Intervista ad Anna Maria Nicolò Corigliano

D.: Mancava in Italia un volume di approfondimento sul concetto di transfert? 

R. :Certo si rimane stupiti nell’osservare quanto è vasta la letteratura psicoanalitica sul transfert da Freud ai giorni nostri. Non c’è analista di rilievo che non si sia confrontato con questo tema, talora arricchendoci di importanti scoperte o teorie, più frequentemente con commenti esegetici accurati ma ripetitivi. Anche in Italia a più riprese molti psicoanalisti si sono cimentati su questo argomento, alcuni di essi con lavori pregevoli e interessanti. Più recentemente,  il Congresso Nazionale della SPI è stato dedicato a questo tema, e una parte dei lavori presentati in quell’occasione hanno trovato ospitalità in parte nella Rivista di Psicoanalisi (Manfredi, Ferro), e in parte nel volume I transfert a cura di Anna Ferruta. E’ una grande ricchezza della  psicoanalisi la sua capacità di rivisitare sempre nel presente non solo il passato del paziente, ma anche le proprie scoperte e le proprie assunzioni teoriche, che acquistano di volta in volta una nuova prospettiva alla luce che fornisce la comprensione presente. Il titolo Attualità del transfert – come  afferma Bonaminio nella sua introduzione – rimanda da una parte  al “valore attuale, contemporaneo, per la psicoanalisi, della dimensione del transfert”, dall’altra  “alla prevalenza per quanto attiene al transfert delle dimensioni dell’attuale, del qui ed ora sulla ripetizione del passato, e ancora l’espressione “attualità del transfert” vuole a mio avviso essere anche una messa a punto dello stato dell’arte, almeno per quanto riguarda un gruppo di clinici e ricercatori che condividono un’abitudine allo scambio e in gran parte una formazione molto affine, come appunto i soci di un centro psicoanalitico. 

D.: Che idea aveva Freud del transfert? 

R.: Freud  è tornato a più riprese sul concetto di transfert, illustrandone differenti anime. Forse quella più nota è l’affermazione che il transfert è una  riedizione, una copia degli impulsi e delle fantasie che devono essere risvegliati e resi coscienti nel setting. “… In altri termini – egli continua – un gran numero di esperienze psichiche precedenti riprendono vita, non però come stato passato, ma come relazione attuale con la persona del medico” e a questo punto Freud aggiunge “Vi sono traslazioni il cui contenuto non differisce in nulla da quello del modello, se si eccettua la sostituzione della persona; queste sono allora, per seguire la metafora, vere e proprie ‘ristampe’ o riedizioni invariate. Altre sono compiute con più arte, subiscono una mitigazione del loro contenuto … e sono persino capaci di divenire consce appoggiandosi su una qualche particolarità reale, abilmente utilizzata, della persona del medico o del suo ambiente. In questo caso non si tratta più di ristampe, ma di rifacimenti” (Freud,  1901, 396-397). In questa citazione di Freud sembrano essere contenuti alcuni degli sviluppi futuri di questo concetto. Gribinski nel suo volumetto Dialogo sulla natura del transfert (2005, 27-28), ci fa notare la molteplicità dei significati contenuti già nel termine tedesco Übertragung. Traduzione, comunicazione, trasmissione (nel senso di contagio o contaminazione), proiezione, ma anche e soprattutto spostamento o trasporto, sono questi i significati della parola Übertragung. Bion, ad esempio, accentua a questo proposito la nozione di trasporto: il transfert è un’esperienza di transito, un pensiero, un sentimento, un’idea che il paziente ha nel suo cammino verso un altro posto (1977, 89), un bus – gli fa eco Ferro – che “fa il giro da un posto all’altro, nel campo orizzontale e verticale, dal qui ed ora al lì e allora” (Ferro, 2006). Davanti a queste affermazioni ci rendiamo subito conto di quale straordinaria scoperta ha fatto Freud e anche di quante implicazioni essa abbia: il transfert è uno spazio, un luogo ove avvengono trasformazioni, ma è anche un’esperienza emotiva, una relazione tra le persone, implica un’azione nel tempo, ma esso è soprattutto lo strumento per la trasformazione,  per fermare, come affermava Freud in Ricordare, ripetere e rielaborare (1914), l’automatismo della ripetizione e trasformarlo in un motivo di ricordo. Ma tale trasporto, tale strumento è naturalmente influenzato da molteplici condizioni, non solo dal luogo da cui proviene, ma anche da quello dell’arrivo e dalle stesse condizioni del viaggio, e cioè in altre parole non solo dal paziente ma anche dall’analista e dalle condizioni in cui questo trasferimento avviene, luogo, tempo o situazioni accidentali. Sto evidenziando con queste affermazioni quanto quell’allargamento del concetto di transfert a cui oggi ci siamo progressivamente abituati era già implicito nella sottolineatura del transfert come rifacimento cui si riferiva Freud. 

