Intervista a Irene Munari

 

D.Quali avvenimenti e quali persone hanno giocato un ruolo importante nella sua scelta? In particolare ci parli delle opportunità che offriva l’ambiente neuropsichiatrico di Vienna e successivamente la clinica Hampstead mentre era diretta da Anna Freud.

 

Sull’interesse per l’argomento in questione può avere influito come elemento personale l’esperienza di cinque lunghi anni di guerra da me trascorsi nel Veneto. L’attenzione per il lavoro difensivo dell’ “Io quando invaso dall’ansia”, ritengo si sia risvegliata nella mia mente già durante lo studio delle opere di Freud, Anna Freud e altri (2). Inoltre dettagliate quotidiane discussioni sui casi durante la “visita” nei reparti al mattino e nelle riunioni settimanali della Clinica alla sera hanno contribuito a suscitare in me ulteriori interessi teorico clinici. Da notare che là i medici, se non psicoanalisti, erano tutti orientati psicoterapeuticamente. Ritengo di aver già da allora capito l’importanza dell’aspetto diagnostico riguardo una specifica indicazione terapeutica, anche perché a Vienna, se il paziente di controllo già iniziato interrompeva, si doveva ricominciare da capo e continuare per tutto il tempo stabilito dalla commissione del training (3). Ma è a Londra, alla Hampstead Clinic, allora diretta da Anna Freud e divenuta poi “The Anna Freud Centre”, dove mi sono veramente resa conto della validità della premessa diagnostica in rapporto al successo terapeutico. Tra le attività ivi condotte gli studi sul profilo diagnostico evolutivo di bambini, adolescenti e adulti hanno rappresentato una linea guida alla conoscenza dell’intera personalità del caso da un punto di vista funzionale.

 

Nello svolgersi del processo psicoanalitico, allo scopo di far raggiungere nell’analizzando un modo nuovo di trattare con i conflitti presenti, dovrebbe derivare all’analista il senso dì essere stato capace di soddisfare in modo realistico i bisogni specifici di un dato soggetto. Ciò avviene per gradi: in ogni caso il risultato del trattamento dipende da vari fattori di ordine diverso, risalenti sia ad aspetti individuali ‑ costituzionali e acquisiti ‑ che ambientali del paziente. Riguardo alla tecnica della psicoanalisi infantile Anna Freud ( Sandler e altri, 1990) mette in guardia dal sottoporre ad analisi soggetti che presentano già a livello diagnostico limitazioni dovute a circostanze interne e/o esterne. In altre parole, aspettative non realistiche da parte del paziente o dell’analista costituiscono un limite allo scopo terapeutico di un caso sia adulto che infantile. Inoltre è risaputo che il lavoro psicoanalitico con i bambini è più difficile e complesso di quello con gli adulti dal momento che con quest’ultimi si tratta solo con l’analizzando, mentre con i bambini si deve tener conto dei genitori, specie della madre che, soprattutto per quanto riguarda i bambini al di sotto dei cinque anni, si vede spesso.

 

Ho iniziato a Londra lo studio del controllo dell’ansia e delle manovre difensive adottate dall’Io per il mantenimento di una situazione di equilibrio emotivo anche in condizioni di “pericolo” sia interno che esterno o di minaccia di esso. Un giorno in seguito a un rilievo da parte di Ms Freud circa il comportamento adattivo mantenuto anche in circostanze reali difficili da parte di una bambina che frequentava la Nursery (4) e che conoscevo, ho percepito il desiderio dì “saperne di più”, ho sentito il bisogno di documentarmi in proposito. Alla clinica di Hampstead si potevano allora leggere in via confidenziale i fascicoli che sarebbero poi diventati i capitoli dell’opera “Normalità e Patologia” di Anna Freud (1969). Il contenuto del capitolo quarto presentato col sottotitolo “Controllo dell’Ansia” ha costituito il punto di partenza del mio studio. Successivamente si sono delineati nella mia mente in modo più netto i concetti di “padroneggiamento attivo” e di “evitamento”, di lotta e fuga di fronte al pericolo. Il mio interesse verteva sul perché un bambino (o un adulto) di fronte a una situazione che gli suscita paura e ansia adotta comportamenti differenti e su quali sono le manovre difensive usate dall’Io per controllare l’ansia.

