Intervista a Fausto Petrella

D.: Leggendo i tuoi lavori, si entra in un’atmosfera peculiare, determinata, credo, dall’importanza che conferisci al ruolo, in psicoanalisi, di quel particolare tipo di figurazione che si serve della metafora, della similitudine e dell’analogia nella costruzione dello psichico e del discorso su di esso.

 

In La mente come teatro, sostieni che la mente funzioni come il teatro e che il teatro possa essere pensato come un apparato psichico. Puoi esporre ai nostri lettori questo concetto?

 

 

 

R.: Dalla fine degli anni 70 si è andata sviluppando internazionalmente un’attenzione specifica all’uso delle metafore anche nel discorso scientifico. E’ questo un punto di intersezione del massimo interesse fra le scienze del linguaggio e della letteratura e il discorso scientifico della psicoanalisi, ma non solo di questa. La metafora, che ha pieno diritto di cittadinanza nel discorso ordinario e soprattutto in quello artistico e poetico, è considerata nella scienze solo come lo strumento di una configurazione provvisoria, che serve per dare forma ipotetica alla realtà che si vuole esplorare. La figurazione metaforica dovrà poi essere sostituita con linguaggi più formalizzati. Questa sostituzione – che Freud stesso auspicava – non può tuttavia veramente avvenire in psicoanalisi.

La metafora e le pratiche analogiche affini, necessarie alla configurazione dello psichico e alla costituzione della teoria e dei concetti relativi, non possono essere veramente eliminate, ma solo sostituite da metafore più adeguate a ciò che si osserva e agli assunti teorici con i quali cerchiamo di spiegare i fenomeni. Gli stessi termini metapsicologici sono metafore cristallizzate e trasformate in concetti, che richiedono una precisa consapevolezza circa la loro origine metaforica-immaginativa. .Da qui l’importanza di una attenzione specifica al gioco configurante sotteso a ciascun termine della metapsicologia, pena la sua scarsa utilizzabilità o addirittura un suo uso dannoso, che è stato denunciato da molti psicoanalisti.

 

Molti miei scritti non nascondono, ma fanno anzi emergere e discutono questo livello della costruzione teorica in psicoanalisi: un livello “poietico” che era molto consapevole in Freud. Egli tratta del livello metaforico della sua concezione dello psichico in molti passi metodologici dei suoi scritti.

 

Ma la consapevolezza del carattere analogico di gran parte della costruzione dello psichico da parte della psicoanalisi si è andata perlopiù occultando con la stabilizzazione e la normalizzazione della teoria. Il mio capitolo sul “ modello freudiano” nel Trattato di psicoanalisi di A. Semi è costruito con una particolare attenzione nel valorizzare questo livello immaginativo del discorso teorico di Freud. E’ la valorizzazione di questo aspetto – interno al testo freudiano, ma trascurato da una lettura convenzionalmente “scientifica” – che può generare quella “atmosfera particolare” che hai notato in alcuni miei lavori. Mi sarebbe piaciuto che tu la definissi e la precisassi. Cercherò di farlo io: il testo ci guadagna in chiarezza, perché una certa immaginosità avvicina ai concetti e ne mostra la fruibilità, restando in prossimità del movimento rappresentativo in gioco ogni volta. Si manifesta così un momento anti-schematico dell’invenzione conoscitiva molto persuasivo e al tempo stesso poco gradito al diffuso bisogno di schemi di pronto impiego discorsivo.

 

La “mente come teatro” è una delle più interessanti di queste rappresentazioni analogiche del funzionamento psichico. Nel mio libro ho documentato e discusso dettagliatamente questa similitudine dai molti risvolti ed estensioni, particolarmente vicina all’onirico, all’immaginario e insieme decisamente “costruttiva”, con la quale Freud concettualizza l’apparato psichico (con evidenza soprattutto a partire dalla II topica, ma in realtà assai prima). Il funzionamento teatrale della mente, del sogno, del fantasma, dell’interazione clinica e dell’interpretazione è stato riconosciuto più facilmente a partire dall’opera di M. Klein; ma nel mio libro ho cercato di mostrare che già in Freud questo livello era del tutto presente, anche se implicito.-Freud non avrebbe mai detto che la psiche funziona come un teatro, ma l’ha anche fatta funzionare proprio così. D’altra parte è possibile rovesciare la metafora e affermare che il teatro funziona come una mente, come una rappresentazione della mente dell’osservatore, esattamente come il sogno che esteriorizza teatralmente molti aspetti della mente del sognatore: scena del sogno, paesaggio onirico come messa in scena autoscopica dell’interiorità del soggetto e dei suoi personaggi intrapsichici.

 

Una seconda edizione rivista e accresciuta del mio libro, ormai introvabile, si giustifica intanto per l’opportunità di allargare il discorso al mito e alla “scena” della conoscenza. E poi per il fatto che dagli anni 80 ad oggi vi è stato un importante rilancio dell’interesse per il teatro come strumento di attività terapeutiche e riabilitative nell’assistenza psichiatrica. Anche a Pavia abbiamo avuto interessanti esperienze al riguardo. Tutto questo ha rinnovato l’interesse per il tema mente/teatro, che negli anni 80 poteva sembrare un po’ anomalo.

 

 

 

D.: L’attenzione al testo, all’arte, al “dispositivo” fanno pensare ad uno stile che si ritrova anche nell’ ascolto del paziente o che, forse, nasce da esso, e ad un modo peculiare di concepire l’essere analista…

 

 

 

R.: Hai colto molto bene la mia simpatia per la parola “dispositivo”, che uso frequentemente. Il teatro, come la mente, è un particolare dispositivo di rappresentazione. Il teatro produce una sorta di proposta immaginativa, nella quale lo spettatore è indotto ad accomodarsi e con la quale si confronta. Ma “dispositivi” sono anche il setting analitico o certi orientamenti funzionali della psiche; e anche la relazione col paziente è regolata da dispositivi diversi. Il principale dei quali è intanto la lingua che si parla, entro la quale si ritaglieranno altri livelli, come l’idioletto della coppia analitica, il suo “lessico familiare”, lo stile comunicativo del paziente e quello dell’analista, le scelte lessicali di entrambi, le forme dei contenuti discorsivi e i contenuti d’esperienza implicati nelle forme d’espressione, ecc. Anche le caratteristiche “musicali” della comunicazione, la sua vocalità specifica, la sua prosodia, eccetera, sono ovviamente della massima importanza. L’inconscio si manifesta, o si tradisce, anche attraverso queste vie.