D.: E gli sviluppi successivi? 

Dopo Freud, un ulteriore passo in avanti ci viene permesso da autori come la Klein e Winnicott. A mio avviso, una delle scoperte più importanti della scuola kleiniana a proposito del transfert è l’attenzione  posta “su ciò che sta accadendo all’interno del rapporto, su come il paziente sta usando l’analista, accanto e oltre a ciò che sta dicendo” e cioè sul  transfert  “in termini di situazioni totali” (Joseph, 1985, 190), L’aspetto più interessante della teorizzazione winnicottiana sul transfert è segnato dal lavoro Le forme cliniche del transfert (1956). Nello studio di pazienti che avevano sofferto di ripetuti traumatici fallimenti dell’ambiente, Winnicott descrive come il transfert ricrea l’ambiente traumatico originario, permette di rivivere la perdita e la mancanza di adattamento dell’ambiente, e in questo modo apre la strada ad un’importante trasformazione. Egli afferma: “il presente ritorna nel passato ed è il passato. E’ così che l’analista si trova con il processo primario del paziente nel quadro in cui questo processo aveva il suo valore originario”. Winnicott illustra perciò non solo aspetti di esperienze primitive della mente, preverbali ed agite, attivate talora dagli stessi errori dell’analista, ma anche la possibile trasformazione nel qui ed ora del setting di queste esperienze, dato che proprio grazie al transfert sarà possibile fare per la prima volta un’esperienza  reale mai vissuta prima. Sottolineo in particolare quest’ultimo punto perché antesignano del lavoro attuale sui livelli primitivi del transfert. Da questa scoperta winnicottiana  potrebbe forse derivare, oltre al transfert sulla persona dell’analista, anche un transfert sugli aspetti concreti del setting, indice di un clima fatto più che di relazioni, di vissuti o sensazioni, ricordi di stati della mente, percepiti più a livello corporeo che rappresentati o ricordati. Io credo che: “Tali climi non simbolizzati o non simbolizzabili, che sono rimasti scissi e possono perciò solo venire agiti, vengono riattualizzati e utilizzando la dimensione concreta del setting ottengono una risposta e un veicolo di espressione nel transfert primitivo.” (Nicolò, 2006, 123).

