Parole chiave: alloiosi, intersoggettività incarnata, psiche-soma, regolazione diadica
Introduzione
Presso il Centro Torinese di Psicoanalisi si è svolta una giornata di studio dedicata al dialogo tra psicoanalisi, neuroscienze e infant research, ambito di confronto sempre più rilevante per la ricerca contemporanea. Il lavoro di Anna Ferruta e Maurizio Stangalino propone una riflessione articolata sull’intersoggettività incarnata e sulle sue implicazioni teorico-cliniche, mantenendo al centro la specificità del metodo psicoanalitico e la complessità dell’unità psiche-soma. Il lavoro, sostenuto da un solido ancoraggio clinico, invita a ripensare l’unità psiche-soma nelle sue traiettorie evolutive, ponendo al centro il ruolo fondativo dei processi relazionali precoci, delle dinamiche di regolazione diadica e delle successive capacità autoregolative del soggetto, entro una prospettiva che intreccia sviluppo, esperienza corporea e costruzione della soggettività.
Ringraziamo gli Autori e Giuseppe D’Agostino, Presidente del Centro Torinese di Psicoanalisi, per aver messo a disposizione di SPIWEB questo prezioso contributo.
Stefania Pandolfo
Caporedattrice SPIWEB
CENTRO TORINESE DI PSICOANALISI – 24/01/2026
Seminario
Anna Ferruta, Psicoanalista, membro ordinario con funzioni di training SPI e IPA
Maurizio Stangalino, Neuropsichiatra Infantile con formazione psicoanalitica, docente Università del Piemonte Orientale
L’intersoggettività incarnata: dalla neurobiologia delle prime relazioni alla clinica psicoanalitica
Il nostro lavoro si inserisce nel dialogo contemporaneo tra psicoanalisi, neuroscienze e infant research, proponendo una visione integrata del funzionamento psiche-soma che riteniamo abbia profonde implicazioni sia teoriche che cliniche. L’intento che guida la nostra riflessione è quello di definire un modello unitario dello sviluppo psichico capace di superare le tradizionali dicotomie mente-corpo, interno-esterno, vita-morte, ancorando il pensiero psicoanalitico alle acquisizioni delle neuroscienze contemporanee utilizzando la specificità del metodo e della teoria psicoanalitici.
Ciò che ci ha spinto a intraprendere questo percorso di ricerca è l’incontro clinico con pazienti, soprattutto adolescenti e giovani adulti, che sembrano attraversati da una tendenza all’autoannullamento, attratti verso la non-vita in modalità che sfidano i nostri usuali strumenti interpretativi. Di fronte a queste situazioni cliniche, ci siamo trovati a interrogare in modo più radicale le dinamiche che si sviluppano all’origine negli scambi relazionali madre-bambino, come situazioni da cui prende forma la vita psichica nelle sue caratteristiche peculiari, che implicano necessariamente un’interazione strutturale e strutturante tra mente e corpo, soggetto e oggetto.
Il primato della relazione : l’intersoggettività come matrice dello sviluppo psichico
Il primo nucleo concettuale che vogliamo sottoporre alla vostra attenzione riguarda quella che consideriamo la natura profondamente, costitutivamente interattiva del funzionamento “mentale” dello psiche-soma. Non si tratta semplicemente di affermare, come ormai acquisito dalla psicoanalisi contemporanea, che la relazione è importante, ma di sostenere qualcosa di più radicale: il processo di integrazione psicosomatica può svilupparsi soltanto all’interno di una interazione psicosensoriale della diade madre-bambino, un campo vitale condiviso senza il quale non può emergere alcuna vita psichica propriamente detta. Gli sviluppi somatici e psichici sono frutto di processi in continua interazione, che segnalano la necessità biologica e psichica di mettere a disposizione dell’individuo umano un ambiente con cui interagire, sottraendolo alla distruzione dell’isolamento, che, proprio come accade alle cellule, ne provoca il decadimento e la morte. La relazione madre-bambino delle origini e la relazione terapeutica analista-paziente si sviluppano sullo sfondo di questo universo concettuale strutturalmente relazionale.
Questa interazione primitiva si fonda principalmente su messaggi non verbali: il modo in cui la madre sposta il bambino, lo avvicina, lo raggiunge, i suoni della sua voce, il contatto e la tensione delle sue mani, la velocità o la lentezza dei movimenti. Il neonato accoglie in microesperienze significanti tracce di memoria personalizzata, sulla base delle quali inizia la costruzione del suo modo di essere nel mondo. Vogliamo sottolineare come il neonato non sia affatto un recettore passivo: è dotato di una precoce capacità di agency (Alvarez,2012), di una spinta vitale ad operare come soggetto attivo, pur nella sua radicale dipendenza dall’altro. Ma è dotato anche, e questo è clinicamente cruciale, della capacità di sottrarsi e isolarsi se queste prime forme di incontro falliscono.
Le neuroscienze ci offrono conferme affascinanti di questa visione. Gli studi sui neuroni specchio (Rizzolatti, Sinigaglia, 2006; Gallese, 2003) dimostrano l’esistenza di una comunicazione pre-simbolica, al di là del rappresentato consapevole, tipica delle prime interazioni madre-bambino e basata su posture, espressioni, gesti, movimenti muscolari ed emozioni. Queste peculiari reti neurali si attivano quando si osserva compiere un’azione nell’ambito di un interscambio relazionale ad alta intensità emotiva, costituendo la prova dell’esistenza di quella dimensione dell’implicito, del non rimosso, che consente scambi profondi a un livello pre-verbale di comunicazione.