 

Quella del “testo” è un’altra grande metafora freudiana, dalle innumerevoli implicazioni, ed è di corrente impiego tra gli analisti. Faccio un esempio semplice. Quando si chiede al candidato in supervisione di portare il testo scritto del dialogo clinico, anziché un resoconto narrativo della seduta, dobbiamo sapere che questo dialogo scritto è proprio come un testo teatrale, con la sequenza delle sue battute. Ma in questo resoconto, auspicato letterale, di quanto viene detto, non sono tuttavia presenti gli importanti livelli comunicativi ed espressivi non verbali. Eppure questi elementi “tonali” e di mimica vocale, se così si può dire, sono indispensabili, perché permettono di cogliere il senso di ciò che viene detto nella seduta, a quel livello anche affettivo che è essenziale per una comprensione piena.

 

Ecco allora comparire l’altro termine che hai evocato: l’arte. L’arte dell’interprete, sia inteso come l’agente (l’attore ) che deve rendere sensibile il testo drammaturgico, sia come l’ascoltatore che deve comprenderlo. Si tratta di aspetti non evitabili, sottesi inesorabilmente al gioco dell’interpretazione. Un approccio psicoanalitico “scientifico” non può ignorare questi diversi momenti, che sono tutt’altro che scontati e che sono ben presenti nel discorso critico sulle arti e sul linguaggio; un po’ meno nei discorsi della psicoanalisi clinica, per nulla nel discorso delle scienze metodologicamente “dure”.

 

La consapevolezza di tutti questi diversi aspetti ha certamente effetti importanti sul mio “stile” analitico. Poiché è possibile all’ “attore” pronunciarsi su di sé, direi che il mio stile è evoluto negli anni, divenendo sempre più libero e vario, e insieme rigoroso, alla ricerca di una duttilità e adeguatezza dei vari registri interpretativi alle esigenze cliniche di ogni caso e in ciascun momento. Ma qui sarebbe necessario un lungo discorso, perché la varietà non deve perdere di vista una sostanziale unità e coerenza della posizione analitica, che deve essere comunque costruita ogni volta. Per tutti questi motivi l’impresa analitica è qualcosa di difficile e sempre nuovo.

 

 

 

D.: In un tuo bel lavoro del 2004, presentato al 64esimo Congrès des psychanalystes de langue franςaise, già nel titolo condensi le “parole chiave” della tua concezione della psicoanalisi: “Procedere in psicoanalisi. Immagini, modelli e miti del processo”. Puoi dirci qualcosa?

 

 

 

R.: In effetti l’estensione delle relazioni scritte che i colleghi francesi richiedono nei loro Congressi annuali costringe il Rapporteur a fare il punto sulle proprie idee e sui criteri clinici che adotta.

 

Il congresso era focalizzato sul “processo psicoanalitico”. Ha molto colpito il fatto che già nel titolo io parlassi di “procedere” anziché di “processo”: il processo è una concatenazione tendenzialmente automatica, astratta e impersonale, e quindi è solo un aspetto di quanto pensiamo che accada nella cura analitica. Comprendere che le nostre idee sui processi psichici fanno riferimento a modelli che si sostanziano in immagini, dando luogo a narrazioni e a miti, apre una serie di questioni a mio avviso molto importanti.

 

Oggi si parla molto di modelli, di conflitti tra modelli. Ma io non penso che sia opportuno farsi trascinare in polemiche astratte sui modelli, senza averne esplorato le valenze immaginative. La varietà dei modelli è una nostra ricchezza. Ricordo che Freud, parlando della sua teoria pulsionale, l’ha qualificata come “la nostra mitologia”, senza con quest’espressione volerla niente affatto squalificare. Parlando di mitologia pulsionale non si vuole affatto escludere il livello biologico presente nel funzionamento mentale e nella patologia. Ma il biologico si fa sempre presente attraverso figurazioni e narrazioni in psicoanalisi. E’ molto importante vedere come i molti modelli proposti e circolanti funzionano veramente, quali aree d’esperienza ricoprono, che esigenze assolvono. fino a dove si integrano e quando si deve cambiare genere di modello, tipo di racconto. L’impegno concettuale in questa direzione potrebbe essere un nostro common ground metodologico. E’ anche importante cogliere la continuità nella diversità, porsi il problema di come cucire insieme le varie prospettive simultaneamente presenti nella clinica. Il teatro stesso non è che un grande modello dalle molte possibilità configuranti ed espressive, un contenitore adeguato alla pluralità dei “personaggi” e delle istanze che sono presenti nella mente e nella vita di ciascuno. Il teatro analitico – inteso come drammaturgia del mondo interno e della relazione intersoggettiva – ci interessa sia per cosa mette in scena, sia per come lo mette. Il dispositivo che struttura l’esperienza può essere un importante oggetto di studio. Come ha ben sottolineato Bion, i punti di vista o i vertici sono parecchi, e bisogna sapere sempre da che posizione si parla, perché questo condiziona fortemente ciò che è possibile vedere.