Negli ultimi venti anni, ad esempio, seguendo in parallelo quella trasformazione della psicoanalisi da una concezione mono-personale ad una concezione prima bi-personale e poi interpersonale della relazione, la nostra idea del transfert si è ulteriormente modificata, soprattutto perché ha integrato al proprio interno – potremmo dire – la nozione parallela e speculare di controtransfert. Anzi, potremmo dire che la vera rivoluzione che ha caratterizzato la psicoanalisi moderna è stato proprio il  nuovo approccio al controtransfert dell’analista. Se da una parte, nella confusione delle lingue teoriche e dei differenti dialetti  nazionali, ci sono alcuni psicoanalisti che continuano a considerare il controtransfert una reazione difensiva dal paziente, posizione ancora precedente al famoso lavoro di Paula Heimann, che segnalava fin dal 1960 che nella prassi l’esperienza di transfert e di controtransfert sono fuse, ce ne sono altri che hanno deciso di abbandonare la stessa nozione di controtransfert, valutando la parità e la simmetria nel rapporto tra analista e paziente. Altri ancora,  e tra essi io mi annovero, distinguono il controtransfert o meglio le emozioni, le reazioni, le esperienze, le immagini che il paziente in vario modo ci suscita, dalla persona dell’analista e da quanto proviene da essa, la sua storia, le sue teorie, i suoi affetti, i suoi conflitti, essendo tuttavia  consapevoli  di quanto tutto questo insieme influenzi lo stesso transfert del paziente, ed essendo consapevoli di quanto la neutralità dell’analista, per quanto possa considerarsi un obiettivo euristico, è nella realtà un mito. Il vero problema dell’analista sarà distinguere tra la sua soggettività e l’oggettività delle sue esperienze, o per essere più precisi tra le sue fantasie, le fantasie del paziente e le fantasie miste frutto dell’interazione nella coppia analitica, operando spesso un dialogo tra l’uno e l’altro livello, o ancora spostandosi da un livello all’altro a seconda delle necessità e per una comprensione maggiore della situazione. In questa luce “I conflitti dell’analista sono uno strumento di ascolto”, come dice Smith, uno degli autori del libro Analytic listening is conflictual listening (Smith, 1999). I lavori di Tonia Cancrini e Paola Marion contenuti nel libro sono in certo senso dedicati prevalentemente a questo tema. Il modello della mente aperto e in interazione con gli altri e il modello della relazione analitica e del transfert co-costruito da ambedue i partecipanti della coppia analitica, hanno naturalmente dato grande enfasi alle interazioni e alla loro influenza continua sul processo associativo, e a temi come la soggettività dell’analista o la rivalutazione della persona dell’analista, o una posizione più attenta alle critiche del paziente. La cross fertilization ogni giorno guadagna terreno, con poche eccezioni e porta – io credo – ad una posizione equilibrata e intermedia, e di conseguenza produce una straordinaria attenzione ai differenti punti di vista. Un problema metodologico serio, che sta alla base di una certa parte di queste controversie, consiste oggi non tanto nelle prese di posizione teoriche dell’uno o dell’altro, ma piuttosto nell’articolazione con la clinica. Possiamo riflettere su quanto si differenzi quello che gli analisti dicono e quello che invece fanno nella stanza di analisi. In effetti, capita molto raramente di pensare agli stessi analisti se dobbiamo inviare un paziente che ci è caro o dobbiamo trovare un pannelist per una tavola rotonda. La competenza clinica e l’abilità dottrinale non vanno di pari passo. Ci capita anche di osservare che certi colleghi fanno nei loro lavori affermazioni che sono assolutamente contraddette dai loro esempi clinici. E siccome non abbiamo a che fare con dati scientifici incontrovertibili, come i dati di laboratorio ad esempio, abbiamo certo bisogno di esempi clinici per meglio comprendere. 

D.: Quali sono le riflessioni più originali, i temi più complessi affrontati? 

