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Apprendere dall’esperienza istituzionale: l’uso di una Group Relations Conference (GRC). D. Broglia, M. Caslini, G. Lorenz, C. Perletti, S. Salvadeo, A. Toccagni

Ricerca in Psicoanalisi
Apprendere dall’esperienza istituzionale: l’uso di una Group Relations Conference (GRC). D. Broglia, M. Caslini, G. Lorenz, C. Perletti, S. Salvadeo, A. Toccagni 1

Parole chiave: campo, dinamica gruppale, formazione psicoanalitica, group relations, istituzione, metodo Tavistock, social dreaming.

Nell’ottica di un “quarto pilastro” della formazione psicoanalitica, inteso come apertura al lavoro di gruppo, che colloca accanto agli altri tre altri pilastri dell’analisi personale, della supervisione e dei seminari teorici, viene presentata l’esperienza partecipativa ad una Conference ispirata  all’approccio di Group Relations e al modello Tavistock, una cornice psicodinamico-sistemica sulle dinamiche inconsce e difensive emergenti nei gruppi,  organizzata dall’associazione Il Nodo Group, in collaborazione con il Tavistock & Portman NHS Foundation Trust e con la sponsorship dell’IPA. Obiettivi centrali dell’esperienza sono stati l’assetto di un gruppo di lavoro, il ruolo di una leadership, l’apprendimento attraverso processi gruppali e l’utilizzazione del Social Dreaming Matrix (SDM). [a.f.]

Davide Broglia, Manuela Caslini, Giorgia Lorenz, Cristina Perletti, Stefano Salvadeo, Anna Toccagni

APPRENDERE DALL’ESPERIENZA ISTITUZIONALE: L’USO DI UNA GROUP RELATIONS CONFERENCE (GRC) 

ALI 2025 – Authority, Leadership, and Innovation, 25-28 settembre 2025, Brisighella (RA)

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Dal 25 al 29 Settembre 2025 si è svolta, nei pressi di Brisighella, la 25a Group Relations Conference (GRC) “ALI – Autorità Leadership Innovazione”, organizzata da Il Nodo Group, in collaborazione con il Tavistock & Portman NHS Foundation Trust e sottoå la sponsorship dell’IPA, sotto la direzione del Dott. Giovanni Foresti.

Il Nodo Group è un’associazione italiana di formazione e consulenza, con radici culturali nel modello Tavistock, e un’attività volta a diffondere metodologie di apprendimento delle relazioni consce e inconsce nei gruppi, nelle istituzioni e nelle organizzazioni. Il Tavistock & Portman NHS Foundation Trust è un ente clinico-formativo del servizio sanitario britannico, con una lunga tradizione in psicoterapia, salute mentale e formazione professionale. La relazione tra le due istituzioni è di natura culturale e metodologica, soprattutto in passato, tramite collaborazioni formative e scientifiche legate all’approccio di Group Relations, il paradigma teorico e l’approccio operativo su cui si basa il metodo di ricerca, formazione e consulenza elaborato dal Tavistock Institute, e alla diffusione in Italia. Dal 1998 in poi, Il Nodo Group ha organizzato seminari (come ALI) in collaborazione con Tavistock & Portman NHS Trust e con altri partner come l’IPA, o network internazionali di Group Relations.

Il metodo Tavistock è una cornice teorica e metodologica psicodinamico-sistemica, centrata sull’idea che dinamiche inconsce e difensive emergano nei gruppi in modo simile a quanto accade nella mente individuale. Secondo i principi del modello, un gruppo non corrisponde alla somma degli individui, ma ha una vita psichica propria, un “campo” in cui si giocano processi affettivi e inconsci che non si riducono alle intenzioni di ciascun partecipante. La dinamica gruppale è concepita secondo un’ottica intersoggettiva, per cui il mondo relazionale precede e condiziona i singoli; in questo contesto, l’osservazione delle interazioni e degli “atti non detti” nel gruppo permette la messa a fuoco dei processi inconsci.

