Intervista a Franco Borgogno

D.: Professore, cominciamo dal libro appena uscito: The Vancouver Interview. Ho apprezzato particolarmente la scelta stilistica del libro-intervista, perché mi sembra che, a differenza di Biografie e Autobiografie, questo approccio permetta di modulare ciò che l’Autore intende rivelare di sé: un po’ di self disclosure sì, ma non self exposure. Mi sembra che, fin dalle prime pagine, si configuri un concetto forte, ricorrente nella sua teorizzazione dell’analisi: quello dell’analisi come percorso, che differisce dal concetto di analisi come processo e si avvicina maggiormente all’idea di una traversata. Che ne pensa? Che può dirci, a questo proposito?

 

 

 

R.: Partiamo così, grazie alla sua domanda, dal “cuore” del mio modo di pensare che sintetizzerei col dire che uno può parlare di un proprio personale percorso mentre all’opposto sarebbe astruso esprimersi affermando: “Il mio processo…”. Il percorso ha cioè a che fare con il soggetto, con la specificità e si oppone alla standardizzazione, a ciò che ho combattuto fin dal mio primo libro chiamandola “omologazione”. Allora, ai tempi de L’illusione di osservare (Borgogno, 1978), la chiamavo così… descrivendola come la difesa più comune dal disturbo che provoca in tutti noi – anche negli scienziati e naturalmente anche negli psicoanalisti – la diversità.

Parliamo infatti tanto di “terzo”, di “differenza”, di “altro” ma… quanto è fastidioso e faticoso avervi a che fare; disturba per esempio l’“attrazione coro” in cui molto facilmente si può rimanere intrappolati per il “comodo” (“comodo” essenzialmente perché così non ci esponiamo e non ci individuiamo) narcisismo gruppale e istituzionale, che – ahimé – assai spesso è camuffato in ben altro modo, da socialismo e da democrazia…, per nominare uno dei modi in cui esso si cela. Ma, mi spiace dirlo, anche fra noi psicoanalisti – la storia della psicoanalisi insegna questo – l’“alterità” è molto poco frequentata, anzi è spesso elusa e disprezzata (qualcuno recentemente, e a mio avviso a ragione, ci ha descritti a metà strada fra l’essere dei “Narcisi insicuri” e degli “Edipi incestuosi”), e fra i nostri “sport mentali” più praticati, come accade altresì nelle “migliori famiglie”, regna non di rado la tendenza a “cambiare i connotati degli altri”. Il punto più importante, tuttavia, è che l’individuo, ciascun individuo, fa un suo percorso e pertanto “percorso” è il termine più appropriato per una psicoanalisi realmente rispettosa della specificità e del fatto che le persone cambiano col tempo, tenendo anche conto ch’essa dovrebbe aiutare a esplorare singole persone e non generali e generici processi e, insieme a ciò, dovrebbe servirsi – per esplorare le persone – dei sentimenti, delle emozioni, delle idee che sorgono immediatamente in entrambi i partners dell’interazione e nei “dialoghi fra gli inconsci” che “i due” – paziente e analista – intrecciano.

Vorrei inoltre aggiungere che il percorso è inesorabilmente lungo, principalmente perché tutti quanti, come sottolineo nella mia intervista, partiamo da “lontano”, pure la psicoanalisi. Partendo da lontano ci vuole tempo e pazienza e anche quell’importante apertura e tenacia che consente di rettificare gli inevitabili errori che si commettono in qualsivoglia crescita. Galileo, di certo, come ho detto ironicamente a Vancouver, “non è un cretino” per il fatto di non avere scoperto tutto e soprattutto per non avere visto “tutto giusto al primo colpo”; rimane geniale, come del resto Freud, nonostante le sue concezioni siano state ampiamente superate con il tempo.

 

 

 

D.: E. Koritar (Presidente della Western Branch Canadian Psychoanalytic Society), commentando questa sua visione dell’analisi, nella “Prefazione” a The Vancouver Interview definisce quanto da lei descritto “quattro viaggi simultanei” (p. 8). Penso a ciò che sorge immediatamente fra paziente e analista e anche a ciò che richiede tempo e spazio nella mente dell’altro per potersi sviluppare. Nel suo libro lei parla del percorso psicoanalitico come di un percorso di vita: è, questo, ciò che lei definisce l’“onda lunga”?