R.: Lo spostamento dell’attenzione dai pazienti nevrotici ai cosiddetti pazienti difficili ci ha portato inevitabilmente ad occuparci dei livelli primitivi del funzionamento della mente e perciò della relazione analitica. Possiamo certo dire che questa è la sfida degli ultimi anni  e certo uno dei temi maggiormente presenti in questo volume. Nei livelli più primitivi della mente, il transfert può attivare funzionamenti possibili ma mai sperimentati prima, qualcosa che non si può ricordare perché non è stato mai rimosso (come ci ricordano Moccia e Bonfiglio) o non è mai avvenuto. Analisti di varie latitudini cominciano ad esplorare quell’inconscio primario non rimosso di cui parlava Bollas, e che sta interessando sempre di più studiosi e ricercatori  permettendo straordinari collegamenti con le neuroscienze, un’area questa che è stata variamente denominata da differenti autori, come ci ricordano Moccia, Bonfiglio e Barnà: “mondo rappresentazionale non simbolico” (Bucci, 1997), “inconscio primario rimosso” (Bollas, 1989), “conoscenze sepolte che non sono frutto di rimozione” (Lyons Ruth, citato in Dazzi, 2000), “inconscio strutturale” (Matte Blanco, 1975). Forse questo è particolarmente evidente con i bambini che “ci usano attraverso le emozioni che suscitano in noi; ci possono chiedere di diventare quell’oggetto primario che consente una sintonizzazione affettiva; ci possono anche chiedere di essere loro stessi, di sentire al posto loro, prima di sentire con loro, avendo bisogno di esplorare un’esperienza emotiva intollerabile attraverso qualcuno che la può sentire e pensare profondamente.Oggetto del transfert diviene quindi ciò che non ha potuto essere sperimentato ed integrato, ciò che è sfuggito alla trasformazione simbolica ed è in attesa di significazione.” (Di Renzo, 2007, 262). Si manifesta in certi casi così un transfert “inconscio all’analista e percepito solo inconsciamente dall’analista” (Ogden, 1997). Queste aree primitive non possono naturalmente esprimersi con parole, ma usano “la mediazione del controtransfert” (Cancrini,) attraverso sensazioni ed emozioni dell’analista che “traduce i vissuti concreti in pensieri” (Cancrini, )  oppure  tramite le comunicazioni non verbali degli analizzandi, la postura, la mimica, il toni di voce o l’agire. Come afferma Bonfiglio, “Non esistono, a questo livello, capacità simboliche, né senso di continuità temporale. Il soggetto non può che esistere (nelle condizioni favorevoli), oppure non esistere o esistere mutilato (nelle avverse). L’analista è chiamato a far esistere aspetti basici del paziente mai sperimentati” (2007,  40). Di che cosa siano fatti tali momenti di incontro profondo tra analista e paziente, cosa essi determinino, di ciò si sta ancora molto discutendo. Barnà, citando Lyons-Ruth et al. (1998), afferma che essi “non sono né simbolicamente/verbalmente/coscientemente rappresentati né dinamicamente inconsci nel senso ordinario del termine” (193). Eppure, molti autori tra cui Barnà sottolineano che a questo livello si possono riorganizzare modalità relazionali inconsce, senza che venga coinvolto un livello di elaborazione cosciente. Sono forse queste aree della mente e della relazione dove, per usare le parole di De Toffoli, “nessun dispositivo cerebrale ci aiuta a distinguere ‘fino in fondo’ tra soggettivo e oggettivo, né ad assegnare luoghi o tracciare confini alla vita psichica”. Da una prospettiva vicina, anche Adelaide Palmieri si propone di esplorare questi “piani di transfert più profondi ed originari, più indifferenziati ed arcaici”, che sono connessi alle angosce di destrutturazione e di definizione di sé ed a quelle, in seguito, d’incolmabili sentimenti di perdita, mai veramente presi in contatto; piani di transfert non ancora accessibili o per l’intensità del dolore che susciterebbero o per la presenza al loro interno di vuoti o di buchi, legati ai tratti assenti o proprio mancanti dell’esperienza esistenziale di sé.” Buchi neri che forse restano incistati anche tutta la vita, malgrado trasformazioni anche stupefacenti, come ci mostra Giordo nel suo lavoro con tre bambini borderline, psicotici o autistici. A questi livelli e con questi pazienti, l’analista si trova a doversi confrontare con situazioni dove non si  possono riattivare esperienze passate poiché esse non sono mai state sperimentate prima, o vengono agite e riattualizzate memorie che non sono state mai rimosse a causa della loro precocità o dell’intensità del trauma che le ha caratterizzate. Come mi è capitato di scrivere molti anni fa , nel ‘92, a proposito del transfert con gli adolescenti, “Esistere come oggetto nuovo è quindi fin dall’inizio la sfida di questo lavoro, e questa qualità conferisce all’analista anche una dimensione di incognito e misterioso che peraltro dovrebbe esistere in ogni psicoterapia”. (Nicolò, Zavattini, 1992, 139-140).Questo tema tanto importante diventa particolarmente significativo in età evolutiva. 

