La Cura

Sulla sublimazione. R. Valdrè

15/11/21
Sulla sublimazione. R. Valdrè

P. MONDRIAN

Abstract: I “destini” del concetto di sublimazione dalla teorizzazione freudiana ad oggi.

Sulla sublimazione

Rossella Valdrè

Sebbene Freud non abbia mai dedicato alla sublimazione un saggio specifico (poiché quello che avrebbe dovuto essere compreso tra i saggi della Metapsicologia si ritiene sia andato perduto), il concetto è però presente in tutta la sua opera ed è considerato, tra i destini della pulsione, “il più compiuto” (Freud, 1915). Il termine, anche se originariamente metapsicologico in quanto si riferisce ad uno specifico destino della pulsione, è entrato nell’uso comune e, anche all’interno di modelli differenti dalla metapsicologia freudiana, ha continuato ad operare sotto mentite spoglie sia nella clinica che nella vita degli individui e della collettività. In quanto destino pulsionale, la sublimazione ha lo scopo di sostituire la meta da una sessuale ad una non più sessuale ma in grado di dare ugualmente piacere. Dalla sublimazione dipendono il lavoro, l’arte, la creatività, tutto lo sviluppo umano nel suo insieme.

Il termine deriva dalla chimica e significa la trasformazione che le sostanze subiscono quando passano da uno stato all’altro, ad esempio un solido in un gas: la loro natura iniziale è quindi modificata, ma l’essenza no. Freud accoglie il termine e lo utilizza per descrivere una trasformazione dell’energia sessuale che muta il suo stato (ad esempio un atto d’amore sessuale in uno creativo artistico), ma non ne cambia la natura. Per comprendere la portata del concetto di sublimazione bisogna riconoscere la straordinaria rivoluzione freudiana sulla teoria della sessualità, ampliata al punto da abbracciare tutte le attività umane, anche le più apparentemente distanti dal sessuale in senso stretto.

Procedendo in ordine storico nel pensiero freudiano, il termine appare per la prima volta nella Minuta Teorica L della Lettera a Fliess come sublimiert, ma ha il significato di “tendenza ad affinare i ricordi, sublimarli” (1887); ricompare ne i Tre saggi sulla teoria sessuale come breve inciso sulla perversione e “disposizione sessuale indifferenziata del bambino” che, se sublimata “è destinata a fornire le energie per gran parte dei nostri contributi alla civiltà” (1905). Qui, l’origine della sublimazione è collocata nel periodo di latenza, dove le pulsioni sessuali sono inutilizzabili, ma essa è ancora intesa come una formazione reattiva, come una sorta di rivolgimento nel contrario. Pochi anni dopo,la sublimazione trova la sua concettualizzazione definitiva:

“(..) Chiamiamo facoltà di sublimazione questa proprietà di scambiare la meta originaria sessuale con un’altra, non più sessuale ma psichicamente affine alla prima”. (1908)

E’ centrale nella teorizzazione e per comprenderne il meccanismo, infatti, il concetto di meta che verrà ripreso in Pulsioni e loro destini (1915): bisogna distinguere tra pulsioni dirette e pulsioni inibite alla meta, come è appunto la sublimazione. La pulsione sessuale (poiché solo le pulsioni sessuali sono suscettibili di venire sublimate, e non quelle di morte che verranno aggiunte al dualismo pulsionale dopo il 1920) rinuncia al soddisfacimento diretto, rinuncia ad esempio all’oggetto sessuale, per un’altra meta di tipo incorporea, astratta, ad esempio una meta culturale. A tali mete culturali Freud darà sempre il massimo rilievo, sia nello sviluppo individuale, ponendole come fine di un trattamento analitico riuscito, sia nella costruzione della Civiltà. Tra tutti i processi inibiti alla meta, la sublimazione ne è certamente la regina.

Il “grande testo sulla sublimazione” (Green,1993), si può ritenere in Freud Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci (1910). Qui Freud si interroga sul genio di Leonardo e ne esplora la biografia: il grande Leonardo, è la ricostruzione affascinante di Freud, a differenza della maggior parte degli uomini che amano e odiano con passione, aveva trasferito tutta la sua pulsionalità nell’amore per la conoscenza. Ma quale il meccanismo psichico alla base di tale immensa sublimazione? Freud distingue tre tipi di possibilità, ma solo in una, rara come in Leonardo, la sublimazione è completa, ossia “quando la libido si sottrae al destino della rimozione nella misura in cui fin dall’inizio si sublima in brama di sapere”; (…) se invece il periodo di esplorazione infantile si chiude sotto la spinta di un’energica rimozione, un destino possibile è l’inibizione ad agire (….)”. In un altro tipo di destino “la pulsione sessuale riesce a sfuggire alla rimozione e vi fa in seguito ritorno come rimuginare ossessivo, certamente deformata e non libera, ma abbastanza forte da sessualizzare il pensiero stesso” (1910). Il passaggio è di estrema importanza, ed ha anche delle ricadute tecniche, poiché prevede che una rimozione che si sia instaurata precocemente esclude la sublimazione ma, “una volta eliminata la rimozione, la via alla sublimazione è di nuovo libera” (1909a).