Nella tradizione Tavistock e bioniana, un’istituzione non è solo una struttura permanente, ma qualsiasi sistema di relazioni in grado di creare ordine, aspettative e regole implicite. Un gruppo, un’organizzazione, e anche una conferenza, possono funzionare come “istituzioni” se hanno dinamiche di legame che strutturano ruoli e producono norme. Facendo riferimento alla produzione di un modello che riproduce gli elementi costitutivi di un’istituzione, la Group Relations Conference (GRC) è pensabile come “un’istituzione temporanea” dove le persone coinvolte si impegnano in un compito condiviso, con ruoli impliciti e dinamiche emergenti, e definito per tempo – con inizio e fine ben delimitati -, spazio, e regole di base. Il sistema permette l’emergere di dinamiche interne che risultano autentiche e reali; il presupposto, infatti, è che l’apprendimento dei processi gruppali non avvenga tramite lezioni teoriche, ma durante il loro svolgimento. La Conference si fa dunque garante delle condizioni per permettere l’apprendimento dall’esperienza: stando insieme per quattro giorni, il gruppo dei partecipanti, di diversa provenienza geografica e lavorativa, è invitato a comprendere le dinamiche organizzative e sociali che si manifestano nel “qui ed ora”. Il secondo presupposto è “la centralità del compito”, che funge da àncora simbolica: tutto ciò che avviene è da leggersi in relazione al compito di “studiare il comportamento dei gruppi mentre svolgono il loro compito”.

La struttura organizzativa di ALI prende ampiamente spunto dalle Leicester Conference, conferenze del modello Tavistock il cui nome deriva dal luogo iniziale di avvio. Prevede la partecipazione a diverse tipologie di gruppi: Large Study Group, un grande gruppo in cui si osservano dinamiche collettive e istituzionali; Small Study Groups, un gruppo più piccolo per esplorare processi relazionali più ravvicinati; Inter-group Events, ovvero spazi in cui i gruppi negoziano confini e rappresentanza; oltre a questi, le sessioni Plenary e Review riguardano momenti di riflessione sul senso dell’esperienza. Rispetto al modello classico, la struttura della GRC è stata implementata con l’inserimento delle Social Dreaming Matrix (SDM), spazi in cui i sogni dei partecipanti vengono condivisi come produzioni del campo sociale. La matrice, espressione dell’inconscio sociale, serve ad esplorare ciò che il gruppo “sogna” ma non riesca ancora a pensare, intercettando le ansie che rimangono silenti e non si esprimono direttamente nel confronto, e spostando il focus sulla dimensione simbolica che attraversa l’intera istituzione temporanea. Lo staff, composto da diversi psicoanalisti, ha il ruolo di osservare e aiutare a pensare ai processi, “dando senso” a ciò che il gruppo mette in scena: questo implica che l’autorità non sia di tipo direttivo ma funzionale, e che l’apprendimento nasca dalla riflessione successiva alla chiusura evento.

Poiché il disagio degli psicoanalisti nei confronti delle istituzioni cui appartengono è riconosciuto come una problematica di importanza cruciale da diverse organizzazioni internazionali, l’IPA stessa ha individuato nei seminari di relazioni di gruppo (GRC) una metodologia efficace per affrontarla, dato il possibile contributo nello sviluppo di una capacità di pensiero critico sui gruppi e nel riconoscere le dinamiche inconsce nelle organizzazioni, aumentando la tolleranza all’incertezza e all’ansia istituzionale.

Nell’edizione 2025, il tema della conferenza, Soggettività e assunzione di ruolo nell’era del caos, si è dispiegato progressivamente attraverso i diversi eventi gruppali, offrendoci chiavi preziose per riflettere sulla complessità del nostro tempo, su come ci presentiamo nei nostri ruoli e sui modi in cui i gruppi e le organizzazioni plasmano e vengono plasmati dai loro contesti.

Anche partendo dagli elementi fin qui emersi, riuscire a ben rendere l’esperienza della Conference sembra essere cosa ardua nel complesso intreccio di sogni che vengono a prodursi attraversando le diverse proposte dell’istituzione temporanea. Nel fluire delle ore e dei momenti organizzati, più livelli si intrecciano nei passaggi dal piccolo al grande gruppo di studio e all’evento organizzativo. Le matrici di social dreaming (SDM) fungono, al tempo stesso, da ancoraggio e rilancio rispetto al cogliere la dimensione inconscia individuale e gruppale; una serie di circuiti riverberanti prende vita, a poco a poco o improvvisamente, dalle sezioni dell’organizzazione, se si accetta la proposta di mettersi in gioco ed apprendere dall’esperienza.

