Intervista ad Antonello D’Elia

 

 

D.: Come si articola il vostro libro, dottor D’Elia?

 
 

 

 

R.: Già nel titolo abbiamo indicato i due poli tra cui si muovono tutti gli articoli, inediti, che compaiono nel volume: da una parte gli eventi luttuosi, la morte, dall’altro le potenzialità delle famiglie nel fronteggiare il dolore, nel superare la sofferenza. Si è scritto molto sulla dimensione individuale del lutto, sui processi laboriosi che portano le persone ad attraversare il confronto inevitabile con la morte di una persona cara ma non c’era traccia, in Italia almeno, di una riflessione sulla reazione della famiglia alla perdita di un suo componente.

 

 

 

D.: Un tema impegnativo…

 

 

 

R.: Senz’altro, anche emotivamente. Il nostro, comunque, è un libro sui vivi e non sui morti, su come quelli che rimangono si ritrovano a fronteggiare la mancanza. Se ci pensa, il termine lutto, in italiano, indica sia il lavoro personale, intimo, che avviene dentro ciascuno di noi quando perdiamo qualcuno, sia quel processo collettivo, sociale, rituale, che è presente in tutte le culture per facilitare il passaggio della sofferenza, per condividere con altri il dolore. Ci siamo interessati di come queste due dimensioni interagiscono: come dice il titolo di uno dei saggi: “Il lutto non è un fatto privato”,

 

 

 

D.: Lei e Andolfi siete degli psicoterapueti. Esiste una cura per aiutare chi subisce la perdita di un familiare?

 

 

 

 R.: Pensiamo che bisogna avere molto pudore nel parlare di terapia e di morte. Vi è una sproporzione tra un termine che associamo al trasformare, al far ricircolare la vita e l’inesorabilità e l’inappellabilità della morte. Non ci sono terapie riuscite, né trionfalismi nei confronti della morte, conta solo la capacità di aiutare a rimanere integri, di preservare spazi di relazione, di rapporto. Il dolore separa, non unisce: ciascuno rischia di chiudersi in una sofferenza intima alla quale sembra che nessun altro possa avere accesso.

Avviene così spesso anche nelle famiglie. Inoltre il dolore scatena emozioni molto potenti, come quelle legate alla colpa, alla rabbia: pensi alle lotte per le eredità che distruggono persone ed intere famiglie, come se contendersi dei beni, tanti o pochi che siano non importa, servisse a dimenticare la sofferenza e a rivendicare per sé, solo per sé, la perdita della persona che è morta. I casi in cui siamo chiamati a intervenire sono diversi: ci sono le difficoltà temporanee legate a una morte improvvisa, ingiusta, come quella di un figlio; poi ci sono sofferenze familiari diffuse, in cui la perdita scatena difficoltà profonde già presenti in precedenza, rivalità, invidie, incomprensioni; e infine situazioni in cui si strutturano vere e proprie patologie, come i lutti che durano in eterno, che non passano mai, come se si avvertisse la necessità di fermare la vita intorno alla morte. Siamo convinti che sia possibile attivare le risorse che sono presenti nelle famiglie, far circolare affetti e sentimenti bloccati, incistati. Non sempre, mai rapidamente, ma è possibile.

 

 

 

D.: Ci diceva che in Italia non c’è molta attenzione a questi temi. Perché?

 

 

 

R.: In un’epoca in cui tutto deve essere veloce e si tenta di sottrarsi al dolore in tutti i modi, c’è sempre meno spazio per chi, anziché ricorrere a medicine, crede nella capacità delle parole di esprimere le emozioni e nelle relazioni umane come ricchezza impagabile. In questo siamo in linea con gli altri paesi occidentali. Diciamo che da noi, in più, c’è meno coraggio che altrove a parlare di morte e di sofferenza nella realtà pragmatica, mentre privilegiamo le grandi dispute teoriche; lo stesso vale per la famiglia che difendiamo come se fosse un’ideologia mentre facciamo poco per sostenerla ed aiutarla. Una posizione che, purtroppo, è sia religiosa che laica.

 

 

 

 

 

D.: A chi è destinato il vostro libro?

 

 

 

R.: Non è rivolto solo agli specialisti e arriva, a mio parere, in un momento di grande attenzione sociale nei confronti della morte. Uscirà a breve anche una traduzione francese, a testimonianza che il tema è sentito anche fuori dai nostri confini.