Si delinea così quello che possiamo definire un “supersistema” neuropsicobiologico (Siegel, 1999), in cui madre e bambino funzionano in una sorta di allineamento reciproco, in quella dimensione che Trevarthen, (1979) ha definito intersoggettività primaria: una interconnessione “brain to brain” di allineamenti e regolazioni reciproche in uno spazio mentale ampliato, necessaria per realizzare una sintonizzazione e co-costruire una coordinazione interpersonale
Riteniamo importante sottolineare come queste corrispondenze del funzionamento tra psiche e soma mettano in evidenza la possibilità di uno sviluppo del soggetto secondo modalità non causalistiche, ma non arbitrarie, in interazioni continuamente trasformantesi che si consolidano in stati di equilibrio omeostatico transitori. Questo ha ricadute cliniche significative: permette di ascoltare il traumatico e il non conosciuto in modo meno deterministico e di aprire l’ascolto alle comunicazioni sensoriali, emozionali, non verbali come terreno esperienziale in attesa di un incontro che dia loro vita in relazioni condivise.
L’apprendimento di funzioni autoregolative e di (ri)organizzazione autopoietica: dalla regolazione diadica all’autoregolazione
Il secondo punto cruciale della nostra argomentazione riguarda la valorizzazione delle capacità di continua (ri)organizzazione autopoietica di ogni individuo, a partire dal processo attraverso cui il bambino interiorizza capacità autoregolative fondamentali per la sopravvivenza psichica. Vogliamo proporre una concettualizzazione che integri il pensiero psicoanalitico classico con acquisizioni provenienti da altri ambiti del sapere sul vivente.
Descriviamo come le interazioni precoci modulino il processo di regolazione e “scultura” dei sistemi neuronali, rappresentando una vera interconnessione strutturante. Le ricerche sulla diade madre-bambino (Trevarthen, 2001; Hofer, 2006, 2014)) ci consegnano un modello in cui questa dialettica neurofisiologica precoce può essere considerata un “supersistema” necessario per garantire l’interiorizzazione di capacità autoregolative fondamentali e per promuovere lo sviluppo psichico anche in età successive.
Centrale diventa qui il concetto winnicottiano di holding materna e quello bioniano di rêverie, che vogliamo sottrarre a una lettura puramente metaforica per riconoscerne la dimensione concreta di disponibilità e permeabilità mentale ed emotiva alla comunicazione con l’altro. Bion parla di “allineamento” psichico in analogia con quello neurofisiologico: una dimensione implicante una vicinanza emotiva particolare che consente alla madre di accogliere e trasformare gli stati mentali del bambino attraverso una risposta empatica mediata dal sistema specchio neuronale.
Sulla base di questa visione, proponiamo di considerare il “sistema vivente” che ogni individuo rappresenta come espressione di molteplici livelli di interconnessione che unificano processi di integrazione funzionale tra la dimensione biologica e quella psichica. Un complesso apparato di regolazione che riunisce processi distinti in stati unitari in grado di influenzarsi e regolarsi reciprocamente. La coesione che ne deriva, un equilibrio strutturale dinamico, in continua risonanza, consente l’attività di assetti funzionali a complessità crescente.
Abbiamo introdotto un’analogia che riteniamo euristicamente feconda con la fisica del non-equilibrio e gli studi sullo sviluppo di nuovo ordine reso possibile da incontri e fluttuazioni nei sistemi aperti. Parliamo di strutture dissipative (Prigogine, Nicolis, 1982): quelle dimensioni che permettono la formazione di equilibri dinamici in cui la dispersione di energia può dar luogo alla strutturazione continuativa di nuovi equilibri, casuali ma non arbitrari.
A risultare fondamentale in questa visione è proprio il concetto di “relazione”, di interfaccia Io-mondo che costituisce il prerequisito per sottrarre il soggetto vivente a un destino di “chiusura entropica”, di interruzione di scambi vitali. Dobbiamo cioè immaginare le connessioni tra inconscio e conscio, corpo e mente, io e altro, non tanto come dimensioni che implichino separazioni definitive da cui sviluppare dialettiche contrapposte, ma come un continuo divenire interconnesso in cui si possano generare varie espressioni di “separazione indivisa”, di “discontinuità nella continuità”, di esperienze di “unità molteplice” nei confronti degli oggetti del mondo.
Il caso di Jacob (ridotto per motivi di privacy)
Si tratta del caso di un giovane studente che viene a studiare a Milano per frequentare una prestigiosa Università, ma è bloccato dall’impossibilità di prendere la metropolitana, per una paura claustrofobica dei luoghi chiusi. A un elevato sviluppo dell’intelletto si accompagna (o si contrappone) una incapacità di padroneggiare emozioni basiche che tengono la sua individualità strettamente intrecciata alla individualità della mamma depressa, da cui non si può allontanare, senza perdere se stesso.La sua prima frase in seduta (“Mi manda il terapeuta di mia madre”) contiene in nuce il nucleo di sofferenza originaria e la richiesta di aiuto, cripticamente intrecciate. In questa comunicazione stanno insieme il desiderio di uno sguardo che si accorga della sua esistenza e l’imprigionamento in un legame a cui non può/non vuole rinunciare.
Come terapeuta, ho assistito alla fluttuazione nella mia mente di varie configurazioni descrittive e di possibili interpretazioni precoci forzate, ma ho scelto di non comunicarle e di mettere a disposizione un ambiente relazionale in cui le nostre due individualità non sono ancora differenziate. L’intervento è stato invece: “Deve essere stato difficile arrivare fin qui. Potremo fare insieme un cammino verso esperienze nuove.”
