La Cura

Un processo di simbolizzazione ‘in diretta’ di D. Scotto di Fasano

5/01/24
Un processo di simbolizzazione ‘in diretta’ di D. Scotto di Fasano

PETER DOIG, 2008

Parole chiave Autismo, Minimalismo interpretativo, Sé nucleare/Sé orbitale, Simbolizzazione, Trasformazione

Abstract

Rielaborazione di una mia pubblicazione nel Dibattito SPIWEB Psicoanalisi infantile sul modo in cui un paziente ha potuto simbolizzare acquisendo fiducia nella permanenza dell’Io.

Un processo di simbolizzazione ‘in diretta’

Daniela Scotto di Fasano

Melanie Klein afferma che con il bambino viene prima il contatto con l’inconscio che con l’Io (1932, 27). Barale, in una relazione letta al Centro Psicoanalitico di Pavia (17 aprile 2012), ha parlato di qualcosa di analogo nel lavoro con B., un paziente adulto. Scriveva di sentire: “ogni elemento sensoriale della seduta, […] in una turbolenza continua […] ho sempre l’impressione di una intensità particolare del ‘vissuto’, […] intensità sempre straripante rispetto a qualsiasi rappresentazione […] Altro che ‘campo’, bi o poli-personale! Nessun ‘campo’ c’è ancora; piuttosto c’è una nebulosa ad altissima temperatura, una nebulosa pulsante che si dilata e restringe vorticosamente […] Mi accorgevo di adottare una sorta di minimalismo interpretativo […] C’è stato un momento […] in cui ho avuto l’impressione che questo lavoro di mitigazione, ricollegamento, rimodulazione, alla ricerca di organizzatori, argini, discrimini… cesure… cominciasse a dare frutti riconoscibili anche a livello rappresentativo. […] B. ‘porta’ un sogno: lo ‘porta’, proprio: questa notte ho fatto un sogno che le voglio raccontare…”. Questi bellissimi passaggi mostrano quanto anche nell’analisi con adulti possano darsi irruzioni dell’inconscio, da un lato, e come il ‘trattamento’ offerto dall’analista sia in qualche modo lo stesso nell’analisi di bambini e adulti. Dissi a Barale che mi pareva che il ‘minimalismo interpretativo’ fosse il preludio dell’‘interpretare’, aprendo a B. la possibilità di un insight su di sé e sul proprio ‘funzionamento’ mostrandogliene la forma, offrendogli l’approdo a una simbolizzazione: B. per la prima volta ‘porta’ un sogno. D’altronde, se pensiamo l’inconscio come un’area in continua trasformazione, credo non lo si possa esplorare, tanto nelle analisi infantili quanto in quelle con adulti, che mediante una sorta di ‘ascolto che parla’, un ‘ascolto che dice’. Interpretare in tal senso si propone come offerta di una versione inedita al paziente della sua storia, gettando un ponte tra processo primario e processo secondario. Penso l’analista come un porta-parole (Aulagnier 1975), parole di passaggio che permettono il transito, dall’inconscio all’Io, a aspetti del paziente a lui (ancora) impossibili da tollerare e, quindi, integrare. Un lavoro, quello analitico, al servizio di una trasformazione strutturale profonda, stabile e duratura. Penso a A., oggi adulto, che ho seguito dai suoi cinque ai suoi 22 anni. Alla presa in carico A. non parlava, non usava lo sguardo diretto, ricorreva a stereotipie, non riusciva a frequentare la scuola materna. Anni di lavoro, tantissimi disegni, molto holding ai genitori (a loro volta in analisi su mia indicazione) sul modello della Consultazione Partecipata di Dina Vallino, una passione sfrenata di A. bambino per Peter Pan: segregato dal suo desolato e solo in apparenza ilare delirio a Neverland in balia di una drammatica frattura intrapsichica: ha perso la sua ombra; chiuso per sempre fuori dalla finestra della mente della madre; fermo in uno sviluppo in cui non c’è sviluppo. Come A., che però in analisi lentamente migliora. Sviluppa, alla fine della scuola media (frequentata con autentico profitto supportato dal sostegno), un intenso transfert erotico nei miei confronti, per cui decido di inviarlo a un collega. Nell’ultima seduta mi fa sentire il ritornello di una canzone degli 883: “Nessun rimorso, nessun rimpianto/ soltanto certe volte capita che/ appena prima di dormire/ mi sembra di sentire/ il tuo ricordo che mi bussa, ma/ io/ non aprirò”. Non commenta, se ne va. Qualche anno dopo, mi chiede di riprendere l’analisi, ora adulto sul lettino. Il lavoro si concentra per tre anni circa sulla ‘differenza’: tra lui e gli altri, che si iscrivono all’Università, stringono legami. È innamorato di una coetanea, che – come purtroppo molto spesso in questi casi – ‘fa’, senza esserlo, la ‘morosa’. Sarà lui a metterla alle strette, a uscire dal gioco di una buonista e malsana finzione e a mettere in chiaro, innanzitutto con sé, che non di una relazione autentica si trattava. E’ un periodo amaro: la realtà mostra che lui è – nonostante i grandi passi avanti – e resta, un ‘diverso’. Preso un diploma professionale, inizia un lavoro dove è apprezzato; ha un bel giro di amici, con i quali condivide molti momenti di svago. Fa volontariato in più ambiti, con successo. Ha imparato a suonare la chitarra, suona con una piccola band, canta in un coro piuttosto prestigioso. Il pensiero è ancora rigido, per certi versi stereotipato, ma il lavoro con lui è doloroso, affascinante, commovente. Arriviamo, a tre anni dalla ripresa, a Carnevale. Gli altri si travestiranno, racconta, ma lui “assolutamente no! Travestirsi? Impossibile!”. La mia domanda “Perché no?”, lo fa molto arrabbiare, interrompe l’analisi. Mi sento in grande difficoltà, non posso che rispettare la sua impossibilità di indossare una maschera e lasciarlo andare… Tornerà, l’anno dopo, per raccontarmi che a Carnevale quest’anno si è travestito, mi mostra le foto …Oggi, torna saltuariamente per alcuni colloqui di – credo – monitoraggio… Tale vicenda, come per il paziente che Barale paragona a una ‘nebulosa’, mi ha portato a evocare, in termini metapsicologici, questa riflessione di Francesconi: “Il senso di unità che possediamo quando usiamo il termine ‘Io’ appare essere il risultato di un complesso procedimento di coagulazione a partire da condizioni molto più disperse. Come una sorta di nebulosa primitiva, la nostra personalità potrebbe nascere attraverso un processo di addensamento paragonabile al passaggio […] da gas a liquido a solido. Avremmo cioè esperienze di non-integrazione diffusiva, di scivolamento adesivo lungo superfici bidimensionali ed infine vissuti di spazialità tridimensionale dotate del senso di profondità e di sequenzialità temporale.” (1997a, 73-74).

