percorso per arrivare a compiere questo terzo passo è iniziato da lontano e determinante è stato l’aver introdotto, nel 1914, quella che chiama l’ipotesi del narcisismo che, assieme alla constatazione delle reazioni terapeutiche negative ed al riconoscimento del fenomeno della coazione a ripetere, lo hanno indotto a formulare la teoria della pulsione di morte approdando così al nuovo dualismo pulsionale.

Si è trattato di un vero e proprio cambiamento di paradigma in quanto le novità da lui introdotte hanno comportato rivedere i modelli esplicativi e l’individuazione di nuovi fattori da considerare per comprendere i fenomeni con cui la psicoanalisi si misura. Innanzitutto, cambia il principio che presiede alla trasformazione e cioè ai processi di progressione e di regressione che avvengono nell’apparato psichico, a partire da come esso si costituisce. Cioè: come si sviluppa e come funziona quella struttura che immaginiamo/fantastichiamo al fine di poterci rappresentare i modi in cui l’essere umano organizza il suo stare nella realtà e quindi anche nelle relazioni. È l’apparato psichico che a tutto questo presiede.

Come ho accennato, le trasformazioni, secondo la concezione che precede il 1920, sono governate dal desiderio sessuale che, nel tempo, risente delle caratteristiche e delle trasformazioni corporee. Queste ultime incidono sulle modalità di ricerca del piacere e costituiscono il retroterra delle modalità di relazione che l’individuo instaura nel corso dello sviluppo. Come abbiamo detto, egli può regredire per effetto delle difese e tornare a modalità precedenti di piacere che continuano ad avere, nonostante lo sviluppo successivo, capacità e potere di attrazione.  

Nella nuova concezione la sessualità non viene trascurata, ma è concepita come funzione della pulsione di vita che coniuga la sua influenza con quella di morte.

La progressione è sostenuta principalmente dalla pulsione di vita, la regressione è opera principalmente della pulsione di morte[5].

Le due pulsioni determinano ogni fenomeno della vita intrecciando il loro apporto e cioè la loro azione. È il principio dell’impasto-disimpasto pulsionale[6]. La pulsione di vita favorisce l’imbrigliamento delle componenti distruttive e quindi l’impasto pulsionale, laddove ogni disimpasto comporta regressione e prevalenza delle componenti distruttive.

Nulla, dopo il 1920, può essere spiegato secondo Freud se non facendo ricorso ad esso: le pulsioni agiscono la vita impastandosi o disimpastandosi. La prima si manifesta fin dall’iniziale comparsa della vita e tende a preservarla; la seconda – quasi memore dell’inorganico – opera contro di essa. Entrambe sono necessarie alla sopravvivenza ed alla crescita, ma è l’equilibrio, pur mobile, che tra di esse si realizza che garantisce tanto la sopravvivenza, quanto la crescita.

Devo richiamare questi elementi perché sono il presupposto per comprendere uno dei fenomeni caratteristici dell’“isteria”: l’identificazione isterica.

Per riconoscere la portata del fenomeno nonché il peso e le conseguenze che può avere nella vita delle persone vanno aggiunti preliminarmente due corollari della teoria delle pulsioni giacché hanno delle ricadute significative specificamente sul processo di identificazione (e quindi sull’identificazione isterica).

  • Per essere soddisfatte le pulsioni necessitano di azioni specifiche che consentano loro l’appagamento (tali azioni costituiscono la meta della pulsione). Ciò non vale sempre, né necessariamente: in particolari circostanze, per necessità di difesa o per la difficoltà di perseguire la meta o, ancora, per effetto dei processi di incivilimento e culturali cui l’individuo aderisce o che subisce, possono diventare accettabili o meglio preferibili per l’Io mete alternative. È ciò che definiamo sublimazione che fa sì che processi di pensiero e di simbolizzazione possano procurare un appagamento sostitutivo. Il soggetto, in questi casi, ne ricava una quota di soddisfacimento, ma il prezzo, dice Freud, è un allentamento del collegamento con le mete originarie. Cioè: se un desiderio nei confronti di un oggetto amato è inaccettabile, l’Io potrà cercare un piacere sostitutivo, ma ciò comporterà in certa misura anche la perdita di contatto, di legame con quel determinato oggetto.

