La Ricerca

“Psiche e Polis. Normalità e patologia della cosa pubblica”, a cura di A. Lombardozzi, E. Molinari e R. Musella. Commento di Laura Ambrosiano

Recensioni
Presentazione del volume PSICHE E POLIS. Roma, 20/12/2025

Parole chiave: Psiche e polis, conformismo, fanatismo, individuazione, manipolazione.

Introduzione di Maria Antoncecchi

Questo lavoro rappresenta il contributo di Laura Ambrosiano alla presentazione del volume della collana edita da Raffaello Cortina Editore Psiche e Polis. Normalità e patologia della cosa pubblica, a cura di Alfredo Lombardozzi, Elena Molinari e Roberto Musella. L’incontro si è svolto a Casa della Cultura l’8 febbraio 2026, offrendo un’importante occasione di riflessione sul rapporto tra psicoanalisi e dimensione sociale.

Laura Ambrosiano, che si occupata a lungo di questi temi (E.Gaburri, L.Ambrosiano”Ululare con i lupi. Conformismo e reverie”, 2003) mette in luce come la psicoanalisi, pur affondando le proprie radici nell’esplorazione della vita psichica individuale, entri inevitabilmente in contatto con aspetti profondi che attraversano la vita sociale e politica della polis. L’esperienza analitica non riguarda infatti soltanto il mondo interno del singolo, ma tocca quei processi psichici – identificazione, differenziazione, conformismo, desiderio di riconoscimento – che costituiscono anche il fondamento dei legami collettivi perchè “in origine, noi e gli oggetti non siamo fenomeni separati”.

Nel suo intervento, infatti, riprende uno dei nuclei centrali del proprio pensiero: il rapporto tra processo di individuazione e dimensione gruppale. La vita psichica, secondo l’autrice, è attraversata da oscillazioni continue tra il bisogno di appartenenza e il bisogno di differenziazione, tra il desiderio di essere riconosciuti dal gruppo e la necessità di costruire un pensiero personale. L’individuazione non coincide quindi con l’isolamento dal gruppo, ma con la possibilità di rimanere all’interno del legame collettivo senza rinunciare alla propria capacità di pensare. In questa prospettiva, la pratica psicoanalitica porta con sé un potenziale trasformativo che si oppone alle forme di repressione e di conformismo.

Il contributo di Ambrosiano si inserisce così pienamente nel progetto del volume, mostrando come la comprensione dei processi psichici individuali possa offrire strumenti preziosi per leggere anche le dinamiche della vita pubblica: la manipolazione ideologica, il conformismo, la difficoltà a sostenere il conflitto, la paura della differenza. In questo senso, la psicoanalisi appare non solo come una pratica clinica, ma anche come un sapere capace di interrogare in profondità il funzionamento della polis contemporanea.

Commento a “Psiche e polis
Normalità e patologia della cosa pubblica”.

di Laura Ambrosiano

Le costruzioni culturali e gli assetti sociali sono sempre in bilico tra democrazia-anarchia-autarchia, sistemi diversi di vita in comune sempre a rischio di slittare uno nell’altro.

Le stesse Istituzioni, creazioni culturali per sostenere il senso condiviso, possono presentare continuamente slittamenti anarchici, pensiamo alla corruzione, o slittamenti autoritari e alienanti.

Basta pensare ai Servizi di Salute mentale, cui è dedicata una parte del libro, dove davvero si ha l’impressione che “il mondo brucia” e la nostra capacità di rappresentazione resta privata di emozioni e tensioni conflittuali nella selva di ideologie e regole burocratiche, il prendersi cura stesso si scontra con la crescente ricerca da parte degli individui di soluzioni esterne, di sostanze, che promettono di eludere il dolore (si veda il contributo di Pierluigi Politi).

In queste circostanze gli incontri tra gli individui, da occasioni per integrare aspetti di sé e del mondo fino a quel momento sconosciuti, producono nuove discriminazioni e razzismi, scrive Alfredo Lombardozzi.