Infatti, occorre “pensare la mente umana come una entità […] caratterizzata da aree compresenti funzionanti a diversi livelli evolutivi. [… e tenere conto delle] diverse dimensionalità di cui dispone la funzione del pensare, che devono trovarsi in equilibrio perché si abbia un normale funzionamento psichico. Possiamo chiamare adimensionale il livello più arcaico, […] l’immagine che più ci aiuta a pensarlo è la diffusione di un gas. Non vi è un centro organizzatore, non si costituisce un individuo che possa riconoscersi come tale […] Questo tipo di esperienza psichica […] potrebbe essere tipico dello stato autistico della mente, dove il sé può fluttuare dentro e fuori i propri confini, fra gli oggetti, nello spazio e usa le sensazioni forti (dolore, ritmo stereotipato, grido) come nuclei di cristallizzazione dell’esperienza per tentare una pur fugace integrazione. Al secondo livello troviamo la bidimensionalità: usando ancora una metafora, siamo qui in presenza di superfici, prive della dimensione di profondità. Possiamo immaginare il movimento di un liquido che scivola, si stende, aderisce, ma non ha autonomia ‘verticale’. Le modalità psichiche corrispondenti appaiono basate sull’adesività […] Abbiamo infine la tridimensionalità, allorché si costituisce uno spazio volumetrico e possono essere quindi pensati correttamente, un ‘dentro’ e un ‘fuori’. È possibile così accogliere elementi psichici esterni in un proprio mondo interno mantenendo abbastanza fermi i ‘contorni’ di ciascun individuo, riconoscendone le differenze e le somiglianze senza confusioni. […] Tuttavia   non vi sarebbe capacità di ‘mettersi nei panni degli altri’ se non disponessimo di meccanismi di temporanea diffusione del proprio Sé verso l’altro. Naturalmente, diversi sono tali processi se nell’individuo prevalgono i funzionamenti psicotici o non psicotici, se si è formato, o no, […], il nucleo, che mantiene il senso di identità sufficientemente stabile, ed una struttura orbitale abbastanza duttile che può instaurare aree reversibili di condivisione dell’esperienza con l’altro.” (Francesconi 1997b, 24-25). Metapsicologicamente il concetto di nucleo fa riferimento a Wisdom (1957), Grinberg (1976), a vari autori post kleiniani e a Francesconi (1994, 1997), dove, per rappresentare metaforicamente lo psichismo, si distingue – in analogia alla struttura dell’atomo, dotato di nucleo e orbitale elettronica – un Sé nuclearee unSé periferico. Nel caso del mio paziente, possiamo supporre che avesse – al momento in cui ‘dovette’ interrompere il trattamento – raggiunto una certa stabilità del Sé nucleare, cioè di un centro dove l’identità del Sé è più salda e persistente. Un Sé nucleare conquistato a fatica, che – proprio perché ancora fragile, precario – doveva difendere con le unghie e con i denti, non essendo ancora maturo il tempo del Sé periferico (orbitale), che consente un equilibrio metaforico tra Sé e non-Sé dotato di un’area con caratteri intermedi, ‘luogo’ della dimensione transizionale Sé/Non Sé. Francesconi applica il modello al quale ho fatto riferimento al tentativo di comprendere differenti substrati psichici attinenti a differenze identitarie/di genere (transessualismo, travestitismo ecc.), ma qui mi è parso un modello utile a comprendere perché