 

 

 

R.: Continuando dalla mia precedente risposta, premetto subito che l’“onda lunga” considera proprio che ciascuno parte da lontano, cosicché per capire il presente è necessario avere in mente il passato nel suo divenire e anche il futuro, dal momento che abbiamo sempre progetti che sono niente di più che i nostri desideri e le nostre aspirazioni. Il presente analitico è così fatto di tre tempi: il passato, il presente e il futuro. Il presente, come ho chiarito in modo fermo in Brasile e Argentina rifiutandomi di fare “supervisioni alla cieca” come mi era proposto, non è pertanto una “meteora” che “cade dal cielo”: cade in un contesto interpsichico ristretto e allargato e in una sequenza storica di macro- e micro-eventi.

Se, di conseguenza, si può conoscere qualcosa circa il contesto interpsichico presente e passato, quello del passato-quasi-presente, quello del passato-vicino e quello del passato-lontano, è quindi possibile avvicinarsi a comprendere qualcosa dell’intrapsichico che interagisce nella seduta fra il paziente e l’analista ed eventualmente coglierne la novità accanto alla ripetizione. Il paziente e l’analista non sono d’altra parte soltanto due individui ma più individui (di qui un altro significato di “viaggi simultanei”, a cui si riferisce Endre Koritar); più individui fatti da molti e diversi aspetti del sé e degli oggetti con cui il sé è stato in rapporto, e dunque si tratta di vedere sempre “chi parla a chi” in un determinato momento e come subito dopo nel dialogo successivo possano cambiare gli interlocutori, tenendo in mente che a volte non vi è assolutamente dialogo, nel senso che non è ancora possibile delineare chi sono gli interlocutori presenti nella seduta e che talora l’analista è forse l’unico interlocutore.

È per questo che prima, seguendo Ferenczi, ho parlato non casualmente di “dialoghi” e non di “dialogo”, anche se da un certo punto in avanti nella mia professione ho iniziato a interessarmi molto di più ai “meta-dialoghi” piuttosto che ai contenuti del discorso e, con ciò, alla rilevanza del dialogo nella sua complessità e non esclusivamente al significato affettivo dello scambio di battute del momento. Questo turning point è avvenuto con l’“ordinariato”, con l’“ordinariato come si faceva un tempo” e cioè portando tutta la propria esperienza clinica nel dettaglio (dai quindici casi in su).

Cosa in pratica è successo per farmi portare alla ribalta e in primo piano l’“onda lunga”? Semplicemente che, soggiornando per più di un anno sulla sequenza di sedute che aveva caratterizzato l’analisi di ciascun paziente, ho scoperto che molte delle sedute che avevo definito buone subito dopo che si erano svolte e le avevo discusse con un supervisore (fino alla qualifica come membro ordinario ho fatto tantissime supervisioni in Italia e in Inghilterra, per desiderio di “confronto” e di “nuove cose”), buone non mi parevano proprio più se guardavo al meta-dialogo nel lungo periodo, mentre viceversa altre che all’epoca avevo giudicato poco buone potevano all’opposto essere assai più buone di quanto si poteva capire se le si isolava dal contesto interpsichico inconscio da cui erano emerse. Voglio dire, in sostanza, due cose: la prima è che capiamo poco a poco, di solito impersonificando qualcosa di cui diventiamo coscienti – quando va bene – solo strada facendo; la seconda, che nello stesso momento in cui interpretiamo o non interpretiamo in seduta metacomunichiamo, e assai spesso senza che ci accorgiamo della nostra interazione e dei “comandi ipnotici inconsci” che inviamo. Metacomunichiamo per esempio – è questo l’aspetto che desidero evidenziare – innanzitutto la simpatia e l’antipatia per il paziente, sicuramente per il paziente di turno in una seduta o in un peculiare frangente d’essa e, naturalmente, metacomunichiamo rispetto a determinati contenuti e atteggiamenti che egli mostra.