Il libro Psiche e Polis è una finestra su queste questioni.

“Immagino il testo Psiche e Polis come un dialogo tra soggetti sociali che decidono di entrare in relazione “..come una trama che unisce, pur nella diversità, filosofia, psichiatria, giurisprudenza, psicoanalisi…” scrive in apertura del volume Alfredo Lombardozzi,  un dialogo per accostare il senso condiviso del sociale e delle sue costruzioni culturali, e dei suoi slittamenti.

Perdere il senso di spazio condiviso, di uno spazio comune, significa perdere il nesso con la comunità, con la dimensione orizzontale della polis, e anche con se stessi come individui co-creati dalle relazioni, come scrive il cardinale Matteo Zuppi nel suo intervento.

Donatella Di Cesare, filosofa docente all’università La Sapienza di Roma, sottolinea che il sentimento di un mondo comune non si sostiene se in esso non includiamo la dimensione della conflittualità, la tensione all’anarchia che sostanzia la democrazia.

Come ci insegna la psicoanalisi, in assenza della conflittualità, il mondo comune diventa simbiosi sul piano individuale, e gruppomassa sul piano della collettività.

Mi fa piacere intervenire in questo dialogo con i pensieri che esso ha suscitato in me. Si tratta di spunti per pensare a queste questioni, come scrive Roberto Musella, la tensione della psicoanalisi a studiare e modulare i conflitti umani è anche una tensione politica volta a immaginare nuove forme di convivenza, in luogo della logica verticale di potere e di razzismo,  nuove forme di democrazia, con la paura e lo spaesamento per le sue inevitabili turbolenze.

– Primo aspetto che percorre il libro è quello della manipolazione.

L’autorità, il potere, con la sua logica verticale, è potere di diffondere una ideologia che può deformare la realtà e che, per accreditarsi, ha bisogno di essere condivisa, di porsi come unanime rispetto ad una massa di individui unanimi, appunto. Si tratta allora di ideologie sature che descrivono la vita, i rapporti, le prospettive, da un punto di vista sovrano che attribuisce ai costumi e alle credenze di un gruppo una sostanza ontologia, di verità assoluta e ovvia, talora genetica.

Sostenuto da ideologie fondate sul travisamento della complessità del reale, il potere, in ogni sua dimensione, politica, economica, familiare e gruppale, intrapsichica, diventa allora manipolatorio, e il gruppo si aggrega a massa.

La manipolazione è una macchina della sostituzione della realtà con costruzioni artificiali, come scrive Sarantis Thanopulos, ma, paradossalmente, seduce le menti proprio perché semplifica, corteggia e corrompe il funzionamento psichico. Nel suo modo seduttivo, il discorso manipolatorio (che riguardi una coppia, un gruppo, un regime, un governo) fa credere agli interlocutori di essere liberi, liberi da vincoli, limiti, fragilità e mancanze.  

Il discorso manipolatorio offre l’illusione di una comunicazione senza intoppi e lineare, nega il conflitto e l’ambivalenza, e dunque descrive l’insieme gruppale come armonioso e in accordo. Questo dispone a rinunciare alle proprie risorse di pensiero, a sguardi critici e personali.

Se potessimo incontrare un testimone (ma questi gruppi sono senza testimoni, in quanto tutti unanimi) forse coglierebbe che il legame che unisce i singoli nell’adesione alle verità manipolatorie è una paura, tacita, sotto pelle: il singolo teme di essere abbandonato se non aderisce, e di restare isolato. 

Mi riferisco qui ad una manipolazione epistemica [1] che induce ad aderire ad alcune teorie e visioni del mondo. Si tratta di una manipolazione che tende a creare nella mente degli individui una sorta di camera di risonanza in cui una visione del mondo, una mentalità, viene rimbalzata da pareti chiuse che non lasciano passare nuove o diverse evidenze e discreditano possibili alternative. L’individuo si sottomette alla superiorità epistemica della mentalità manipolatoria, tanto più quanto più essa si propone come compatta, esauriente, senza crepe. Allora la mentalità vincente seduce, alletta, non solo offre la fantasia di essere onniscienti, e di avere ragione, ma promette sollievo. Come una droga, promette che non è più necessario il lavoro umano e culturale di elaborazione della fragilità e dei limiti, dell’incertezza, del dolore, e della mortificazione. 

