Parole chiave: narcisismo, problematiche narcisistico-identitarie, involucri dell’Io, melanconia, narcisismo negativo
“Il Narcisismo. Per una evoluzione della teoria psicoanalitica” di René Roussillon, Franco Angeli, 2025, Edizione italiana a cura di Olimpia Sartorelli
Recensione di Daniela Federici
Nel mito narcisistico
non si tratta di uno specchio
teso a Narciso affinché vi si ritrovi
idealmente vivo,
ma si tratta dello specchio
come assenza di profondità,
come abisso superficiale,
che è seducente e vertiginoso per gli altri
solo perché ognuno di noi è il primo a inabissarvisi.
In tal senso, ogni seduzione è narcisistica,
e il suo segreto consiste in questo assorbimento mortale.
Baudrillard, Della seduzione
“Il narcisismo riguarda tutti noi, la nostra vita, il nostro rapporto con noi stessi, con i nostri amori, con i nostri genitori e i nostri figli. Non c’è ambito del nostro funzionamento intimo o sociale che non sia interessato dalla questione del narcisismo”.
Questa raccolta di conferenze, promosse dal Centro di Ricerca Clinica dell’Università di Lione 2 e curata da Olimpia Sartorelli, approfondisce ad ampio spettro la componente narcisistica che sta alla base dell’empatia, delle identificazioni, dei problemi relazionali con l’altro consimile (portatore delle differenze e di tutto ciò che ripudiamo appartenerci) e del modo con cui ci relazioniamo con noi stessi, fino alla rilevanza delle patologie narcisistico-identitarie nella nostra contemporaneità. Nel rimarcare l’importanza del concetto di narcisismo per la metapsicologia e l’invito freudiano a un’analisi dell’Io, Roussillon evidenzia i paradossi che, dalla clinica, hanno fatto lavorare la teoria, confrontandola non solo con il conflitto, ma con un’impossibilità, un’impotenza, un’impasse.
Nel mito di Narciso, che non si conosce e specchiandosi nell’acqua si innamora del suo riflesso, nella mano che allunga per toccare quell’immagine che istantaneamente sparisce, si profila la questione di un oggetto narcisistico sfuggente, fatale nell’incontro. Narciso si percepisce respinto da un altro che non sa essere lui stesso, e come Eco, si trova preda della problematica passionale che “incolla” a un oggetto che contiene aspetti di sé stessi mancanti di un adeguato rispecchiamento.
La clinica dei disturbi narcisistici chiama in causa gli aspetti più arcaici del processo di simbolizzazione e i difetti del legame primario, la costruzione del quale è tutt’altro che naturale e scontata. Quanto più è precaria la struttura psichica dei pazienti, la minaccia alla loro identità e le angosce profonde rimandano più alla scissione della soggettività che alla rimozione, tanto più si deve guardare all’interazione fra il soggetto e i requisiti dell’ambiente nel suo processo di sviluppo.
L’Autore rimarca l’importanza della qualità della presenza dell’oggetto, come occorra una modalità relazionale sufficientemente prevedibile e adattabile nella risposta ai bisogni e dotata di funzioni trasformative capaci di trasmettere il senso per favorire nell’infans le condizioni atte a creare forme per la propria esperienza così da poterla integrare. Queste le circostanze affettive che permetteranno al bambino di sentirsi esistere e restare centrato su di sé, invece che in allerta sull’altro e ritirato nei propri slanci vitali più autentici. È un buon incontro con l’oggetto che rende agevole la possibilità di separarsi, invece di rimanere aggrappati per tentare di fronteggiare le estreme difficoltà conseguenti ai fallimenti d’investimento e alla disorganizzazione dei vissuti come si evidenzia nelle sofferenze narcisistico-identitarie.
La disamina teorica di Roussillon guarda alla riflessione freudiana che nel 1915 porta avanti in parallelo il narcisismo e l’Io (non ancora identificato come istanza psichica) nella presentazione della Metapsicologia che doveva comporsi di quindici articoli, ma che in realtà al sesto, “Lutto e melanconia”, si arresta. La ragione, per l’Autore francese, è che di fronte alla “nevrosi narcisistica” il modello di base fondato sul principio di piacere-dispiacere, incontra un paradosso.
