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Revue Francaise de Psychanalyse. A cura di G. Zontini

11/04/24
Revue Francaise de Psychanalyse. A cura di G. Zontini

Parole chiave: Freud, Lacan, Psicoanalisi Francese, Perverso Polimorfo

Revue Francais de Psychanalyse

H. Parat (2016). Aime-moi comme moi m’aime. L’amour et son faire: apogée du sexuel infantile. (80) (1): 213-219.

Recensione di G. Zontini

Questo articolo mi è parso di grande interesse per le questioni che pone relativamente al sessuale infantile.

L’osservazione da cui l’articolo prende le mosse è il rapporto tra passione amorosa adulta e sessuale infantile, somiglianza peraltro già sottolineata da Freud: la passione amorosa è il debordamento del narcisismo, nella sua formulazione di Io ideale, sull’oggetto d’amore. Inoltre la passione amorosa assume una forza tale da sospendere le rimozioni e riattivare le perversioni. In questo senso la passione amorosa rassomiglia al sessuale infantile: ripristina il polimorfismo perverso sospendendo le rimozioni e riporta in primo piano l’Io ideale pur nella sua forma trasposta sull’oggetto d’amore.

Sospendere le rimozioni e riattivare le perversioni, dunque, comporta certamente una riattivazione del sessuale infantile perverso e polimorfo. Ma qual è la caratteristica specifica di questa riattivazione?  Io credo che l’articolo ponga l’accento su un aspetto centrale del sessuale infantile: il suo essere fondato sul tripode tensione-piacere-desiderio e sulla capacità di giungere al soddisfacimento in molteplici modi e per innumerevoli vie (il polimorfismo delle pulsioni parziali ma anche delle soluzioni edipiche).

Ora, come è noto, le pulsioni hanno sempre un destino. Quale è il destino della pulsionalità infantile perversa polimorfa nell’incontro amoroso della vita adulta?

Una prima questione che lo scritto pone, a proposito dei destini dell’infantile nella vita amorosa adulta, è questo: gli autoerotismi, con il loro fondamento nelle pulsioni parziali pregenitali, hanno l’unico destino di sistemarsi nei piaceri preliminari oppure un loro destino può essere quello di arginare la scarica pulsionale sessuale genitale propria del rapporto amoroso consentito dalla maturità? Arginare una scarica in sé estintiva rilanciando con la loro persistenza, che è poi l’espressione della persistenza del sessuale infantile, l’intensità e permanenza della pulsione amorosa adulta? Un destino, insomma, che fa di questo sessuale il vivo della vita amorosa umana.

Ma da ciò sorge un’altra questione: in che senso la riattivazione del sessuale infantile perverso polimorfo nella vita amorosa adulta argina la scarica pulsionale genitale estintiva? Come è noto il pregenitale si sistema intorno alle zone erogene, cioè intorno ad un’organizzazione della libido legata alla zona erogena preminente in una determinata fase. Queste organizzazioni pregenitali sono prodromiche all’organizzazione più stabile e integrata della fase genitale e del complesso edipico. Ma, allora, in che senso persistono e si mobilitano quegli autoerotismi e quegli erotismi parziali che proprio in quanto non organizzati in senso pregenitale/genitale assumono un funzionamento vitale, antiestintivo, di rilancio del piacere della relazione con l’oggetto d’amore e di desiderio sessuale?

L’autrice dello scritto propone a questo proposito un’osservazione molto interessante intesa a spiegare in che modo autoerotismi/erotismi parziali, in forma libera e non organizzata secondo una specifica fase pregenitale/genitale, si riattivino nella vita adulta e, in particolare, nella vita amorosa adulta. L’osservazione in questione riguarda la possibilità che esista una differenza tra sessualità infantile e sessuale infantile. La sessualità infantile, cioè, sarebbe ciò che del sessuale infantile perverso polimorfo si lascia organizzare dalla zona erogena e dalla sua prevalenza di fase. Il sessuale infantile in senso proprio, invece, è ciò che mai si lascerà organizzare, che resterà per sempre quel punto di attrazione del funzionamento psichico verso l’infantile preverso. Questa condizione se da un lato può costituire un elemento di rilancio della vita amorosa adulta su un altro versante può costituire il voltafaccia dell’infantile, (Imbeault 2000), quel voltafaccia che condiziona il rifiuto all’elaborazione psichica, l’opposizione alla cura analitica, l’impossibilità alle trasformazioni vitali.  