il tema del travestirsi a Carnevale possedesse ancora, quando interruppe l’analisi, un valore destrutturante e intollerabile, non essendo ancora stabile nel suo mondo interno la differenziazione Sé nucleare/Sé orbitale. Oggi A. (che ha appreso a scendere a patti con la realtà, peraltro in continua evoluzione, del suo essere ‘diverso’), nonostante un fondo di depressione, non abita più a Neverland, dove Peter Pan fingeva di essere felice, e può nella realtà fingere di essere un altro perché sa che resterà se stesso. Mi ha molto colpito (e credo sia un elemento da sottolineare) il fatto che sia occorso al paziente un periodo di ‘lavoro’ intrapsichico condotto ‘in solitaria’ (un po’ come Barale con il minimalismo interpretativo?) mediante un analista interiorizzato, ‘patteggiando’ tra parti di sé il rischio di non poter più tornare indietro, al nucleo, una volta – travestendosi – messo piede nell’area orbitale. Mi ha detto, in una delle sedute occasionali, che non poteva travestirsi perché aveva paura di perdersi, e poi mi ha raccontato i ‘ruoli’ che da allora ha ‘sperimentato’, partecipando a un ‘piacere ludico’ condivisibile: da una prima maschera di custode dell’ordine pubblico, è stato clown per tre anni di fila (! Piacere ludico…), poi, per tre anni, ha di nuovo indossato i panni di figure dell’ordine pubblico, dopo di che approda a Capitan Uncino (da bambino uno dei suoi veri e propri ‘terrori senza nome’), sperimentando poi ancora prima il ruolo del clown allegro e, l’anno successivo, del clown triste. Infine, ha vestito i panni di un pericoloso animale della giungla, seguito da quelli di un pacifico animale della fattoria. Per concludere, una brevissima riflessione sui ruoli che, negli anni, ha potuto (dovuto? In un prezioso ‘riepilogo’ delle trasformazioni più importanti occorse in analisi?) ‘interpretare’, passando attraverso lo Scilla superegoico (le figure dell’ordine pubblico) con il quale imparare a ‘giocare’ (il clown) e il Cariddi dei terrori dell’infanzia (Capitan Uncino), anch’essi oggi elaborati come ‘momento ludico’ (ritorna il clown, in una atmosfera – in termini kleiniani – depressiva), per accedere infine a un contatto tollerabile con le pulsioni più arcaiche e pericolose (rappresentate dal pericoloso animale selvatico) e quindi a quelle più ‘addomesticate’ e amiche perché elaborate. Oggi A. sa che resterà Sé mettendosi ‘in panni altri’…..

Bibliografia

Aulagnier P., 1975, La violenza dell’interpretazione, Borla, Roma, 2005

Barale F., 2012, Relazione letta al Centro Psicoanalitico di Pavia, 17 aprile 2012

Francesconi M., 1997, Fendere: difendere o offendere? Percorsi dell’identità maschile”. Relazione al Convegno: Violenza: donne e uomini. La questione dei generi. Vicenza 11 ottobre 1997. Atti, 2/1998

Francesconi M., 1997, Questa metà del cielo. Una passeggiata nel pensare maschile, in Affettività, sessualità, identità, Atti del Convegno Nazionale, AIES, Trento

Grinberg L., 1976, Teoria dell’identificazione, Loescher, Torino, 1982.

Klein M., 1932, La Psicoanalisi dei bambini, Martinelli, Firenze, 1970.

Wisdom J. O., 1957, Un approccio metodologico al problema dell’isteria, in Scalzone F., Zontini G., Perché l’isteria? Liguori, Napoli, 1999


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