Se l’elaborazione del lutto richiede la rinuncia all’oggetto perduto secondo il modello dell’identità di percezione, la melanconia pone il problema dell’insostituibilità dell’oggetto e dell’incapacità di trasferirne l’investimento. Il paradosso sottolineato da Roussillon è che non ci si può congedare da ciò che non si è avuto: prima di essere assente e come tale simbolizzabile, l’oggetto dev’essere stato sufficientemente presente. Ma l’oggetto narcisistico implicato nella melanconia è impossibile da lasciare perché precocemente perduto, circostanza che non riguarda solo i lutti veri e propri ma anche le rotture del legame primario, la qualità deludente di un oggetto che manca alla sua funzione di conferma narcisistica per un Io infantile non ancora organizzato e in una condizione di non-differenziazione. La diserzione dell’oggetto dalla necessaria funzione di rispecchiamento comporta per il soggetto una perdita di sé, così l’ombra dell’oggetto che ricade sull’Io acquisisce il significato dell’oscurità lasciata da un vissuto di deprivazione pulsionale, l’inscrizione del negativo di un disinvestimento.
Le concezioni implicate nella sua riflessione si possono riassumere a partire dall’idea freudiana della natura psichica dell’atto di desiderio: l’esperienza di appagamento crea nella psiche del neonato un’immagine mnestica; al ricomparire del bisogno, l’identità di percezione,prima via regressiva all’interno dell’apparato psichico, reinveste la traccia fino a riprovocare la percezione, nel tentativo di ricostruire la situazione di appagamento. È la disillusione di questo desiderio allucinatorio, incapace di far cessare il bisogno, che costringerà l’apparato psichico a rappresentarsi le condizioni reali affrancandosi dalla falsificazione dovuta all’ingerenza del principio di piacere. La comparsa di un processo secondario è indotta dall’esistenza di una prima massa a sua volta legata da una specie di involucro, l’Io, che tende a stabilizzare il movimento libero delle energie e a introdurre un processo di legame che le fa ristagnare nel sistema fantasmatico e, attraverso il corretto uso dei segni di realtà, abbandona l’intento della scarica per raggiungere un’identità di pensiero che può procrastinare il bisogno. La possibilità di differenziare percezione da rappresentazione consente di ritrovare all’esterno l’oggetto corrispondente al rappresentato, stabilendo nuove ripartizioni fra interno ed esterno, soggettivo e oggettivo.
In questa idea di una prima organizzazione dominata dal principio di piacere che trascura la realtà del mondo esterno, “il lattante è inteso includere le cure materne” (Freud 1911, p. 454-55)[1], implicito che, nella concezione freudiana, pone sullo sfondo la natura dell’oggetto che – prima ancora di essere psichico – entra in gioco sostenendo la necessaria fase di onnipotenza del neonato con la qualità della propria corrispondenza ai suoi bisogni.
Le rotture del legame primario sono al cuore delle difese narcisistiche e dei meccanismi che la psiche mette in atto per sopravvivere e tentare di circoscrivere l’abisso di una mancata conferma narcisistica, quando quel che non può essere integrato rimane “attaccato” all’oggetto di cui si assimila l’ombra. Fallita un’identificazione costitutiva, si prova a dar forma all’Io identificandosi al negativo con la cornice vuota del suo specchio, mancando così l’introiezione dell’oggetto e delle vicissitudini di cui l’oggetto è causa e mediatore. Per tentare di neutralizzare il carattere disorganizzante dell’assenza di un oggetto-piacere capace di mediare l’introiezione del desiderio, entra in campo l’incorporazione, che obbedisce al principio di piacere e agisce per mezzo di processi simili alla realizzazione allucinatoria, con lo scopo di recuperare l’oggetto in modo magico e occulto; ma l’incorporato non è un introietto. Mentre l’introiezione, che presuppone una sufficiente elaborazione rappresentativa, mette fine alla dipendenza oggettuale, l’incorporazione rinforza il legame con l’imago che costituirà una tomba nella vita dell’Io, marcando l’incapacità del soggetto di elaborare il lutto, di poter amare dentro l’oggetto perduto fuori. All’analista spetterà di intendere quel fantasma di incorporazione come il linguaggio mascherato dei desideri non ancora sorti come tali, non ancora introiettati (Abraham e Torok, 1987) e aiutare il paziente a trasformare ciò che resta da integrare affinché il processo di sviluppo psichico possa riprendere il suo corso.