Ricapitolando, a seconda della forza della rimozione delle pulsioni sessuali infantili, avremo quindi tre possibili destini: assenza di rimozione e libera via alla sublimazione; parziale rimozione ed inibizione del soggetto; pulsioni che riescono a sottrarsi alla rimozione ma poi vi fanno ritorno, e a sessualizzarsi sarà il pensiero nel tipico rimuginare (inconsciamente piacevole) del paziente ossessivo. Freud lascia intendere che il meccanismo, grazie al lavoro analitico, possa essere recuperato alla rimozione e il soggetto possa ritrovare parte della sua potenzialità sublimatoria, slegandosi così da legami oggettuali impossibili o insoddisfacenti e raggiungendo le altre mete desiderate; ma va detto però che sulle possibilità sublimatorie della maggior parte dei pazienti, e degli esseri umani in generale, Freud non fu mai troppo ottimista. Come scrive nel bel carteggio con il pastore Pfister del 1909, il successo duraturo di una psicoanalisi dipende in parte dal dominio della pulsione ribelle, ma tale dominio, aggiunge, è molto difficile “per la quasi totalità dei pazienti, la nostra cura sfocia quasi sempre nella ricerca del soddisfacimento” (1909b). In un altro passaggio, nei Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico (1912), scrive che “non tutti i nevrotici hanno grande talento per la sublimazione; per molti di essi si può supporre che non si sarebbero ammalati affatto se avessero posseduto l’arte di sublimare le loro pulsioni. Se li spingiamo troppo verso la sublimazione e tronchiamo i loro soddisfacimenti pulsionali più immediati, rendiamo la loro vita ancora più difficile”. Sono esperienze che proviamo tutti i giorni nel lavoro analitico: la pulsione cerca soddisfacimento, se fosse riuscita a sublimare non si sarebbe ammalata, e il narcisismo dell’analista (che al tempo Freud non chiamava ancora così) non deve spingerlo a non rispettare i limiti di ciascun paziente. La sublimazione, che tanto bene fa agli esseri umani e alla Civiltà, non è per tutti.

Autori francesi contemporanei, prendendo spunto da questa ‘prudenza’ di Freud, si sono chiesti se un eccesso di sublimazione non contenga quindi in sé un potenziale pericolo. Come è possibile che la sublimazione, così importante per la vita dell’individuo e della società, possa contenere un pericolo? Sul piano metapsicologico, con la seconda teoria delle pulsioni e l’introduzione della pulsione di morte le cose, infatti, si complicano, perché ci si chiede se la sublimazione, che comporta sempre una desessualizzazione, resti o meno nel terreno di Eros o se, paradossalmente, “Eros sarebbe rivolto contro se stesso” (Scarfone, 1988). Tale paradosso è riconosciuto anche da Green, quando scrive che “da una parte la sublimazione appare come un destino della pulsione sessuale, una forma epurata che ha il proprio posto tra altri destini possibili ma che resta nel patrimonio di Eros; dall’altra essa ne è la controparte avversa, lungi dal servire i suoi scopi si schiera con le forze antagoniste. Il paradosso non è facilmente superabile…” (1993). Insomma, una pericolosa “aquila a due teste” (David,1998)? Riporto questo intrigante quesito metapsicologico per completezza, ma considero la sublimazione un’espressione di vita, patrimonio di Eros e di uno dei destini migliori di cui l’essere umano dispone (Valdrè, 2015), non contemplando nel campo delle sublimazioni certe forme ascetiche di attacco mortifero al corpo, effettivamente da leggersi come espressioni di un al di là del piacere.

Concludendo il percorso di Freud, egli non modificherà più la teorizzazione sulla sublimazione, a cui darà sempre assoluta centralità per la sopravvivenza stessa della Civiltà rispetto agli attacchi di Thanatos (Freud, 1930).