Il contesto offre l’occasione di osservare le modalità di funzionamento del piccolo gruppo e del grande gruppo, di coglierne le specificità e di viverne le dinamiche, tra assunti di base (dipendenza, attacco-fuga, accoppiamento), proiezioni e identificazioni proiettive, ruoli inconsci assegnati dal gruppo. È possibile saggiare e costruire ipotesi sui fattori relativi al buon funzionamento di un gruppo di lavoro e si può ben comprendere cosa accade quando un gruppo si ammala, esperendo la malattia del sistema e potendovi ragionare. Quando il sistema identitario — gruppale o individuale — si irrigidisce eccessivamente, possono emergere istanze drammatiche, come la sofferenza o l’impossibilità ad esplorare altre identità. Kaës (1993) sostiene che alcune condizioni gruppali mettono in primo piano modalità di funzionamento psichico analoghe a quelle osservabili nei pazienti gravi, perché il gruppo riattiva livelli arcaici del legame psichico. Nei momenti di difficoltà istituzionali, con l’indebolimento delle difese e con la riduzione del primato della simbolizzazione, il gruppo diviene deposito del non-pensabile, lasciando emergere forme di legame basate su identificazioni massicce e proiezioni primitive: il gruppo regredisce strutturalmente, mostrando livelli di funzionamento simili a quelli che incontriamo nei pazienti gravi, quando il sintomo prevale, l’atto prende il posto della parola e il legame precede la sua rappresentazione.

Ogni momento del gruppo è stato scandito da un tempo definito, una cornice chiara che fungeva da contenitore simbolico e psichico. Questo ritmo temporale, apparentemente esterno, diventava progressivamente un tempo interno, un riferimento che permetteva di sperimentare e sperimentarsi nello stare insieme. Il limite temporale assumeva così una funzione di holding (Winnicott, 1960), garantendo un contenimento capace di accogliere l’emergere di dinamiche consce e inconsce all’interno di uno spazio relazionale protetto ma vivo. L’incertezza dello stare nel gruppo, con le sue ambivalenze e tensioni, trovava quindi un punto d’appoggio nella certezza del tempo: una sicurezza paradossale, che permetteva di “stare comodi nella scomodità”, tollerando l’attesa e accettando il non sapere. È proprio in questo spazio intermedio – tra la certezza della fine e l’imprevedibilità di ciò che accade nel mentre – che si attivavano processi di simbolizzazione e di elaborazione emotiva. In termini psicoanalitici, potremmo dire che il tempo fungeva da elemento del setting interno, capace di sostenere la funzione riflessiva del gruppo e di trasformare l’ansia del non sapere in possibilità di pensiero.

L’esperienza della GRC offre all’analista la possibilità di osservare e sondare una serie di funzioni e trasformazioni, partendo dal lavoro della funzione alfa, passando per l’espansione della funzione onirica nella veglia, in cui la metodologia della conference appare proprio come un caleidoscopio magico, un grande ‘gioco’, o un grande ‘sogno’ con un potenziale trasformativo. Per vivere questa esperienza è necessario sostare nell’incertezza, con tutto il portato emotivo di angoscia che questo può determinare, con il possibile irrigidimento di schemi preconcetti o il dispiegarsi di aspetti creativi e originali (Bion, 1962).

Un altro fattore promosso dalla Conference è dato dalla quantità e qualità di incontri possibili. Fra persone che, incrociandosi, provano a parlarsi e a lasciarsi contaminare dall’esperienza dell’altro, il Fattore Umano viene a porsi in primo piano con le sue sfaccettature, attraverso la comparsa, nel sogno della veglia, di istinti-animali, di personaggi fiabeschi o fin troppo reali. Molto si può imparare sul divenire delle identità: ‘non si può vivere una favola, se manca il coraggio di entrare nel bosco’ è la scritta apparsa su un foglio accanto al portone di ingresso al termine della prima giornata di lavoro. Comprendere perché manchi il coraggio, quali siano le resistenze e quali le difese al comprendere e al giocare, può essere un duro lavoro. Ma una volta entrati nel bosco — il gioco, il sogno, l’esperienza o, fuor di metafora, l’architettura della Conference — si ha l’occasione di vivere il conflitto, la diffidenza, la delusione, il confronto, l’incomunicabilità, la sopravvivenza messa a rischio, il movimento corale e tanto altro. Per forza di cose, si è spinti a lavorare insieme, a cooperare (o a cercare di farlo), con la possibilità di assaggiarne il gusto (o il disgusto). Si osservano l’effetto dispersivo del grande gruppo e la necessità (o difficoltà) di tendere ad una soggettivazione possibile anche in quello, e anche nei momenti di caos.

