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“Il diavoletto nel tostapane”. Psicoanalisi e stati confusivi della mente, di C. Arnetoli. Recensione di Paolo Boccara

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"Il diavoletto nel tostapane" di Claudio Arnetoli

Parole chiave: confusione, oggetti primari, relazione analitica, soggettività dell’analista

“Il diavoletto nel tostapane”. Psicoanalisi e stati confusivi della mente

di C. Arnetoli. Franco Angeli. Milano. 2026 

Recensione di Paolo Boccara

Il diavoletto nel tostapane di Claudio Arnetoli è un’opera di psicoanalisi dedicata agli ‘stati confusivi della mente’, cioè a quelle condizioni psicologiche in cui, a vari livelli di gravità, una persona fatica a comprendere ciò che prova, a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato e a prendere decisioni autonome. Il titolo del libro prende spunto proprio dal sogno di una sua paziente, nel quale compare un ‘tostapane parlante abitato da un piccolo diavoletto’: un’immagine singolare e inquietante che rappresenta, in forma simbolica, la confusione, la rabbia e gli aspetti più esplosivi della propria vita emotiva.

La paziente, dopo aver raccontato il sogno, arriva a dire: “Mi accorgo che in certi momenti riesco a guardarmi dall’esterno, a capire cosa mi sta succedendo, pensare, tacere o parlare con calma”. Queste parole testimoniano un importante cambiamento nel percorso analitico: la donna comincia a osservare i propri pensieri e le proprie emozioni senza esserne completamente travolta. Riesce così a riconoscere ciò che sta vivendo e a scegliere con maggiore autonomia, senza dipendere continuamente dai consigli degli altri.

Il libro si concentra proprio su questo tipo di sofferenza. Gli stati confusivi, ci propone Arnetoli, sono alla base di molte difficoltà psichiche e possono costituire una delle cause principali del disagio psicologico. Essi deriverebbero dall’interiorizzazione di un rapporto disorganizzante con le figure più importanti della propria storia, soprattutto con gli oggetti primari, cioè le persone che si sono occupate del neonato dall’inizio della sua vita, in particolare la madre. Se queste figure sono state ambigue, contraddittorie, distaccate, anaffettive o incapaci di rispondere adeguatamente ai bisogni del bambino, possono lasciare nella sua mente un’immagine interna caotica e confondente.

La confusione, quindi, non è presentata semplicemente come una debolezza individuale. È piuttosto il risultato di una relazione nella quale il soggetto non ha ricevuto risposte coerenti e comprensibili. Di conseguenza, può diventare difficile riconoscere e dare un nome alle proprie emozioni, distinguere la realtà dalla fantasia, comprendere gli stati d’animo degli altri e costruire un’immagine stabile di sé. Anche la capacità di immaginare e di trovare soluzioni creative può risultare limitata, perché la mente rimane dominata da fantasie arcaiche e da angosce non sufficientemente elaborate.

Arnetoli sottolinea che questi pazienti non sono necessariamente solo persone gravemente compromesse o incapaci di condurre una vita normale. Al contrario, possono in molti casi laurearsi, lavorare, sposarsi e avere figli. La sofferenza, tuttavia, rimane spesso nascosta e si manifesta attraverso attacchi di panico, sintomi depressivi, ipocondria, disturbi alimentari, difficoltà nelle relazioni, problemi legati alla sessualità o all’immagine corporea. In alcuni casi può comparire anche un funzionamento di tipo borderline o schizoide. Si tratta, dunque, di persone a volte apparentemente ben adattate, ma sempre tormentate da un disagio profondo che interferisce con i rapporti affettivi e con la possibilità di esprimere pienamente la propria creatività e che in analisi chiedono continuamente consigli all’analista.

Uno degli aspetti più interessanti del libro riguarda il modo in cui Arnetoli interpreta la relazione analitica. Il compito dello psicoanalista non consiste soltanto nel fornire spiegazioni o nel ridurre la confusione del paziente. L’analista deve innanzitutto accoglierla, attraversarla insieme al paziente e aiutarlo a trasformarla in qualcosa di pensabile. La relazione analitica diventa così una sorta di “nicchia ecologica” della vita mentale: uno spazio protetto nel quale possono incontrarsi realtà e fantasia, passato e presente, ripetizione e cambiamento.

E’ in questo spazio che si sviluppa il transfert, assumendo una duplice dimensione. Da una parte, il paziente tende a ripetere nella relazione con l’analista i rapporti problematici del passato; dall’altra, può sperimentare una relazione nuova, più autentica e creativa. L’analista può diventare quindi un oggetto nuovo rispetto a quelli interiorizzati nella storia del paziente: non più caotico, ambiguo o non responsivo, ma capace di ascoltare, comprendere e dare significato alle esperienze emotive vissute insieme al suo paziente.