 

 

 

D.: Le tue riflessioni sull’antropologia e sull’arte prendono spesso avvio da un’attenta lettura del testo freudiano, da cui giungi, tuttavia, a considerazioni personali e originali

 

 

 

R.: Non ho mai aspirato all’originalità, o a cercare nuovi dispositivi, nuove riduzioni, nuovi schemi e semplificazioni. Ce ne sono sin troppi. Certe volte l’ovvio tentativo di rendere conto dell’esperienza e la necessità di rappresentarsela può apparire originale, perché si riesce ad avere una visione nuova e personale di cose che si osservano comunemente senza veramente “vederle”. So che il mio insistito interesse per il discorso freudiano potrebbe apparire di retroguardia. Ovviamente non condividerei questo giudizio. Uno psicoanalista oggi non può non essere freudiano, come non può non essere bioniano, o non accogliere le molte evoluzioni importanti che la psicoanalisi ha avuto nel corso di poco più di un secolo. Non si può pretendere da Freud, né da nessuno, quello che per ragioni diverse non poteva dare all’epoca sua.

Bisogna stare attenti a non far dire a Freud pensieri che non ha mai sostenuto, come spesso accade. Il vantaggio dello studio di Freud è quello di mettermi in contatto col pensiero, lo stile, la scoperta, ma anche la cecità di un osservatore e pensatore geniale, alle prese con i momenti sorgivi dell’esperienza analitica. Ho sempre cercato di riflettere molto sull’esperienza clinica, su come la clinica dà corpo e figura ai suoi oggetti e alle sue osservazioni, sia in psicoanalisi sia in psichiatria e ho sempre cercato connessioni tra le emergenze cliniche, la costruzione dei dati e i modelli che ci guidano, ma soprattutto che permettono di concettualizzare post hoc un’esperienza che deve essere il più possibile sorgiva. A costringere a questo tipo di riflessione su come vediamo e pensiamo i fenomeni – inclusa la loro lacunosità – sono anche i casi gravi di cui mi sono sempre occupato, l’originalità morbosa con cui il mondo e gli altri possono essere vissuti nelle psicosi, i fenomeni di gruppo entro le istituzioni con cui ho avuto sempre a che fare, i modi con cui gli psicoanalisti, gli psichiatri, ma anche gli infermieri, i malati stessi e i loro familiari parlano della sofferenza mentale e cercano di fronteggiarla.

 

Questo immane pacco di questioni, dalla sconfinata problematicità, è in realtà un problema unico, che alimenta interrogativi e richiede la mobilitazione di molti saperi. Un’idea del proprio funzionamento personale (la cosiddetta autoanalisi) si ottiene e si alimenta anche attraverso la riflessione su tali questioni.

 

Il confronto della psicoanalisi con un momento antropologico generale, con la filosofia delle scienze dell’uomo, e con le arti mi è sempre sembrato necessario e ineludibile, un’esigenza interna al mio lavoro di clinico. Tutto questo tuttavia non deve ingombrare il campo dell’osservazione e della relazione, ma deve anzi ampliare gli orizzonti e la sensibilità relazionale del clinico. Impedendogli di ridurre a formule (freudiane, kleiniane, bioniane, kohutiane o altro) la complessa, variegata e tragica realtà dello psichico.

 

 

 

D.: Quali sono stati gli incontri più fertili, le collaborazioni più stimolanti, in quell’area di frontiera fra psicoanalisi e arte che frequenti?

 

 

 

R.:Ho avuto la fortuna di frequentare, già da ragazzo, amici carissimi (da Umberto Padroni a Massimo Guzzoni, da Emanuele Mazzei a Walter Marchetti, da Gianni Rutschmann a Serafino Belloro), che condividevano con me il piacere dell’arte, ma anche un attitudine interrogativa e critica verso le arti, le opere, gli autori, il modo con cui se ne parla.

 

Oltre ai miei maestri di psichiatria e di psicoanalisi (tra i quali voglio ricordare Franco Fornari, Davide Lopez e Francesco Corrao, tutte persone di grande valore e diversissime tra loro) e al lungo sodalizio con Dario De Martis, ho avuto alcune figure di riferimento e molti amici tra musicisti, filosofi, artisti e studiosi della letteratura e ho sempre dialogato con loro, imparando molto. Non posso nominarli tutti. Uno dei miei riferimenti pavesi è stato Cesare Segre per i suoi studi semiologici e narratologici, a Milano Giovanni Piana per la fenomenologia e la musica; Remo Bodei per la sua ampia visione su tanti fatti della cultura, e, prima ancora, Enzo Paci, che ospitò sulla sua rivista qualche mio scritto giovanile. Sono onorato dell’amicizia dei filosofi Paolo Rossi, Fulvio Papi e Silvana Borutti, con i quali ho spesso dialogato e collaborato, senza mai atteggiarmi a filosofo, né professionista né dilettante. Come mi è servito vedere da vicino le esperienze di Franca Graziano nel laboratorio teatrale che dirige a Pavia. Sul piano delle arti figurative ho collaborato con Laura Mattioli, con Victor Stoichita e Giorgio Bedoni.

 

Pur avendo abbandonato nel corso del liceo ogni velleità di musica attiva e ogni progetto di fare il musicologo, mi sono sempre occupato di musica di tutti i tempi, inclusa la musica del Novecento e l’opera lirica. L’impegno professionale di psichiatra universitario e di psicoanalista mi hanno allontanato non dalla musica, ma dalla sistematica riflessione sulle arti per molti anni. Da una quindicina d’anni mi sono tuttavia ricongiunto a questi interessi giovanili, del resto mai dismessi, attivando degli studi psicoanalitici sulla musica e sulle arti che mi hanno molto appassionato e che mi hanno dato e continuano a darmi parecchie soddisfazioni. Si creano, fra gli ambiti disciplinari molto vari che ho citato, dei circoli virtuosi che mi appassionano e mi sembrano molto redditizi sul piano conoscitivo e clinico. Alcune collaborazioni in corso con il “Vittadini” di Pavia e con l’Accademia di Brera di Milano alimentano questi interessi.

 

E’ essenziale che questa attenzione polivalente ad ambiti eterogenei non abbia caratteri evasivi o velleitari, ma serva a comprendere meglio quanto accade nel lavoro col paziente e si integri con l’elaborazione concettuale complessiva della psicoanalisi e della mia esperienza clinica e umana.

