Intervista a Riccardo Galiani

A cura di Laura Contran

 

In coincidenza con il decennale della morte dello psicoanalista francese Pierre Fédida, è stata recentemente pubblicata da Borla un’antologia dei suoi scritti, che vanno dal 1968 al 2002, dal titolo Aprire la parola.

Riccardo Galiani, psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana, professore associato di Psicologia Dinamica presso il Dipartimento di Psicologia della Seconda Università degli Studi di Napoli, è il curatore oltre che traduttore di questa raccolta. Dello stesso autore, Galiani ha curato l’edizione italiana di Umano/disumano (Borla 2009).

In questa intervista cerchiamo di percorrere alcune linee tematiche sviluppate da Fédida nel corso del suo insegnamento che si è svolto nell’arco di trent’anni e di presentare alcuni tra gli aspetti più originali e inediti del suo pensiero.

 

D. Il titolo del saggio Aprire la parola, riprende l’omonimo scritto del 1981 e sembra racchiudere il senso profondo della ricerca teorico-clinica di Fédida. Quali sono stati a tuo parere i passaggi più significativi del suo percorso formativo?

 

R. Credo che alcuni elementi biografici ci possano aiutare a mettere a fuoco la specificità della posizione di Fédida. Fédida ha una formazione filosofica indubbiamente segnata da alcuni incontri: quello con Gilles Deleuze, di cui è stato allievo, e l’incontro con la fenomenologia husserliana, che dopo una breve esperienza di insegnamento scolastico a Lyon (dove era nato nel 1934) lo spinge a collaborare, ancor prima di laurearsi, con Ludwig Binswanger, a Kreuzlingen. Qui, di fatto, si compie la sua formazione di psicologo clinico; l’interesse per la somministrazione del Rorschach ai pazienti psicotici (su cui in gioventù ha scritto alcune cose interessanti) lo spinge poi anche a Münsterlingen, da Roland Kuhn. L’interesse per la psicoanalisi, al principio degli anni ’60, si definisce quando Juliette Favez-Boutonnier lo chiama come assistente alla Sorbonne. Il suo ruolo universitario è stato molto importante, e non solo per quello che Fédida ha fatto per la psicoanalisi nell’università e attraverso l’università (la fondazione dell’Institut de la Pensée Contemporaine ­- insieme a Kristeva e Julie -, del Séminaire Inter-Universitaire Européen de Recherche en Psychopatologie et Psychanalyse –SIUERPP-, e del laboratorio di ricerca interdisciplinare “Centre d’Etudes du Vivant”, nel 1993). Fédida ha dedicato sempre una particolare attenzione al rapporto tra un sapere istituito (di cui quello universitario è un paradigma) e la necessità di “de-istituirlo” quando si assume la posizione analitica.

Per quanto riguarda poi l’universo istituzionale psicoanalitico, Fédida lo ha conosciuto e praticato, è stato anche presidente della Association Psychanalytique de France (il suo analista fu George Favez). Immagino che altri elementi utili a individuare altri passaggi significativi del suo percorso verranno fuori mentre parliamo dalle cose che diciamo. C’è però un’altra area, molto importante, che rientra nel nome Fédida e che voglio evocare subito: è il suo interesse per l’arte, in particolare per le arti visive e la scultura. L’ultima sua conferenza, tenuta pochi giorni prima di morire, nell’ottobre del 2002, è una conferenza che ha lasciato una forte impronta in molti ascoltatori ed era dedicata alle “figure della Pietà”. Allora, si può senz’altro dire che Fédida arriva alla psicoanalisi dalla fenomenologia, ma come si vede il suo universo culturale era vario e multiforme, e credo che saremo quasi costretti a tornare su questo.

D. Per entrare meglio nello specifico, in Aprire la parolaegli affronta la questione della parola in analisi o, per meglio dire, in quella che egli definisce la situazione analitica. “La parola dell’analista si forma nella non risposta; è solo da lì che essa può essere intesa dal paziente”. Questa affermazione condensa in realtà più concetti, peculiari del pensiero di Fédida. Volevo quindi riprendere alcuni punti nodali a partire dallo statuto della comunicazione in analisi. In che senso Fédida parla di “rottura della comunicazione” nella situazione analitica?