Mi rendo conto solo dopo che questa comunicazione avviene in una forma impersonale (“Deve essere stato difficile…”) che non colloca Jacob nella configurazione di un Io che per ora è assente. Questo è anche, come Freud (1937) insegna, già un tentativo di trovare una via d’uscita a una situazione emozionale diventata invivibile: nominare e descrivere l’esperienza che sta venendo alla luce, prima di poter chiarire se c’è un soggetto che se ne può fare carico e riconoscerla come propria, in quanto condivisa con un’altra mente.
L’importante è stato cogliere la richiesta congiunta di chiusura e di fuga, quella mano tesa che è fondamentale afferrare, l’elemento transferale in atto. L’offerta è stata quella di una struttura sicura di accoglienza (tre sedute alla settimana, sul lettino, in giorni e orari fissati), un setting stabile e insieme una fluttuazione libera nei suoi pensieri. Nel corso del trattamento, durato otto anni, l’analista è stato spesso la madre distratta, spesso la madre troppo presente, ma sempre un oggetto nuovo che ha interesse per il suo sviluppo psichico.
L’analisi di Jacob ha consentito di recuperare quel particolare stato diadico normalmente presente all’inizio della vita per favorire l’evoluzione dalla dimensione fetale: una relazione di tipo placentare tra menti in grado di fronteggiare l’esperienza percettiva di timore/terrore (di morte incombente per dissoluzione della fragilissima struttura ideo-affettiva nascente), sperimentata dal nascituro (Soubieux, Soulè, 2005). Un processo relazione-dipendente di progressiva individuazione e riconoscimento della propria soggettività psichica, del proprio self (e una graduale capacità di tollerare e “assimilare” il not self), generato proprio a partire dall’unità originaria, ricreata dal lavoro analitico, consentendo di far fronte alle perdite e alle fatiche dell’incontro che inevitabilmente la vita impone per permettere il dispiegarsi dei processi maturativi e la soggettivazione.
L’unità psiche-soma, “istruita” dal primitivo rapporto con il corpo materno nel consolidarsi di una “tolleranza” tra eliminare e trattenere, diviene capace di ospitare forme di interazione complessa che presuppongono anche l’incontro con il “non familiare”. È come se la psiche imparasse l’arte dell’ospitalità, trasformando una tendenza autodistruttiva in un impasto qualitativamente nuovo, in grado di utilizzare l’incontro con l’Altro come fattore di crescita.
In assenza di una interazione primaria favorevole è invece possibile lo sviluppo di una “resistenza” nei confronti di aspetti percepiti come non familiari e alieni, narcisisticamente minacciosi per l’involucro psichico a protezione del Sé, come si evidenzia nella chiusura fobica o autistica di Jacob.
Questa concettualizzazione sostiene e configura l’esistenza di una dimensione plurima ed “estesa” del concetto bioniano di barriera di contatto: a livello intrapsichico individuale, tra inconscio e conscio, ma anche come Io-pelle di Anzieu (1985) o barriera di contatto “ectopica” tra interno ed esterno, che pone l’apparato psichico in rapporto con gli oggetti non-me dell’esistenza. Il rapporto di costruzione del reale risulta così come una dinamica creativa continua di esplorazione soggetto-oggetto con tendenza a gradi crescenti di saturazione, mantenendo però sempre una quota di investimento insatura.
L’apporto primario della relazione madre-bambino rappresenta quindi il fattore fondamentale che permette inizialmente al bambino una connessione al funzionamento del sistema psiche-soma materno, in una sorta di relazione fusionale intercorporea, “sensomotoria”. Una specie di supersistema neuropsicobiologico che consente di modellare e attrezzare l’assetto dell’acerbo apparato psichico neonatale verso l’esperienza della disgiunzione e verso una condizione autonoma autoregolativa continua di funzionamento.
Un modo di pensare molto diverso da quello che pensa il corpo come luogo di evacuazione di emozioni e pensieri non simbolizzati da mentalizzare o come messa in scena di una dinamica relazionale libidica irrisolta o invece pensa al corpo come terreno di semiosi in altre forme comunicative.
La dimensione transizionale e la creazione della realtà
Il terzo nucleo teorico che vogliamo approfondire riguarda il ruolo della dimensione transizionale winnicottiana come spazio di continua creazione della “realtà”. Il rapporto del soggetto con l’alterità può essere concepito come un incessante processo creativo di esplorazione soggetto-oggetto, fondato sulla spinta propulsiva che Panksepp (2012) ha definito “seeking”
Parliamo di un processo psico-biologico fondamentale di continua accettazione del reale che consenta, nel lavoro psichico, una appropriazione personale della realtà in senso creativo, fondata su una matrice illusoria.
Stiamo ovviamente parlando della dimensione transizionale dell’esperienza posta tra realtà psichica interna e esterna, della “terza area” individuata e descritta da Winnicott, ma ciò di molto rilevante a cui queste riflessioni conducono riguarda la forma più profonda delle relazioni, dell’interazione soggetto-oggetto.
Il processo psichico implicato nei fenomeni transizionali è quello di assimilazione della realtà esterna al soggetto e non di adeguamento e sottomissione ad essa. La realtà esterna viene riconosciuta, superata una fase di fusione/confusione dei confini tra soggetto e oggetto, all’interno di un’esperienza relazionale con una madre sufficientemente presente e affidabile. La madre all’inizio fornisce al bambino l’illusione che il suo seno sia creazione e parte del bambino, poi passa da un adattamento completo a frustrazioni graduali progressive. Il riconoscimento dell’alterità dell’oggetto tuttavia non avviene attraverso un processo di adattamento/assoggettamento alla comunicazione fatta da un oggetto più sapiente con conseguente blocco e inabilitazione dell’attività mentale. Al contrario, il riconoscimento dell’alterità dell’oggetto avviene attraverso l’attivazione di un lavoro psichico del bambino che sceglie un oggetto con specifiche caratteristiche sensoriali, che trasforma in un possesso non-me e utilizza come mezzo per il tragitto tra il soggetto e l’oggetto-madre, con le sue autonomie, discontinuità, assenze, potenzialità annientanti. L’imprigionamento del soggetto all’interno del suo solitario psichismo, o nelle gabbie di una realtà esterna che richiede sottomissione, viene evaso attraverso un lavoro psichico che produce una realtà nuova, frutto della creatività del soggetto che utilizza del materiale che riconosce collocato fuori di sé per creare qualcosa di personale, che prima non esisteva, e crea l’oggetto transizionale, come l’artista crea la sua opera..