 

 

 

D.: Puoi fare qualche cenno anche alla tua vasta esperienza in campo istituzionale?

 

 

 

R.: Mi limiterò a qualche accenno, ma devo riferirmi necessariamente a qualche aspetto della mia storia professionale. Mi sono specializzato in Psichiatria a Milano nel 1967. E poco dopo ho terminato la mia analisi di training. Il mio sguardo sulla psicopatologia psichiatrica è sempre stato anche psicoanalitico, e si è venuto approfondendo nel corso degli anni. Sino dall’inizio la critica all’istituzione psichiatrica e alla psichiatria di allora è stata molto presente nel mio lavoro, che si è sempre svolto nell’istituzione pubblica, in grande sinergia con Dario De Martis, cioè in ambito universitario – ospedaliero. E fu una critica certo sociale, ma alimentata anche dall’osservazione analitica dei fenomeni clinici prodotti dall’istituzionalizzazione nei più vari contesti assistenziali, incluso il manicomio. Oltre che dall’interazione protratta con le psicosi.

 

Sul piano teorico ci facemmo subito paladini di un approccio relazionale alla malattia mentale. Ciò significava essere attenti ai bisogni degli psicotici e al loro contesto di vita familiare e istituzionale e ai fenomeni controtransferali, che potevano assumere proporzioni di grande effetto distruttivo, tenuto conto del potere conferito dalla legge agli psichiatri.

 

Abbiamo con De Martis anticipato di vari anni la riforma psichiatrica del 1978 e abbiamo improntato a criteri psicoanalitici molti aspetti del lavoro e della psicopatologia della tradizione psichiatrica, in mezzo a difficoltà d’ogni sorta.

 

Devo molto delle mie conoscenze della psicopatologia e della pratica istituzionale ai fondamentali gruppi di discussione di casi clinici, che conduco dal 1968 con gli operatori psichiatrici con i quali ho lavorato. Il gruppo e l’istituzione sono un teatro molto caratteristico e sono anche una parte importante del terreno su cui è germinato il mio interesse per la metafora e per l’immaginazione configurante, che si attiva con particolare evidenza in questi contesti. La pratica psichiatrica mi ha costretto a non operare soltanto nel mio studio analitico, ma a prendere in considerazione l’insieme dei fattori che determinano l’insorgere delle psicosi.

 

In questo modo il cerchio si chiude, definendo un ambito di fenomeni e di evidenze, un “campo”, dove diventano possibili le correlazioni dei vari saperi, con rilevanti implicazioni operative e anche teorico-cliniche.

 

Da circa un anno, e con mio sollievo, non ho più la responsabilità della direzione di strutture psichiatriche. Dalla mia lunga pratica in quest’ambito ho tratto il convincimento che senza il riferimento psicoanalitico la psichiatria difficilmente può realizzare delle forme di cura e di assistenza psichiatrica adeguate alla complessità dei problemi posti dalle psicosi. E questo anche se ci fossero gli auspicati investimenti economici adeguati a favore della cura delle malattie mentali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli scritti di Fausto Petrella

 

Nota bibliografica

 

 

 

L’elenco parziale dei lavori di preminente interesse psicoanalitico di Fausto Petrella è suddiviso per aree tematiche, in ordine cronologico:

 

 

 

A. Studi psicoanalitici sul pensiero di Sigmund Freud.

 

B. Clinica psicoanalitica: Teoria e Tecnica.

 

C. Studi per un orientamento psicoanalitico della psicopatologia e della psichiatria clinica. Studi sull’istituzione psichiatrica e sui gruppi di discussione clinica in psichiatria.

 

D. Le arti, la psicoanalisi, la psicopatologia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A. Studi psicoanalitici sul pensiero di Sigmund Freud

 

 

 

La psicoanalisi. In: Psicologia: scuole e indirizzi (a cura di E. Funari). Teti, Milano, 1978, pp. 143-155.

 

“La psiche è estesa”: breve viaggio nell’apparato metaforico freudiano. Gli Argonauti, 5, 97-114, 1980.

 

Dalla biologia alla relazione. In: Autori Vari: La relazione analitica, Borla, Roma, 1981.

 

Il ritorno del rimosso nel rimovente: dalla definizione metapsicologica alla narrazione. Gli Argonauti, 11, 265, 1981.

 

Freud e lo scenario darwiniano. Relazione al Convegno “Immagini di Darwin”. Roma, 7-8 ottobre 1982. Critica Marxista, 6, 169, 1983.

 

Il modello freudiano. In: Trattato di Psicoanalisi ( a cura di A. Semi), vol. I, Cortina, Milano 1988, pag. 41-145.

 

Osservazioni sulla Sexualtheorie e il genere sessuale. In: Del Genere sessuale, a cura di L. Russo e M. Vigneri, Borla, Roma 1988, pag. 146-154.

 

L’archeologia analitica nell’ultimo Freud. Rivista di psicoanalisi, 36, 4, 957, 1990.

 

Freud e la psichiatria del presente. Atque, I, 1990.

 

Freud e la Città Eterna. Gli Argonauti, 51, 1991.

 

Percezione endopsichica/fenomeno funzionale. Rivista di psicoanalisi, 39, 1, 1993.

 

Sublimazione: una metafora freudiana al lavoro. Psiche, 2, 1994

 

La sublimation: le travail d’une métaphore freudienne. Revue française de psychanalyse, 1998

 

Censura psichica. Rivista di psicoanalisi, 45 – 60, 1, 1999.

 

La psicopatologia e “L’Interpretazione dei sogni” di Sigmund Freud. Psichiatria oggi, XII, 1, 2000.

 

I disagi della psicoanalisi nella postmodernità. Psiche, 2, 31 – 46, 2005

 

Lo stile freudiano: terminologia, metafora e strategie testuali nelle OSF. Rivista di psicoanalisi, LII, 1, 101-128, 2006.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

B. Clinica psicoanalitica: Teoria e Tecnica

 

 

 

Il problema del narcisismo e l’istanza di Bela Grunberger. Prefazione a: B. Grunberger. Il narcisismo. Laterza, Bari, 1977, pp. 7-22.