R. L’insistenza sulla necessità di disgiungere la situazione psicoanalitica dalla prassi comunicativa e dalla teoria della comunicazione, costituisce effettivamente uno dei tratti distintivi, se non il tratto distintivo, del lavoro di Fédida. La psicoanalisi per Fédida (ma in questo come in altro si riteneva essenzialmente – e profondamente ! – freudiano) ha come specificità quella di creare le condizioni perché il paziente possa incontrare, nel transfert, il proprio estraneo interno, ciò che è derivato, per dirla con Laplanche, dall’impianto del resto non tradotto del messaggio enigmatico necessariamente veicolato dalla relazione primaria adulto-infans ma la cui quota di non traducibilità varia, determinando la risposta sintomatica, la sofferenza psichica. Per Fédida l’estraneo è il sessuale infantile (lo dice chiaramente in molte occasioni, anche in Ouvrir la parole) e la psicoanalisi comincia solo quando si crea un sito per questo estraneo, ovvero una modalità di incontro che sia “isomorfa” rispetto all’oggetto che intende accogliere e cogliere non per ridurne definitivamente il carattere di estraneità, ma per poterne restituire al paziente la sua natura, non aggirabile, di familiare estraneità. Come? Mi rendo conto che sto semplificando, ma magari poi ci torniamo su in altro modo. Come creare un sito dell’estraneo all’interno di una condizione di incontro, l’incontro analitico, che è un incontro che avviene sulla base del ritrovarsi, di analista e paziente, nella condivisione di una lingua naturale?

Secondo Laurence Kahn, che in questo ritengo molto vicina alla posizione di Fédida, la specificità dell’analisi è di essere sempre poggiata sul linguaggio per cogliere ciò che fa andare in pezzi il linguaggio, il che significa, all’interno di una dimensione interpersonale, far andare in pezzi la parola nel suo uso dialogico-comunicativo. Ma che significa questo “far andare in pezzi la parola comunicativa”, la parola usurata dal suo uso quotidiano, dall’uso che tende a fare un tutt’uno tra “dentro” e “fuori” lo spazio analitico? Qui Fédida recupera la lezione non tanto di Lacan (per Fédida ogni parola è “piena”), quanto quella di Nicholas Abraham, lezione contenuta soprattutto in un lavoro che Lucio Russo (e Alberto Luchetti) hanno messo a disposizione del lettore italiano già da vent’anni: la scorza delle parole che si ascoltano in seduta è data dall’uso corrente, cui intenzionalmente il paziente ricorre, ma il nocciolo è diverso, è il sedimento che le parole portano in sé di quanto ha fatto segno, dell’eccitazione che ci ha segnati ma che non ha potuto essere (ancora) disegnata.

A partire dall’effetto della non-risposta, l’ascolto analitico deve essere, per Fédida, un’operazione de-semantizzante; è ciò che definisce come una vera e propria “legge”, la legge dell’anasemia, una legge “esigente” e che comporta un ascolto “de-significante”: ogni discorso, ogni parola, nell’ascolto dell’analista, deve essere a “doppio intendimento”, deve essere intesa almeno in modo duplice, a partire anche qui dalla lezione freudiana dell’ascolto del sogno. E allora, come si rispetta l’esigenza di questa legge dell’anasemia? Ascoltando tutto come si ascolta il racconto del contenuto manifesto di un sogno; la comunicazione del paziente deve essere per l’analista equivalente al contenuto manifesto, e le parole che la compongono devono essere intese come il risultato di un lavoro di trasformazione che produce una sorta di circolazione tra parola, pensiero e immagine. Questo è possibile se non ci si prende per il destinatario del discorso del paziente; la persona dell’analista, per Fédida, non può che essere arretrata, non può che essere una “personne-personne”, una persona-nessuno, come dice rifacendosi a Paul Celan.

D’altronde, sembra a più riprese dire Fédida, cosa distinguerebbe il “dialogo analitico” da un altro “dialogo” cui partecipa un qualunque altro “tecnico” della vita emotiva? Dove sta la differenza, che giustifica anche la peculiarità della formazione analitica, tra situazione analitica e condizione di ascolto psicologicamente informato? Sta nell’assumersi il rischio, da parte dell’analista, dell’incontro con l’inquietante estraneità; rischio perché questo incontro (e qui Fédida è molto vicino al seminario di Lacan sull’identificazione) comporta la possibilità di disfare le proprie identificazioni. È una differenza che, lo ricordava Fédida nell’ultimolavoro licenziato per la pubblicazione e che chiude l’antologia, costituisce per altro ciò che la psicoanalisi può offrire come sfondo di esperienza, formativa ma non solo, a tutte le altre figure che operano nel campo psicopatologico.

 

D.  Sempre restando nel registro della parola all’interno della cura analitica Fédida mette in evidenza, riprendendo Freud, “l’importanza di un assetto di ascolto che si orienta a quel frammento sonoro incompreso”. La parola è dentro il registro della voce: specchio di risonanza, scrive Fédida in Umano/Disumano. Sguardo e voce rimandano all’originario, luogo e oggetto teorico presente, in Klein, Winnicott, Lacan. In che modo Fédida riprende e rielabora, anche in senso critico, gli elementi fondamentali del pensiero di questi autori?