Questa concettualizzazione e la tecnica conseguente segnano un confine fondamentale tra modalità psicoterapiche in seduta e funzionamento psicoanalitico.
La tensione del vivere è costituita dal compito di mettere continuamente in contatto la realtà interna con la realtà esterna e dalla necessità di dovere decidere ogni volta tra quello che appartiene all’esperienza condivisa con caratteri di alterità e ciò che è prevalentemente frutto delle nostre proiezioni. Abitare nell’area transizionale vuol dire essere sollevati per qualche tempo da questa fatica e godersi l’esperienza fluttuando nelle sensazioni ed emozioni: è l’area del gioco, dell’arte, della religione, della filosofia, dell’esperienza culturale. Il piacere di sentirsi creativo va insieme al piacere di vivere in una dimensione nella quale il giudizio di realtà è sospeso e insieme l’esperienza attraversata è profondamente reale. “In questa area di gioco il bambino raccoglie oggetti o fenomeni dal mondo esterno e li usa al servizio di qualche elemento che deriva dalla realtà interna personale. Senza allucinare, il bambino mette fuori un elemento del potenziale onirico, e vive con questo elemento in un selezionato contesto di frammenti della realtà esterna.Nel gioco il bambino manipola i fenomeni esterni al servizio del sogno, e investe i fenomeni esterni prescelti con significato e sentimento di sogno“(Winnicott, 1971, 99). Meglio non si potrebbe descrivere l’esperienza che si attiva in questa area terza: il soggetto funziona nella libertà del sognare, continuando a fruire degli oggetti, ricreandoli con i suoi significati senza perderli.
La cura di pazienti borderline e psicotici confronta ogni giorno con questo problema dell’oscillazione tra stati morte psichica e ripresa di attività mentale. Tali stati sono connessi a rapporti con oggetti narcisistici che pretendono di non “tramontare” dall’orizzonte psichico del soggetto, finendo per occuparne tutto lo spazio mentale: la vita psichica viene recuperata proprio grazie all’aprirsi di uno spazio potenziale tra analista e paziente nel quale possono darsi fenomeni transizionali, si può accedere a una dimensione di gioco. Per “vivere creativamente” Winnicott intende la capacità di mantenere, nel corso della vita, qualcosa che appartiene all’esperienza infantile: la capacità di creare il mondo, di non essere annientati dalla compiacenza o dalla reattività, ma di vedere le cose in modo sempre nuovo (Ferruta 2018). “Ognuno ha la possibilità di vivere creativamente. Al limite, il respirare, cosa che nessuno può fare per qualcun altro” (35).
Perché si possano sviluppare processi di simbolizzazione è necessario predisporre le condizioni perché possa avvenire un’esperienza ad alta intensità sensoriale e percettiva in presenza dell’altro (Winnicott,1954), che sia possibile tenere insieme esperienza soggettiva nella sua dimensione autopoietica e presenza e contributo di un altro soggetto.
Ed è qui che ci troviamo di fronte al paradosso e alla contraddizione della indispensabilità della relazione sin dall’origine perché l’individuo diventi se stesso, dove l’identificazione è la prima forma di relazione con gli oggetti non me, e d’altra parte dell’isolamento necessario del core self per sentirsi vivi e avere il sentimento del reale (Ogden, 2021).
Vogliamo proporre un’immagine affascinante derivata dalla fisica quantistica: l’incontro del soggetto con l’alterità come processo che si declina sostanzialmente nell’ambito della dimensione transizionale, in cui la continua spinta propulsiva e caotica degli stati interni, tendenti all’incontro con l’oggetto, determina fluttuazioni organizzanti del sistema che esprimono qualità esplorative, una sovrapposizione di stati possibili del divenire. Una dimensione potenziale, un campo di esperienza aperto e con frontiere ancora indefinite, in cui è in atto una momentanea sospensione del compito mentale di differenziare la realtà dalla fantasia e in cui possono coesistere “stati sovrapposti”: essere e al tempo stesso non essere l’altro oggetto, essere separati e al contempo in unione con l’ambiente.
Questa “sovrapposizione di stati possibili” in cui, nel soggetto, percezioni e allucinazioni si legano temporaneamente per formare una esperienza di “illusione”, incontra poi il limite dell’alterità dell’oggetto che, se sostenibile e non annientante, promuove una condensazione di elementi inseribili nella struttura di contatto e utilizzabili sul piano metaforico e simbolico per l’attività mentale.
È dunque possibile ipotizzare che sia continuamente in atto nella psiche un processo di creazione incessante della “realtà”, intesa come rappresentazione soggettivizzante dell’interazione tra soggetto e oggetto altro da sé, in cui l’apparato psichico sulla spinta dell’instabilità dei suoi stati interni produce trasformazioni dal disordine e incoerenza degli elementi indifferenziati di derivazione neurofisiologica (turbolenze sensoriali non ancora mentali), fino al piano rappresentativo e simbolico, all’inserimento strutturale nella barriera di contatto che costituisce una sorta di pelle mentale semipermeabile nell’interazione con gli oggetti del mondo.