D.: Nel libro c’è appunto una parte dedicata al transfert  in età evolutiva… 

R.: Uno dei temi più complessi a cui il libro dedica una parte è quello dei transfert in età evolutiva, un tema ancora pieno di incognite, intanto per la sua tipicità, ad esempio per la coesistenza e alternanza nella seduta o in sedute vicine di differenti e talora contrastanti relazioni transferali. L’adolescente, ad esempio, potrà con lo stesso materiale clinico cimentarci con i suoi aspetti infantili o con le spinte verso l’autonomia e il divenire adulto. Come ci ricorda poi Mariassunta Di Renzo, “nell’analisi infantile incontriamo due aspetti peculiari del transfert, che ci confrontano in modo particolare con l’inatteso. Il primo aspetto è quello che potremmo definire un ‘transfert di transfert’, cioè un’inclusione nel transfert del bambino delle fantasie inconsce genitoriali e spesso di elementi inelaborati del mondo interno dei genitori proiettati nel bambino, rimasti depositati, incistati, non integrati, e non metabolizzati”. Il secondo aspetto, su cui nel libro si soffermano Di Renzo, Capozzi e calmieri, è il fatto che il transfert del bambino ha sempre sullo sfondo il transfert dei genitori sulla persona dell’analista e la sua risposta contro-transferale”, una sorta di configurazione di “transfert misto, composto dagli aspetti traumatici dei pazienti confusi con quelli dei genitori, rispetto al quale procedere con l’arduo lavoro analitico di dis-identificazione degli uni rispetto agli altri” (Palmieri). In modo quasi simile a quello che avviene con i pazienti gravi, fatte salve le dovute differenze, il transfert in età evolutiva cimenta particolarmente il controtransfert dell’analista, anzitutto per la posizione vis à vis, e poi per l’agire come inevitabile mezzo comunicativo. Ma forse l’elemento che più viene sottovalutato è che la specificità del transfert in questa età ha a che fare con la specificità del funzionamento mentale fase specifico, come ho cercato di discutere nel mio lavoro, e l’analista non è solo un oggetto di transfert, ma un oggetto nuovo, sorgente di identificazioni strutturanti. Con certi pazienti vi è ancora un’altra e diversa accezione dell’analista “oggetto nuovo”; ad esempio, con l’ adolescente l’analista rappresenta quella nuova identità per certi versi non conosciuta e misteriosa che egli si sta costruendo. A volte, ci accorgiamo di essere per l’adolescente un  aspetto del  suo sé, totalmente sconosciuto e forse ancora impensabile.Oltre alle tante figure transferali a cui l’adolescente ci ha abituato, (il genitore, il compagno quasi coetaneo, l’insegnante, l’oggetto d’amore irraggiungibile, un aspetto grandioso o idealizzato del sé), l’analista può rappresentare il nuovo perturbante che l’adolescente teme in sé, desidera e sfugge. “No, non voglio andare dalla dottoressa – diceva una mia intelligentissima paziente a sua madre – mi preoccupa, no, non quello che pensa di me, ma che forse cambio me stessa in questa esperienza. E come diventerò? Me lo puoi dire tu? Me lo può dire lei? Mi piacerebbe saperlo prima”. E’ l’alterità che l’analista rappresenta, quell’alterità presente e sconosciuta a ciascuno di noi che nessuno al mondo più di un adolescente può sentire in modo deflagrante. Non sto solo parlando di come l’investimento dell’adolescente in analisi, per quanto conflittuale o regressivo possa manifestarsi, permetta l’investimento su una figura terza fuori del mondo familiare. Questa dimensione è stata ampiamente discussa da molti autori di scuola francese e non c’è dubbio che essa sia cruciale, data la facilitazione alla simbolizzazione che la funzione del terzo svolge. Sto parlando invece di come l’adolescente possa proiettare sull’analista, ad esempio, aspetti inconsci della nuova identità che sente svilupparsi dentro di sé, quindi non solo di un passato che non è mai esistito ma avrebbe dovuto essere, ma invece aspetti di un futuro che si aspetta ma nel contempo si teme. Tali aspetti  spaventano il paziente proprio perché tale identità non è ancora compiuta, è in fieri. E questo avviene non solo nell’adolescente per cui certamente questo è frequente e quasi paradigmatico per le sue caratteristiche. Direi che è presente in ogni paziente che viva profondamente la sua analisi. A volte questa