Parole chiave: clinica età evolutiva; macromutazioni sociali; processi di simbolizzazione; processi di soggettivazione; spazio-tempo relazionale; tirannia dell’istante; urgenza del bisogno; consultazione psicoanalitica trasformativa
Rotture, trasformazioni, riparazioni (possibili e impossibili)
Laura Colombi
La psicoanalisi come scienzail cui oggetto di indagine si forma e si manifesta in realtà relazionali è più che mai chiamata oggi a “risolvere i problemi immediati dell’osservazione” e a mettere in azione la sua disposizione“…a dare una nuova sistemazione alle proprie teorie oppure a modificarle” (OSF, vol.9, p. 457). Ed è più che mai chiamata oggi al compito di mantenere la rotta, tollerando l’incertezza, in un contesto socio-culturale in cui l’accelerazione e la radicalità delle mutazioni delle dimensioni identitarie individuali e gruppali si riverberano pressantemente sulla necessità di sostare e riflettere sui fattori distruttivi o costruttivi che appartengono a queste mutazioni. Utilizzando un vertice biologico, potremmo dire che stiamo assistendo a “macromutazioni”, caratterizzate da un “saltazionismo” che comporta cambiamenti di cui è essenziale comprendere la natura evolutiva o disfunzionale.
In contesti clinici attuali sempre più caratterizzati da sofferenze identitarie che si radicano alle fondamenta dell’essere e mettono in scena forme comunicative di natura primitiva, l’esperienza analitica nel campo infantile sembra assumere (ri-assumere?) quel valore irrinunciabile che a volte sembrava offuscarsi. È a partire da questa esperienza – così importante anche nel mio assetto di lavoro con pazienti non ‘nevrotici’ – che propongo qualche spunto di riflessione centrando l’attenzione sulla correlazione tra alcune caratteristiche dell’attuale funzionamento sociale e le ricadute sulla clinica dell’età evolutiva. Ricadute che chiamano sempre più in causa l’affinamento della capacità di valutazione diagnostica ai fini dell’estensione dei dispositivi di cura e della “elasticizzazione” dei nostri attrezzi di lavoro.
I punti su cui mi soffermerò sono: nuove realtà e tempo, consultazione e uso dei modelli.
Ai confini di nuove realtà
“Non sappiamo che cosa ci stia accadendo ed è precisamente questo che ci sta accadendo”.
José Ortega Y Gasset.

Anche Paolo[1] (8 anni), portato da me in consultazione per uno stato ingravescente di fobie legate al corpo, rituali ossessivi, insonnia e rifiuto della scuola, sembra comunicarmi qualcosa del genere con questo disegno che fa al nostro primo incontro. Un “grave sisma” nell’equilibrio individuo-ambiente, che sembra aver coinvolto e coinvolgere “profondamente” il senso di continuità dell’esistenza del sé nel corpo, impedendogli di “vivere” e spingendolo a rintanarsi in un guscio difensivo che blocca il suo sviluppo affettivo.
Ci muoviamo in uno scenario sociale che per l’irruenza dei cambiamenti che lo caratterizza è stato definito “una nuova era antropologica” in cui la “trinità scientifico-tecnico-economica” (Morin, 2022) sembra aver condotto ad un “eccesso di potenza che ha creato un eccesso d’impotenza”, nel gruppo e nell’individuo. Una nuova era in cui siamo costretti a navigare in un’incertezza a tutto campo che non può che generare “caos” (Winnicott,1989) per le continue scosse telluriche che “disintegrano” la dialettica fondante tra identità soggettiva e identità sociale. “Gravi sismi”, come ci dice Paolo, che interrompono penosamente la “continuità dell’essere” conducendo a scissioni e dissociazioni necessitate, che ritroviamo sempre più spesso nella ‘qualità’ della sofferenza odierna e in quella dell’età evolutiva in particolare. Una dimensione di sofferenza che per le sue origini precoci mina i processi di simbolizzazione e soggettivazione. Un fallimento della continuità di quella dinamica virtuosa dello sviluppo affettivo che Winnicott, con la sua consueta pregnanza comunicativa, descrive così: “ciascuna forma di caos contribuisce al caos che caratterizza gli stadi successivi e l’uscita dal caos in uno stato precoce contribuisce positivamente all’uscita dal caos negli stati posteriori (op. cit. p.156).”