R. Quanto richiamavi riferendoti al frammento sonoro incompreso è esattamente ciò che intendevo sottolineare prima utilizzando Laplanche; è intorno a questo vuoto di comprensione (il “resto non tradotto”) che per Fédida assume tutto il suo significato operativo l’attitudine de-significante dell’ascolto psicoanalitico. Credo che tutto il lavoro di Fédida tenda a mettere in evidenza la terapeuticità di un dispositivo fatto per restituire al paziente un rapporto (non un significato) con la propria indeterminabile “materia bruta della parola”, per riprendere un’altra sua espressione. È quello che ricordavi tu: è la materia fatta dall’esperienza data dal quantum di sessuale-infantile cristallizzatosi attorno a quel suono che se corrisponde a un significato è unicamente un significato idiosincratico affettivo.

Nella sua funzione di esortazione agli analisti, un titolo come “Aprire la parola” (che vale come formula di esortazione solo perché ha la capacità di condensare e rappresentare un lavoro, un intero percorso di ricerca) implica allora anche il porre l’accento sulla responsabilità implicata da un ascolto che si vuole “diverso” dall’ascolto psicologico; è la responsabilità implicata dallo stesso presumere quel tipo di materialità della parola, dal presumere cioè che le parole pronunciate sono state carne sensibilizzata e sensibile, e di questo hanno memoria. In questo, anche in questo, Fédida sente di ripercorrere direttamente il solco dell’insegnamento freudiano, al di là del fatto che nella materialità della parola ci possa essere un rimando a ciò che Lacan faceva rientrare nel significante. Insomma, come ha detto Marie Moscovici, un’altra analista vicina a Fédida (ricordo la comune esperienza ne “l’inactuel”, rivista il cui titolo enfatizzava l’attualità dell’inattuale), le parole che ci aspettano quando cominciamo ad apprendere il linguaggio e che poi utilizziamo correntemente, all’inizio sono “frammenti sonori” prodotti da quelli che sono stati i principali personaggi della nostra vita, sono i frammenti delle parole che sono state parlate a noi. È di questo che si tratta quando chiamiamo in causa la materialità delle parole: sono i materiali (parole, gesti, toni, impressioni, pressioni che accompagnano un gesto o un non-gesto) che ri-edificano in noi la lingua e che riceviamo prima di potervi attribuire significati definiti. Da questo poi credo derivi anche l’interesse di Fédida per una certa poetica, come quella di Ponge.

Per quanto concerne i riferimenti a Klein, Winnicott e Lacan, quello che è meno presente nei lavori di Fédida è il riferimento a Klein, per quanto ciò che Fédida ha indicato come “capacità depressiva” sia senz’altro una ripresa di alcune funzioni psichiche che ricadono nei processi della “posizione depressiva”, anche se di questa capacità – indispensabile per la vita psichica – etero ed auto riparativa, Fédida mette soprattutto in evidenza l’aspetto economico. Come ha detto Alberto Luchetti (che, lo voglio ricordare, ha tradotto il primo testo di Fédida pubblicato in Italia, “Crisi e contro transfert”), la depressività di cui parla Fédida è la capacità di apertura/chiusura al contatto, di regolazione interna degli eccitamenti, di interiorizzazione di una durata.

Melanie Klein è però senza dubbio anche un modello, per Fédida, dal punto di vista di quella che avrebbe chiamato “la risorsa animista” di cui deve disporre l’analista nel concepire le parole di un’interpretazione e gli strati di cui è fatta una costruzione. In questa capacità di ricondurre la “realtà condivisa” di cui vuole parlare il paziente ad una matrice fantasmatica che è “intercettata”, direi, attraverso la risorsa animista dell’analista, si ritrova per Fédidaungrande insegnamento di Melanie Klein, e in questo, va detto, segue molto da vicino Lacan. In una delle innumerevoli “citazioni” indirette con le quali Fédida arricchiva il suo insegnamento orale, c’è un riferimento – chiaro – all’“omaggio” (lo diciamo tra virgolette, ma di questo si tratta) fatto da Lacan a Melanie Klein, quando la definisce la “geniale tripière” (non semplicemente “la trippaiola”). Melanie Klein “intende i fantasmi foneticamente”, il suo ascolto diviene – come ricordavi – uno “specchio sonoro”; però questo per Fédida non ha affatto a che vedere con una identificazione empatica o “empatista” (come ha scritto Bolognini), ma con la possibilità (faticosa, rischiosa) dell’analista Klein di ascoltare, intendere il fracasso del sessuale (anche se lei non lo ha chiamato così) solo perché l’Io dell’analista si è in quel momento frammentato, e ascolta, come Klein in certi momenti, con i propri intestini, con la propria pancia, con le proprie “trippe”, come aveva detto Lacan. Ascolta in pezzi e per questo manda in pezzi – altro che aprire! in certi momenti- la parola comunicativa; e la sua parola interpretativa, “il detto dell’inteso”, come lo definisce a volte Fédida, restituisce questo. Insomma per Fédida ciò che conta in Klein è la forza dell’immagine: “lo psichico kleiniano ha una forza fisica”, ha detto; in alcune lezioni, tra le ultime (e tra le più belle, secondo me) del seminario “Umano/Disumano”, lezioni in cui Fédida utilizza, più che commentare, un romanzo di Blanchot (“Le Très Haut”), il rimando a questa “forza fisica” e alla capacità di ascolto che l’ha resa anche concettualizzabile, diviene costante, insistente.