 

Rapporti fra le finalità della cura e la tecnica nella psicoanalisi. Gli Argonauti, 1, 25-36, 1979.

 

Le insidie dell’ “immenso” narcisismo. Gli Argonauti, 3, 170-172, 1979.

 

La scena della conoscenza nel processo psicoanalitico. Relazione al V Congresso Nazionale della S.P.I., Roma, 29 maggio- 1 giugno 1982. Rivista di Psicoanalisi, 29, 120. 1983.

 

La mente come teatro. Antropologia teatrale e psicoanalisi. Centro Scientifico Torinese, Torino 1985.

 

Considerazioni sulla forma e la struttura dell’interpretazione analitica. Rivista di psicoanalisi, 2, 1987.

 

Sentimenti di colpa: morfologia e struttura. Gli Argonauti, 36, 1988.

 

Nosologia e psicoanalisi. In: Trattato di Psicoanalisi (a cura di A. Semi), vol. II, Cortina, Milano 1989, pg.3-61.

 

L’ isteria oggi (in coll. con D. De Martis). Gli Argonauti, 48, 1991

 

Esplorazioni nelle città della pianura: l’omosessuale in analisi. Rivista di psicoanalisi, 38, 901, 1992.

 

Traumi psichici. Il trauma infantile nella prospettiva dell’adulto. Gli Argonauti, 60, 31, 1994.

 

Esperienze e riflessioni di un “lettore” di psicoanalisi. Rivista di psicoanalisi, 39, 4, 1993. Trad. inglese: Experiences and considerations of a “reader” of psychoanalysis. In: Writing in psychoanalysis (E. Piccioli, P. L. Rossi, A. A. Semi eds.), Karnac Books, London 1996.

 

Riflessioni su identità, differenza, differimento. In: G. Sacerdoti, A. Racalbuto, Differenza differenza, differimento, Dunod, Milano 1997

 

L’ ascolto e l’ostacolo. Atque 14/15, 200,1997.

 

Sull’impasse: riflessioni conclusive. In: Impasse in psicoanalisi e patologie narcisistiche, Strutturazione e destrutturazione dell’identità (a cura di A. Racalbuto), Dunod, Milano 1998

 

Sogno e psiche. MicroMega, 3, 1998.

 

La sublimation: le travail d’une métaphore freudienne. Revue française de psychanalyse, 1998.

 

Estetica del sogno e terapia a cent’anni dalla Traumdeutung. In: Il sogno cent’anni dopo (a cura di S. Bolognini), Bollati Boringhieri, Torino 2000.

 

Sulla realtà psichica, discussione sulle relazioni di André Green e Riccardo Steiner, In: La realtà psichica, a cura di C. Genovese, Borla, Roma 2000.

 

Procéder en Psychanalyse. Images, modèles et mytes du processus. Revue française de psychanalyse, 5, 1555- 1626, 2004.

 

Réponse à l’intervention de Dominique Scarfone . Revue française de psycanalyse, 5, 1637, 2004.

 

Lavoro clinico e quadro socioculturale: le intersezioni (in coll. con V, Berlincioni). Gli Argonauti, 103, 363, 2004.

 

(Dis) integrazione dei modelli nella clinica. Psiche, 2, 85, 2004.

 

L’illusione : una certezza. Gli Argonauti, 106, 274-280, 2005

 

Esplorazioni nelle città della pianura: omosessuali in analisi. In Ipotesi Gay, (a cura di O. Pozzi e S. Thanopulos, Borla, Roma 2006.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C. Studi per un orientamento psicoanalitico della psicopatologia e della psichiatria clinica. Studi sull’istituzione psichiatrica e sui gruppi di discussione clinica.

 

 

 

 

 

Le stereotipie. Studio psicopatologico e clinico (in collaborazione con D. De Martis). Rivista Sperimentale di Freniatria, 88, 4, 1964.

 

L’amnesia psicogena: studio psicopatologico, psicodinamico e narcoanalitico (in collaborazione con R. Spiazzi). Annali di Freniatria, 4, 1965.

 

Considerazioni metapsicologiche in tema di aggressività (in collaborazione con De Martis). Comunicazione al IV Congresso Regionale Siciliano di Igiene Mentale sul tema “Aggressività e sanità mentale”, Mes­sina, 1967. Rivista Sarda di Criminologia, 3, 3-4, 1967.

 

Osservazioni sull’aggressività nella schizofrenia cronica (in collaborazione con D. De Martis). Rivista Sarda di Criminologia, 3, 3-4, 1967.

 

Ruoli e aggressività in un reparto psichiatrico. Comunicazione al XXX Congresso della Società Italiana di Psichiatria. Neuropsichiatria, 23, IV, 1967.

 

Esperienze di psicoterapia individuale nel borderline (in collaborazione con D. De Martis). Rivista di Psichiatria, 4, 5, 1969

 

Sul significato dell’iterazione di condotte autolesive (in collaborazione con D. De Martis). Comunicazione al III Congresso della Società Italiana di Criminologia , Cagliari, 1968. Rassegna di Studi Psichiatrici, 57, 4, 1968.

 

Implicazioni psico e sociodinamiche di una particolare condotta istituzionale: la tendenza ad accumulare oggetti. Rassegna di Studi Psichiatrici, 57, 6, 1968.

 

Spazio vissuto e spazio istituzionale nella schizofrenia. Aut Aut, 104, 53, 1968.

 

Considerazioni sui rapporti fra istituzione psichiatrica e struttura della personalità. Psichiatria Generale e dell’Età Evolutiva, 6, 2, 1968.

 

Schizofrenia e significati dell’alienazione (in collaborazione con D. De Martis). Aut Aut, 113, 1969.

 

Sensory deprivation e coscienza, Aut Aut, 113, 1969.