Particolarmente importante è la funzione riflessiva che il paziente può gradualmente acquisire: sperimentare nell’osservarsi dall’esterno, riconoscere i propri sentimenti e comprendere quelli altrui, significa sviluppare una maggiore capacità di giudizio e di testimonianza di sé. Il paziente può non più agire immediatamente la propria rabbia o evacuare le proprie angosce attraverso comportamenti esplosivi ( il diavoletto del titolo), ma può iniziare a pensarle e a comunicarle. In questo senso, la cura non riguarda soltanto il recupero di eventuali ricordi traumatici: riguarda soprattutto la costruzione di una nuova modalità di rapporto con se stessi e con gli altri (analista compreso).

Il libro offre al lettore un ampio percorso attraverso la storia della psicoanalisi. Arnetoli si richiama a Freud, Ferenczi, Klein, Winnicott, Bion, Kouth, Rosenfeld, Green, propone un collegamento con le  teorie sistemiche di Bateson sul ‘doppio legame’, con le scienze cognitive, oltre a confrontarsi con i contributi della psicoanalisi relazionale e intersoggettiva italiana e internazionale e con le importanti osservazioni dell’Infant Research. La teoria delle relazioni oggettuali e la sua evoluzione costituisce la cornice principale dell’opera: gli stati confusivi vengono infatti collegati alla relazione continuativa con oggetti traumatici e disorganizzanti, che vengono interiorizzati e continuano a influenzare la vita psichica del soggetto.

Arnetoli non si limita a esporre concetti teorici, ma li collega alla complessità dell’esperienza umana e alla ricchezza del linguaggio simbolico. Gli esempi clinici di psichiatra e psicoanalista, proposti attraverso brevi vignette o resoconti più ampi, rendono più appassionanti e chiari molti passaggi teorici e permettono a noi lettori di entrare a contatto con le diverse sfumature presenti nella relazione tra paziente e terapeuta, dentro e fuori la stanza di analisi. Attraverso questi racconti, la psicoanalisi appare come una disciplina del vivente, fondata non solo su interpretazioni teoriche, ma anche sull’ascolto e sull’incontro dinamico tra due persone, interessate a un dialogo fertile e potenzialmente trasformativo.

Viene data, nel solco di Freud e della Klein, una particolare importanza al ruolo dell’immaginazione e della fantasia, viste alla base della costruzione della mente nel loro potere autoplastico e alloplastico: un’attività immaginativa e fantastica, conscia e inconscia che dà forma sia alla mente che alla realtà esterna. Seguendo questo filo conduttore, l’autore ci accompagna a riflettere sul concetto-chiave del “fingere” inteso come attività immaginativa da un duplice significato che ha che fare con la creatività e con l’ambiguità, passando attraverso un approfondimento degli aspetti scissionali proposti da Rosenfeld e avvicinandosi all’area della transizionalità di Winnicott.

Tra le  tesi più significative dell’autore, emerge quella secondo cui la confusione non deve essere considerata esclusivamente un limite della mente. In alcune situazioni può rappresentare anche una condizione autentica e potenzialmente feconda, perché indica un momento di passaggio, nel quale vecchie forme di organizzazione psichica non sono più sufficienti e nuove possibilità non si sono ancora completamente formate. Il problema non è quindi eliminare ogni forma di confusione, ma fare in modo che essa perda il suo carattere disorganizzante e diventi comprensibile. E qui, Arnetoli parla, oltre che ai pazienti, anche ai colleghi psicoanalisti, agli analisti in formazione, dando valore e importanza alla loro soggettività sia come terapeuti sia come lettori delle opere dei rispettivi maestri.

‘Il diavoletto nel tostapane’ risulta così, a tutti gli effetti, un libro originale, a tratti specialistico e rivolto a chi possiede già qualche conoscenza della psicoanalisi, ma che aiuta sempre il lettore a orientarsi lungo un filone di continuità e integrazione di molte teorie psicoanalitiche nel solco di una tradizione esperienziale, arricchita dalle più recenti acquisizioni scientifiche. Il modo innovativo con cui è scritto lascia sempre trasparire la passione di Arnetoli per il proprio lavoro clinico e teorico, passione a cui l’autore ci ha  già abituato attraverso innumerevoli contributi scientifici del suo recente passato. Ed è così che, anche grazie agli esempi personali e alle innumerevoli immagini simboliche, l’opera riesce a rendere accessibili concetti complessi, restituendo al sogno del ‘diavoletto nel tostapane’ la rappresentazione efficace di una mente abitata da emozioni spaesanti, inquietanti, a volte confuse e contraddittorie, ma anche da possibilità trasformative di quelle emozioni attraverso la relazione e la riflessione con l’altro, in noi e fuori di noi.

Un libro che alla fine non può essere definito solo come un testo sugli ‘stati confusivi della mente’, ma anche come un’opera sulla possibilità di dare un ordine al proprio mondo interno. Arnetoli mostra che, attraverso un confronto sincero con il lettore/analista  e una relazione analitica autentica col paziente, ciò che prima appare anche come difficilmente comprensibile, può lentamente diventare pensabile. La confusione non scompare del tutto, ma può essere accolta, interpretata e trasformata in una nuova e fertile capacità di comprendere sé stessi (e gli altri).

“Il diavoletto nel tostapane”. Psicoanalisi e stati confusivi della mente, di C. Arnetoli. Recensione di Paolo Boccara Monica Castellini

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