Ora, se per simbolizzare occorre investire l’identità di pensiero, la rinuncia all’identità di percezione è possibile solo se si ha, appunto, una rappresentazione interna dell’oggetto che offra alla psiche di che sostenere l’attesa, moderando l’intensità dell’investimento sulla traccia percettiva per non precipitare sul versante dell’allucinatorio. Da qui, il paradosso sottolineato da Roussillon: la simbolizzazione necessaria per rinunciare all’oggetto non può essere la stessa che risulta dalla sua rinuncia. Per questo l’Autore si ispira ad Anzieu differenziando due tipi di simbolizzazione: una simbolizzazione primaria che si costruisce in presenza di specifiche qualità dell’incontro con l’oggetto, e una simbolizzazione secondaria che si sviluppa dalla sua assenza, strumento di un secondo sistema che consente allo psichico diorientarsi verso le rappresentazioni.
Richiamandosi a “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” (Freud, 1921) e alla sua famosa apertura: “la psicologia individuale è fin dall’inizio psicologia sociale” (p.261), Roussillon evidenzia tanto il ruolo dell’oggetto nella metapsicologia (che si consolida attraverso il concetto di identificazione), che la crescente importanza che Freud dà all’Io, ai suoi involucri e alla funzione protettiva e trasformativa che esprimono per integrare la materia prima psichica.
Riprendendo il modello del notes magico e delle sue inscrizioni (Freud, 1924), l’Autore approfondisce le specificità di un primo involucro Io-pelle tattile che ricerca un’identità di percezione, un’esatta riproduzione in cui tutto combacia, primo contatto adesivo che inizierà poi gradualmente a permettere al bambino di percepire l’alterità e potersene distaccare, differenziando le sensazioni interne da quelle esterne, in una vicinanza che non comporterà più confusione fra Io e non-Io. Nei soggetti in cui questo processo non funziona adeguatamente, il contatto corpo a corpo è mal tollerato perché implica la minaccia di perdersi nell’altro restandovi “incollato”. Nel secondo involucro visivo, che guadagna distanza dall’oggetto, si introduce la riflessività, lo stadio dello specchio e la rappresentazione di sé stessi come oggetto che comincia a organizzare uno scenario composto da soggetto, oggetto e dall’azione fra loro. Con lo sviluppo del terzo involucro narrativo, ci si immerge nel linguaggio verbale e viene introdotta la temporalità che consentono di potersi raccontare in una storia.
Nel 1920, un’altra pietra miliare freudiana rivede la prima teoria della ripetizione e riconosce nella coazione a ripetere una realtà primaria della vita psichica, che ripete per il piacere solo là dove l’esperienza è stata legata dall’Io e, attraverso la sua rappresentazione e simbolizzazione, permette al soggetto di appropriarsene. Quando invece l’esperienza segna la psiche con la sua impronta traumatica, quando manca un’integrazione per “debolezza di sintesi” dell’Io, la ripetizione si darà al di là del principio di piacere, per ritrovare l’oggetto perduto, per fare accadere le potenzialità di un non-avvenuto, per appropriarsi delle parti scisse e di ciò che nella psiche insiste perché non ha ancora trovato un proprio luogo, un bisogno di ripetere che è ripetizione del bisogno (Lagache) e che evidenzia una coazione all’integrazione. La forza dell’attività slegante del narcisismo negativo può irrigidire i confini fragilizzati dell’Io, erigendo barriere psichiche verso l’esterno e infiltranti l’interno, dove le diverse parti di sé sono mantenute non-comunicanti dalle scissioni. In questi soggetti minacciati da angosce di intrusione, di integrazione e di eclissi delle difese, l’obiettivo diventa il disinvestimento, modalità di sopravvivenza contro la morte psichica che, per proteggere una residuale unicità, può arrivare a desertificare la vita psichica.
Nella clinica la ripetizione assume anche una funzione itersoggettiva attraverso l’esternalizzazione dell’esperienza traumatica o carenziale che fa provare all’altro i propri vissuti scissi, una necessità strutturante del paziente che questo transfert faccia “presa” e si trasformi in una restituzione trasformativa che possa aiutarlo finalmente a simbolizzare e integrare l’esperienza. La qualità della presenza dell’analista consentirà al processo terapeutico di riuscire a istituire lo spazio psichico là dove esso latita e fornire un senso agli accaduti che non sono esistiti come eventi psichici.
L’altro paradosso che Roussillon evidenzia mettere in tensione il principio di piacere/dispiacere è la distruttività, il male che si fa scopo della vita, uno sconvolgimento di valori che offusca l’attribuzione di senso.
L’Autore riprende il lavoro del 1916 “Alcuni tipi di carattere tratti dal lavoro psicoanalitico” in cui Freud esamina tre tratti caratteriali che rivelano logiche “al di là del principio di piacere”.