 

D. Può fornirci qualche ulteriore dettaglio sul percorso di ricerca seguito e sull’impegno che tutto il suo lavoro ha richiesto?

 

Una volta formulato un progetto di ricerca sull’argomento, l’ho esposto per iscritto alla direzione della clinica di Hampstead chiedendo il permesso di utilizzare il materiale clinico necessario. Anna Freud mi ha risposto con una lettera con cui mi veniva accordata la consultazione in clinica di tutto il materiale ivi presente, eccetto quello già elaborato a livello di ricerca, a condizione dì sottoporre al giudizio di un membro effettivo della clinica un mio eventuale lavoro prima della pubblicazione. Ho impiegato non poco tempo a scegliere mediante la lettura del materiale anamnestico a disposizione i casi che sembravano idonei al mio lavoro e poi decidere quali rispondevano alle richieste dello studio che mi ero proposta. Sono stati scelti due bambine e due bambini. I termini della mia ricerca andavano così chiarendosi e per tappe successive sono arrivata a formulare uno Schema (Munari 2004, p. 105-6) per l’applicazione del quale mi servii anche del materiale quotidiano di analisi di ogni singolo bambino, previo permesso del rispettivo terapeuta dal momento che non sono stata l’analista di tutti e quattro i casi studiati per esteso e presentati nell’Appendice del libro.

 

L’elaborazione di tutto ha richiesto molto tempo: nel frattempo, concluso il training analitico infantile, sono dovuta ritornare in Italia per motivi professionali; ma la scelta rispondente alle varie voci dello Schema poteva venire fatta solo a Hampstead dove mi recavo ogni qualvolta mi era possibile. Inoltre una difficoltà per certi aspetti analoga a quella incontrata nella compilazione dell’Appendice l’ho trovata nella formulazione della parte teorica in quanto nelle biblioteche a me accessibili in Italia a quel tempo non esisteva la stessa disponibilità bibliografica di Londra. Desidero per inciso anche aggiungere che mi arrivavano conferme a persistere nell’oggetto di studi prescelto dalla mia prassi psicoanalitica quotidiana e da osservazioni di vita reale comune. Spesso il lavoro di ricerca rimaneva fermo per lungo tempo ma nella mia mente l’interesse continuava tanto che nei possibili ritorni a Londra riprendevo a lavorare sorretta anche dal giudizio positivo dei professionisti di Hampstead cui andavo sottoponendo, come richiestomi, la lettura del materiale elaborato in inglese in stesura definitiva.

 

Purtroppo so che la formulazione in italiano di un argomento del quale a suo tempo non ho avuto l’opportunità di discutere nella mia lingua può lasciare a desiderare.

 

 

 

D.Nel suo testo si concentra suimodi con cui i bambini affrontano paure e ansie. Parla di padroneggiamento attivo, di evitamento, di modi intermedi. Può darcene una illustrazione sintetica?

 

I modi differenti usati dai bambini per affrontare paure e ansie sono tutti a significato adattivo, ma i bambini capaci fin dall’infanzia dì continuare, di perseverare in un dato compito hanno più possibilità di diventare abili, mediante l’aiuto terapeutico, a padroneggiare in modo attivo le situazioni spiacevoli, angosciose o terrificanti, al contrario di quelli che ritirano l’attenzione da quello che stanno facendo o smettono il compito intrapreso. Dallo studio da me condotto, seguendo lo Schema prefissato di quattro casi infantili e dagli esempi tratti dal materiale di adulti in trattamento psicoanalitico con me, risulta che l’abilità dell’Io a usare il processo secondario di pensiero per neutralizzare l’energia dell’Es e l’abilità dell’Io a regolare le risposte all’ansia sono interdipendenti.

 

Il modo abituale usato da un soggetto nel controllo dell’ansia rappresenta un’interazione degli sforzi congiunti da parte dell’Io e dell’Es in risposta al segnale d’ansia. Tale interazione risulta determinante circa l’esito, se nevrotico o no. Anna Freud (Sandler J., Freud A. 1985) ha costantemente sostenuto che la mente è “unica e la stessa”; l’Io fa fronte al pericolo usando ambedue i processi di funzionamento mentale sia primario che secondario.