Perché ci interessa questa particolarità?

Il perché lo chiarisce Freud in L’Io e l’Es, il testo in cui nel 1922 introduce la seconda topica: “L’Io liquida i primi (e certamente anche i successivi) investimenti oggettuali dell’Es assumendone su di sé la libido e legandola all’alterazione dell’Io prodotta da un’identificazione. Con questa trasformazione [di libido erotica – aggiungerei oggettuale] in libido dell’Io è naturalmente connessa una rinuncia alle mete sessuali, una desessualizzazione” (1922a, 507-8). Cioè: una volta fatto proprio un tratto dell’oggetto desiderato/amato (questa è l’identificazione) l’Io si avvantaggia dell’investimento prima indirizzato su di esso. Trattandosi di un investimento su di sé, è un investimento che da oggettuale diventa narcisistico. Non sono più l’oggetto o la relazione che si può realizzare con esso la fonte di soddisfacimento, ma l’Io stesso nella misura in cui si acconcia secondo le caratteristiche dell’oggetto dell’identificazione.

Detto altrimenti: il processo che fa sì che gli oggetti vengano interiorizzati, grazie al quale si struttura almeno in parte il carattere dell’individuo (e cioè si modella l’Io), mentre lo lega all’oggetto (tant’è che Freud considera l’identificazione la prima forma di legame emotivo[7]) lo allontanano da esso. Vedremo tra poco parlando di identificazione isterica gli effetti di questa duplicità di aspetti implicati nei processi di identificazione e cioè come si intrecciano amore e odio.

Prima, però, va considerata un’ulteriore implicazione di grande rilievo e di cui Freud si è reso conto grazie alle nuove teorie, quelle che nascono dal cambiamento di paradigma del 1920:

  • “Impadronendosi in tal modo [cioè con l’identificazione] della libido impegnata negli investimenti oggettuali, costituendosi quale solo e unico oggetto d’amore, desessualizzando o sublimando la libido dell’Es, l’Io lavora contro le finalità dell’Eros, e si pone al servizio dei moti pulsionali di parte avversa” (1922a, p. 508). Apre, cioè, delle possibilità alle spinte che vanno contro il legame, e in fin fine dà spazio alla pulsione di morte.

L’identificazione isterica

Vengo dunque allo specifico dell’identificazione isterica che ci aiuta a comprendere meglio la portata di queste affermazioni apparentemente solo astratte.

Anche in questo caso diversi autori non solo hanno definito l’identificazione isterica in modo diverso, ma hanno messo in evidenza aspetti diversi di questa particolare modalità di relazione che, a ben vedere, riconosciamo frequentemente nelle manifestazioni cliniche (anche in quelle in cui non chiameremmo necessariamente in campo l’“isteria”).

Rifacendosi a ciò che dice Freud, due autori, J. Schaeffer (1986) e A.A. Semi (1995) ne hanno sottolineato un tratto saliente ed è a questa definizione che io faccio riferimento: come tutte le identificazioni, l’identificazione cosiddetta isterica è un’identificazione parziale e per definizione è un processo inconscio, ha però uno specifico: riguarda un tratto odiato dell’oggetto amato o, viceversa, un tratto amato di un oggetto odiato. Personalmente la considero alla stregua di un gioco di prestigio che permette di mantenere la vicinanza, salvaguardando la differenza. Evidentemente, delle ragioni conflittuali impediscono di riconoscere tanto l’amore quanto l’odio, entrambi restano spesso coperti da un senso di distanza se non di indifferenza. Eventualmente è di uno dei due sentimenti che si è coscienti e dell’altro non vi è alcuna consapevolezza. Di tutto ciò è l’analisi che può portare a scoprire la portata.

Quali sono le conseguenze di questi fenomeni che si basano e portano ad un disimpasto pulsionale?