Ed è divenuto se non costante, frequente, in quello che dicevo, anche il rimando a Lacan; indubbiamente però Lacan va ripreso anche da un altro versante, perché è certo che l’insistenza di Fédida sulla parola è un modo di fare i conti con quanto, da “Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi”, il “discorso di Roma” insomma, Lacan ha re-introdotto nel campo psicoanalitico, appunto. “Fare i conti”; in che modo?

Rispondere a questo interrogativo significa anche misurarsi con un’opinione che talvolta mi è parso di poter intendere in alcuni commenti, e cioè che in Fédida, come in altri psicoanalisti francesi, vi sia una sorta di “criptolacanismo”. Ora, come vedi, i riferimenti a Lacan sono molto espliciti, specie in certi momenti e a proposito di alcune questioni; sull’identificazione Fédida rimanda apertamente all’insegnamento di Lacan; altrettanto apertamente sottolinea in alcuni momenti (in Aprire la parola e in altri scritti dell’antologia questi momenti sono numerosi) tanto il rischio di uno sbilanciamento eccessivo sulla langue, da parte di Lacan (depotenziando le risorse di quella congiunzione, “funzione e campo”, “parola e linguaggio”, cui in fondo viene affidato il compito di presentare l’operazione di Lacan), quanto però anche il fatto che, dal suo punto di vista, lo stesso Lacan avrebbe poi aggiustato il tiro, sottolineando che il dire che l’inconscio è strutturato come un linguaggio non è una cosa del campo della linguistica. Ma Fédida è sempre più esplicito: non c’è nessun modello linguistico in grado di farsi carico di ciò che è la parola nell’analisi, perché qui, in analisi, al di là della modalità linguistiche formali e circostanziali, la parola sorprende sempre il linguaggio, “gli arriva”, dice Fédida, dove il linguaggio si è scoperto danneggiato, e cioè – o almeno io sono convinto che debba intendersi così – laddove l’eccesso della sessualità infantile ha sorpreso dall’inizio le capacità che il linguaggio stava cominciando ad offrire, parlato dagli adulti, all’infans.

Ma questa sorpresa ha luogo unicamente in ragione dell’ascolto de-significante dell’analista, che sorge in quel sito inaugurato per Fédida (e, certo, anche per l’insegnamento di Lacan e dello stesso Freud) dal “ritrarsi” della persona dell’analista, a partire dal suo sottrarsi alla vista (è questo che intende quando ad esempio a proposito del cadre, del quadro, parla dell’analista come “corpo del negativo”, come un “tempo per il corpo tra i corpi”). Ho parlato ora di un sito, un sito di cui l’analista, con la sua corporeità negativa, è in un certo senso “garante”: è il sito dell’estraneo, come lo ha chiamato Fédida in quello che forse, dopo alcuni degli scritti contenuti ne L’Absence, è diventato il suo lavoro più evocato (e in parte letto). Ora, nel rapporto che c’è tra étranger e absence ritroviamo a mio avviso il punto in cui Fédida si avvicina maggiormente, a suo modo, ad alcune formulazioni di Winnicott.

Nell’introduzione all’antologia ho parlato di un asse su cui poggia il contributo offerto da Fédida all’uso della metapsicologia freudiana: è l’asse che congiunge tra loro dissimmetria, intervallo e arretratezza della persona (che sono il fondamento della situazione psicoanalitica), con l’assenza e la de-significazione. La simmetria, la simmetria di una relazione “persona-persona”, la simmetria di un “dialogo”, di uno scambio comunicativo, che è anche uno scambio intenzionale di sguardi o di fatto, legato al vis à vis, agisce secondo Fédida come “il principio ottico di un ordine vitale rassicurante”, mentre dissimmetria e de-significazione vengono presentate da Fédida come un’area posta al di là di quell’ordine rassicurante, un’area all’interno della quale diviene riconoscibile la dimensione analitica dell’assenza, ovvero la sua dimensione transferale. Cosa sorge in quello “spazio” aperto dall’arretrare della persona dell’analista?