Metacomunichiamo perciò i nostri desideri, le nostre paure, le nostre idiosincrasie e il modo per noi ideale di affrontarli, la nostra “morale della salute” e la nostra Weltanschauung; e tutto questo – unito ai messaggi impliciti che trasmettiamo – ha una notevole incidenza sull’evoluzione di un’analisi di cui l’analista si deve progressivamente fare accorto. Il paziente infatti percepisce tutto ciò, anche se il più delle volte lo coglie soltanto vagamente, ma tocca ad ogni modo all’analista riconoscere la propria “azione interpsichica” inconscia e di conseguenza la percezione del paziente affinché quest’ultimo possa col tempo iniziare a credere in ciò che sente e vede. Non mi estendo, per ora, di più su quest’ultimo punto che già, a mio parere, tocca l’“area del riconoscimento”; voglio limitarmi a sottolineare qui che importiamo nell’analisi molte cose che sono nostre e che è altrettanto su queste che dobbiamo lavorare per aiutare il paziente a riconoscersi. Le “reazioni” sono comunque la nostra elettiva risorsa di comprensione, che assai spesso non è “comprensione all’istante” ma richiede quello che in linguaggio moderno definiamo enactment: una comune evenienza che ci ricorda che quasi sempre afferriamo il succo del discorso solo retrospettivamente, ossia après coup, e non quando il discorso “va in onda” come vorrebbe il nostro wishful thinking.

Le onde relazionali, base dell’intrapsichico, partono in aggiunta da lontano e si ingrossano o al contrario decrescono di virulenza e intensità a seconda dei destini che incontrano nel loro percorso per poi finire per frangersi sulla spiaggia di una seduta: un qualcosa che un buon analista dovrebbe sapere e non scordare. Ma perché questo avvenga bisogna non scordarsi dell’invito di Ferenczi ai colleghi allorché si stava costituendo la psicoanalisi: un invito a immedesimarsi con immaginazione generosa e responsiva nel paziente, senza dimenticare che anche noi siamo stati un tempo “pazienti” ancorché neonati, bambini, puberi e adolescenti. Facile a dirsi ma alquanto difficile a farsi, poiché la paura di soffrire il dolore, in specie quand’esso si manifesta nelle sue forme estreme, è considerevole anche in noi analisti, tanto da portare anche noi in non pochi frangenti a ciò che egli ha chiamato “terrorismo della sofferenza”, seppure noi si voglia per programma e definizione della nostra disciplina terapeutica soccorrere la mente altrui e non “terrorizzarla”.

Per infine essere come analisti dei “buoni genitori”, oltre che vedere sempre in ciascun momento passato, presente e futuro, giacché un buon genitore sa che il figlio ha un passato e anche un futuro, dobbiamo rimanere ben allacciati al nostro corredo specie-specifico. Ferenczi avrebbe detto: alla nostra “saggezza animale”…, intendendo nel dire ciò che un vero analista non deve intellettualizzare spinto e preso dal suo eccesso (pulsionale!) di sapere, e neppure deve essere onnisciente e onnipotente ma bensì tutto l’opposto: modesto e umile.

 

 

 

 

 

D.: Questo rispetto della specificità dell’altro mi fa pensare a più cose: all’importanza che lei dà alla storia del paziente, nel senso, come scriveva Ferenczi, a cui lei si rifà (1920-1932), sia dei real life events che dei lived events; al rilievo che deve essere conferito al riconoscimento del paziente da parte dell’analista, a partire per esempio dal riconoscere i traumi, visibili e invisibili, che il paziente ha subito. Non solo, quindi, “qui e ora” ma “là e allora”. Può parlarci di questo e di ciò che intende con “funzione di testimonianza” dell’analista?

 

 

 

R.: Cercherò di considerare insieme nella mia risposta tutti questi punti che lei nomina, accennando a ognuno di essi; purtroppo lo farò alquanto brevemente, vi sarebbe infatti al riguardo necessità di molte parole e di una nutrita riflessione. Se nel campo della nevrosi possiamo accontentarci dei lived events (cosa che secondo me non è comunque mai sufficiente), quando si va al di là della nevrosi sono i real life events che vanno portati alla luce se non vogliamo spogliare il paziente di parte della sua vita e della sua sofferenza. Ben gramo destino, quest’ultimo, ma per esempio gli “spoilt children” – un gruppo di pazienti ora conosciuto e apprezzato sotto questo nome anche all’estero – debbono talvolta subire nuovamente anche nell’analisi esattamente una replica del loro triste passato.