Le “eccezioni”, il cui prototipo è identificato con il Riccardo III shakespeariano, sono personalità marcatamente narcisistiche che si trovano in una posizione psichica fondata sull’idea che le regole o le limitazioni valgano per gli altri ma non per loro, forti di una pretesa di indennizzo per le menomazioni inflitte dalla sorte al loro narcisismo.
Ancora più rilevanti sul piano clinico, “coloro che soccombono al successo”, che si ammalano della propria riuscita, come non fossero in grado di sopportare la felicità e trarne vantaggio, come se l’Io tollerasse un desiderio solo in fantasia, ma quando si avvicina all’appagamento e minaccia di diventare realtà vi si opponessero. Da queste condizioni Freud prenderà spunto per elaborare la reazione terapeutica negativa dei pazienti che più migliorano più iniziano a sentirsi male.
Ne “I delinquenti per senso di colpa” Freud ipotizza un’inversione: il senso di colpa non sarebbe generato dal crimine ma ciò che lo determina. Ciò che rende il senso di colpa disorganizzante sarebbe il suo carattere indecifrabile, diffuso, che fa sentire il soggetto colpevole di esistere: l’atto criminoso fornirebbe un arresto contro la minaccia di un’invasione interna, per circoscriverla ed eventualmente espiarla. Roussillon sottolinea come Freud tornerà su questo tema qualche anno più tardi (1920b) a proposito dei sogni d’angoscia dei reduci di guerra, mostrando che il rischio di sviluppare una nevrosi traumatica diminuisce in presenza di una lesione corporea. Più che una lettura masochistica, va considerato che il dolore corporeo fa cessare il dolore psichico attraverso una localizzazione che circoscrive e quindi protegge dall’invasione traumatica interna.
Attraverso la disamina della matrice egoica al tempo stesso difettuale e conflittuale delle sofferenze narcisistico-identitarie, Roussillon mostra la difficoltà di sentirsi soggetto della propria vita, delle proprie emozioni e decisioni che è alla base delle problematiche narcisistiche, con il loro senso di identità minacciato, spesso controllati dal desiderio dell’altro e incapaci di dire di “no” come di dire “io”. Questo suo testo accompagna attraverso molti scorci della riflessione teorica e della prassi, evidenziando l’importanza della funzione rispecchiante a sostegno dell’auto-osservarsi del paziente, favorendone la significazione che lo soggettivizza, il narcisismo necessario a una condizione di sufficiente illusione per poter accettare le disillusioni e i lutti della realtà, riflessioni che fanno risaltare la valenza universale di queste tematiche per la nostra vita psichica.
Bibliografia
Abraham, N.; Torok, M. (1987) La scorza e il nocciolo, Borla, 1993.
Freud, S. (1895) Progetto di una psicologia OSF v. 2
Freud, S. (1899) Interpretazione dei sogni OSF v. 3
Freud, S. (1911) Precisazioni sui due principi dell’accadere psichico OSF v. 6
Freud, S. (1915) Lutto e melanconia OSF v. 8
Freud, S. (1916) Alcuni tipi di carattere tratti dal lavoro psicoanalitico OSF v. 8
Freud, S. (1920a) Al di là del principio di piacere, OSF v. 9
Freud, S. (1920b) Complementi alla teoria del sogno OSF v. 9
Freud, S. (1921a) Psicologia delle masse e analisi dell’Io, OSF v.9
Freud, S. (1921b) Psicologia delle masse e analisi dell’Io, OSF v.9
Freud, S. (1921c) Alcuni meccanismi nevrotici nella gelosia, paranoia e omosessualità, OSF v.9
Freud, S. (1924) Nota sul notes magico, OSF v. 10
Roussillon, R. (2010) “Ripetere per il piacere o ripetere per integrare” in: Transfert di vita. Coazione a ripetere, ripetizioni, trasformazione (a cura di) Pierri, M.; Costantini, M. V., Franco Angeli.
Roussillon, R. (2006) “Pluralità dell’appropriazione soggettiva” in: La soggettivazione (a cura di) Richard, F.; Wainrib, S., Borla 2008.
Roussillon, R. “Le travail de Symbolisation” sul sito: https://reneroussillon.com/le-travail-de-symbolisation
[1] Nota 4 di“Precisazioni sui due principi dell’accadere psichico”; del resto già nel Progetto (1895) è nominato un “oggetto soccorritore” che si intende sostenere e far evolvere la condizione narcisistica del bambino.