Secondo Freud, nella misura in cui amore e odio non sono impastati, è inevitabile una regressione.

Dove si spinge la regressione dipende da una serie di motivi che, nell’insieme, determineranno il futuro[8]. Innanzitutto, come abbiamo visto, i punti di fissazione fanno la loro parte e quindi si può retrocedere fino ad un assetto caratteristico della relazione anale o, eventualmente, a quella orale. Fattore determinante sarà la solidità dell’Io che si è strutturata nel corso degli anni.

Con A. Semi abbiamo ipotizzato che l’identificazione isterica, producendo disimpasto, è uno dei fattori che determinano la regressione. Questo spiega, a nostro giudizio, perché frequentemente nel corso di analisi di problematiche isteriche, nel momento in cui si arriva a doversi confrontare con la duplicità dei sentimenti di cui non si era consapevoli, prima di una loro integrazione si possa verificare una regressione con relativa comparsa di sintomatologia ossessiva. L’esito successivo dipenderà dalla storia dell’individuo e particolarmente dalla integrità del suo Io.

Che succede in questi casi?

Lo spiega Freud: nelle forme ossessive per effetto della regressione, si ha la trasformazione dell’amore in odio, la conseguente condanna del Super-io e il prevalere nella relazione oggettuale dell’odio.

In un articolo del 2010 ho suggerito che, in questi casi, nelle relazioni (e ciò vale anche per quella analitica) si può instaurare allora un legame di odio: un modo per mantenere, a caro prezzo, un legame oggettuale che rimane intenso (talvolta intensissimo), ma in cui la distanza è garantita dal renderlo imprevedibile ed il più delle volte insopportabile.

È un fenomeno che contribuisce in modo significativo al caratteristico ‘saliscendi’ tra le diverse modalità di relazione riconducibili alla dinamica edipica ed a quella preedipica delle manifestazioni isteriche.

Ci permette altresì di osservare come le difficoltà che portano ad istituire le difese determinino inevitabilmente uno stato d’animo di scontentezza ed eventualmente di vera e propria depressione. Questo esito è stato ampiamente descritto da molti autori tanto da poter essere considerato da alcuni l’elemento saliente e caratteristico dell’“isteria”. In base alla comprensione del fenomeno complessivo (la famosa teoria generale), credo ci possano risultare chiare le motivazioni: impoverimento per l’enorme dispendio di energia che si ripete a vuoto, oggetto mai raggiunto veramente e mai goduto, rimpianto e senso di perdita, avvilimento del senso di sé.

Il cosiddetto ‘saliscendi’ sostiene altresì un ‘andirivieni’ nella relazione con l’altro: ci si avvicina, ma poi prontamente si recupera distanza ed alla fine il legame (che resta stretto) viene giocato di nuovo in modo tale che una delle due correnti affettive (l’amore) rimane inconscia, mentre la relazione è dominata da sentimenti di insoddisfazione, recriminazione e critica.

Questo cosiddetto ‘andirivieni’ e cioè l’avvicinamento seguito da un brusco allontanamento segnala la difficoltà di mantenere una giusta, confortevole e piacevole distanza nella relazione. È una modalità non facile da affrontare l’andirivieni, ma non la peggiore: la difesa può attestarsi sull’ostilità e portare alla distruttività, seppur a partire dal medesimo conflitto (mi avvicino/mi allontano) ed allora si aprono gli scenari che ci prospetta e ci illustra Green in un importante lavoro del 1997. All’opposto, l’andare verso l’oggetto può comportare una vera e propria perdita del confine con esiti talvolta anche molto problematici.

Nelle situazioni isteriche si può presentare un’evenienza di questo tipo. Ne ha parlato Semi in un suo lavoro del 1995 ove ha messo in evidenza un risvolto specifico: la difficoltà a riconoscere il desiderio può portare ad una confusione tra i membri di una relazione tale che per entrambi alla fine risulta difficile riconoscere di chi sia un desiderio che pure fa la comparsa nella relazione. Ciascuno è portato a pensare che il desiderio avvertito sia il proprio, laddove l’identificazione si è spinta fino a far proprio, inconsciamente, il desiderio dell’altro. Difficile allora è recuperare separatezza e lucidità. Aggiungo: “Non si sa più chi vuole sedurre chi, con un gioco di avvicinarsi, di appropriarsi o rifiutare il desiderio, e nessuno sa più chi è e che parte ha nella scena”[9]. Si crea pertanto una confusione tra sé e l’altro.