Insomma la questione che l’articolo pone è che non tutta la pulsione sia organizzabile intorno alle zone erogene, che parte di essa circoli nell’apparato psichico in cerca di un qualunque destino rendendosi perciò disponibile a costituire la variabilità dei piaceri preliminari del rapporto sessuale adulto ma anche a funzionare come elemento di rilancio del piacere, contrastando la tendenza all’estinzione che ogni soddisfazione genitale, soprattutto nella vita amorosa adulta, comporta. Ma se il sessuale infantile solo in parte soggiace ad un’organizzazione integrata intorno ad una specifica zona erogena, conservando in parte una duttilità e una mobilità perversa polimorfa nel senso letterale del termine, allora i concetti di fissazione, regressione e après-coup vanno ripensati o meglio alleggeriti dal senso destinale che possono assumere in quanto punti di avvio della patologia e possono piuttosto essere considerati come deviazioni, soluzioni, donazioni di senso più o meno momentanee, più o meno persistenti.

Ma se la libertà perversa-polimorfa del sessuale infantile è così centrale anche nella vita adulta e soprattutto nella sessualità adulta, perché, invece, una parte del pulsionale infantile deve organizzarsi, assumere la fissità di una coerenza e di un governo che si gioca intorno al campo di battaglia della zona erogena? Perché, in altri termini, deve diventare sessualità infantile come elemento organizzato del sessuale infantile? Forse questa organizzazione è necessaria come misura difensiva dell’apparato psichico da un eccesso pulsionale che si esprimerebbe nell’incoercibilità dei moti pulsionali parziali e autoerotici, nella loro refrattarietà organizzativa. L’impossibilità organizzativa di tali moti pulsionali lascerebbe, dunque, immodificata la quota quantitativa eccitatoria senza possibilità di elaborazione e trasformazione di essa in rappresentanza pulsionale, immodificabilità che potrebbe risultare traumatica e ingestibile. In questo senso, la necessità di organizzare almeno in parte il sessuale infantile strutturandolo come sessualità infantile costituirebbe una misura difensiva dall’eccesso eccitatorio che il moto pulsionale libero comporta.

Questo interrogativo, mi ha ricordato un punto di vista interessante che Zupančič (2008) propone relativamente alla pulsione: la pulsione è una deviazione da una norma che non esiste.

Secondo Zupančič, infatti, la definizione che Freud dà della pulsione, in particolare quando discute delle pulsioni parziali, è che essa sia costituzionalmente deviante. Le pulsioni non sono dirette ad un fine che non sia quello della loro stessa soddisfazione come bene mostrano gli autoerotismi. La pulsione, cioè, tende alla scarica estintiva essendo, come afferma Lacan (1972-1973), il reale interno dell’uomo. Ma poi, proprio per evitare l’estinzione, gli autoerotismi si devono organizzare nelle varie fasi pregenitali fino a raggiungere quel culmine organizzativo che ci è noto come pulsione genitale. E tuttavia questa organizzazione non è l’esito di un’evoluzione naturale, legata ad una qualche maturazione organica o psichica o al sorgere dell’istinto riproduttivo il cui raggiungimento è garantito dalla maturazione del corpo. La pulsione, cioè, non evolve “naturalmente” in una sessualità “normale”, ma quest’ultima è paradossalmente una naturalizzazione artificiale di pulsioni originariamente denaturalizzate. Denaturalizzate perché separate dalle mete autoconservative, dalle mete imposte dal bisogno, e separate dall’istinto, cioè dalla meta riproduttiva della specie che compare solo in seguito alla maturazione psicofisica adolescenziale. In questo senso, la sessualità umana è sessuale, e non meramente riproduttiva, nella misura in cui l’unificazione, l’evoluzione della pulsione verso un unico fine, non è mai totale. Dunque, la sessualità umana, derivando dalla pulsione, non occupa alcun posto naturale o prestabilito. Essa è costitutivamente fuori posto, frammentata e dispersa ed esiste solo nelle deviazioni da sé stessa, cioè nelle deviazioni dalla riproduzione e dall’evoluzione genitale intesa in senso stretto. A sua volta, il sessuale, il fondamento del fantasma soggettivo, in quanto derivato pulsionale permanentemente fuori posto non esiste, ma insiste come disequilibrio costitutivo dell’essere umano.