La condivisione a massa (cioè che “non” necessita del pensiero individuale) di questo tipo di mentalità occlude la ricerca di conoscenza, l’elaborazione del dolore e della morte (di cui scrive Marco Grignani).

Il libro, nelle sue diverse articolazioni, mostra come la manipolazione inneschi effetti concreti nella realtà non solo come alienazione dei singoli, ma come discriminazioni che attraversano intatte anni, decenni e secoli,  quelle che riguardano la condizione femminile ne sono prototipo. Stefania Nicasi, Silvana Sciarra, Rita Corsa, Luciana Delfini, e tante altre colleghe e studiose, ci conducono a cogliere questa violenza epistemica attraverso i numeri, le percentuali, gli intoppi e i ritardi legislativi relativi alla condizione femminile, e attraverso le storie, come quella di Giorgia, portata a esempio di esistenze intrappolate.      

Ma in queste dinamiche restiamo in trappola un po’ tutti.

– Una domanda è connessa con queste dinamiche: come mai l’individuo, normalmente orientato a gustare la propria specificità e le proprie esplorazioni, accetta questo spossessamento?

Come mai accetta di aderire intimamente ad una mentalità a massa tacitando il pensiero individuale?

La questione si intreccia con la paura e con la spinta alla sopravvivenza che può arrivare al fanatismo, e giustificare tutto. 

L’adesione ad una ideologia sentita come vincente (perché condivisa) offre certamente un rimborso narcisistico alle frustrazioni e mortificazioni che punteggiano l’esistenza, incluse quelle generate dalla politica e dalla vita sociale stessa.

L’adesione a massa, inoltre, promette di “offrire una vita psichica comoda” perché aggira il contatto con la realtà [2]. Nella massa, infatti, l’individuo silenziato non avverte la necessità di sviluppare un apparato psichico e attrezzi capaci di modulare-trasformare le componenti dolorose e quelle distruttive dell’esperienza. Ma, in mancanza di questo apparato psichico, uscire dall’appartenenza a massa fa paura, c’è il rischio di sentirsi spaesato e inerme.

Il desiderio è tacitato e prevale la ricerca di sicurezza, il bisogno di autoconservazione (ricordo, senza soffermarmi, quanto sia facile che essi si volgano in autodistruzione).  L’adesione a massa a gruppi e ideologie manipolatorie dà la  prevalenza alla pulsione di sopravvivenza fino a renderla fanatica, innesca  identificazioni massicce con il potente e solletica il desiderio di sottomissione, di servitù volontaria e di non emancipazione in cambio di un frustolino di sicurezza.

“Non mi emancipo, sono con voi, dalla stessa parte…..sono al sicuro.”

Ma non basta. Per realizzare questo, c’è bisogno dell’odio per qualcosa o qualcuno individuato come nemico, l’odio rifornisce di energie il fanatismo ed è l’altro protagonista colto da Freud all’origine del vincolo sociale, accanto alla identificazione.

L’odio diffonde l’unanimismo a-conflittuale all’interno del gruppomassa.

Hitler sosteneva che due cose possono unire gli uomini: gli ideali comuni e i crimini comuni (L. Khan 2025)[3].

Penso all’odio primario, non una emozione, ma una oscura spinta ad agire, che, in quanto tale, è inattaccabile dalla ragione: essa coagula energie contro in assenza di funzioni psichiche di auto-contenimento.

-Ritorno alla domanda: come mai il singolo accetta questo spossessamento e aderisce alla mentalità a massa?

Nel 1921 [4] Freud riconduce il legame che tiene unita la polis non al mercato, a leggi economiche, a interessi particolari, ma ad un legame libidico, una “identificazione” con il padre e tra fratelli, un affetto.