Per spiegare questo fenomeno dell’andirivieni, che è una delle classiche modalità ‘isteriche’ di relazione, fenomeno fin qui solo descritto, penso utile fare ricorso, ancora una volta, a ciò che apprendiamo dallo studio del pensiero di Freud ed a come ritengo utile e possibile svilupparlo. È quanto cercherò ora di fare.

Il quinto passo

Avevo detto che, nel sintetizzare ne Il disagio della civiltà[10] (1929) i passi da lui compiuti, ne aveva enumerati tre: l’allargamento della nozione di sessualità, l’introduzione dell’ipotesi del narcisismo e, terzo, la nuova teoria delle pulsioni. Dalla lettura del suo testo però possiamo individuarne un quarto: ad un certo punto dello stesso testo – per la traduzione italiana – dice che “più promettente [gli] sembrò l’idea”[11] che una parte della pulsione di morte si dirigesse verso il mondo esterno e diventasse quindi visibile come pulsione all’aggressione e alla distruzione. In realtà, la versione tedesca autorizza una diversa traduzione: non “più promettente mi sembrò l’idea”, ma “ci fece fare un passo in più”[12]. È una differenza di rilievo perché segnala il percorso che dal 1920 al ’29 (cioè da Al di là del principio di piacere al Disagio della civiltà) ha fatto Freud nel concettualizzare la pulsione di morte: dapprima vedendola unicamente come tendenza all’azzeramento della tensione fino alla morte (di questa ‘spinta’ c’è tragica evidenza nella clinica), poi a partire dal constatare che può essere diretta all’esterno (e ciò è a favore della vita), ne considera l’eccesso che diventa propriamente distruttivo (della relazione, degli oggetti, ma alla fine anche del soggetto). Non è indifferente dal punto di vista clinico dare spazio unicamente alla prima formulazione o affiancarle la seconda.

Sono portato a individuare però un quinto passo che è frutto di una mia lettura ed elaborazione del testo freudiano che mi sembra utile particolarmente per affrontare la comprensione di fenomeni come quelli di cui stiamo parlando, ma certo non solo.

Il punto da cui sono partito è stato la rilettura del breve saggio Perché la guerra del 1932[13].

In esso, com’è noto, Freud interloquisce con Einstein che lo aveva interpellato sulla possibilità di prevedere dei modi per l’eliminazione della guerra.

La questione della distruttività, evidentemente, è centrale.

Per rispondergli, Freud ripercorre la sua teoria delle pulsioni giacché lì propone di cercare la risposta.

Facendo questa illustrazione enumera le molteplici coppie di opposti che, nel corso della sua opera, gli sono servite per descrivere ciò che a un livello massimamente astratto si configura come l’opposizione tra pulsioni di vita e pulsioni di morte. Queste le coppie: amore-odio, la coppia più facilmente rintracciabile soggettivamente al nostro interno; costruire/conservare-distruggere (cui è approdato con il quarto passo); unire-disunire e quella che ne riprende a livello più astratto il significato legare-slegare[14]. Ciascuna di queste coppie di termini descrive la stessa realtà, ma a diversi livelli di astrazione e fornendo molteplici chiavi di lettura dei fenomeni che, pur diversi, vanno pensati in modo unitario.