In un sogno di un altro piccolo paziente:
“Sono in cima a una collina, con una piccola tendina da campo che mi protegge in qualche modo… guardo verso l’orizzonte e vedo una serie di mostri che vengono verso di me… penso che la tendina non potrà proteggermi… vedo su un’altra collina, distanti, un uomo e una donna che urlano terrorizzati e su un’altra collina una donna, sembra una scienziata… urla anche lei… non so dove rifugiarmi, non so a chi chiedere aiuto”.
Federico – giunto da me a 9 anni in seguito ad una sollecitazione ai genitori da parte delle insegnanti allarmate per un ritiro, non percepito in famiglia, associato alla comparsa di disturbi di concentrazione, comportamenti “senza senso” e una grave dermatosi presente dalla prima infanzia – sembra porsi e pormi angosciose domande sul suo futuro destino in questo sogno alle prime battute della sua analisi. Un sogno che possiamo leggere come segnale opposto a quel fiducioso aprirsi con “curiosità” (Bion,1958) all’esperienza della vita che costituisce base dello sviluppo mentale. Un sogno che attraverso i personaggi in scena – “Federico” (il protagonista), la “tendina” (il Sé in fieri), “i mostri” (un “terrore senza nome” che invade il campo), un “uomo e una donna” (la coppia genitoriale), la “scienziata” (l’analista) – invito a leggere come un affresco onirico che rappresenta gli effetti angoscianti di un “ignoto” che entra in camposotto forma di mostri terrorizzanti che invadono lo spazio psichico, mettendo in crisi i legami intra e interpsichici e l’attività del pensiero che lavora per donare senso alla complessità.
Ne sono coinvolti tutti: bambino, famiglia, scienziata! Una co-dipendenza tra dimensione individuale e gruppale oggi più che mai al centro dell’attenzione in una psicoanalisi orientata in senso relazionale che, anche per gli oggettivi cambiamenti sociali, ha esteso i propri campi d’applicazione con tutte le questioni di metodo e tecnica che vi si associano. Un confronto sempre più ravvicinato con sofferenze di carattere primitivo (a volte mimetizzate tra le pieghe di funzionamenti più ‘maturi’) e con un’estensione di campi clinici e di settings che mettono particolarmente in tensione l’uso plausibile dei diversi strumenti di cura pur derivati da diversi modelli.
Nelle prime battute del quinto capitolo di Gioco e Realtà, La creatività e le sue origini, Winnicott scrive: ”In qualche modo la nostra teoria comprende la convinzione che vivere creativamente sia una situazione di sanità e che la compiacenza sia una base patologica per la vita. Vi è poco dubbio che l’atteggiamento generale della nostra società e l’atmosfera filosofica dell’età in cui ci troviamo a vivere, contribuiscano a questa opinione… (corsivo mio)”. A cinquant’anni di distanza da queste parole non possiamo non constatare che l’acuirsi della crisi dei “garanti metasociali” e di quelli “metapsichici” ad essi correlati, abbia favorito l’espandersi di funzionamenti mentali oscillanti tra compiacenze e vissuti di frammentazione, funzionamenti che possono anche costituirsi in configurazioni psicopatologiche. Un quadro che ha reso più che mai chiaro che “la concezione endogena della psiche non può più disconoscere le condizioni al tempo stesso culturali ed intersoggettive – e in parte extratopiche – della vita psichica” (Kaës, 2022).
Il tempo nelle nuove realtà: ricadute
Siamo di fronte a un’attualità in cui la “cultura dell’immediatezza” (Staehle, 2019) e di un “presentismo” (Hartog, 2022) imperante che spezza le coordinate cronologiche del pensiero e delle basi identitarie, caratterizzano la specificità delle dinamiche psico-sociali, spingendo drammaticamente verso la compressione dello spazio-tempo relazionale necessario ai processi intrinseci allo sviluppo e al lavoro psichico.