 

Dal punto di vista del progresso evolutivo nel passaggio dall’ansia diffusa all’ansia segnale occorre sottolineare l’importante ruolo svolto dalla funzione anticipatoria. La capacità di riconoscere un pericolo incombente mediante gli aspetti funzionali di percezione sensoriale e memoria, e la capacità di reagire nel ravvisarlo. L’anticipare stati affettivi spiacevoli di dolore, tensione, vergogna e colpa dipende da una parte dal livello evolutivo raggiunto (età psicologica) e dall’integrazione delle funzioni autonome dell’Io e dall’altra dal raggiungimento della costanza dell’oggetto. Questo stadio rappresenta un punto di arrivo essenziale nei rapporti oggettuali; comporta un investimento positivo durevole dell’immagine di uno specifico oggetto materno che agisce come Io ausiliario. Il bambino puòsentirsi protetto e a sua volta voler proteggere. In altre parole è divenuto capace di instaurare e mantenere con gli altri relazioni di reciprocità.

 

L’Io del singolo risponde alla situazione di pericolo a seconda dell’efficienza e dell’efficacia raggiunte nella sua organizzazione; i processi difensivi, quanto a successo funzionale nel mantenimento del controllo dell’ansia, sono di grado differente. Si può pensare che tra le risposte individuali reattive al pericolo alcune come l’evitamento e il ritiro sono più vicine al processo primario di mentalizzazione che a quello secondario. Le reazioni antagoniste che ne derivano all’interno della struttura “Io” ne pregiudicano il funzionamento. Le limitazioni e le inibizioni che un soggetto si autoimpone a livello comportamentale onde evitare il senso di oppressione derivante da minaccia di pericolo, interferiscono col suo stato di benessere perché il desiderio sottostante resta vivo e spesso riconoscibile nel suo conscio. Inoltre, sempre in seguito alle restrizioni autoimpostesi e all’impiego difensivo di tipo più primitivo, il soggetto rimane maggiormente isolato dal mondo esterno, continua ad essere dipendente dal suo oggetto interno e si protegge dal senso di mancanza di aiuto cercando di evitare la separazione dalla madre.

 

Il mio ricordo riconoscente va al professor Agostino Racalbuto che, alcuni anni prima della sua scomparsa, dopo aver letto il testo mi ha con insistenza convinto a pubblicarlo.

 

 

 

NOTE:

 

(1) Eravamo nella prima meta degli anni cinquanta, Vienna era ancora divisa in quattro zone e presieduta a turno da uno dei governi alleati.

 

2) A me in quanto straniera era stato richiesto dalla Società Psicoanalitica di Vienna di sottopormi ad esami alla fine di ogni corso.

 

(3) Secondo le leggi austriache allora vigenti come italiana non potevo percepire alcuna retribuzione e vivevo sulle spese. Una delle mie prime pazienti, caso di controllo, dopo alcuni mesi di trattamento è risultata gravida del fidanzato che di recente si era trasferito per motivi professionali in Canada dove lei l’ha seguito interrompendo il trattamento. Si è così allungata la durata del mio training.

 

(4)Da principio il gruppo infantile di frequenza giornaliera alla Nursery annessa alla clinica di Hampstead eracostituito da meno di dieci soggetti di entrambi i sessi, assistiti da due insegnanti più le assistenti e ammessi solo bambini che presentavano note di nevrosi.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Freud A. (1936). Das Ich und die Abwehmechanismen. Wien, Internationaler Psychoanalytischer Verlag.

 

– (196 1), L’Io e i meccanismi di difesa. Firenze, Martinellí, 1967.

 

– (1965 a), Normalità e patologia nell’età infantile. Milano, Feltrinelli, 1969.

 

Sandler J. and Freud. A. (1985) The Analysis of Defence: the Ego and the Mechanism of Defence Revisited. New York, International Universities Press.

 

Sandler J., Kennedy H. and Tyson R.L. (1980). The Technique of Child Psychoanalysis. London, Karnac (1990).