 

La schizofrenia cronica al test di Rorschach (in collabora­zione con D. De Martis e al.). Archivio di Psicologia, Psichiatria, Neurologia, 31, 1, 1970.

 

Apport de la psychanalyse à la sémiologie psychiatrique (in coll. con D. De Martis). Rapport de psychiatrie présenté au Congrès de Psychiatrie et Neurologie de langue française. Masson, Paris, 1970.

 

Il gruppo come strumento di apprendimento nel lavoro psichiatrico. Psichiatria Generale e dell’Età Evolutiva, 8, 3, 1970.

 

Approccio semeiologico all’istituzione psichiatrica (in collaborazione con D. De Martis). Rivista di Psicoanalisi, 17, 1971.

 

L’apporto del gruppo di discussione nella formazione dell’operatore psichiatrico. Relazione al VI Convegno Nazionale della Società di Psicoterapia Medica. Pavia, 12-13 giugno 1971. In: La psicoterapia nelle istituzioni non psichiatriche. Quaderni di Psicoterapia, 4, Il Pensiero Scientifico Editore, Roma, 1972, pp. 137-142. Anche in: Rivista di Psichiatria, 6:289-294, 1971

 

Frustrazioni precoci e caratteropatie (in collaborazione con D. De Martis). Relazione al Convegno Nazionale su “Caratterologia e Psichiatria”. Reggio Emilia, 26 settembre 1971. Rivista Sperimentale di Freniatria, 96, 631-638, 1972.

 

Sintomo psichiatrico e psicoanalisi. Per una epistemologia psichiatrica (in collaborazione con D. De Martis). Lampugnani Nigri, Milano 1972.

 

Stati confusionali psicogeni (in collaborazione con D. De Martis). Relazione al I Corso di Aggiornamento della Società Italiana di Neurologia su “Neurologia d’Urgenza”. Milano, 4-6 aprile 1973. In: Neurologia d’urgenza. Società Italiana di Neurologia, Milano, 1973, pp. 255-263.

 

Prefazione a: J. Hochmann. Psichiatria e Comunità. Laterza, Bari, 1973, pp. 5-12.

 

La riunione di reparto degli operatori psichiatrici: strumento di apprendimento e di conduzione. Relazione al Simposio del XXXI Congresso Nazionale della Società Italiana di Psichiatria. Palermo, 2-5 ottobre 1972. Il Lavoro Neuropsichiatrico, 53, 3-7, 1973.

 

L’inibizione: significato e ruolo nei disturbi emotivi. In: Psicofarmacologia in medicina generale. Lepetit, Gardone Riviera, 1973, pp. 39-52.39.

 

Aspetti fobico-ipocondriaci nell’istituzione psichiatrica. Psihoterapija, 4, 141-144, 1974.

 

Angoscia fobica ed angoscia persecutoria (in collaborazione con D. De Martis). Psihoterapija, 4, 173-176, 1974.

 

Woyzeck, Odradek e lo psichiatra: psicoanalisi e nuova cultura psichiatrica di fronte alla psicosi. Materiali Filosofici, 2, 11-24, 1974.

 

La relazione madre-neonato nell’uomo e nell’animale. In: AA. VV. Etologia e Psichiatria. Laterza, Bari, 1974, pp. 185-192.

 

La relazione coniugale dell’etilista (in collaborazione con F. Barale). Rivista di Psichiatria, 9, 138-158, 1974.

 

La coppia etilista. Note sul rapporto sado-masochistico (in collaborazione con F. Barale e A. Manzoni Petrella). In: Psicoterapia della coppia. Il Pensiero Scientifico Edi­tore, Roma, 1975, pp. 103-108.

 

Migrazione e problemi di psicodinamica familiare (in coll. Con G. Weiss). Relazione al Convegno su “Psicodinamica e sociodinamica della migrazione interna”. Varese, 19-20 ottobre 1974. In: Psicodinamica e sociodinamica della migrazione interna. Il Pensiero Scientifico Editore, Roma, 1975, pp. 45-51.

 

Semiotica della cultura psichiatrica istituzionale e psicoanalisi. Relazione al Congresso Internazionale su “Psicoanalisi e Istituzioni”. Milano, 30 ottobre – 1 novembre 1976. In: Psicoanalisi e istituzioni (a cura di F. Fornari). Le Monnier, Firenze, 1978, pp. 63-71.

 

Riflessioni su un’esperienza istituzionale con pazienti cronici: crisi dell’équipe e significato della dimissione (in collaborazione con M. Bezoari, S. Vender e G. Weiss). Archivio di Psicologia, Neurologia, Psichiatria, 37, 457-470, 1976.

 

L’approccio psicoterapico all’alcoolismo (in collaborazione con F. Barale). In: Prospettive psicoterapiche nel trattamento degli alcolisti. Il Pensiero Scientifico Editore, Roma, 1977, pp. 1-12.

 

La relazione con il paziente demente. In: Atti del XXIII Congresso Nazionale della Società Italiana di Psichiatria. Verona, 1977.

 

L’isteria oggi (in collaborazione con D. De Martis). Relazione al Simposio Internazionale su “Le nevrosi da Freud ad oggi”. Sanremo, 2 aprile 1976. In: Le nevrosi da Freud ad oggi. Garzanti, Milano, 1977, pp. 139-149.

 

Lo psichiatra di fronte al problema clinico attuale della isteria (in collaborazione con D. De Martis). Rivista Sperimentale di Freniatria, 101, 273-279, 1977.+

 

Réflexions sur une expérience institutionelle avec des patients chroniques: crise de l’équipe et signification de la sortie (in collaborazione con M. Bezoari, S. Vender e G. Weiss). L’Information Psychiatrique, 53, 939-946, 1977.

 

L’esperienza territoriale come momento fondante l’identità dell’operatore psichiatrico (in collaborazione con D. De Martis, M. Bezoari e G. Weiss). Relazione al Convegno “Psichiatria e territorio: problemi di formazione degli operatori”. Milano 6-7 maggio 1978. In: Atti del Convegno (a cura di A. Bertoglio e G. Scorza). Milano, 1978, pp. 47-51.