Un vulnus profondoalle fondamenta della soggettività e del suo divenire, poiché lo spazio-tempo che si crea tra presenza e assenza è la culla delle funzioni simboliche e quindi delle possibilità rappresentative. Nel gioco del rocchetto Freud ha intuito quanto il bambino cerchi di mantenere viva la rappresentazione della madre e del Sé, mostrando così come il tempo della separazione che provoca angoscia sia anche il tempo che può favorire lo sviluppo psichico. Klein ha individuato nello spazio-tempo che connota il passaggio dalla posizione schizoparanoide a quella depressiva la matrice dei processi d’integrazione dell’Io e dell’oscillazione possibile tra queste due posizioni. Bion ci ha insegnato quanto dalla capacità di tollerare la frustrazione del ‘vuoto’ dipenda lo sviluppo della mente. Winnicott ha mostrato come lo spazio-tempo che si crea tra presenza e assenza sia il luogo dell’insediamento di quelle esperienze illusionali che, se l’ambiente è “sufficientemente buono”, diventeranno la matrice del vero Sé e della fantasia creativa nelle sue molteplici forme.
Se Dalì nel quadro La persistenza della memoria, anche sotto l’influenza del pensiero di Freud, rifletteva sulla relatività del tempo e sul suo carattere soggettivo, sembra che oggi si sia giunti ad una ‘nuova’ percezione del tempo: una polverizzazione della percezione del tempo. Quel tempo “puntillistico” che Bauman descrive come un tempo frammentato in “schegge di tempo senza consequenzialità” che attacca i processi identitari condannando ad una “tirannia dell’istante” (Bauman, 2009), con tutte le conseguenze su quel lavoro psichico che consente il graduale insediamento della mente nel corpo, dell’alterità dell’oggetto, dell’oggettività del reale: “soltanto fondandosi sulla monotonia può una madre arricchire il mondo del bambino” scrive incisivamente Winnicott nel 1945. Una “tirannia dell’istante” che annulla il significato del “tempo della rêverie” e di quel “tempo del riverbero” (Birksted Breen, 2009) che fonda il senso del tempo nei primi scambi con la madre.
Una “cultura dell’immediatezza”, un “presentismo”, che nell’area della clinica dell’età evolutiva (ma non solo) si traduce spesso in domande di aiuto contraddistinte dal carattere di urgenza del bisogno. Una pressione che sottende aspettative di ‘soluzioni’ che ripristinino in breve tempo il malessere sintomatico (a volte troppo a lungo negato) del bambino o dell’adolescente che, con la sua specifica sofferenza, può essere invece portavoce di crisi profonde e complesse anche dell’intero sistema relazionale familiare. Un’urgenzache riecheggia modalità primitive di funzionamento e riflette l’attuale assetto sociale, culturale e mentale caratterizzato in larga parte da una logica competitiva che ha portato all’accelerazione dei ritmi di vita e creato quella che Helmut Rosa (2015) ha definito “carestia di tempo”.
Un processo che nell’ambito del funzionamento interno alla famiglia, si riflette in un’inevitabile e rischiosa compressione dei tempi dedicati alla relazione comunicativa e al suo significato emotivo portante. Una compressione del tempo che, mutilando l’ “apparato per pensare”, acuisce il rischio di un ‘agire’ che porta con sé eccessi di intrusioni o assenze. Eccessi d’intrusioni fisiche e psicologiche che inibiscono o distorcono il processo di soggettivazione in divenire; eccessi di assenza, non solo fisica, che diventa poi incapacità di strutturare la mente infantile con il giusto dosaggio tra concessioni e limiti contenitivi. Il rischio insomma che l’ “ambiente” perda la sua qualità relazionale assumendone una monadica, in cui il soggetto diventa oggetto di sé stesso senza bisogno di andare oltre sé stesso. Un’ ”espulsione dell’altro” (Han, 2024) come tendenza strisciante che alimenta tendenze patogene che dilagano nel corpo sociale e distorcono lo sviluppo soggettivo e quello del senso di realtà. In termini winnicottiani: la cancellazione dell’ “uso dell’oggetto” e la permanenza atemporale di una dimensione “soggettiva” di onnipotenza, che lascia strascichi nei processi di sviluppo.