Il concetto di “alloiosi”: una nuova concettualizzazione della deriva mortifera
Arriviamo ora a definire un contributo originale del nostro lavoro: l’introduzione del concetto di “alloiosi” (dal greco αλλοίωσις, alterazione, consunzione) per descrivere una deriva mortifera che può investire l’intera unità psiche-soma della persona. (Stangalino, 2021; Ferruta, Stangalino 2024)
La genesi di questo concetto nasce dall’incontro con situazioni cliniche che invitano a considerare la concettualizzazione della pulsione di morte e della dialettica tra pulsione di vita e pulsione di morte descritta da Freud in Al di là del principio di piacere. Proponiamo di concepire questa dialettica come strutturazione continuativa di equilibri dinamici omeostatici in cui entrambe le pulsioni appartengono al vivente se mantenute in un sistema non isolato.
Tale concezione presenta analogie con altre discipline che negli ultimi decenni hanno modificato i loro paradigmi, come la neurobiologia che per gli esseri viventi in sistemi aperti prevede un continuo divenire interconnesso. L’analogia riguarda in particolare la dimensione non statica propria dei sistemi aperti, in cui individuo e ambiente interagiscono in modo imprevedibile attraverso il continuo sviluppo di connessioni adattive.
Un punto di partenza cruciale per la nostra riflessione proviene dalla biologia cellulare. Solide ricerche succedutesi nel corso degli anni hanno chiaramente mostrato come le cellule del nostro organismo siano destinate a una sorta di morte programmata, all’apoptosi (Kerr, Wyllie, Currie, 1972), se non vengono “attivamente” e continuamente tenute in vita da “legami di sopravvivenza”, segnali biochimici mediati da altre cellule (Ameisen, 1999). Lo spegnersi di questi segnali avvia il processo inerziale della distruzione cellulare, in una dinamica bilanciata vita-morte, in cui processi di distruzione e di generazione provvedono in modo integrato a “scolpire” in continuità il nostro organismo.
Ci siamo chiesti: se ci si sposta dalla dimensione cellulare alla regolazione globale, e quindi anche alla funzione mentale, è possibile trovare traccia di meccanismi analoghi? Proponiamo di utilizzare il concetto di attrattori (mutuandone la terminologia dalla fisica) nel significato di primigenie tensioni fondamentali presenti in natura, che agiscono nel gioco dinamico tra forze, a un livello ancora più carsico e abissale, anteriormente al manifestarsi della dialettica tra vita e morte a livello delle singole esistenze individuali descritta dalla teorizzazione freudiana.
Osservando infatti l’articolato meccanismo di funzionamento delle strutture biologiche che sostengono, sin dalle prime fasi di vita, l’equilibrio omeostatico, ci imbattiamo in un aspetto davvero centrale: questo bilanciamento vita-morte evoca per analogia gli attrattori intuiti da Freud. Vogliamo provare ad indagare se e come la dinamica che sostiene il meccanismo apoptotico possa essere ritrovata analogamente nel funzionamento dell’intera unità vivente, come espressione, a livelli e con modalità diverse, delle stesse forze attrattive.
Proponiamo quindi di dare a questa deriva mortifera più vasta e globale a livello dell’unità psiche-soma dell’intera persona il nome di alloiosi, nel senso di consunzione, in connessione analogica con l’apoptosi del livello cellulare. La possiamo immaginare come una condizione in cui, rispetto al normale prevalere della pulsione di vita nel bilanciamento ed intrico tra Eros e Thanatos, tenda invece ad affermarsi più stabilmente il primato dell’attrattore/pulsione di morte, isolamento, rottura dei legami, come invisibile guida del destino individuale verso una condizione di logoramento delle connessioni, inerzia, non vita, o addirittura verso l’autoannientamento.
Ciò che vogliamo ipotizzare è che una alterazione della dinamica relazionale tra soggetto e ambiente materno, con esposizione a stati di non-vita psichica da parte del caregiver, che non sia contenuto e riparato nella sua valenza disorganizzante, finisce per incidere direttamente sulla naturale traiettoria esistenziale dell’individuo. Si attiva una perturbazione dell’omeostasi che regola il suo “equilibrio funzionale”, provocando espressioni sintomatiche già precocemente evidenti, ma anche, in modo più silente, generando l’innesco di una dinamica invisibile e inconscia (auto)distruttiva che può giungere a permeare l’intera unità psicobiologica.
L’inizio di questa china disorganizzante andrebbe quindi individuato a livello profondo del funzionamento dello psiche-soma e correlato alla disregolazione che l’esperienza delle prime relazioni bambino/mamma (con innesco possibile già a livello prenatale) determina sull’equilibrio strutturale e funzionale del soggetto, generando negli stati del Sé perdita di coerenza, frammentazione, deriva.
Lo sbilanciamento che si origina si può immaginare come un divenire potenzialmente catastrofico nel suo propagarsi, se non riparato, all’intero organismo. Le esperienze primarie perturbate disorganizzate, forzando l’apparato psichico oltre il suo limite, intaccherebbero le forze coesionali autorganizzantesi e l’efficacia nello scambiare sul piano intersoggettivo segnali di sopravvivenza, diffondendo la manifestazione del disturbo a forme più ampie: dall’ambito neuro-psichico a tutto il soma.
Queste osservazioni ci autorizzano a ravvisare in quel divenire distruttivo una canalizzazione mortifera di contenuti insostenibili per la coscienza e per l’integrità vitale dell’Essere, rendendo esplicita la relazione e la dialettica bi-direzionale tra le forme somatiche mediante cui la malattia si palesa e le forme psichiche del disequilibrio e del dolore mentale.
