Intervista a Mauro Mancia

 

D.: Professor Mancia, la psicoanalisi è stata sovente presa di mira, criticata, attaccata. Tra i suoi numerosi detrattori chi bisogna annoverare? I portabandiera delle terapie cognitivo-comportamentali, tanto per fare un  esempio?

 

 

R.: Da quando è nata, la psicoanalisi è sempre stata criticata e attaccata. Una delle ragioni l’aveva già espressa Freud nel dire che l’umanità non ama troppo conoscere se stessa ed attacca dunque qualsiasi metodo che permette tale conoscenza. A questo si aggiunge la religione che si sente spodestata e che teme di perdere il potere sulle coscienze. Attualmente i più “pericolosi alleati” della psicoanalisi sono i cognitivisti e quei neuroscienziati che non credono nel metodo analitico. In particolare i cognitivisti sembrano interessati alla coscienza e molti di essi negano l’esistenza stessa dell’inconscio. Essendo alleati delle neuroscienze, più che non gli psicoanalisti, si vantano di una maggiore “scientificità” della loro disciplina.

 

 

 

D.: “Uno dei fattori meno contestabili del relativo discredito in cui è caduta la psicoanalisi è la frammentazione del suo sapere, la sua dispersione, al di là di quanto è tollerabile, perché mette in causa la sua unità, e quindi la sua identità, e rende evidente l’assenza di consenso tra gli psicoanalisti”: condivide queste parole di André Green? E tale fattore di cui egli parla è il solo o le cause del problema sono anche altre?

 

 

 

R.: Sono parzialmente d’accordo con André Green che la crisi della psicoanalisi può essere collegata alla frammentazione e alla dispersione del suo sapere. Credo tuttavia che la causa maggiore di questa crisi sta forse proprio nella sua artificiale chiusura al mondo delle scienze e in particolare delle neuroscienze. L’autoreferenzialità ha comportato un girare intorno agli stessi tempi e concetti, spesso non definiti semanticamente, ed ha finito dunque per inaridire la stessa disciplina. Molti giovani analisti ripetono le formule prese in prestito da analisti più anziani senza pensare con le loro teste e senza elaborare le loro esperienze direttamente. Questa è una delle cause principali della crisi della psicoanalisi.

 

 

 

D.: La psicoanalisi di Freud come appare retrospettivamente?

 

 

 

R.: La psicoanalisi di Freud resta un castello solido e straordinario, ma la sua lettura non deve essere coranica. Molte sue intuizioni e scoperte, come l’inconscio e il suo rapporto con la memoria, il sogno come via regia per l’inconscio, sono ancora valide. Ma sia il concetto di inconscio che il lavoro sul sogno, così come i concetti di transfert e controtransfert, in questi 100 anni sono andati incontro a profonde trasformazioni che da una parte ne hanno sancito il carattere di specifica “scientificità” e dall’altra hanno permesso ad alcuni concetti cardine della psicoanalisi di trasformarsi. Molto ha contribuito anche il grande sviluppo delle neuroscienze a mettere in crisi o, in alcuni casi, convalidare le teorie freudiane.

 

 

 

D.: Molti studiosi, digiuni di cognizioni psicoanalitiche, esaltano puntualmente alla prima occasione le straordinarie doti letterarie di Freud, salvo misconoscerne la fondamentale attività teorico-clinica. Lei cosa ne pensa?

 

 

 

R.: È vero che Freud ha avuto doti letterarie straordinarie, ma la sua attività teorico-clinica resta la base su cui è costruito tutto il sapere psicoanalitico del secolo appena passato. Freud resta dunque essenzialmente uno scienziato.

 

 

 

D.: Alla mente di chi ha una formazione psicoanalitica, i concetti della psicoanalisi forniscono strumenti utili per espandere, consolidare e arricchire la propria vita e le proprie relazioni con gli altri. E tuttavia è difficile comunicare tutto questo a chi non ne ha avuto esperienza. A coloro per i quali la psicoanalisi non è una realtà vissuta, i suoi concetti possono sembrare strani, astratti, alieni e distanti. A volte è difficile credere che proprio questi concetti siano tratti dalla reale esperienza umana… Le voci di coloro che hanno tratto beneficio dalla psicoanalisi o che la praticano non vengono ascoltate spesso. Come vede questo problema, ammesso che sia un problema?

 

 

 

R.: La psicoanalisi è un sapere teorico, ma è essenzialmente una esperienza emozionale che deve diventare parte del proprio vissuto. Se ne può parlare in maniera compiuta solo dopo una buona esperienza personale. Allora i concetti non saranno più vissuti come strani, astratti o alieni.

 

 

 

(Luglio, 2007)