Una “società dell’accelerazione” che spinge all’uso (anche precocissimo) del virtuale, usato non come dimensione affiancata a quella in relazione con un oggetto-concreto che resiste all’attività allucinatoria, ma come sostituto spesso totalizzante dell’ambiente, reale, mentale, emotivo e relazionale. Un’ iperesposizione del bambino al “reale senza l’umano” (Guignard, 2022) che consolida nel tempo il terreno per la nascita di funzionamenti mentali odi vere e proprie organizzazioni psicopatologiche dominate da oggetti interni autarchici, sostitutivi di oggetti familiari sentiti come inaffidabili, assenti, impotenti. Oggetti–feticci deaffettivizzati che possono andare a interferire molto presto con la funzione evolutiva dell’attenzione, gettando le basi per deficit della capacità di simbolizzazione (Salomonsson, 2006) e potenziando la spinta verso distorsioni precoci della fantasia immaginativa che si radica nella relazionalità e ha origine nella dinamica strutturante tra ciò che è “percepito oggettivamente e ciò che è concepito soggettivamente” (Winnicott, 1971).
Un trauma inferto all’esperienza illusionale-transizionale e alle condizioni necessarie per costruire la “capacità di essere solo” (Winnicott, 1957), che conduce al collasso della dimensione creativa della fantasia, in direzione di un suo uso anti-relazionale e solipsistico. Un uso solipsistico della fantasia (non sempre semplice da cogliere!) fuori e dentro la seduta, che si pone come un pericoloso fattore di rischio evolutivo in senso psicopatologico (Colombi, 2010, 2017, 2019, 2022, 2024), che compromette più o meno gravemente lo sviluppo delle funzioni della mente necessarie all’integrazione della vita psichica, predisponendo il terreno per “rotture evolutive” (Nicolò, 2021) non fisiologiche che rendono tanto più importante in questa fase dello sviluppo un accurato momento diagnostico e prognostico.
Maurizio
Maurizio mi era stato inviato in analisi a 20 anni in seguito ad un ingravescente stato panico. Un percorso di crescita problematico, segnato da un’angosciabilità diffusa, fobie e consistenti angosce notturne, che avevano reso necessario, a 9 anni, un intervento terapeutico. Un ambiente famigliare che il paziente aveva molto idealizzato. Verrò gradualmente a comprendere in analisi come questa realtà dorata e iperprotettiva coincidesse con l’assenza di un’intuizione emotiva del suo mondo infantile, massicciamente intruso da vissuti simbiotici materni e da richieste narcisistiche prestazionali paterne.
L’assenza della capacità genitoriale di cogliere il ritiro nel quale Maurizio si era incapsulato e di preservarlo da esso, si inscena in un sogno d’angoscia infantile ricorrente: Maurizio, costretto dentro una palla di piombo dalla quale fuoriesce a malapena la testa, rotola spinto da figure sfocate.
Durante l’adolescenza il paziente aveva continuato ad alimentarsi di fantasticherie, grandiose ed eccitate, in cui poteva creare a suo piacimento realtà in cui era speciale: i suoi “sogni telepilotati”. La fine degli studi liceali e l’inizio della prima relazione con una ragazza, che lo aveva anche confrontato con episodi di impotenza sessuale, lo mettono traumaticamente a contatto con la realtà e mettono in crisi questo sistema difensivo, innescando lo stato panico, cui sottostava il vuoto di una reale struttura identitaria.
Nel corso dell’analisi diventava evidente – declinandosi anche nella relazione analitica – come la “palla di piombo” dentro cui il paziente ‘viveva’ fin da piccolo, avesse impedito un normale scambio con la realtà e inibito la normale curiosità infantile, promotrice dello sviluppo dei processi maturativi di base. L’attività fantastica, sostituendosi alla relazione reale con il mondo, lo aveva deprivato degli strumenti per un’autentica comprensione di Sé e degli altri, come appare anche in un breve sogno – privo di associazioni – in cui Maurizio si vede in mutande, come un bambino piccolo, ma con le sembianze adulte.
Nel corso dei primi tre anni d’analisi il materiale delle sedute aveva messo in luce profonde angosce depressive e identitarie su cui stavamo lavorando con partecipazione e impegno. Data la gravità del caso, l’andamento dell’analisi sembrava soddisfacente. Avevamo anche analizzato più̀ volte come lui, di fronte a difficoltà o frustrazioni con cui si doveva confrontare, ‘fuggisse’ in un mondo di fantasticherie grandiose ed eccitate, i suoi “sogni telepilotati”, che sembravano garantirgli la possibilità di evitare ogni esperienza emotiva che diveniva per lui catastroficamente angosciante. L’interpretazione di questi “sogni” nel loro versante difensivo e compensatorio sembrava aiutarlo e, anche se controtransferalmente sentivo una certa resistenza ad entrarvi più̀ nel merito (meno “superficialmente” per dirla alla Meltzer), mi sembrava che i miglioramenti cui assistevamo – sia del suo percorso di vita, che sintomatici – ci confermassero che eravamo sulla strada giusta.