Uno sguardo alla clinica: il caso di Luca (ridotto per motivi di privacy), quando è la mente che guida il corpo o lo annulla
A tal proposito si può riportare il caso clinico di un bambino di 10 anni, che chiameremo Luca, giunto alla mia osservazione per un disturbo ossessivo-compulsivo strutturato. La storia familiare è segnata da un grave e traumatico evento luttuoso, accaduto durante la sua gravidanza, che aveva determinato una depressione materna perinatale protratta e un clima affettivo perturbato sin dalla nascita del bambino. L’innesco della sintomatologia ossessiva è rappresentato da un incidente nella vita famigliare a cui Luca reagisce con apparente distacco: “si è comportato da adulto” riferiscono i genitori, ma in breve tempo compare un quadro rituale molto invasivo che colonizza ogni ambito della vita quotidiana. Al primo incontro il bambino appare introverso, gracile, poco vitale, con difficoltà ad accedere al proprio mondo interno. Nei disegni le case hanno sempre il piano superiore vuoto e inabitato; Luca confessa di non riuscire ad andare da solo al primo piano della propria abitazione (dove c’è la stanza dei genitori), terrorizzato da mostri e figure fantasmatiche, da stanze “ghiacciate” di un lutto non elaborato. Un dolore inaffrontabile, che raggiunge anche la mia mente e il mio inconscio, come davanti ad un muro: Luca disegna spesso alte mura modulari. Nella dimensione associativa controtransferale affiora l’immagine della Grande Muraglia: una imponente struttura difensiva che nasconde un altrove ignoto e pericoloso e che solo l’entità del quadro ossessivo sembra poter controllare. È una fase in cui prevale l’isolamento, un assetto psichico coattivo ed entropico, dominato dall’attrattore verso il “disgiungersi”: una cesura nei legami, con i familiari, i compagni, l’analista.
L’avvio di un lavoro parallelo con i genitori da parte di una collega è seguito da un viraggio sintomatico significativo in Luca: il quadro ossessivo regredisce rapidamente, lasciando posto a una costellazione somatica (astenia, cefalea, dolori addominali, nausee, vertigini e lipotimie) che gli accertamenti medici non attribuiranno ad alcuna causa organica. Il bambino entra in una fase regressiva, utilizza giochi propri di età più precoci, plasma con la plastilina cibi da condividere con l’analista, esplorando in modo ludico ciò che nutre e ciò che è tossico. Scelgo una posizione di “oggetto soggettivo” winnicottiano, rinunciando all’assetto interpretativo in favore di una holding che sostiene il riavvio dei processi vitali. Un sogno segna la svolta: un elefantino solo, infreddolito e affamato viene trovato da una famiglia, riconosciuto come malato e curato fino alla guarigione. Immagine di un innesco autopoietico che preannuncia il recupero di vitalità e benessere.
Rileggendo la storia di Luca si evidenzia come l’espressione di una sofferenza molto primaria, l’esposizione a una grave condizione di ‘non vita’ psichica della mente materna all’alba della sua esistenza, sembra aver precocemente impedito al bambino di dispiegare il suo slancio vitale, ancor prima dell’espressione sintomatica che lo ha condotto in terapia a seguito dell’improvviso evento perturbante la vita famigliare. Luca sembra confermare come nell’individuo colpito dall’evento disorganizzate del trauma relazionale precoce venga meno la funzione protettiva caratterizzata da quella spinta di sopravvivenza che continuamente inibisce il trascinamento attrattivo e calamitante verso un affievolirsi vitale, verso il dissolversi. Condizione negativa che, potendosi mantenere a lungo come una corrente carsica sotterranea, può determinare il cristallizzarsi di una perturbazione profonda dell’equilibrio omeostatico, in grado di danneggiare i meccanismi che regolano la vita psichica e la piena esperienza del Sé: stati di scarsa coesione fino alla frammentazione, di dissociazione psico-somatica, che possono improvvisamente rendersi più evidenti, riaffiorare di fronte alle onde perturbanti del destino che insorge nella forma di un nuovo evento traumatico. Una condizione molto pericolosa per l’assetto psiche-soma individuale, che Luca trasmette sin dal primo incontro, con la sua così scarsa “vitalità”
Questi elementi di riflessione si rivelano centrali per rileggere la clinica. L’idea cioè che gran parte della produzione sintomatica possa essere ricondotta proprio alla impossibilità di mantenere un legame coesivo tra stati somatici e rappresentazioni. Una condizione in cui, per ritornare sul caso, nella prima parte dell’intervento il quadro ossessivo ha dominato la scena.
Ma può anche trovare accoglienza scientifica un’idea apparentemente insensata se non paradossale: l’inefficacia-insostenibilità dei meccanismi difensivi basati solo sulla simbolizzazione può rendere necessari altri percorsi di (auto)cura, di innesco autopoietico, nella dimensione corporea, come si è potuto osservare nella svolta sintomatica di Luca durante lo sviluppo della terapia, con l’affiorare di un importante quadro di disturbi somatici.
Rileggendo la dinamica transferale e controtransferale di quel processo di cura, in relazione alla spinta al cambiamento che l’interazione ha promosso nell’intensità (energetica) degli scambi “affettivi” in seduta, si può forse considerare come sia stata proprio questa dinamica a portare “fuori equilibrio” il precedente assetto difensivo del bambino, evidenziando la necessità per il suo psiche-soma, dinanzi al timore per un percepito possibile cedimento “catastrofico” delle difese (simbolizzate dalla “grande muraglia” dei suoi disegni), di transitare tra differenti livelli di espressione, in “…quell’enigmatico salto dallo psichico al somatico” richiamato da Freud nell’ambito di una riflessione proprio sulle difese ossessive (Freud, 1917, p.421)
Va osservato come Luca esprimesse già prima della presa in carico, dovuta all’affiorare della sintomatologia ossessiva, una organizzazione patologica sospesa tra distruttività e conservazione, connotata da scarsa vitalità e incapacità di dispiegare adeguati investimenti sul Sè e nelle relazioni oggettuali poiché gravato dalla esperienza di “non vita” psichica relativa al contatto con la mente materna ed il suo lutto non elaborato.