identità futura è possibile intravederla, a volte desta tanta paura che il paziente preferirebbe voltare lo sguardo da un’altra parte. Alcuni pazienti rappresentano questo problema in modo molto pregnante, gli adolescenti che in qualche misura hanno ad esempio subito traumi, hanno reso questa tematica cruciale nella loro crescita. E ancora, gli adolescenti adottati che specialmente in questa età cominciano a porsi il problema delle loro origini e dei loro genitori reali. Tale problema è lo specchio del loro timore che si possa sviluppare dentro di loro una persona sconosciuta che li travolge e si impone, loro malgrado, alla vecchia identità. Ma anche gli adolescenti che scoprono un’identità di genere diversa, all’inizio insospettata e il più delle volte odiata e temuta. Potrebbe mai immaginare il bruco che la sua forma futura è quella di una farfalla? E se lo immaginasse, gli piacerebbe tale trasformazione? Anche se la mia intelligentissima paziente avrebbe voluto in qualche modo conoscere in anticipo e controllare il suo cambiamento, questo è di fatto impossibile. Mi sembra invece cruciale arrivare ad elaborare ed accettare proprio il senso stesso dell’incognito che riguarda anche la nostra stessa evoluzione, il fondo irraggiungibile della nostra identità. Questo è forse uno degli indicatori possibili del buon esito dell’analisi, la possibilità di accettare che resta sempre in noi un margine, sempre sconosciuto e sempre elaborabile, dei molteplici sviluppi possibili e imprevedibili del Sé. E questa specifica figura del transfert susciterà nell’analista maggiori difficoltà e turbolenze contro-transferali di altre figure transferali. A volte siamo noi stessi a gravare delle nostre aspettative sul futuro non solo i nostri figli, ma anche i nostri pazienti, a spingerli, delicatamente e non, verso un futuro predeterminato. Lo sconosciuto o il nuovo spaventano anche l’analista. Può essere perciò particolarmente difficile sopportare di svolgere il ruolo transferale che lo rappresenta. Al di là di tutte le configurazioni con cui il transfert si presenta, non dobbiamo dimenticare che esso, e cioè il transfert e la risposta che noi gli diamo, rappresenta un evento cruciale, non solo per il processo analitico, come è naturalmente ovvio, ma soprattutto nella stessa evoluzione  della persona.  

D.: Quali sono gli elementi del transfert ancora oggi sottovalutati? 

R.: Potremmo descrivere la storia del transfert come oscillante tra differenti dicotomie: quella a cui ho accennato, transfert-ripetizione versus transfert novità, ma anche altre come ad esempio relazione reale/transfert, per finire poi ad un’altra dicotomia che viene ritenuta fondante la sua terapeuticità e che, come affermano moltissimi autori (tra cui voglio citare soprattutto Modell e poi Gribinski, recentemente l’italiano Napolitano), costituisce il paradosso della sua natura: verità/falso nesso, amore di transfert/amore vero. Ma questa paradossale coesistenza di due livelli di funzionamento contrapposto, costituisce come sappiamo la natura della terapeuticità non solo del transfert, ma anche della stessa terapia. Nel corso del lavoro clinico, proprio a proposito del paradosso del transfert, che mentre afferma e difende la verità dell’amore al contempo lo smentisce, abbiamo anche osservato quanto sia tragico slittare dall’uno all’altro livello. Le violazioni della natura paradossale di questa relazione si traducono, come sappiamo, in traumi indelebili per il paziente e per lo stesso analista. Per converso, sappiamo e vediamo in continuazione come la stessa paura della violazione possa trasformare l’analista nella caricatura di se stesso, incapace di accettare la coesistenza di tale paradosso, pur nelle sue manifestazioni più innocenti, costituite ad esempio dall’asimmetria della relazione all’interno del setting e della “relazione egualitaria” (Modell) fuori dal setting. Per fare un esempio, ho conosciuto analisti che erano preoccupati di rispondere al saluto dei loro pazienti quando li incontravano in un contesto pubblico, ad esempio un ristorante o un cinema, diventando così realmente traumatici per la paura di essere troppo egualitari. Certo, il transfert è un animale difficile da addomesticare e talora spaventa anche l’analista. In questo aspetto