Insomma l’organizzazione pulsionale ha una funzione difensiva, costruisce una norma alla devianza pulsionale che finirebbe per generare un eccesso eccitatorio ingovernabile o governabile solo nella forma drastica dell’estinzione della spinta pulsionale stessa. Eppure una quota della pulsione deve restare libera per il fine esattamente opposto: quando la “norma” del sessuale adulto diviene il rapporto sessuale con un possibile fine (di impossessamento dell’oggetto, di tipo riproduttivo) la quota pulsionale infantile perversa e polimorfa interviene per rilanciare il desiderio e contrastare l’estinzione della pulsione stessa. Un doppio compito dunque del pulsionale infantile: organizzarsi per non andare incontro ad un destino eccitatorio ed infine estintivo, resistere all’organizzazione per liberare il sessuale adulto dal destino estintivo del compimento istintuale.

Insomma, la pulsione è qualcosa che devia permanentemente da una norma che non c’è, non c’è in sé (come del resto ogni norma), che deve essere continuamente costruita perché la pulsione possa esistere come devianza, erranza, naturale innaturalità del sessuale umano. La Kultur, i divieti parentali (la castrazione), le regole sociali non sono che questo: norme artificialmente costruite perché la pulsione possa organizzarsi intorno ad uno specifico destino. Ma anche norme intorno alle quali la pulsione possa esprimersi come “naturale” devianza da ogni norma, devianza necessaria perché la pulsione non si estingua. Dunque, ogni moto pulsionale deve piegarsi ad una norma che lo organizza intorno ad un destino, contemporaneamente ribellandosi ad essa per rilanciare la spinta perversa polimorfa infantile che rende vitale l’esistenza soggettiva.

Lacan (1964) parla della pulsione in modo analogo. Egli sostiene una definizione della pulsione non in termini di energia ma in termini di organo: la lamella. Dice Lacan: “La lamella è una cosa extrapiatta, che si sposta come l’ameba. Soltanto è un po’ più complicata. Ma passa dappertutto. E dato che è una cosa […] che ha rapporto con ciò che l’essere sessuato perde nella sessualità è, come l’ameba in rapporto agli esseri sessuati, immortale. Perché sopravvive a ogni divisione, perché sussiste a ogni intervento scissiparo. E corre. […]. Questa lamella, questo organo che ha la caratteristica di non esistere ma che è comunque un organo – potrei darvi maggiori sviluppi sul suo posto zoologico – è la libido.”.

Che cosa intende Lacan quando dice che la libido, intesa come espressione della pulsione, la lamella come la definisce, è un organo che non esiste, che funziona come un perenne situs inversus viscerorum, che appena lo trovi, dove del resto neanche te lo aspetti, subito si sposta altrove? È l’affermare la coincidenza della pulsione con la vita che si preserva e si espande a dispetto di ogni divisione, sessuazione, norma, lavoro culturale? È un “organo” inventato per rilanciare quella vita impersonale che è ciò che infine siamo? Oppure è il tendere all’impersonale, alla cosa per raggiungere infine la Cosa?

E dunque, quale rapporto contraggono i moti pulsionali liberi con Eros? E quale rapporto invece contraggono con Thanatos?

Un ultimo punto mi è parso centrale in questo articolo perché, a mio avviso, chiarisce proprio questo problema suscitato dai moti pulsionali liberi: essi sono espressioni di Eros o Thanatos, rilanciano il legame con il piacere e l’oggetto ad esso connesso o sono aspetti acefali e muti della pulsione la cui unica meta è quella estintiva? L’ipotesi che, a mio avviso, Parat propone è che l’iscrizione nel campo di Eros o di Thanatos di questi moti pulsionali liberi dipende da quanto il moto pulsionale libero possa essere inibito nella metà. Del resto una questione centrale per la vita amorosa adulta è l’articolazione tra correnti tenere e correnti libidiche. Questa tesi di Parat parte dall’affermazione di Freud sul rapporto d’amore. Freud sostiene che l’intensità del rapporto d’amore si misura a partire dal peso che in esso ha la pulsione di tenerezza, cioè la pulsione libidica inibita nella meta. In altri termini, mentre l’intensità del rapporto sessuale si misura in base alla forza dell’investimento pulsionale e dunque passionale nell’oggetto, l’intensità del rapporto amoroso si misura in base alla forza delle pulsioni inibite nella meta.