A questo punto del discorso, Freud introduce un’altra coppia di opposti, che fino ad allora (cioè negli scritti precedenti) non aveva mai considerato e che però ricomparirà in alcuni scritti dello stesso periodo e successivi: attrazione-repulsione. Possiamo pensare che lo abbia fatto in omaggio ad Einstein che fenomeni relativi a questa coppia di tendenze aveva messo al centro della sua teorizzazione o che possa rappresentare un’ulteriore articolazione, eventualmente ancora più astratta, delle coppie fino ad allora considerate. Personalmente sono portato a fare un’ipotesi diversa: questo sarebbe ciò che io definirei il quinto passo che, a partire dalla rielaborazione del pensiero freudiano, mi sembra utile prendere in considerazione.

Ritengo infatti che con questa coppia di opposti (attrazione-repulsione) sia stato individuato il conflitto fondamentale che tormenta l’essere umano: andare verso e/o ritrarsi. Un conflittoche si gioca all’interno dell’individuo, ma che determina il  modo personale in cui si lega e si separa, che incide nelle relazioni, che lo definisce e lo differenzia: gli esseri umani infatti sono inevitabilmente alle prese con una tendenza ad andare verso l’oggetto e quindi ad esserne attratti e una a ritrarsi, avvertendo repulsione, pericolo e quindi rifiuto; siamo tutti portati ad andare verso la realtà tutta e l’altro, fino al punto da confonderci con essa e con essi e perderci come individui; e a sottrarci, allontanandoci fino al punto di perdere la capacità e la possibilità stessa di conoscere l’altro, riconoscerlo ed interagire. Entrambi gli estremi ora descritti hanno una valenza distruttiva ed autodistruttiva.

Freud, con un concetto astratto ci riporta in questo modo alla nostra esperienza e ci permette di comprenderla. 

Non, quindi, insisto, un’ulteriore coppia per descrivere l’intreccio pulsione di vita – pulsione di morte ma l’individuazione di un conflitto che il gioco pulsionale mira a spiegare. Cioè: la teoria delle pulsioni che ha potato Freud a sviluppare la seconda topica spiega anche il perché del conflitto fondamentale. Questo, almeno, è il mio punto di vista.

Ne emerge un modo di pensare l’essere umano su cui merita riflettere: “negli esseri umani non dobbiamo considerare attiva unicamente una tendenza verso lo sviluppo che, eventualmente, possa essere ostacolata dalle vicissitudini della vita o per effetto di relazioni carenti, insoddisfacenti o pericolose, ma va riconosciuto invece un conflitto di base che nell’individuo si manifesta come contrasto tra una tendenza verso la vita ed una verso la morte e l’autodistruzione, e che nelle relazioni (con l’altro essere umano e con la realtà) si manifesta nei termini dell’andare verso e del ritrarsi fino al punto di perdere la capacità, ed anche il desiderio, di considerare l’oggetto (anche in questo caso non necessariamente per ostacoli o difficoltà poste dagli altri e dalla realtà)” ma per effetto degli investimenti e delle necessità narcisistiche che vengono a strutturarsi in lui[15]. “Attrazione-repulsione è dunque la cerniera concettuale che lega la teoria delle pulsioni che è al centro dell’orizzonte intrapsichico e l’orizzonte delle relazioni oggettuali. È la cerniera capace di connettere e intrecciare due paradigmi, quello intrapsichico e quello della relazione oggettuale o, almeno, della relazione oggettuale per quanto riguarda la parte che di essa determina il modo di funzionare del singolo individuo. Nell’individuo agiscono forze che lo portano ad andare verso l’altro e investire nella relazione come tramite per raggiungere il soddisfacimento (ciò che Freud scoprì grazie al primo passo chiarendo il ruolo della sessualità) e forze che lo spingono a mettere se stesso al centro fino al punto da perdere interesse e capacità di incontrare l’altro (ed è il secondo passo che chiarisce il ruolo del narcisismo). Perdersi nell’altro o perderlo smarrendo se stessi o smarrendo l’altro” (Campanile, 2023, 187).