Freud parla di identificazione, ma non gli basta, subito aggiunge che l’identificazione è un processo complesso che rinvia a meccanismi più precoci come l’immedesimazione, l’impregnazione, il “riconoscimento di una sostanza comune”, il pasto consumato in comune.[5] E scrive che il pasto comune è un evento insieme religioso e sociale, “una occasione di elevarsi gioiosamente al di sopra dei propri interessi per sottolineare la comunione con il gruppo e con la divinità” (138). Freud ci porta così verso un funzionamento preedipico, dove appare una forma primaria di condivisione degli stati d’animo, di contiguità quasi somatica tra individui. Il pasto in comune ci porta, insieme con Freud, al latte materno la cui condivisione (concreta e simbolica) genera un vincolo sentito come sacro.

Lanciamo così un occhio attento e curioso su un funzionamento primario, immediato e preedipico, che non parla di alleanza tra fratelli, ma di nesso, connessione, sintonia, che non implica una percezione chiara dell’altro come oggetto separato e distinto, ma implica un nesso, un legame non ancora differenziato, ma, che pur vagamente, percepisce una sorta di alteritàsomiglianza.

Scrive Freud a Romain Rolland negli anni ‘30:

“Amico venerato… posso confidarvi che non ho quasi mai sentito come con voi questa misteriosa attrazione di un essere verso un altro essere, legata, può darsi, in un modo o in un altro alla conoscenza di tutte le nostre differenze[6].

Potremmo immaginare un legame primario che emerge dall’esperienza di avvertire, nello stesso momento, emozioni analoghe dinanzi ad un aspetto del mondo, delle cose, un vibrare insieme dinanzi ad una esperienza, ad una scoperta per quanto parziale e sospesa sull’oscurità, ad un frammento di vita….

L’unisono. Due persone diverse che diventano uno perché coinvolte emotivamente in modo analogo in qualche aspetto della realtà che si propone loro. Pensiamo alla sessualità, all’amicizia e al lavoro comune.

Questo tipo di esperienza è primaria e offre una pista di conoscenza molto più immediata, intuitiva, non ideologica.

La mente è un viscoso medium, una apertura permeabile, che evolve non per tappe successive, ma grazie ad un andirivieni tra funzionamenti diversi, edipico e preedipico, e tra modi di conoscenza differenziati-indifferenziati, soggettivati e non soggettivati.

Proprio in questo continuum si animano i tanti “luoghi di incontri delle menti”[7] : comunicazione inconscia di valenze, emozioni, stati d’animo, immagini, transiti tra le menti, tra individui, tra gruppi.

Il punto importante è che questi luoghi di transito generano piacere e ci  appassionano, lasciano accadere, qua e là, nell’esistenza, momenti preziosi di contatto e sintonia, comunione e risonanza.  Avere accesso a questi “luoghi di incontro delle menti” di solito è una esperienza inattesa, subitanea, imprevista, che succede e fa di due uno; un contatto quasi elettrico che sospende, momentaneamente, ogni differenza.

Questi momenti di unisono hanno la capacità di offrire al singolo un riconoscimento narcisistico necessario per soggettivarsi: essi accolgono nell’umano, danno il senso che sia possibile occupare uno spazio, sviluppare idee, progetti e desideri personali.

La ricerca, il desiderio, di questo tipo di esperienze rimane viva per tutta l’esistenza.[8]

Tanti psicoanalisti, a partire dagli anni 70-80 del secolo scorso si sono occupati di questa dimensione: Bion, Winnicott, Searles, M. Little, N. Abraham e M. Torok, e, infine, Hans Loewald che descrive l’origine della mente come una primordiale densità che offusca le distinzioni e i confini che siamo soliti porre nelle nostre concezioni, in cui soggetto e oggetto, dentro e fuori, intrapsichico e relazionale,  passato e presente,  verbale e preverbale sono relativamente indifferenziati.

Queste concezioni possono modificare la nostra idea del nesso sociale. 