Innanzitutto un’assenza, un’assenza che non è un vuoto, anche se è costantemente a rischio di diventarlo, e qui è ovvio che il fattore che entra in gioco è un “buon uso” delle valenze contenitive della situazione psicoanalitica. Mettendo in discussione, come fa Fédida, un’interpretazione prevalentemente contenutistica della metafora dello spazio, lo spazio tra analista e paziente si rivela assenza, luogo lasciato libero, potremmo dire, per poter ospitare, accogliere, tanto un fantasma, quanto una creazione sottratta all’obbligo di inscenare sempre lo stesso fantasma. È un lavoro psichico che riproduce le funzioni potenziali di uno spazio intermedio che è interno, intrapsichico. Ed è in ragione di questa rappresentazione dello psichico che lo spazio tra paziente e analista è “psicoterapeutico”. Ora, lo psicoterapeutico equivale, per Fédida, al creativo; lo spazio – ma reintroduciamo il termine messo in valore da Fédida: il sito (nell’antologia c’è un lungo articolo dedicato alla “Teoria dei luoghi”)- inaugurato dall’ascolto arretrato dell’analista, diviene un potenziale analogon dell’area di illusione, in cui, sorretti dal processo di illusione-disillusione, prendono forma i fenomeni transizionali. In un lavoro del 1977, “L’intervallo”, questo rapporto tra sito, assenza e ciò che Winnicott identifica come “area intermedia” è non solo argomentato in maniera direi appassionata, ma utilizzato anche per ricordare come alcuni processi immanenti al rapporto madre-lattante acquisiscano evidenza soprattutto all’interno della situazione analitica: l’attualità del vissuto infantile, del vissuto dell’infans, è interpretabile e ricostruibile unicamente nello spazio e nel tempo della parola che l’ascolto dissimmetrico dell’analista restituisce al paziente. È in questa prospettiva che, per altro, il riferimento a Winnicott si ricongiunge con una lettura, critica ma direi “rinvigorente”, dei lavori di Ferenczi sulla tecnica (con particolare attenzione al valore attribuito alla “elasticità”).

 

D. Pur mantenendo degli stretti legami con il pensiero Filosofico, Fédida sottolinea con fermezza che la psicoanalisi non deve incorrere in “tentazioni filosofiche” nelle costruzioni teoriche che devono mantenere come condizione di riferimento la clinica. E’ in questo senso che egli scrive che la psicoanalisi “non deve cedere di un passo rispetto all’eredità meta psicologica”? Che cosa significa per Fédida pensare psicoanaliticamente?

 

Domanda da più di un punto di vista molto attuale. Come sai, presso il Centro Psicoanalitico di Roma Lucio Russo ha promosso un seminario-gruppo di studio su “la parola e il linguaggio nella situazione psicoanalitica” e ha deciso di dedicare un certo spazio ai lavori di Fédida, quelli raccolti nell’antologia, ma non solo. Lo scorso sabato alcuni colleghi – credo in questo non particolarmente aiutati da una mia faticosa presentazione! – ponevano l’accento sul rischio di una “deriva filosofica” del lavoro di Fédida, seguendo la quale ci allontaneremmo dalla concretezza dell’esperienza analitica. Ora, io sono convinto – e spero di argomentare meglio la mia convinzione – che ciò che ricordavi prima, ossia il monito relativo al distacco tra costruzione teorica e clinica, sia stato sempre, e con una certa efficacia, direi, molto presente al Fédida scrittore di lavori psicoanalitici. Non posso non riferirmi ad un altro lavoro scelto per l’antologia, “Tecnica psicoanalitica e metapsicologia”, dove ricorda in che modo la psicoanalisi freudiana scopre il pensiero: seguendo una “deviazione” del desiderio. È un passaggio molto incisivo; se ritieni, lo leggo:

 “Che si tratti di onnipotenza del pensiero, di pensieri del sogno, di trasmissione/transfert del pensiero, di pensieri di transfert, di attività di pensiero, eccetera, ci si rende conto che la stessa parola “pensiero” subisce una mutazione che la ricolloca nella modalità popolare del suo impiego prima di assicurarle dei propri significati metapsicologici inerenti a modelli di funzionamento psichico”. E un po’ più avanti continua, leggiamo anche questo: “ciò che la nostra pratica di analisti quotidianamente ci impone è l’evidenza di una messa alla prova delle nostre rappresentazioni psichiche e dei nostri modi di pensare, come se occorresse ritenere inevitabile questa necessità di perdere le nostre sicurezze per acquistare delle certezze inquiete, cioè interroganti. L’interrogazione analitica è questa insistenza che ha a che fare con la resistenza, e non c’è senza dubbio niente di più minaccioso, per l’attività dell’analista, di quella familiarizzazione che comporta l’indebolirsi della sensibilità alle resistenze. Fare l’abitudine al proprio pensiero è una forma maggiore di quella depressione che l’analista guadagna nel corso della propria pratica ed anche dalla propria resistenza”.