L’incontro analitico ha favorito una mobilizzazione delle difese, attraversando certo un momento “defusionale” e consentendo, con la mediazione somatica, l’espressione di una distruttività con finalità riparativa. Un passaggio chiave per poter poi accedere a un successivo processo rigenerativo somato-psichico autopoietico e “ri-fusionale”: un nuovo assetto in grado di aprire la strada al superamento di legami interni stabili ma senza vita e al lavoro (luttuoso) di ristrutturazione dell’Io e delle relazioni oggettuali, all’interno della cornice analitica di accoglienza, comprensione e riconoscimento.
Affrontando queste delicatissime tematiche ci si addentra in una strada inesplorata, nel tentativo di provare a comprendere il ruolo che può assumere la malattia somatica nella dinamica decostruzione-costruzione che plasma il vivente. L’intendere cioè il “corpo”, la sostanza biologica, non solo come potenziale bersaglio di disgregazione somatopsichica ma anche come “contenitore” in grado di assorbire e modulare le tensioni distruttive, per poi promuovere la spinta riparativa e ricostruttiva, come già intuito da Freud ne L’io e l’Es (1923, 502-503):
” […]Ad ognuna di queste due specie di pulsioni, corrisponderebbe uno specifico processo fisiologico (costruttivo e distruttivo); in ogni parte della sostanza vivente sarebbero attive entrambe le pulsioni, sia pure in un impasto di proporzioni disuguali, sicché una certa sostanza potrebbe assumersi la rappresentanza principale dell’Eros. È ancora molto difficile rappresentarsi il modo nel quale le pulsioni delle due specie si associano, si impastano e si legano[…] Avendo accettato l’idea di un impasto delle due specie di pulsioni, siamo costretti ad ammettere altresì la possibilità di un loro, più o meno completo, ‘disimpasto’. “
Un approccio che intercetta nel profondo la visione psicoanalitica nel suo occuparsi essenzialmente di concetti dinamici, di “forze” applicabili ad una idea “estesa” di biologia che contempla la globalità del vivente e non limitata, in modo riduzionistico, al solo sistema nervoso.
Nell’ambito dei sistemi viventi risultano dunque attivi processi che tendono all’aggregazione e a favorire la sopravvivenza ed altri che tendono invece ad una interruzione vitale, verso la dissoluzione. Questi sviluppi biologici potrebbero dunque rappresentare un tramite attraverso cui veicolare le spinte contrapposte dell’impasto pulsionale, considerando quindi la dinamica somatica il substrato in grado di assimilare e dare espressione energetica a tensioni non contenibili per altra via (psichica), verso la costituzione di assetti qualitativamente nuovi, di fluttuazioni pulsionali sleganti e leganti in grado di usare anche la distruzione per promuovere guarigione e nuova crescita
La dinamica basilare vita-morte che abbiamo visto scolpire in modo continuo la materia vivente di cui l’organismo è composto, può divenire dunque, in questa visione, teatro di canalizzazioni che dallo psichico transitano nel soma per cercare “soluzioni alternative”, nella necessità di ripristinare un equilibrio funzionale dello psiche-soma intaccato: messo ad esempio in pericolo e minacciato nella sua coerenza, sul piano strutturale psichico, da un eccesso “tossico” di elementi beta non significati e di cui non risulti possibile un inserimento nella barriera di contatto.
Riflessioni metodologiche e aperture future
Vogliamo concludere con alcune riflessioni metodologiche sul nostro approccio. Siamo consapevoli che l’utilizzo di concetti derivati dalla fisica dei sistemi complessi (strutture dissipative, attrattori, chiusura entropica) e dalla biologia (apoptosi, segnali di sopravvivenza) possa sollevare questioni epistemologiche. Non si tratta per noi di ridurre il funzionamento psichico a meccanismi biologici o fisici, ma di utilizzare un parametro analogico per descrivere quanto avviene a livelli diversi di organizzazione del vivente.
Riteniamo che la psicoanalisi contemporanea possa arricchirsi del dialogo con altre discipline utilizzando la propria specificità, a condizione di mantenere sempre al centro l’esperienza clinica come luogo di verifica e di generazione teorica. Le convergenze che abbiamo evidenziato tra neuroscienze, infant research e teoria psicoanalitica non hanno lo scopo di “provare” la psicoanalisi attraverso dati empirici esterni, ma di costruire un linguaggio condiviso che permetta di pensare unitariamente il funzionamento del vivente ai suoi diversi livelli.
Riteniamo che nel trattamento psicoanalitico sia possibile dare vita a differenti modalità di trasformazione psichica, non legate gerarchicamente tra loro in una linearità di successione temporale, e che differenti livelli di trasformazione simbolica convivano in parallelo. Questo significa che dobbiamo essere pronti a riconoscere e accogliere espressioni di sé e incontri con diversi tipi di esperienza, utilizzando livelli di simbolizzazione eterogenei: azione, sintomi somatici, figurabilità, rappresentazione, verbalizzazione. È anche un diverso modo con cui guardare all’esperienza della malattia: il corpo può ammalarsi per cercare di guarire, per ritrovare nuovamente pace dal dolore, in dinamiche in cui la psiche utilizzi il soma per plasmare le forme comportamentali, relazionali, per veicolare ed esprimere la propria sofferenza. Una dimensione psico-corporea come ambito a cui guardare non solo come espressione di una dissociazione tra psiche e soma, ma anche nella sua valenza riparativa e rigenerativa.