All’inizio del terzo anno Maurizio viene lasciato dalla ragazza e, seppur sostenuto empaticamente nell’attraversare questa esperienza, anche avvicinandolo con tatto alla pericolosità della sua tendenza all’evasione massiccia dall’esperienza di dolore, egli ‘risolve’ questa crisi tuffandosi nei suoi “sogni telepilotati” di natura onnipotente e accettando (in modo poco consapevole e grandioso) un lavoro offertogli da un conoscente “potente” del padre (lavoro che si dimostrò velocemente del tutto inadeguato e ulteriormente patogeno per lui).
Durante l’estate del terzo anno d’analisi si presenta un grave breakdown (preannunciato da un sogno senza associazioni alle soglie delle vacanze : “Un enorme palazzo scintillante crolla. Osservo le macerie e sono stupito”) con ideazioni deliranti in cui Maurizio, drammaticamente e catastroficamente convinto di essere omosessuale, si vedeva costantemente avvicinato da uomini che avrebbero voluto avere rapporti con lui, o da uomini prestazionali e di successo che lo deridevano dispregiativamente per la sua presunta omosessualità. Dispercezioni corporee e allucinazioni percettive e uditive accompagnavano il quadro.
Non mi posso soffermare su questa fase di marasma – che richiese anche interventi farmacologici – e sulle dinamiche familiari che lo avevano preceduto (e in parte favorito), ma voglio sottolineare in estrema sintesi che da questo momento iniziò un difficilissimo periodo di lavoro analitico (anche messo in discussione dalla famiglia) in cui da un lato ero chiamata a contenere, bonificare e trasformare le identificazioni proiettive disperate di Maurizio e a valorizzare aspetti ‘buoni’ del suo sé nucleare, dall’altro ad aiutarlo a vedere lentamente – ma costantemente – come la parte psicotica lo confondesse continuamente, inducendolo a credere alla ‘realtà’ dei suoi vissuti soggettivi sentiti come vere e proprie catastrofi. La veemenza con cui Maurizio mi diceva che era “veramente omosessuale” (elemento in cui si condensavano confusioni di sensazioni corporee precoci e introiezioni di svalutazioni paterne di carattere narcisistico) corrispondeva al suo disperato tentativo di placare il Super-Io psicotico che lo tormentava. Per molte volte avevo la sensazione di essere riuscita a risvegliare un certo insight in lui – una minima attivazione della parte sana – ma la forza del delirio faceva sì che la seduta successiva lui tornasse ‘quello di prima’.
Solo dopo un lungo ed estenuante lavoro di contenimento della parte psicotica che lo dominava – anche per una sua componente di disponibilità passiva – riuscimmo ad analizzare più̀ profondamente come anche la natura coatta e praticamente continua dei suoi ritiri nei “sogni telepilotati” avesse contribuito a distorcere il contatto con la realtà, minando la capacità di usare il pensiero. Emerse allora quanto Maurizio, fin da molto piccolo, si rifugiasse in un mondo di fantasie sensuali-corporee di carattere masturbatorio che avevano assunto molto precocemente un potere distorcente nel suo sviluppo. Dimensioni cariche di piacere che “scambiava” per il normale piacere legato all’intimità e alla sessualità. Il carattere segreto/dissociato – e quindi emerso solo parzialmente nella prima fase dell’analisi – di questi ritiri derivava da questo scambio confusivo, ma anche dalla difficoltà, poi, di rinunciare a ‘quegli’ stati che lui stesso poteva “telepilotare” a suo piacimento. Il paziente fin da bambino si era auto-intrappolato in questa dimensione, che via via aveva distorto il suo mondo percettivo e mentale: un mondo che si era trasformato da scenario eccitato e piacevole in scenario delirante e drammaticamente angoscioso.