Cos’è allora il “pensare psicoanalitico”? è un pensiero che si sforza, sempre facendo i conti con delle esigenze di metodo, necessarie, come dice Fédida, ad “intendere quella parola umana pronunciata ad un passo dall’impronunciabile dell’infans” (perché è questo che differenzia la psicoanalisi da altre modalità di “discorso psico”), si sforza di riflettere nella sua forme il proprio “oggetto”, proprio come la situazione psicoanalitica. Mantenere le esigenze di metodo senza irrigidirle, significa poi mettere in conto i costi psichici (per noi analisti), implicati dal rinunciare a ciò che abbiamo appena capito, dall’abbandonare le costruzioni di cui si era dotato il nostro pensiero. Il pensare psicoanaliticamente è per Fédida, ancora una volta, un’attitudine “negativa” in cui però nasce quella libertà necessaria per la trasformazione delle nostre rappresentazioni di natura fantasmatico-finzionale. Questo per Fédida è un pensare psicoanaliticamente, questo è ciò che definisce pensiero metapsicologico.

 

R.  Fédida si è molto dedicato alla ricerca e alla clinica degli stati limite, delle psicosi e delle depressioni o, per meglio dire, degli stati melanconici. La sua matrice fenomenologica (è stato un profondo conoscitore di Husserl) lo porta a rivedere in termini originali il rapporto tra psiche e soma, tra parola e sensorialità. Come ha coniugato la lettura fenomenologica e quella psicoanalitica?

 

 

R. Le teorizzazioni dell’assenza e del corpo rappresentano una ripresa della tradizione fenomenologica; credo che quanto dicevamo prima a proposito dell’area intermedia renda abbastanza bene la natura della trasformazione che Fédida imprime all’assenza. Il “corpo fenomenologico” viene riletto alla luce di un’ipotesi suggerita già al principio degli anni ‘70 dall’ipocondria. Secondo Fédida l’ipocondria manifesta gli effetti di un’identificazione tra il somatico e il materno, conseguenza di un’altra identificazione, quella con l’organo malato. L’ipocondriaco diventa cioè la “madre del proprio dolore”, entrando in una sorta di “lavoro di gravidanza” compiuto proprio identificando il somatico al materno. Su di un piano più generale, potremmo però dire che il ripensamento della fenomenologia comincia con l’accettare, contrariamente ad Husserl (lo ricorda Francesco Saverio Trincia), la sfida del non-senso. È la clinica nel suo complesso a porre questa sfida, ma è ovvio che questa sfida diviene particolarmente tesa nel confronto con la psicosi e con quelle condizioni che Fédida poi avrebbe definito condizioni “al limite dell’umanità”, condizioni che comportano una “complicazione” della situazione psicoanalitica, ma non un suo superamento.

Certo, il suo interesse per quanto ha definito “psicopatologia fondamentale” – termini la cui associazione rimanda soprattutto, per Fédida (ed è una cosa su cui insiste molto Mareike Wolf Fédida), all’apertura nei confronti della costante trasformazione dei modelli di comprensione dello psichismo umano – testimonia anche di una prospettiva che intende conservare una relazione particolare con una tradizione legata ad alcuni sviluppi della fenomenologia e che evidentemente non ritiene che la psicoanalisi esaurisca il campo della psicopatologia. È comunque un fatto che nella sua attività pubblicistica (penso alla Revue internationale de psychopathologie, fondata e diretta per alcuni anni insieme a Widlöcher) e di insegnamento (uno dei laboratori da lui istituiti era dedicato proprio alla psicopatologia fondamentale) Fédida individuasse in questa formula un oggetto di ricerca distinto e uno specifico contenuto di insegnamento. Nel laboratorio sono state promosse ricerche di natura non solo clinica, ma anche propriamente sperimentale, il cui obiettivo era una ridefinizione di paradigmi, sollecitata dallo studio di processi psichici e psicobiologici (e le sue iniziative all’interno del “Forum Diderot” sono tutte all’insegna della transdisciplinarietà). Per Fédida la psicopatologia doveva riappropriarsi di una tradizione antica, ovviamente più antica della psicoanalisi, e che è al tempo stesso filosofica e medica; ma Fédida ha sempre mantenuto questo oggetto (distinto dalla psicopatologia generale di matrice jaspersiana) in tensione con la clinica propriamente psicoanalitica, perché il “fondamentale” della psicopatologia rimanda in fin dei conti a quanto Freud ha riassunto nell’espressione Hilflosigkeit, ovvero a quella che potremmo individuare come la contraddizione “di fondo”, per l’appunto, dell’essere umano: per fare fronte a questa condizione di “impotenza”, legata al dis-aiuto originario, siamo costantemente indirizzati alla specializzazione delle nostre competenze, a diventare “specializzati” di qualcosa (anche nella nostra sofferenza psichica), ma ciò non toglie che restiamo fondamentalmente non specializzati, impotenti. Fédida diceva (lo ricorda François Villa) che spesso l’essere umano si chiede come ha fatto a diventare impotente, ma in questi termini il problema risulta mal posto; bisognerebbe piuttosto chiederci in che modo riusciamo a non restare ciò che in origine siamo senza però smettere mai del tutto di essere impotenti. È ciò che talvolta il melanconico svela: un’incapacità di fondo a fare fronte all’animazione stessa della vita, alle sue spinte esterne e interne, cioè al pulsionale.