Nel dopo Freud, con la Klein e la scuola delle relazioni oggettuali, si assiste invece ad un certo disinteresse verso la teoria pulsionale e, riguardo la sublimazione, ad uno spostamento d’accento “verso il più comprensibile concetto di riparazione” (Conrotto, 2004). Si tratta di un cambio di paradigma, anche se clinicamente alcuni aspetti possono apparire simili, perché mentre la sublimazione ha a che fare con la meta, la riparazione ha a che fare con l’oggetto. La Klein sembra in effetti avvicinare e sovrapporre i due termini nello stesso concetto, da lei introdotto, di riparazione: “i tentativi di salvare l’oggetto d’amore, di ripararlo e restaurarlo, sono fattori determinanti per tutte le sublimazioni e per l’intero sviluppo dell’Io” (1950), in quanto la riparazione è per lei intimamente legata alla formazione del simbolo, e quindi alla base anche dell’esperienza artistica, venendo di fatto a coincidere con la sublimazione freudiana. Ad eccezione degli autori francesi, che si mantengono saldamente legati alla metapsicologia, con la scuola delle relazioni oggettuali ed in seguito Winnicott, avviene uno slittamento dall’area del pulsionale a quella del rapporto con l’oggetto, e la sublimazione, sebbene il termine sia ormai entrato nell’uso anche comune, per questi autori viene di fatto a coincidere con l’esperienza estetica, il simbolo e la creatività.  Possiamo notare come viene arricchito il concetto di sublimazione attraverso il legame sublimazione-simbolizzazione, base sia dell’esperienza estetica, che artistica, che della capacità rappresentazionale del soggetto umano, fondamentale per appartenere ad un contesto simbolico; pazienti troppo traumatizzati, troppo destrutturati, alcuni psicotici o borderline hanno perduto o non hanno mai posseduto tale capacità rappresentazionale, di gioco, e perciò sublimatoria.

Un autore a sé che si è occupato di sublimazione è Loweald (1988), per il quale la sublimazione dell’artista consiste nel ritrovare quell’unità originaria che all’inizio era presente, e poi è andata perduta, una sorta di riconciliazione con un Uno originario prima di averne dovuto fare il lutto. In qualche modo non dissimile è l’idea di Lacan (1959) che affronta indirettamente la sublimazione indagando l’opera d’arte; perché ci sia arte occorre mancanza, l’artista è colui che sublima la mancanza dell’oggetto, l’arte è qualcosa che ruota intorno al vuoto della Cosa (Das Ding).

Possiamo dire, in conclusione, che la sublimazione è possibile solo nella perdita, è per definizione atto di rinuncia, richiede la capacità di fare il lutto dell’oggetto e, pertanto, pervenire alla sua simbolizzazione, ad investirne la rappresentazione (Janin, 1998).

Possiamo aggiungere che oggi, nella clinica contemporanea, il concetto sembra ritrovarsi con minore evidenza (Valdrè, ib.). A nostro parere, ciò non sembra relativo ad un effettivo minore ricorso clinico, ma ad una (pericolosa) effettiva tendenza delle società contemporanee, di tendere al godimento immediato degli oggetti, al loro consumo, bypassando la già difficile strada, come Freud aveva pessimisticamente previsto, al lavoro della sublimazione. Lo stesso setting psicoanalitico, per il suo carattere astinenziale, si caratterizza come un’esperienza in gran parte sublimatoria.
Anche a livello collettivo, la sublimazione è incerta e sempre minacciata per il rancore che l’umanità prova di fronte ad ogni rinuncia pulsionale (Freud, 1932).

Bibliografia

Conrotto F. (2004): La sublimazione nella cura e nella teoria, in ‘Rivista di Psicoanalisi’, 4, pp. 1027-1048

Freud S. (1897): Lettere a Wilheim Fliess, Bollati Boringhieri, Torino, 1986

Freud S. (1905): Tre saggi sulla teoria sessuale, OSF, vol 4

Freud S. (1908): La morale sessuale ‘civile’ e il nervosismo moderno, OSF, vol. 5

Freud S. (1909a): Cinque conferenze sulla psicoanalisi, OSF, vol. 6

Freud S. (1909b): Lettere tra Freud e il Pastore Pfister 1909-1939, Bollati Boringhieri, Torino, 1990

Freud S. (1910): Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci, OSF, vol. 6

Freud S. (1915): Pulsioni e loro destini, OSF, vol. 8

Freud S. (1930): Il disagio della civiltà, OSF, vol. 10

Freud S. (1932): Nuove lezioni introduttive alla psicoanalisi, OSF, vol 11

Green A. (1993): Il lavoro del negativo, Borla, Roma, 1996

Janin C. (1998): Les sublimations et leur destins, in ‘Revue Francais de Psychanalyse’, 62, pp. 1063-1086

Klein M. (1950): Scritti 1921-1958, Bollati Boringhieri, Torino, 2006

Lacan J. (1959): L’etica della psicoanalisi. Il Seminario. Libro VII., Einaudi, Torino, 1984

David C. (1998): Un aigle à deux têtes: sublimer mais à quelle fin?, in: Revue Francaise de Psychalyse , 4, LXII

Loweald H. R. (1988): La sublimazione, Bollati Boringhieri, Torino, 1992

Scarfone D. (1998): La ‘desessualizzazione’ in: Sessuale, destino, scrittura. A cura di Balsamo M. et al. Franco Angeli, Milano

Valdrè R. (2015): Sulla sublimazione. Un percorso del destino del desiderio nella teoria e nella cura, Mimesis, Milano

Winnicott D. (1967): The location of cultural experience, in ‘International Journal of Psychoanalysis’, 48, pp. 368-72

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