La psicoanalisi si è sempre chiesta: perché cerchiamo e investiamo gli oggetti, il mondo? Ha trovato risposte diverse: per il piacere, per l’autoconservazione e la  sicurezza, per l’attaccamento, per il riconoscimento, ecc.

Ma questa domanda cambia senso se si ipotizza che, in origine, noi e gli oggetti non siamo fenomeni separati: noi siamo i nostri oggetti, e i nostri oggetti sono noi. La  distinzione e la separazione sono gli assi di una delle possibili organizzazioni successive del funzionamento mentale.

– La difficoltà a mantenere il contatto con queste dimensioni dense è la pressione a padroneggiare e controllare le cose del mondo e gli altri individui, in funzione della sopravvivenza. In suo nome la ricchezza della connessione primaria, come aveva notato Freud, viene messa di lato, anche se mai cancellata.

La pulsione della sopravvivenza, quando prende il sopravvento nel singolo e nel gruppo, diventa una spinta fanatica, la necrocultura diffusa di cui ha scritto André Metraux (2011).

La pulsione di sopravvivenza porta a pretendere spazi per sé e sempre più spazi in un modo che diventa velocemente fanatico. Essa spinge a eludere il denso legame primario, a scinderlo, a svalutare e degradare le esperienze emotive di sintonia e uguaglianza, le aree mentali di transito, di democrazia.

Questa pretesa-pressione rompe il nesso primario e lascia in primo piano Caino.

La cultura diffusa e anche la psicoanalisi sembrano sottolineare che “ una madre non può essere condivisa” come scrive J Pontalis [9], descrivono allora la fratria come spazio di conflitti, rivalità, invidia, tensione omicida, come “frècocitè” (ibid). 

Ma è solo così? C’è in ciascuno solo riluttanza all’idea di condividere una madre?  

La fratria apre l’accesso all’asse orizzontale come spazio di condivisione e di elaborazione dell’esistenza. L’esperienza dei fratelli [10] di aver condiviso lo stesso luogo, la stessa sostanza, è il prototipo del sentirsi parte di una storia e di un destino comuni, del sentire un legame unificante, aldilà delle differenze. La scena tra pari, in qualche modo oscura l’asse verticale, la genitorialità e l’autorità, ci offre una visione del nesso sociale in continuità con le primarie esperienze indifferenziate.

In un certo senso propone un naturale passaggio alla democrazia e ai suoi possibili slittamenti, anarchia, autarchia.

Proprio per preservare il senso di comunanza credo sia importante non mettere in gerarchia i due modi di funzionamento psichico, valorizzando l’uno o l’altro polo, ma sottolineare la capacità di transitare tra funzionamenti mentali diversi, sul piano sociale come su quello intrapsichico[11].

Quando il nesso orizzontale, di somiglianza e comunanza indifferenziata, viene smarrito, gli individui restano soli con il nesso verticale indicato come unico organizzatore del mondo sociale. Così la gerarchia di potere resta l’unico organizzatore sociale, l’unico elemento che ha diritto di parola e di azione, e, per non cadere ai margini, il singolo tende a fare massa. 

– Ma, anche quando eluso, il desiderio di sintonia e unisono non sparisce, torna a sorpresa, in taluni momenti dell’esperienza, o in talune circostanze, e anima nuovi incontri, un nuovo riconoscersi.       

Donatella Di Cesare ci propone la democrazia come fondamentalmente correlata con l’anarchia; essa interrompe il principio del comando, lo elude fino a dissolverlo, non ordina la polis in modo gerarchico, dà spazio ai conflitti che introducono idee nuove. Ma proprio perché viene  meno la sovranità, l’unico argine al pericolo di dissolvimento del gruppo democratico resta la partecipazione del singolo,  il gesto che dissolve il gruppo è la non partecipazione, l’astinenza, che testimonia il senso di impotenza politica del demos che non trova le capacità di intervenire.

Ma nuovi spazi di incontro possono aprirsi inaspettati.