 

D. “Il sito dell’estraneo” come tu stesso ricordi nel tuo scritto introduttivo, è una delle espressioni più identificative del contributo di Fédida. A questo proposito egli prende come riferimento il saggio di Freud “Il delirio e i sogni nella Gradiva di Wilhelm Jensen” per sviluppare un discorso che concerne i due aspetti della situazione analitica: uno di natura propriamente metapsicologica (il rapporto tra immagine-tempo, il sogno come paradigma del “luogo psichico”, il fantasma, la regressione), e quello di natura “tecnica” che riguarda cioè la posizione dell’analista nella cura e nel transfert. In che termini Fédida parla di “estraneità/stranierità” dell’analista in una situazione di “intimità” qual è l’analisi?

R. Beh, certo, è una situazione di intimità, di una “strana intimità”, diceva Fédida (e lo dicono spesso anche i pazienti!, “lei sa tutto di me, e io, di lei ..”); un’intimità fatta di una comune presenza sottratta allo sguardo dei volti e al toccare dei corpi; una presenza comune, ma profondamente dissimmetrica (a meno che non si condividano le ragioni dei sostenitori della self-disclosure). Ma cosa qualifica allora l’intimità? Ancora una volta, una condizione della parola, una condizione in cui la parola può fare l’esperienza delle tracce mnestiche che, in quel parlante, si sono sedimentate in una parola che, per il suo far parte di una lingua, resta costantemente esposta all’usura implicata dal legame con un determinato significato “condiviso”; in questo senso, Fédida ha anche detto che ciò che l’intimità qualifica in analisi è un’area crepuscolare della voce, dei volti e dei gesti. Il significato di intimità della seduta analitica, discende, per Fédida, da quello che Freud ha riconosciuto al sogno in ragione della sua asocialità e della sua incomprensibilità. Ma se pur sempre di intimità si tratta, perché insistere tanto sull’estraneo? Il sito è l’estraneo, l’analista è l’estraneo o addirittura il garante della condizione di estraneità del sito, e questo potremmo dire seguendo l’insegnamento del sogno, che utilizza il linguaggio per presentare immagini in una dimensione di de-significazione garantita, per l’appunto, dalla natura sempre estranea, rispetto allo stile della coscienza, del sogno stesso.

Che estraneo – e che analista- aveva allora in mente Fédida, associandoli nella creazione di un sito? Mi pare di stare girando intorno ad una cosa, che credo sia questa: non si può parlare della peculiare natura del sito dell’estraneo (e dunque dell’estraneità in gioco nella situazione analitica) senza tornare sulla questione della parola. Provo a farlo nella maniera più lieve possibile, il che non vuol dire che sarà lieve in assoluto, considerando che su questo, particolarmente su questo, la riflessione di Fédida è stata lunga e articolata, lo testimonia tra l’altro il fatto che “Le site de l’étranger” è il titolo non di uno, ma di due lavori, piuttosto diversi (anche nello stile) e separati l’uno dall’altro da quasi quindici anni (e nell’antologia è stato possibile includerli entrambi).