Le ricadute sulla clinica riguardano la necessità di entrare in contatto con le vicende di disregolazione affettiva in modo meno isolato e “traumatogeno”, considerando globalmente il funzionamento psico-somatico come un’esperienza di continua riorganizzazione autopoietica degli equilibri di soggettivazione a contatto con un’alterità che si presti a queste dinamiche, meno orientata a interpretare concentrandosi sull’evento singolo.
Si tratta di approfondire la dimensione di esperienza emozionale e sensoriale della seduta analitica, configurando gli interventi dell’analista meno come comunicazione di sintesi/interpretazioni e più come esperienze relazionali che offrono elementi che il soggetto potrà raccogliere e utilizzare in processi autopoietici dell’unità psiche-soma in via di continua riorganizzazione.
La dimensione relazionale rimane per noi assolutamente centrale: solo il mantenimento di una dimensione aperta e comunicante tra soggetto e oggetto, tra individuo e ambiente, consente di stabilire quei flussi di investimento che alimentano i processi creativi e curativi necessari per la sopravvivenza psichica. L’isolamento, la chiusura entropica, la rottura dei legami conducono inevitabilmente verso quella deriva mortifera che abbiamo cercato di concettualizzare.
L’intento ultimo del nostro lavoro è di costruire un linguaggio che permetta di pensare unitariamente il funzionamento del vivente ai suoi diversi livelli di organizzazione, dalla cellula alla psiche, mantenendo sempre al centro la dimensione relazionale come condizione imprescindibile della vita, biologica e psichica. Riteniamo che questo approccio possa arricchire sia la teoria che la pratica psicoanalitica contemporanea, offrendoci strumenti più adeguati per comprendere e trattare le forme di sofferenza che incontriamo nella clinica attuale.
Bibliografia
Alvarez, A. (2012).Un cuore che pensa. Tre livelli di terapia psicoanalitica con i bambini, Astrolabio, Roma, 2014.
Ameisen, J.C. (1999). Al cuore della vita. Il suicidio cellulare e la morte creatrice, Feltrinelli, Milano, 2001.
Anzieu, D. (1985). L’Io pelle, Borla, Roma, 1987.
Bion W. R. (1962). Apprendere dall’esperienza. Borla, Roma, 2009.
Bion W.R. (1965).Trasformazioni. Armando, Roma, 1973.
Bion W.R. (1974), Brasilian lectures. London, Karnac Books 1990.
Bion W.R. (1977), Seven servants, Jason Aronson, New York.
Ferruta A. (2018 ). La ricerca di Winnicott sul divenire della vita psichica personale:”My latest brain child”, Riv. Psicoanal.,3, 465-475.
Ferruta A., Stangalino M. (2024). “Embodied intersubjectivity: Forms of psyche-soma structuring between self and other than self”, The International journal of Psychoanalysis, 105(4), 455-474.
Freud, S. (1915-1917). Introduzione alla psicoanalisi.OSF, vol.VIII.
Freud, S. (1920). Al di là del principio di piacere. OSF, vol. IX.
Freud, S. (1923). L’Io e l’Es. OSF, Vol. IX.
Freud, S. (1937). Costruzioni nell’analisi. OSF, vol. XI.
Hofer, M.A. (2006). “Psychobiological roots of early attachment”, Current Directions in Psychological Science, 15: 84-88.
Hofer, M.A. (2014). The emerging synthesis of development and evolution. A new Biology for psychoanalysis, Neuropsychoanalysis, 16, I: 3-22
Gallese, V. (2013). Corpo non mente. Le neuroscienze cognitive e la genesi di soggettività ed intersoggettività. Educazione Sentimentale 20: 8-24.
Kerr, J.F.R., Wyllie, A.H, Currie, A.R. (1972). “Apoptosis: a basic biological phenomenon with wide-ranging implications in tissue kinetics”. British Journal of Cancer. 26: 239-257.
Ogden, T.H. (2021). Prendere vita nella stanza d’analisi, Cortina, Milano, 2022.
Panksepp J., Biven L.(2012). Archeologia della mente. Cortina, Milano, 2014.
Prigogine, I., Nicolis, G. (1982). Le strutture dissipative. Sansoni, Firenze.
Rizzolatti, G., Sinigaglia, C. (2006). So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio. Cortina, Milano.
Siegel, D.J. (1999). La mente relazionale, Cortina, Milano, 2013.
Stangalino M., (2023). L’unità psiche-soma. La vita, la morte, il divenire. FrancoAngeli, Milano.
Trevarthen, C. (1979). Communication and cooperation in early infancy. A description of primary intersubjectivity. In M. Bullowa (a cura di), Before speech: The beginnings of human communication. London, Cambridge University Press.
Trevarthen, C. (2001). The neurobiology of Early Communication: Intersubjective Regulations in Human Brain Development, In Kalverboer A.F., Gramsbergen A., Handbook on Brain and Behavior in Human Development, Dordrecht, The Netherlands Kluwer
Winnicott D.W. (1954). Gli aspetti metapsicologici e clinici della regressione nell’ambito della situazione analitica. In (1958). Dalla pediatria alla psicoanalisi. Martinelli, Firenze1975.
Winnicott D.W. (1965). Utilità della consultazione analitica. In (1989).Esplorazioni psicoanalitiche.Cortina, Milano,1995.
Winnicott. D.W. (1969). Sull’uso di un oggetto. In (1989).Esplorazioni psicoanalitiche. Cortina, Milano,1995.
Winnicott D.W. (1971). Gioco e realtà. Armando, Roma, 1974.