Un analista-partecipante, come lo siamo stati noi, perlopiù alla prima esperienza in una GRC, può esplorare l’attualità del noto “quarto pilastro” della formazione psicoanalitica —  lavoro di gruppo nelle esperienze istituzionali (Bolognini, 2023) —  accanto ai tre altri  pilastri classici (analisi personale, supervisione e seminari teorici): l’assetto necessario ad un gruppo di lavoro, il processo di assunzione di una buona leadership, che sappia farsi fluida e condivisa, a garanzia di una libertà profondamente reciproca. Individualmente e come gruppo, ci siamo ritrovati in un processo di esplorazione capace di facilitare un chiarimento su “chi pensiamo di essere” (Lemma, 2023). L’aggettivo ‘giovane’ ha caratterizzato noi sei partecipanti, ora autori del presente report, non certo rispetto all’identità anagrafica o professionale, ma piuttosto — accomunati dall’essere associati alla SPI da pochi anni o, nel caso di un’autrice, in attesa di associatura — rispetto all’identità psicoanalitica, tutta in divenire e in corso di auto-interrogazione rispetto a quello sviluppo integrativo continuo che non coinvolge solo l’acquisizione di competenze, ma anche la definizione di valori fondamentali. Tra questi, includiamo gli spazi per articolare e concettualizzare i valori e le visioni del mondo che ci appartengono, e una forma di “solidarietà” capace di creare la connessione necessaria a lavorare insieme su obiettivi condivisi. Nella nostra esperienza, il fattore libidico si è confermato nel suo potere legante e in un qualche modo garante della sopravvivenza del sogno, della cooperazione e della pace; in breve, di noi stessi. Abbiamo bisogno di continuare a lavorare per la nostra identità, ma riusciamo a farlo quando sentiamo di poterla esprimere e quando qualcuno ce lo consente.

ALI 2025 è stato ospitato in un Convento dell’ordine domenicano e questo può avere influito sui partecipanti. Uno spazio enorme, splendido e decadente, con ampi saloni e corridoi, con loggiati e giardini piranesiani, dalle numerose camere frugali, molte delle quali vuote, forse, da tempo. Incastonato nella sublime cornice dell’Appennino romagnolo, tra cipressi, orti, rovine, ulivi e costruzioni medievali. Durante i quattro giorni della Conference questi spazi, inizialmente riservati al gruppo dei Partecipanti e dei Consulenti, eccettuata la discreta presenza di alcune anziane suore, si è via via animato di presenze diverse che sembravano emergere dalla stessa matrice del campo gruppale: una comitiva di giovani cattolici in ritiro spirituale; alcuni anziani accompagnati da vivaci nipotini; ragazzine in gita che la sera vivevano avventure adolescenziali in accappatoio e bigodini; una piccola comitiva di cultori della materia storica impegnati nel loro ritrovo annuale; alcuni inglesi che stavano lavorando intorno ad un documentario. L’atmosfera si è animata di questi personaggi colorati che ricordavano il misterioso lirismo di alcuni film di David Lynch. Quando, affrettandoci a raggiungere la sala della matrice di social dreaming, ci siamo imbattuti, nel lungo corridoio, dapprima in un frate dalla risata baritonale attorniato da un capannello di suore, poi in un vecchio impegnato in un incedere faticoso e dignitosamente trasognato, poi in una bambina che sfrecciava nella penombra con i suoi rollerblade con le ruote che si illuminavano di rutilanti colori anni ‘80, ci è sembrato, infine, che dalla matrice del gruppo potessero letteralmente materializzarsi fantasmi ed elementi dal fascino de Le mille e una notte o, forse, di Jumanji! In effetti, durante l’ultima matrice di social dreaming, mentre fuori era scoppiato un temporale, si è presentato in mezzo al salone uno scorpione in “carne e ossa”. Preceduto da fantasie e sogni fluviali di correnti e turbolenze, vortici e poi di appigli salvifici, rifugi solidi e sostegni protettivi, all’apparizione era seguita qualche paura: per la sua posizione, qualcuno era in grado di vederlo chiaramente, mentre altri potevano solo figurarselo, senza immediatamente distinguere tra la sua presenza reale e immaginaria. Sogno o realtà? Il gruppo si è poi tranquillizzato con la considerazione che in Italia, comunque, non vi siano specie particolarmente velenose. Mentre quest’ultima matrice stava terminando poi, qualcuno ha commentato “Dulcis in fundo” e un altro partecipante ha risposto “Venenum in cauda”: il continuo gioco di forze diverse all’interno del gruppo poteva essere letteralmente visto nello spazio del tempo presente. L’incessante fluire di forze angosciose che portavano la paura nel gruppo, l’irrazionalità e l’indifferenziato si intrecciava, indissolubilmente, con la forza del gruppo di lavoro, con la costruzione e la coltivazione dei legami del gruppo, individualità e alterità consustanziale al farsi e disfarsi dell’inter-corporeità del campo (Obholzer, 2019).