Bibliografia

Algini M. L. (2003) Il riso di Hans. In Fratelli. M.L. Algini (a cura di) Borla, Roma, 5-12.

Ambrosiano L. (2009), Con la realtà addosso. Riv. Psicoanal. 2, 303-324.

Ambrosiano L., Gaburri E. (2013), Pensare con Freud.  Milano, Raffaello Cortina.

Ambrosiano L. (2021), Lo spazio del lutto. Melanconia, violenza, tenerezza. Mimesis Milano. 

Bion W. (1965) Trasformazioni. Il passaggio dall’apprendimento alla crescita. Armando, Roma, 1973.

Bion W.R. (1977), Caesura. in Il cambiamento catastrofico. Loescher Torino 1981

Bion W. R. (1992) Cogitations. Armando Roma 1996.

Fonda P. (2021), La fusionalità. In Forme della fusionalità. Attualità del concetto. A. Lombardozzi G. Meterangelis (a cura di), Franco Angeli, Milano.

Freud S. (1915) Lutto e melanconia. OSF 8.

Freud S. (1920), Aldilà del principio del piacere. OSF 9.

Freud S. (1921). Psicologia delle masse e analisi dell’Io, Vol. IX.

Freud S. (1925), Inibizione, sintomo e angoscia. OSF 10.

Freud S. (1927), L’avvenire di un’illusione. OFS 10

Freud S. (1929), Il disagio della civiltà. OFS 10

Gaburri E. Ambrosiano L. (2003), Ululare con i lupi. Conformismo e reverie. Bollati Boringhieri  Torino.

Jaffè R. (2003) Comunicazione tra fratelli. Dal mistero delle parole verso un discorso comune. In Fratelli. M.L. Algini (a cura di) Borla Roma, 124-137.

Lombardozzi A. (2021) Stati fusionali e funzioni di oggetto-sé. Configurazioni del campo analitico.  In Forme della fusionalità. Attualità del concetto. A. Lombardozzi G. Meterangelis (a cura di), Franco Angeli, Milano.

Mitchell J. (2023) Fratriarcato. Il trauma della fratria e la legge della madre. Astrolabio Ubaldini Roma 206-207.                                                                                                                                                                  Remotti F. (2019), Somiglianze. Laterza Bari Roma.


[1]“L’esercizio del giusto giudizio”. G. Donati, G. Forti, C. Mazzacane, A. Visconti, a cura di, Vita e pensiero, Milano 2025

[2]S. Freud Introduzione alla psicoanalisi. Nuova serie. OSF XI, 248

[3] L. Khan Les égarements de la liberté Fep 2025

[4]“Psicologia delle masse e analisi dell’Io” (1921, OSF 9

[5]Freud qui cita Totem e tabù (1912-13, OSF 7) dove si era già occupato dell’idea del pasto totemico formulata da William Robertson Smith nel 1899, e della festa sacrificale.

[6] Vermorel, 1993, 351.

[7]C. De Toffoli (1996) Origine intersoggettiva ed inconscia dell’esperienza di sé come individuo. Riv Psicoanal. XLII, 1, 79-93. pag. 88

[8]Lombardozzi A. (2021) Stati fusionali e funzioni di oggetto-sé. Configurazioni del campo analitico.  In Forme della fusionalità. Attualità del concetto. A. Lombardozzi G. Meterangelis (a cura di), Franco Angeli, Milano.

[9]  J. Pontalis Fratello del precedente. In Sul lavoro della morte. Borla Roma 1988

[10] Jaffè R. (2003) Comunicazione tra fratelli. Dal mistero delle parole verso un discorso comune. In Fratelli. M.L. Algini (a cura di) Borla Roma, 124-137.

[11]E. Molinari propone un suo contributo su queste analogie.

“Psiche e Polis. Normalità e patologia della cosa pubblica”, a cura di A. Lombardozzi, E. Molinari e R. Musella. Commento di Laura Ambrosiano Monica Castellini

Ti potrebbe interessare...