Ciò accade – ci ricorda Ferenczi – semplicemente perché prima o poi l’analista deve inevitabilmente compiere in ogni analisi un “assassinio d’anima”, anche se a differenza delle figure del passato egli nell’hic et nunc (basato però sulla “lunga onda”) dovrà riconoscere il “suo assassinio” e provvedere, diventando questo riconoscimento – che ovviamente non è mai un atto unico, ma l’impegno globale nei confronti della specificità del paziente – l’autentico “fattore mutativo” che fa “contrasto” rispetto a quello che è avvenuto nella propria infanzia. Ferenczi, peraltro, quando sosteneva questo, non aveva soltanto in mente che spesso il trauma deve ri-accadere, deve cioè ri-presentarsi e talvolta per la prima volta perché possa essere registrato a un livello che permetta la sua rappresentazione verbale, ma altresì che la psicoanalisi già nel suo atto di fondazione aveva compiuto un qualche assassinio di una parte dell’anima, di cui non voleva occuparsi perché foriera di troppo dolore anche per gli analisti.

Cosa sto dicendo? Che piuttosto di frequente capita che non vogliamo occuparci del dolore e in particolare del dolore infantile, di quel dolore cioè da cui il bambino molto piccolo non si può difendere da solo dal momento che a lui occorre assolutamente un “genitore equo e giusto”: un genitore che in primis non lo infligga e che certamente, qualora lo abbia inflitto, sappia riconoscerlo (ricordo che un mio “cavallo di battaglia”, che quasi sempre riceve uno sguardo distratto dai colleghi, si esprime nel segnalare proprio l’esigenza e l’urgenza di diversificare e differenziare “diritti e doveri dei genitori” e “diritti e doveri dei bambini”, per non rimanere ancora oggi invischiati all’interno di quella “confusione di lingue” che Ferenczi ci esortava a superare). Non è in effetti per nulla ovvio che i genitori siano sempre buoni e appropriati, e così accade per ciò che concerne gli analisti; ed è giusto per questa convinzione che Ferenczi è risultato scandaloso per la nostra comunità, per avere ossia segnalato quanta “omissione di soccorso” produciamo senza ravvedercene, magari responsabilizzando d’essa – ahimé – il paziente e compiendo così quello che egli chiamava “terrorismo della sofferenza”. La sua visione “volava – davvero – alto” invece: vedeva tutta la difficoltà d’immedesimarci eticamente e immaginativamente con l’altro, e quale radicata amnesia caratterizzasse gli stessi analisti oltre che i genitori rispetto al ricordare la propria infanzia e anche la propria “infanzia analitica”, l’essere cioè anche noi stati dei pazienti con analisti non sempre irreprensibili e soprattutto responsivi. Vedeva in sintesi, per dirla in altre parole, che lo sguardo della madre può riconoscerti ma anche farti ammalare, e dunque che i messaggi che lo “specchio” invia – accanto all’essere in parte erogeni ed enigmatici – comportano sempre quando sono troppo enigmatici ed erogeni una qualche decisa “ricaduta algogena”. “

Ricaduta algogena” che egli riconduceva a quel too much o a quel too little “pulsionale” del genitore che è connesso a un surplus di dolore che, non metabolizzato dal genitore, passa così direttamente al figlio “via incorporazione”, sottolineando – allorché evidenziava questa non rara evenienza – come l’odio e la “passione di morte” fossero “conduttori universali” di allontanamento dalla vita e dai legami. E quale soluzione Ferenczi proponeva? Niente di più che doverci temporaneamente “prendere su di noi la malattia del paziente” lasciandola “invadere il campo” poiché soltanto in questo modo, avendola incarnata e gestita all’interno del nostro corpo e della nostra persona, il trauma – causa e conseguenza della malattia – può lentamente giungere a essere inteso e testimoniato al paziente come connesso a qualcosa che gli è davvero accaduto in passato e, in molte circostanze, persino come a qualcosa che “non è accaduto” mentre viceversa sarebbe dovuto accadere, poiché al paziente è in pratica venuto a mancare in questo caso proprio quel genitore fisiologico che, per un sano sviluppo, egli avrebbe dovuto avere in sorte (ciò che Winnicott dirà trenta-quarant’anni più tardi). Eccoci qui, dunque, a un altro mio “cavallo di battaglia” che porto con orgoglio in giro per il mondo soprattutto quando parlo degli “spoilt chidren”: l’area del “role-reversal”, area sovente sfocata, in quanto – se si guarda alle nostre prevalenti identificazioni – noi analisti, come è naturale, abbiamo amato specialmente essere i “buoni genitori”, pur avendo col tempo imparato – “un po’ obtorto collo”, bisogna aggiungere – che ci toccava per forza di cose impersonificare anche “quelli cattivi”. Non è avvenuto invece se non con cospicua difficoltà – ed è quanto io vado mettendo in luce – che ci identificassimo più consapevolmente con i bambini, e in particolare con i “bambini infelici”, con tutta la loro disperazione, la loro impotenza, la loro rassegnazione, la loro rabbia, il loro ritiro.