Una cosa è evidente da subito: se si interpreta la coppia “estraneo-intimo” in chiave personologica si va fuori strada, e il riferimento che ricordavi prima, ossia quello alla Gradiva come modello ideale – dunque asintotico – della situazione analitica è in questo illuminante. Se “estraneo” e “intimo” divengono qualità della persona dell’analista l’esito della cura sarebbe analogo a quello della novella “Gradiva” narrata da Jensen e non all’uso che Freud ne fa, vale a dire che all’analista non resterebbe altro, dopo aver indossato inizialmente i “panni” dell’estraneo, del fantasma (Gradiva), di mettere quelli dell’ “intimo” (Zoe), che soddisfa personalmente i bisogni del paziente, confidando di averlo liberato definitivamente della sua stessa intima-estraneità (il sessuale infantile da cui origina il pathos psichico, trasformabile solo psicopatologicamente) con la risoluzione dei sintomi e di un transfert supposto controllato, addomesticato in figure specifiche (il transfert paterno, materno). Ciò su cui punta Fédida -utilizzando a sua volta come modello ideale la lettura freudiana di Gradiva, perché Freud sottolinea a più riprese, enfatizza quasi, il rilievo dato nel racconto al “doppio senso della parola” che è il marchio dell’eros, e al doppio intendimento che ne deve derivare nell’ascolto – è allora la capacità della parola intesa di aver conservato dentro di sé le tracce dell’infantile (non dell’infanzia). È alla parola che occorre restituire, nel dispositivo analitico, la propria memoria, quella memoria che la parola ha in sé ma che al parlante è sottratta dall’amnesia infantile. Dal lato del paziente, per dire così, l’estraneo è questo: è ciò che è “ricostituito” dalla negazione che si ritrova innanzitutto nel silenzio – la negazione di un significato condiviso alla parola che si ascolta- e nel sottrarsi alla vista e che instaura la neutralità. È nella neutralità intesa in questo senso che il transfert, come dice Fédida, apre all’anacronismo, all’infantile; un’apertura che non avviene se l’analista “personalizza” troppo la propria presenza; è quando la persona dell’analista si trova minacciata dalla più selvaggia inquietante estraneità, dal vacillare delle proprie identificazioni, che l’analisi ha propriamente inizio. Senza questo incontro dell’analista con il perturbante, con l’inquietante estraneità, l’analisi non comincia. Fédida lo ha ripetuto sino alla fine; Umano/Disumano è un costante rimando a questo, e lo stesso si può dire degli ultimi articoli dell’antologia.

 

D. Fédida ha scritto pagine interessanti anche sulla trasmissione della psicoanalisi e quindi sulla formazione degli psicoanalisti, soffermandosi in particolare sull’attività di supervisione clinica (La costruzione del caso del 1990). Qual era la sua posizione rispetto a questa delicata e complessa questione? 

 

R. In effetti per Fédida la supervisione occupa un posto centrale nella formazione, dunque nella trasmissione della psicoanalisi, e ha progressivamente definito un proprio punto di vista che, come lascia intendere il lavoro che ricordavi, assume come riferimento principale, ancora una volta, “Costruzioni in analisi”. Fédida considerava essenziale l’attività di costruzione dell’analista che è in ascolto del paziente, un ascolto che deve comportare una modalità di ricezione in grado di trasformare il sistema di rappresentazioni dell’analista stesso. Il lavoro disupervisione era considerato da Fédida come un lavoro di sviluppo, di “allenamento” dell’immaginazione costruttiva dell’analista a partire da quanto questi comunica al supervisore del materiale psichico fatto del proprio transfert e contro-transfert. È innanzitutto per questo che Fédida insisteva sul carattere di “analisi” della situazione di supervisione, parlando proprio di una “analisi di supervisione”, in cui sarebbe di primaria importanza evitare che l’analista che conduce la cura si faccia prendere dalla preoccupazione di “documentare” in modo esaustivo ciò che “accade” nelle sedute con il paziente; una preoccupazione che “passivizza” la capacità di ascolto, alterando la sua memoria analitica, che è una memoria non documentabile del contenuto infantile. Ma la supervisione per Fédida è pienamente una situazione psicoanalitica, dunque un sito dell’estraneo, anche per un’altra ragione, che è possibile ritrovare nel lavoro del 1990 che citavi e che marca una certa distanza rispetto a posizioni per le quali il lavoro di supervisione avrebbe come scopo principale la presa di coscienza, da parte dell’analista, delle proprie resistenze al lavoro analitico, resistenze che rimandano ai resti non analizzati della propria analisi personale. Secondo Fédida questi resti, di cui non ci si libera, sono un luogo psichico da cui può generare, nell’analista, la specifica, singolare costruzione teorica richiesta da quel caso singolare; è a partire dal punto cieco del proprio inanalizzato che, nella “analisi di supervisione”, è possibile fare l’esperienza dei limiti di un lavoro interpretativo che non si incontri, nell’immaginazione, con la costruzione, ed è in questo senso che Fédida parla del caso psicoanalitico come di “teoria in germe” che si costruisce nell’incontro di supervisione. Insomma, il caso, costruito nel luogo della supervisione per costruire di volta in volta il luogo in cui l’analisi diviene possibile, non può concernere un racconto ed è per questo che, come dice Fédida, la storia del caso semplicemente non c’è.

Marzo 2013