non possiamo dimenticare quanta difficoltà ci desta la gestione del transfert nei pazienti psicotici o perversi o borderline, o anche negli adolescenti. E come tanto spesso la sua irruenza, intensità, precipitosità, in questi casi lo renda poco gestibile o crei notevoli problemi all’analista, spingendolo ad agiti controtransferali ad esempio. Questa è un’area su cui occorre ancora studiare, sperimentare, verificare. Ma a mio avviso la sfida più importante  è la relazione tra transfert e fattori terapeutici. Quali siano i fattori terapeutici nella psicoanalisi è ancora oggetto di discussione. Sappiamo per certo che non affidiamo più solamente al working through, all’elaborazione, e quindi all’interpretazione tout court, la valenza terapeutica. Abbiamo grandemente rivalutato il valore del setting  e la valenza esperienziale, la possibilità di rivivere una nuova esperienza trasformativa nel transfert è giudicata avere un grande potere nell’indurre un cambiamento. Ma cosa facilita l’avviarsi di tale nuova esperienza? Molti contributi di questo volume  rimettono naturalmente in discussione l’importanza da conferire all’interpretazione. L’elemento più rilevante di queste tematiche, discusso da Moccia e presente sullo sfondo di tutti i lavori, è il circolo virtuoso che ogni analisi efficace attiva, quel circolo che vede reciprocamente influenzarsi interpretazione, insigth e esperienza di nuove relazioni nel qui ed ora con l’analista. Da questo punto di vista, per Moccia la capacità di indurre trasformazione dell’analisi è collegata alla “capacità di creare legami fra analista e paziente nelle forme ripetitive del vecchio e tuttavia in un contesto nuovo aperto a prospettive alternative e rendere conscio l’inconscio è soltanto il mezzo per sviluppare nuove procedure e non il fine della cura analitica” (Moccia, p. 175 del presente volume). Certo, il transfert è un animale difficile da addomesticare e talora spaventa anche l’analista, anzitutto perché, come dice Gribisnski, è “per l’analista uno straniero nella propria casa”, e ancor di più perché abbiamo sempre il sospetto che questo straniero lo abbiamo evocato noi in quella forma e forse in parte ci rappresenta. Permettetemi perciò di parlare, nel finire, di un altro aspetto del transfert che meriterebbe un grande approfondimento. E’ quello di un fenomeno che inganna, e non solo perché promette un amore reale che esiste solo in un’altra dimensione. E’ ingannatore anche perché colloca il paziente in un’area che entra all’inizio sottilmente e poi sempre più prepotentemente a far parte della sua vita, e che in certi casi può rischiare perfino di immobilizzarla. Se ascoltiamo Freud, sembra che egli ne parli: “La traslazione crea così una provincia intermedia fra la malattia e la vita, attraverso la quale è possibile il passaggio dalla prima alla seconda. Il nuovo stato ha assunto su di sé tutti i caratteri della malattia, ma costituisce una malattia artificiale completamente accessibile ai nostri attacchi. Al tempo stesso questo stato è una parte della vita reale, favorito tuttavia da condizioni particolarmente propizie e coi caratteri di provvisorietà.” (Freud, 1914, 360). Così Freud si esprimeva, mettendo in luce la bizzarra area che il transfert aveva creato, nella quale sono per un periodo di tempo indefinito all’inizio ospitati sia il paziente che l’analista. Un’area certo protetta dal setting, ma anche uno spazio che ci portiamo dentro internalizzato nel corso di tutta l’analisi. Alcuni pazienti fanno fatica a liberarsene quasi tutta la vita. Sono quelle analisi che durano venti o trent’anni e talora si concludono con la morte del paziente. Per alcuni pazienti, i più gravi, sappiamo che non c’è altro modo di sopravvivere nella loro vita che restando legati alla ciambella analitica, a questo analista che rappresenta per loro la vita che non riescono a custodire o lo stato adulto della mente che non riescono a integrare. Per altri invece esiste quella dimensione tossicomanica dell’analisi di cui ci parlava Tagliacozzo, uno dei più eminenti analisti del nostro Centro. L’esistenza di queste due dimensioni, quella reale e quella analitica per un certo momento della vita coesistenti, ci permette un’esperienza unica e irripetibile e straordinariamente trasformativa. Essa