Dobbiamo, dunque, supporre due tipi di pulsione: quelle inibite nella meta e quelle non inibite nella meta? La risposta è certamente negativa: come Freud afferma, la pulsione è unica. E allora cosa fa sì che una pulsione possa inibire la sua meta e quindi il suo percorso verso il soddisfacimento? Parat a questo proposito chiama in causa la relazione con il primo oggetto: sarebbe l’erotismo materno, la capacità della madre di accettare la crudezza degli investimenti pulsionali infantili e contemporaneamente di trasformarli, arricchendoli con l’offerta di una molteplicità di oggetti di soddisfacimento, di metabolizzarli, simbolizzarli che consentirebbe il sorgere di pulsioni inibite nella meta e di conseguenza il sorgere di quelle correnti di tenerezza così importanti per la tenuta e la durata delle relazioni amorose adulte. Insomma sarebbe la complessità della fantasmatica materna, la complessità del suo erotismo, a rendere possibile la congiunzione tra soddisfacimento sessuale e tenerezza. La capacità del materno di sostenere il gioco pulsionale tra soddisfacimento libidico e pulsioni inibite nella meta consentirebbe, inoltre, al bambino di costruire gli autoerotismi.

Interessante, a proposito delle pulsioni inibite nella meta, il riferimento a Green sullo stesso argomento: per Green l’equilibrio tra pulsioni inibite nella meta e pulsioni non inibite nella meta è centrale per la costruzione di immagini parentali stabili e quindi per il pieno ingresso nell’edipo completo. Le pulsioni inibite nella meta, cioè le correnti di tenerezza, in particolare, secondo questo autore sono al fondo dei movimenti identificatori. In altri termini nel processo identificatorio la corrente sensuale è quella che viene rimossa dall’identificazione stessa perché essa si possa compiere intorno appunto alla rimozione dell’investimento libidico dell’antico oggetto, rimozione che rende possibile l’introiezione nell’Io dell’oggetto arcaico, un tempo pulsionalmente investito e successivamente disinvestito nel corso del processo identificatorio stesso. La corrente tenera, cioè l’investimento pulsionale ormai inibito nella meta dal lavoro dell’identificazione, al contrario, è ciò che consente a quello stesso antico oggetto di persistere come oggetto di investimento al di là dell’identificazione stessa.

Insomma, le pulsioni inibite nella meta sono il modo in cui il sessuale infantile perverso polimorfo persiste nella vita adulta, in particolare nella vita amorosa. La libido sessuale infantile preedipica ed edipica con i suoi oggetti parziali e incestuosi deve essere rimossa, ma il polimorfismo perverso dell’infantile può persistere e giocare il suo ruolo di rilancio del piacere del legame mediante l’espressione di moti pulsionali inibiti nella meta. In questo senso l’amore è più vicino alla perversione che al puro desiderio libidico. Questo elemento perverso espresso dalla pulsione inibita nella meta mostra, conserva e rilancia la dipendenza dall’altro, il bisogno iscritto nel narcisismo, la capacità di inibire la scarica estintiva erotica a favore del mantenimento del legame. In questo senso la presenza e la possibilità di investire secondo moti pulsionali inibiti nella metà iscrive nel campo di Eros il pulsionale infantile perverso polimorfo ancora presente in forma libera nel funzionamento psichico adulto. Laddove la riattivazione di pulsioni inibite nella meta non è possibile, il moto pulsionale infantile perverso polimorfo resta impregnato dalla sua stessa carica libidica ed è dunque destinato alla scarica estintiva, iscrivendosi perciò di fatto nel campo di Thanatos.

E allora forse l’incontro amoroso adulto è il punto in cui gli autoerotismi infantili perversi polimorfi trovano la loro soddisfazione mediante un gioco di identificazioni all’altro in cui pulsioni inibite e non inibite nella meta si intrecciano per il mantenimento del legame con l’oggetto.

H. Parat (2016). Aime-moi comme moi m’aime. L’amour et son faire: apogee du sexuel infantile. (80) (1): 213-219.

Bibliografia

Imbeault J. (2000). Petit et grand infantile. Le fait de l’analyse. n. 8. 2000.

Lacan J. (1964). I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi. Il Seminario. Libro XI. Torino. Einaudi. 2013.

Lacan J. (1972-1973). Ancora. Il seminario. Libro XX. Torino. Einaudi. 2011.

Zupančič A. (2008). Perché la psicoanalisi. Tre interventi. Bari. Poiesis. 2021.

Allegati
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