Usciti dal “bosco”, tornando ciascuno verso il proprio “qui e ora”, dopo l’attraversamento dei confini della Conference, si è sperimentata anche la fatica di separarsi. Se concretamente è nato poi un gruppo WhatsApp, nella mente — e anche nel cuore — vive e cresce tra noi un’esperienza nuova. Il primo messaggio del lunedì è stato una fotografia del luogo di lavoro accompagnato da un meraviglioso “mi mancate”, a cui seguiranno altre calde espressioni di condivisione “anche io faccio fatica a salutarvi”. È poi nato il desiderio di scrivere qualcosa insieme, forse partendo dal bisogno di raccontare l’esperienza di come in un gruppo di sconosciuti possano essere vissute e accettate le emozioni più autentiche, senza paura che niente si rompa o che qualcuno si ammali. Stare in gruppo significa parlarsi e provare a capirsi, ma soprattutto (questione nient’affatto banale) usare ognuno un proprio linguaggio, ma che consentendo all’altro di esprimersi in modo da intendere e assimilare i reciproci contenuti. Questo ha comportato per noi psicoanalisti, rimproverati in alcune occasioni di usare tecnicismi che escludevano alcuni dei partecipanti di diversa area professionale, la necessità di esercitare la pazienza della traduzione non tanto in una lingua geograficamente diversa, ma in parole che veicolassero un messaggio fruibile per chi, con noi, costruiva il gruppo. Tra le esperienze di ALI c’è anche lo sforzo di raggiungere e stare in contatto con l’altro: riuscirci è possibile, a patto di rivedere il proprio dialetto.

Al termine di quattro giorni di lavoro, il divenire dell’identità — del singolo, del gruppo — risalta come la cometa da seguire in un viaggio che dura tutta la vita – pure la psicoanalisi dovrebbe esserlo. A tal proposito, in Vita di Galileo di Bertold Brecht si legge “scopo non è tanto quello di aprire la porta all’infinito sapere, quanto porre una barriera all’infinita ignoranza”. Nella costruzione delle nostre identità — individuali, gruppali, e pure psicoanalitiche —, ci basterebbe essere un po’ meno stupidi, limitando i danni.

Conteniamo moltitudini, suggeriva Walt Whitman, ma infondo anche l’attrice Kim Novak — se proprio non vogliamo citare personaggi più celebri — durante la recente consegna di un premio alla carriera: “vi sentite partecipi perché io sono voi e voi siete me”. Al netto delle più che necessarie differenze, esiste un legame, e l’invito a collaborare ed essere creativi non è che la salvaguardia per ogni democrazia.

Bibliografia

Bion, W.R. (1962). Apprendere dall’esperienza. Armando Editore, Roma, 2009.

Bolognini, S. (2023). Reflections on the institutional family of the analyst and proposing a “Fourth Pillar” for education. In: Junkers G, editor. Living and Containing Psychoanalysis in Institutions. Routledge, London, 2023.

Kaes, R. (1994). Il gruppo e il soggetto del gruppo: elementi per una teoria psicoanalitica del gruppo. Borla, Roma.

Lemma, A. (2023). Who do you think you are? Some reflections on analytic identity. Int.J. Psychoanal., 104(5), 843–848.

Obholzer, A., Roberts, V.Z. (2019).  The unconscious at work. A Tavistock Approach to Making Sense of Organizational Life. Routlegde, London.

Winnicott, D.W. (1960). Sviluppo affettivo e ambiente. Armando Editore, Roma.

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Vedi anche:

Apprendere dall’esperienza istituzionale: l’uso di una Group Relations Conference (GRC). D. Broglia, M. Caslini, G. Lorenz, C. Perletti, S. Salvadeo, A. Toccagni Monica Castellini

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