è la porta di universi infiniti dove possiamo esplorare lo sconosciuto in noi, senza perderci e senza timori. E tuttavia è singolare che proprio quello che è sorgente di straordinaria creatività possa, in certi casi per fortuna limitati e problematici, rivelarsi una trappola. Filippo non riesce a terminare l’analisi, ma è arrabbiato con l’analisi. Si è accorto che non ha sentito l’urgenza di rimettere in discussione il suo matrimonio, proprio perché alcune sue valenze, alcuni suoi bisogni erano assorbiti e tamponati dall’intenso interesse che aveva per l’analisi e dal rapporto con l’analista. Alla fine l’analisi, che pure aveva evidenziato la fragilità del suo legame coniugale, con il significativo coinvolgimento emotivo che la caratterizzava, aveva modulato o spento l’intensità e l’urgenza emotiva necessari per una separazione da un matrimonio sbagliato. Alla fine dell’analisi durata dieci anni, Filippo ha cinquant’anni. Un diversa fase della vita si apre davanti a lui, si affacciano le prime paure per il suo futuro e i primi acciacchi. Si apre anche il lutto per la separazione dei figli. Decisioni come la separazione, che avrebbero avuto senso dieci anni prima, sembrano ora stemperarsi dietro altre angosce. L’affascinante dimensione analitica nella quale ha sostato dieci anni lo ha forse bloccato dal sentire l’urgenza di certe scelte? Quale è il rapporto tra la vita analitica e la vita reale del paziente? Nelle sue deviazioni non è forse questa una delle radici dell’interminabilità di talune analisi? E quanta responsabilità abbiamo nel colludere con il paziente nel suo mantenere in piedi una vita analitica parallela alla vita reale, e quanto di questa vita analitica finisce per impoverire la vita reale del paziente, per succhiare energie vitali che altrimenti il paziente utilizzerebbe in altro modo? Quante separazioni o divorzi avvengono per questa doppia vita o quanti matrimoni si reggono perché il paziente usa l’analisi per evitare la crisi della sua vita reale? Naturalmente sto parlando di una potente deviazione del transfert, non della sua fisiologia, di una deviazione che ti prende la mano in modo inapparente, proprio perché non consiste in un’eclatante infrazione, in un crimine alla deontologia professionale. Essa è paradossalmente legata proprio allo svolgimento efficace dell’analisi, caratterizza piuttosto quelle analisi brillanti dove paziente e analista sembrano intendersi e lavorare all’unisono. Il lavoro procede, i sogni arricchiscono le sedute e nuovi territori inconsci sono esplorati. Il paziente non aspetta altro momento che quello della seduta. L’apparire dello scenario analitico ha il fascino seduttivo ed ammaliante dell’entrare dentro lo schermo cinematografico come accadeva alla protagonista de La rosa purpurea del Cairo, il film di Woody Allen, travolta dal suo mondo fantastico, mentre la realtà misera della sua vita reale restava inalterata. Certo, questo non dovrebbe succedere nelle analisi “fisiologiche”, dove l’analista attento osserva la “cesura”, anche quella tra la vita reale e la vita analitica, “… non l’analista, non l’analizzando; non l’inconscio, non il conscio; non la sanità, non l’insanità. Ma la cesura, il legame, la sinapsi, il (contro-trans)-fert, l’umore transitivo-intransitivo” (Bion,  1974, 99). Preoccupati della complessità della relazione analitica, della messa in evidenza e della risoluzione del transfert, forse facciamo poco caso a quanto talora la vita dentro la stanza d’analisi e quella fuori della stanza, per ciascuno dei due attori della coppia analitica, entrino in contrapposizione o siano collusivamente funzionali l’una all’altra. Le infrazioni dei confini, le violazioni del setting sono solo i momenti più evidenti in cui queste due vite parallele si incontrano o si scontrano disastrosamente. Altri sono invece gli effetti della coesistenza di tali dimensioni. Quando l’analisi si mette al servizio della vita del paziente come dovrebbe essere e accetta la sua inevitabile “secondarietà” all’altra vita, quella che ognuno dei due, analista e paziente, ha per sé e non condivide con l’altro se non per un punto marginale di contatto, allora ne vediamo gli effetti efficaci. Altre volte invece si genera un’altra situazione. Il transfert diventa ingannatore.