Se, come abbiamo appreso, particolarmente dalla formulazione della nuova teoria dell’angoscia (formulata dopo il 1920 in Inibizione, sintomo e angoscia) in cui centrali vengono ad essere i pericoli di perdita dell’oggetto e del suo amore (direttamente o per l’intervento del Super-io) e la problematica della sicurezza (che innanzitutto si fonda nelle relazioni primarie), l’angoscia di perdita di sé (se consideriamo quello che ho definito il conflitto fondamentale) può essere determinata tanto dal pericolo di allontanarsi eccessivamente dall’oggetto o di essere allontanato da esso fino a perderlo quanto da un eccesso di vicinanza con relativo pericolo di alienarsi in esso.

Ritengo questo punto di vista utile per comprendere i fenomeni isterici; permette inoltre di integrare la concettualizzazione freudiana con molte delle elaborazioni che gli hanno fatto seguito.

Un’ulteriore oscillazione

Abbiamo visto che l’essere umano, allo scopo di perseguire il benessere che – per fattori interni ed esterni – gli è consentito raggiungere, oscilla tra progressione e regressione e tra avvicinamento e allontanamento rispetto all’oggetto.

Nel primo caso, gli sarà favorevole potersi avvantaggiare delle possibilità che gli mette a disposizione l’esser progredito nel suo sviluppo: potrà così godere delle opportunità di piacere sessuale dell’adulto e di un libero utilizzo delle facoltà dell’Io che ha sviluppato nel corso degli anni e che si basano all’origine sulle sue possibilità costituzionali. Al tempo stesso gli giova rimanere in contatto con i piaceri che si è lasciato alle spalle, ma che è bene non abbia abbandonato diventandone estraneo. L’Io, potremmo dire, deve potersi sviluppare dall’Es, ma è bene che l’Es gli resti familiare, pena rigidità ed inibizioni.

Oscilla inoltre tra il cercare soddisfacimento nella relazione oggettuale o mirando a procurarsi un piacere narcisistico. Anche in questo caso è questione di equilibrio: l’essere umano si avvantaggia del poter avere relazioni oggettuali capaci di salvaguardare una quota di nutrimento narcisistico e, all’opposto, di avere investimenti narcisistici capaci di salvaguardare le relazioni oggettuali.

È una questione di equilibrio e tale equilibrio è determinato dalla capacità/possibilità di impasto pulsionale.

C’è però ancora un’oscillazione che ci caratterizza tutti e che, per finire, va ora presa in considerazione: l’oscillazione tra il mirare al soddisfacimento cercando di realizzare l’ottenimento della meta in modo attivo oppure in modo passivo. Nel primo caso il piacere è cercato con azioni che incidono nella realtà e nella relazione col proprio partner sessuale. Nel secondo, il piacere è atteso per effetto di quanto succede nella realtà e grazie alle azioni compiute dal partner sessuale anche se poi ci si può per questo spaventare come è consueto vedere nella clinica.

Ciascuno di noi realizza una sintesi tra questi due modi di procurarsi il piacere, sintesi in genere non rigida e che prevede un movimento oscillatorio tra le due polarità. L’essere o meno ciò possibile avrà degli esiti specifici nel modo in cui ciascuno sente di essere e si percepisce uomo o di essere e si percepisce donna: una delle questioni che Freud ha individuato essere al fondo delle problematiche isteriche.

Per Freud, la polarità maschile-femminile poggia su quella attivo-passivo. Entrambe le coppie sono influenzate dall’impasto pulsionale ed entrambe quindi hanno un fondamento, per quanto ancora oscuro, nel soma. Dico oscuro perché la conformazione anatomica per come essa appare non è sufficiente a spiegare il modo in cui ciascuno riconosce o stenta a riconoscere il suo essere uomo o donna. Se così intesa la coppia attività-passività può aiutarci a comprendere vissuti legati al processo di definizione della propria identità sessuale. Considero la questione aperta e meritevole di indagine da parte nostra e degli altri studiosi.

In ogni caso tra le caratteristiche dei processi definibili nell’area isterica c’è sicuramente anche il conflitto maschile-femminile.