 

Effets négatifs des psychothérapies sauvages. In: Le processus psychothérapique. Formes et évaluations. Annales de Psychothérapie, Paris, 1978, pp. 44-47.

 

Antropologia culturale e psichiatria di fronte al processo terapeutico (in collaborazione con S. Manzoni Petrella). Relazione al Convegno su “Psicoanalisi e Classi Sociali”. Milano, 2-4 dicembre 1977. In: Psicoanalisi e classi sociali (a cura di A. Voltolin, A. Meregnani e M. Guido). Editori Riuniti, Roma, 1978, pp. 124-143.

 

Concezioni e modelli di lavoro nella psichiatria territo­riale (in collaborazione con M. Bezoari e G. Weiss). Relazione al XII Congresso della Società Italiana di Psico­terapia Medica. Udine, 13-14 maggio 1978. In: Problemi di formazione e assistenza psicoterapica nei servizi territoriali (a cura di V. Volterra). Patron, Bologna, 1978, pp. 15-26.

 

Parents et fils dans l’imaginaire des psychoses chroniques (in collaborazione con D. De Martis). Relazione al Convegno “Filiazione e genealogia nelle psi­cosi”. Lione, 19-20 ottobre 1979. Psychanalyse à l’Université, 5, 455-465, 1980. 66 bis. Genitori e figli nell’immaginario delle psicosi croniche (in collaborazione con D. De Martis). Gli Argonauti, 6, 237-246, 1980.

 

Modelli semiologici per la nuova cultura psichiatrica terri­toriale (in collaborazione con M. Bezoari). Gli Argonauti, 3, 189-201, 1979.

 

Stati confusionali e metafore della confusione. Aut Aut, 164, 127-149, 1978.

 

Il Paese degli Specchi. Confronto con lungodegenti manicomiali (a cura di D. De Martis, F. Petrella e E. Caverzasi). Feltrinelli, Milano, 1980.

 

Il gruppo di formazione in psichiatria e il suo oggetto spe­cifico. In: Formazione e percezione psicoanalitica (a cura di R. Speziale-Bagliacca). Feltrinelli, Milano 1980.

 

La relazione con il paziente demente. Gli Argonauti, 4, 67-70, 1980.

 

Didattica in Psichiatria: cosa e come insegnare. Gli Argonauti, 8, 73, 1981.

 

Critica dell’istituzione psichiatrica e psicoanalisi. Gli Argonauti, 9, 91, 1981.

 

Finzioni e interpretazioni: una nuova rubrica. Gli Argonauti, 10, 195, 1981.

 

Lo psichiatra a casa del paziente: una nuova area conoscitiva e operativa (in collaborazione con M. Bezoari). In: Strutture intermedie in psichiatria (a cura di M. Lang). Raffaello Cortina, Milano 1981.

 

Le visite domiciliari in psichiatria: considerazioni metodo­logiche (nota a uno scritto di M. Bezoari). Il Quadrangolo, 1981.

 

L’attore, l’isteria e la possessione rituale. Gli Argonauti, 14, 1982.

 

Lo psichiatra: un’identità in cerca di ridefinizione. In: L’identità dello psichiatra (a cura di F. Giberti). Il Pensiero Scientifico Editore, Roma 1982.

 

Il problema della confusione psicotica. Gli Argonauti, 15, 1982.

 

Finalità della cura nella psicoanalisi e nelle psicoterapie. In: Finalità della psicoterapia (a cura di V. Volterra). Patron, Bologna 1981.

 

Psicoterapia: una regolamentazione. Gli Argonauti, 12, 43, 1982.

 

L’ evento nelle psicosi tra fattualità e fantasma. In: Evento e psicosi, (a cura di D. De Martis, E. Caverzasi, P.L. Politi), Angeli, Milano 1985, p.131.

 

Psicoterapie “selvagge”. Gli Argonauti, 28, 33-43, 1986.

 

Fare e pensare in psichiatria. Relazione e istituzione (a cura di D. De Martis, F. Petrella e P. Ambrosi). Raffaello Cortina, Milano, 1987.

 

Freud e la psichiatria del presente. Atque, I, 1990.

 

La follia di invenzione e i suoi modelli. Gli Argonauti, 47, 1990.

 

Sull’istanza nosografica in psichiatria e nella psicoanalisi, in N. Ciani e I. A. Rubino (a cura di), La diagnosi in psichiatria, Borla, Roma 1993.

 

Turbamenti affettivi e alterazioni dell’esperienza, Raffaello Cortina, Milano 1993.

 

L’assistenza psichiatrica: generalità. In: Trattato italiano di psichiatria, a cura di Cassano et al., Masson, 1993. (in coll. con P.Ambrosi e V. Berlincioni)

 

Interno/Esterno: spazio vissuto e ambiente terapeutico (in coll. con V. Berlincioni e L.Petrella), relazione al convegno “Abitare la follia, percorsi riabilitativi in psichiatria” Firenze 1992. Anche in Gli Argonauti, 58, 281, 1993.

 

La dialettica tolleranza-intolleranza. In: Tolleranza e intolleranza, a cura di G. Sacerdoti e A. Racalbuto, Bollati Boringhieri, Torino 1995.

 

How can we conceive the obstacles and limits of the care of schizophrenia in the Mental Health Service?. (In collaborazione con V. Berlincioni). Relazione al 9th Meeting of Medicine and Psychiatry “Borderline and Psychotic Disorders: Therapeutic Strategies”, Perugia 15-16 June 1996. In: Borderline and Psychotic Disorders: Therapeutic Strategies, Arp, Perugia, Italy, 1996, 89-94.