Epperò, non c’è altra via in queste circostanze – allorché il paziente si trova inconsciamente identificato all’“adulto deprivante” – per riuscire a restituire e riconoscere loro l’esperienza infantile che purtroppo hanno dovuto dissociare da sé, perché troppo dolorosa non solo a essi ma pure ai loro genitori che pertanto non l’hanno riconosciuta, giacché assai spesso neppure loro avevano avuto genitori capaci di avere iscritto nel cuore e nella mente il vocabolario, i simboli e il linguaggio condiviso che permette di rendersi conto di questi real life events. Real life events che diventano “really real” solo quando vengono a più riprese riconosciuti affettivamente e verbalmente, e quindi pian piano inseriti fra le inesorabili situazioni dolorose connesse al vivere. Solo una volta divenuti real si potrà difatti procedere ad analizzare in modo autenticamente proficuo e non prematuro la loro parte lived. Per citare uno dei miei esempi classici – quello su cui si incentrerà il mio nuovo libro, Who is going to commit hara-hiri? – si potrà di lì in avanti scoprire che la madre che il paziente riteneva odiare se stesso-bambino non odiava affatto il bambino, ma piuttosto la vita dal momento che essa può provocare infinito dolore, e che perciò il bambino non era per nulla la causa né del segreto dolore della sua madre depressa, né della sua “assenza psichica pur in presenza”.

Cosa posso ancora dirvi? Che solo riconoscendo la propria esperienza di vita reale, mettendola a fuoco, la potremo “perdere di vista” avviando quel necessario e importante processo di elaborazione (del “lutto”) che conduce alla disidentificazione da molti degli oggetti introiettati e dagli altrettanti molti “comandi ipnotici” che ci portiamo dentro, chi più e chi meno. “Perdere di vista” che, come ha osservato Pontalis, è possibile che si realizzi esclusivamente se qualcuno ci ha visto svolgendo per noi e con noi quell’importante “funzione” che io chiamo “di testimonianza”: una funzione che ci consente di andare oltre nella vita, pur senza dimenticare mai quello che un tempo è stato. Perché – al contrario – se uno dimentica e non riconosce il passato non potrà che ripeterlo, dato che chi si trova in questa condizione rimane sempre, perlomeno parzialmente, dissociato: con la “vista sbarrata”, per riprendere l’espressione che ho usato nel mio The Vancouver Interview. Un’evenienza, quest’ultima, che è compito elettivo dell’analisi “far superare” e che non può di rimando per nessuna ragione caratterizzare gli analisti se non come momentaneo “incidente di percorso” da onestamente riconoscere e comprendere insieme al paziente.

 

 

 

D: A conclusione, può dirci qualcosa in più del suo ultimo libro? Sono sicura che molti dei nostri lettori lo gradirebbero.

 

 

 

R.: Who is going to commit hara-hiri? è un libro costruito tutto intorno al lavoro che ho preparato quando ho fatto domanda perché mi fossero assegnate le funzioni di training nel 1994-95. Volevo, presentando un caso di paziente schizoide-deprivata, che “gli anziani” sapessero che cosa desideravo insegnare ai candidati: l’importanza dell’ambiente psichico cognitivo e affettivo, quella della “lunga onda” nel processo di comprensione, il ruolo che ha il role-reversal e la risultante “azione interpsichica” per giungere a capire il paziente, gli aspetti del suo sé infantile e i tratti dei suoi oggetti parentali.

Il lavoro in questione ha poi fatto strada. Da un lato l’ho inviato, in una versione leggermente diversa rispetto alle mie considerazioni teorico-cliniche di fondo, ma completamente simile, per quanto riguarda il materiale analitico riportato, a Psychoanalytic Dialogues che, dopo non poche tribolazioni, a causa della traduzione in inglese, l’ ha accettato, ottenendo ben due commenti di colleghi influenti che sono stati pubblicati insieme alla mia risposta a essi nel numero successivo. Dall’altro, l’ho presentato in occasione di congressi internazionali e di inviti presso società psicoanalitiche straniere, dove ha ottenuto molto interesse venendo discusso da altri membri influenti: ad Haifa, a Madrid, a Sao Paulo, a Buenos Aires presso l’APdeBA, a Rio de Janeiro, a Vancouver e in tutti i principali centri italiani. È questo il motivo per cui ho deciso a un certo punto che poteva diventare un libro contenente sia questo lavoro, sia la discussione che ne avevano fatto i colleghi: un libro che mette in evidenza quante teorie psicoanalitiche si hanno e quanto numerosi siano i “tic professionali-teorici” degli analisti.