Dopo duemila e passa anni continueremo ad interrogarci su ciò che, per poterlo pensare, continuiamo a chiamare “isteria” e ciò significa interrogarci sull’essere umano tout court, su come si costituisce per come lo conosciamo e con le difficoltà che ciò gli comporta. Il mio contributo a questo sapere, che rimane aperto e provvisorio, si è basato sul mettere al lavoro alcuni concetti che ricaviamo o che sviluppiamo a partire dal pensiero sviluppato da Freud dopo il 1920 con la convinzione che ciò possa contribuire ad intrecciare punti di vista ed approcci apparentemente inconciliabili.   

Bibliografia

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Patrizio Campanile
Via Milazzo 8 VENEZIA
patrizio.campanile@libero.it 


[1] Questo testo è una versione parziale di quello presentato il 31-1-26 a Torino nell’ambito dell’iniziativa promossa dal Centro Torinese di Psicoanalisi “La dimensione isterica tra corpo e desiderio. Quali forme nella clinica psicoanalitica contemporanea?”.

[2] Cfr. Campanile, Semi, 1999 e Campanile, 2000.

[3] Questo spiega in base alla prima topica il metodo dell’associazione libera.

[4] I limiti di questo scritto impediscono di mostrare, spiegandone il perché, le fasi dello sviluppo preadolescenziale ed adolescenziale costituiscano un passaggio centrale nei processi di cui ci stiamo occupando. Rinvio per questo ad alcuni miei articoli: Campanile, 2000, 2003, 2012.

[5] L’uso di questo avverbio limitativo richiederebbe un’adeguata giustificazione, ma ora, per i limiti di spazio, posso solo sintetizzare.

[6] La nozione appare per la prima volta nel 1922 in Due voci d’enciclopedia (461) e si configura come un vero e proprio postulato.

[7] Freud S., 1921, p. 293.

[8] Anche in questo caso limito il discorso a ciò che serve per il ragionamento che sto sviluppando, ma è bene ricordare che l’oscillazione tra progressione e regressione è determinata anche da altri fattori, ad esempio dagli equilibri e dagli squilibri che si creano nel rapporto tra ideale dell’Io (che sostiene la progressione) e Io ideale che invece prospettando soluzioni onnipotenti può portare ad una regressione potenzialmente mortifera. Portando fuori dalla realtà, infatti, apre orizzonti in cui la prevalenza della dimensione narcisistica su quella oggettuale, oltre ad allontanare dalla realtà, provoca un disimpasto ed uno squilibrio negli investimenti (a favore di un narcisismo incapace di tener conto dell’oggetto), ed esita in un prevalere della distruttività e, alla fine, dell’autodistruzione (V. anche i lavori di Capitanio – 2025a, 2025b e 2022 – che è tornata ripetutamente su questo argomento).

[9] Campanile, 2010, 328.

[10] Freud S. (1929). Il disagio della civiltà. O.S.F., 10.

[11] Ibid., 606.

[12] “Weiter führte die Idee” (GW), Anche la traduzione francese del 1971 coglie questo significato: “l’idée … nous fit faire un pas de plus”(Freud, 1929, PUF, 74, 1971).

[13]Vedi Campanile, 2023.

[14] Quest’ultima, di straordinaria potenza euristica, ci permette di leggere in chiave pulsionale una serie di fenomeni che vanno dai processi e dalle azioni psichiche nella direzione soggettuale a quelle nella direzione anti-soggettuale e che stanno alla base dei processi di simbolizzazione e desimbolizzazione ed alle funzioni oggettualizzante e desoggettualizzante (V. Campanile, 2023, 185). Il riferimento è evidentemente al pensiero di A. Green.

[15] “Credo che sia il carattere narcisistico, ed il caso di Dora ne è una dimostrazione, la maggior difesa contro la sessualità e la possibilità di amare” (Lopez, D. (1967) Rileggendo Freud: il caso Dora. Rivista di Psicoanalisi 13:215-262, 226).

Vedi anche:

CTP – Ciclo di seminari ECM La dimensione isterica e la clinica psicoanalitica, Torino e online 27/10, 24/11, 1 e 15/12/2025

L’isteria, vista e ripensata ai giorni nostri. Patrizio Campanile Monica Castellini

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