 

Psicopatologia: riflessioni di uno psichiatra che non disdegna la psicoanalisi, di uno psicoanalista che non disdegna la psichiatria. Atque, 13, 155, 1996. Anche in Psichiatria generale e dell’età evolutiva, 34, 1, 1997, Atti del Congresso inaugurale della Società italiana per la Psicopatologia, Firenze, 23 marzo 1996, discussione sulla relazione di Huber e Gross, p. 83.

 

Cura psicofarmacologica e cura psicologica: problemi di integrazione, Annali di neurologia e psichiatria, XCI, 2, 1997.

 

Accoglienza e presa in carico. Tecnica ed etica nella procedura clinica dei servizi psichiatrici (in collaborazione con Vanna Berlincioni). In: Etica della riabilitazione psichiatrica (a cura di M. Rabboni), Franco Angeli, Milano 1997.

 

Intervento farmacologico vs intervento psicologico: la questione dell’integrazione. (Relazione al Congresso della Società di Psicoterapia Medica, Bari 1996). In: Psicoterapia e psicofarmaci (a cura di P. M. Furlan), Centro Scientifico Torinese, Torino, 1997

 

Prospettive psicoanalitiche sulla psicoterapia d’appoggio (in coll. con V. Berlincioni). Rivista di psicoanalisi, 2, 1999.

 

Lavoro e psicopatologia: lineamenti generali. Giornale italiano di medicina del lavoro ed ergonomia, XXII, 1, 2000.

 

L’apporto della psicoanalisi alla psichiatria, Il vaso di Pandora. Dialoghi in psichiatria e scienze umane, XI, 1, 2003.

 

Integrazione, disintegrazione, confusione: immagini per la clinica. In: Il futuro della psicoterapia tra integrità e integrazione, (a cura di G. Alberti e T. Carere Comes), Franco Angeli, Milano 2003.

 

Lavoro clinico e quadro socioculturale: le intersezioni (in coll. con V. Berlincioni). Gli Argonauti, 103, 363, 2004.

 

(Dis) integrazione dei modelli nella clinica. Psiche, 2, 85, 2004.

 

Verità e artificio nell’isteria e nelle personalità multiple (con Vanna Berlincioni). Rivista sperimentale di freniatria, 2, 2004.

 

Esperienze e trasformazioni nella psichiatria dal 1964 a oggi. Ricordi osservazioni e riflessioni. (con P. F. Peloso e L. Pesce). In: Lavorare in psichiatria, Manuale per gli operatori della salute mentale (a cura di C. Conforto, L Ferranini, A. M. Ferro e G. Giusto), Bollati Boringhieri, Torino 2005.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

D. Le arti, la psicoanalisi, la psicopatologia

 

 

 

La “materia” inquieta e le sue trasformazioni. Appunti per una ricerca, in: Boccioni 1912. Materia (a cura di L. Mattioli Rossi), Mazzotta, Milano 1991.

 

Osservazioni introduttive al rapporto depressione-creatività. In: Dentro la malinconia, a cura di A. Giannelli, C. Mencacci e M. Raboni, Fondazione P. Varenna, Milano 1992.

 

Nostalgia e musica. In: Melancolia e musica (a cura di V. Volterra), Il cardo, Venezia 1994.

 

Sublimazione e creatività: i termini di un problema (in coll con V. Berlincioni). Relazione alle Giornate Psichiatriche di Folgaria “Creativita’, psicopatologia, arte”, 5-12 febbraio 1995. In: Creativita’, psicopatologia, arte (a cura di G. Di Marco), Teda Ed. Castrovillari (CS), 1995.

 

Una fiaba di passaggio. Psiche, vol. I, 1996.

 

“Lux claustri”: costruzione di un mondo sublime. Note su Giorgio Morandi. In: Morandi ultimo (a cura di Laura Rossi Mattioli), Mazzotta, Milano 1997.

 

Arte, psicopatologia, psicoanalisi. Conversazione con Fausto Petrella, di Giorgio Bedoni. In: Figure dell’anima. Arte irregolare in Europa (a cura di Bianca Tosatti), Mazzotta, Milano 1997.

 

Per un’embriologia dell’architettura. In: Impronte (a cura di E. Pinna), Mazzotta, Milano 1999.

 

Capitolo su “Processi estetici e psicoanalisi” in G. Bedoni e B. Tosatti, Arte e psichiatria, Mazzotta, Milano, 2000.

 

Mito, immaginazione e teatro della mente. Strumenti critici, 255, 2004

 

Spazio artistico e umorismo in musica. De Musica, Rivista di Filosofia della Musica, Internet 2004.

 

Spazio artistico e umorismo in musica. Il comico musicale e i suoi rapporti con l’inconscio. In: Cantando e scherzando. Il comico in psicoanalisi e musica, a cura di R. Carollo, Cremonabooks, Cremona 2004.

 

Violenza televisiva e salute mentale, Relazione alla Prima conferenza tematica nazionale della Società Italiana di Psichiatria su “Psichiatria e mass media”, Roma, giugno, 2002. Gli Argonauti, 101, 161-170, giugno 2004.

 

Mater Materia Prima, Clinical and critical remarks. In: Boccioni, Materia: a futuristic maserpiece and the Avant-garde in Milan and Paris, Guggenheim Foundation, New York, 2004.

 

Introduzione. In G. Bedoni, Visionari. Arte, sogno, follia in Europa, Selene, Milano 2004.

 

Rossini allo specchio: un Poeta in cerca di personaggi. Sistema musica, 4, 26, 2005.

 

Introduction to Antonio Di Benedetto. Before words. Psychoanalytic listening to the unsaid through the medium of art, Free Association Books, London 2005.

 

Lotte e vittorie contro l’annientamento. Osservazioni sull’ “arte psicopatologica”. In: Oltre la ragione, a cura di B. Tosatti, Skira, Ginevra-Milano, 2006, p. 42-49.

 

The Double and Uncanny Ego-duplication (in coll- con V. Berlincioni). In: Das Double (Victor Stoichita ed.) Herzog August Bibliotheke, Wolfenbuettel), Harrassowitz, Wiesbaden 2006.