L’analisi con Maurizio durò poi ancora a lungo con buoni esiti, anche legati al forte desiderio riparativo-costruttivo che animava entrambi e che ‘ha avuto la meglio’ sulla forza delle componenti distruttive della crisi.
Il tempo della Consultazione: uno ‘spazio’ irrinunciabile (oggi più che mai)
Concludo con qualche parola sulla consultazione psicoanalitica, tema non certo nuovo ma che penso vada ripreso nell’attualità perché mi sembra che l’esigenza di prendere distanza dalla diagnosi psichiatrica di natura nosografica, abbia finito con il far uscire dalla scena l’importanza del momento della consultazione e del senso della diagnosi psicoanalitica, con la sua natura ipotetica, dinamica e mobile su cui invece penso sia importante sostare per il potenziale trasformativo e terapeutico che le appartiene, tanto più nel lavoro odierno con bambini e adolescenti. Un potenziale trasformativo e già terapeutico che assume oggi una rilevanza ancora maggiore per i due caratteri che contraddistinguono la richiesta di aiuto: la complessità e l’urgenza. Complessità e urgenza che caratterizzano il contesto sociale e clinico e prendono forma nello spazio della consultazione sotto forma di forti pressioni di richieste che portano in scena intricate amalgame di funzionamenti (strutture, difese) che appartengono a differenti livelli (“posizioni”) dell’essere (individuale e sociale) e che, nell’età evolutiva, si intrecciano ancor più strettamente agli invischiamenti derivati dalla dipendenza.
Complessità e urgenza della richiesta che mettono da subito in campo forti correnti che possono essere confusive, portando l’analista a far ‘saltare’ il suo setting mentale in cui dovrebbero essersi depositati gli strumenti psicoanalitici fatti propri dalla digestione dei contributi che i diversi modelli ci hanno lasciato per intervenire su diversi tipi di sofferenza.
L’appiattimento della differenza tra generazioni, la crescita di strategie di adattamento più che di trasmissione di valori e la riluttanza ad affrontare i conflitti, espone di più nell’attualità i figli a trasmissioni intergenerazionali non elaborate e confusive. “Lo psicoanalista di oggi dovrebbe sapere di adulti, di bambini, di coppie e perfino di gruppi” scrive giustamente Badoni (2023, p.55), sintetizzando la complessità che sempre più spesso si affaccia all’orizzonte della consultazione e della terapia psicoanalitica in età evolutiva. Così, in un clima contemporaneo sempre più gravido di sofferenze “psicosociali” (Di Chiara,1999), si rende ancora più necessaria un’attenta fase di valutazione diagnostica. Una valutazionecapace di non colludere controtransferalmente con la pressione della domanda o, di contro, di agire difensivamente con un ascolto saturato da assunti di base teorici sovrapposti alla specificità della sofferenza di quel bambino, di quell’adolescente, di quei genitori, di quella storia individuale e gruppale.
Una fase di consultazione diagnostica che accolga, cioè, l’incandescenza del bisogno e delle emozioni, ma metta in campo – in senso da subito terapeutico – la necessità di dar forma a quell’elemento imprescindibile dell’ascolto psicoanalitico che è rappresentato da un tempo e da uno spazio dove ‘l’incontro’ possa avvenire; un tempo e uno spaziofunzionali alla decantazione e trasformazione delle angosce, delle identificazioni proiettive e all’incubazione del pensiero. Un tempo/spazio qualitativo dell’incontro (anche “riparativo” di un’assenza nel sociale)da cui possano emergere anche ipotesi congetturali sulle ragioni della sofferenza del paziente. Ipotesi sugli aspetti traumatici, ma anche e soprattutto sulle potenzialità e risorse di sviluppo presenti nel paziente e nell’ambiente. Un primo movimento mentale cui possa corrispondere, attraverso il poter ‘far uso’ in modo trasformativo della mente dell’analista, la possibilità di aprirsi a nuove prospettive di comprensione e pensabilità, fonte di un’iniziale e necessaria fiducia e alleanza che alimentino il progetto di cura.
BIBLIOGRAFIA
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[1] Il materiale clinico riportato in questo articolo è stato opportunamente modificato per tutelare l’anonimato dei pazienti, nel rispetto della normativa vigente in materia di protezione dei dati personali , D.Lgs. 196/2003 e s.m.i. e Regolamento UE 2016/679 GDPR.