Li definisco “tic” per segnalare che le teorie, quantunque punti di vista utili, sono sempre anche una difesa rispetto alla lettura di un materiale analitico, oltre che la prova di come non si possa leggere un materiale se non soggettivamente, a partire dalla propria individualità e dal contesto interattivo che caratterizza una seduta e un’analisi. Il libro nella sua complessità parlerà anche d’altro: dei fattori terapeutici della psicoanalisi, di quale strumento prezioso e unico può diventare la psicoanalisi per riscattare la vita degli individui, di quale possa essere il futuro d’essa… . Rispetto a quest’ultimo punto anticipo che una domanda che mi pongo è se la psicoanalisi sta morendo, come molti dicono, o se al contrario gode di buona salute. Gode e godrà di buona salute – questo è il succo del mio discorso – se accetta di mostrare un po’ delle sue viscere rettificando alcuni degli atteggiamenti maggioritari presenti nella nostra comunità. Questo è l’hara-hiri inesorabile che ci spetta, un hara-hiri simbolico; diversamente cadrà sul campo per non avere voluto, peccando di hybris, non retrocedere di una virgola dalle proprie posizioni. Un grande peccato, mi creda.

 

 

 

 

 

Bibliografia parziale inerente i temi trattati nell’Intervista

 

 

 

Borgogno F. (1978). L’illusione di osservare (prefazione di F. Fornari). Giappichelli Editore, Torino.

 

 

 

Borgogno F. (1990). Separatezza, working through e falsificazione fra analista e paziente al lavoro nella vicenda analitica. In G. Bartoli (a cura di). In due dietro il lettino. Scritti in onore di Luciana Nissim Momigliano. Teda Edizioni, Castrovillari.

 

 

 

Borgogno F. (1992). Evoluzione della tecnica psicoanalitica. Un omaggio a Paula Heimann. In Rivista di Psicoanalisi, 4, 1046-1071.

 

 

 

Borgogno F. (1994). Leggendo ‘Nascita alla vita psichica’. In A. Ciccone, M. Lhopital. Nascita alla vita psichica. Borla, Roma 1994.

 

 

 

Borgogno F. (1994). Spoilt children. L’intrusione e l’estrazione parentale come fattore di distruttività. In Richard e Piggle, 2 (2), 135-152.

 

 

 

Borgogno F. (1994). Magda Viola. Pulsione di morte. In Rivista di Psicoanalisi, 4, 459-483.

 

 

 

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Borgogno F. (1997). Parla il campo: immagini e pensieri. In E. Gaburri (a cura di). Emozione e interpretazione. Bollati Boringhieri, Torino 1997.

 

 

 

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Borgogno F. (1998). Narcisismo, riconoscimento psichico e convalida affettiva: un contrappunto. In A. Racalbuto (a cura di). Impasse in psicoanalisi e patologie narcisistiche. Dunod-Masson, Milano 1998.

 

 

 

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Borgogno F. (1999). Introduzione di R. A. Greenson. Esplorazioni psicoanalitiche. Bollati Boringhieri, Torino 1999.

 

 

 

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Borgogno F. (2000). La “lunga onda” della catastrofe e le “condizioni” del cambiamento psichico nel pensiero clinico di S. Ferenczi. In C. Bonomi, F. Borgogno (a cura di), La catastrofe e i suoi simboli. UTET, Torino 2000.

 

 

 

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Borgogno F. (2000). Pazienza e speranza nell’evoluzione delle cose. I bambini ci aiutano a ricordare e a rivivere il nostro passato. In F. Borgogno, A. Ferro (a cura di), La “Storia” e il “Luogo Immaginario” nella psicoanalisi e nella psicoterapia dei bambini e degli adolescenti. Borla, Roma 2000.

 

 

 

Borgogno F. (2000). Fede in un nuovo inizio e in un futuro. In F. Borgogno, A. Ferro (a cura di), La “Storia” e il “Luogo Immaginario” nella psicoanalisi e nella psicoterapia dei bambini e degli adolescenti. Borla, Roma 2000.

 

 

 

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