Il dolore dell’analista. Recensione di Laura Colombi

Recensione di Laura Colombi

Il Dolore dell’Analista
Dolore psichico e metodo psicoanalitico

Di Maria Adelaide Lupinacci, Daniele Biondo, Laura Accetti, Mirella Galeota, Adelia Lucattini

Editore: Astrolabio

Anno:2015

Ci sono buoni motivi perché uno psicoanalista riservi un posto nei propri spazi concreti e mentali per il libro “Il dolore dell’analista”. Un libro interessante e autentico, che, nella scia di ricerca aperta nel 1986 al VII Congresso della SPI sul Dolore Mentale dall’interazione tra Lupinacci, Gambara e Cancrini, mette ora in scena l’interesse che altri colleghi hanno poi condiviso con Adelaide Lupinacci – nella formazione, nell’infant observation, nei seminari- per alcuni fenomeni che riguardano “più specificamente la risposta emotiva dell’analista al dolore del paziente e il dolore dell’analista stesso”(p.12).

In un’armonica circolarità tra teoria, clinica e dosate suggestioni letterarie, il libro si sviluppa in contributi individuali polarizzati su differenti declinazioni connesse al tema del dolore nella situazione analitica, contributi che sono intervallati a Intermezzi corali che “rappresentano il punto di vista collettivo degli autori in dialogo con l’autore del capitolo”. Una raffinata struttura del testo che riflette, anche a livello formale, lo sfondo teorico-clinico forte che percorre l’intero libro: la funzione imprescindibile e vitale per la mente umana (e per la buona ‘manutenzione’ della mente dell’analista al lavoro) dell’interscambio soggetto-oggetto, della condivisione duale/gruppale benignamente trasformativa.  Come scrive Lupinacci, entrando subito in media re: “Nella relazione […] la natura umana ha trovato il primo dispositivo per la gestione del dolore, non sorprende perciò che la perdita nell’ambito della relazione sia al centro dell’esperienza del dolore”(p.17).

Assunti chiari che si riverberano anche nella chiarezza dell’esposizione, evidente già dall’Introduzione, capace di circoscrivere e centrare la complessa specificità dell’argomento: “Mentre il dolore mentale non è certo un argomento inedito in psicoanalisi, il dolore dell’analista è raramente considerato come tale e nei termini in cui l’abbiamo identificato, teorizzato e declinato clinicamente all’interno del gruppo di lavoro di cui il libro è il frutto. Ovvero che il dolore provato dall’analista per sé e per il paziente è collegato in modo sostanziale al dolore che il paziente porta (o che il paziente non riesce a portare) nella situazione analitica. Inoltre è clinicamente evolutivo se l’analista riesce a soffrire il dolore così inteso e a starci; e così comprende la situazione e la sostiene. Intendiamo ‘soffrire il dolore’ nel senso in cui lo intende Bion, quando parla di persone che “sono così intolleranti nei confronti del dolore…..(o nelle quali il dolore è così intollerabile) da sentire il dolore senza soffrirlo [corsivo mio] (Bion, 1970, p.7)” Starci diventa un perno per il metodo psicoanalitico””(p.13).

Un preludio al tema del libro che ne porta subito in scena il motivo di fondo: l’imprescindibile legame tra  il  ‘poter/saper stare con il  dolore’ e il metodo psicoanalitico. Legame imprescindibile, secondo gli autori, per la portata clinica evolutiva che la capacità dell’analista di soffrire il dolore, di poterci stare senza doverlo subito eliminare, potendone così farne un’esperienza psichica, svolge ai fini trasformativi. Un’idea che, affrontata in modo insaturo e da prospettive differenti da Bion e Pontalis, si pone come colonna portante del testo, rimandando anche, fin dal primo capitolo, a un intricato nodo concettuale su cui mi sembra importante attirare l’attenzione: quello della distinzione del ‘dolore dell’analista’ per come viene qui inteso, dal “puro fenomeno di controtransfert”, per come si è venuto sviluppando più modernamente.  “Uno dei motivi per cui il dolore dell’analista è così poco considerato come tale e non viene a nostra conoscenza esplorato a fondo -scrive Lupinacci- è probabilmente il fatto che il dolore dell’analista sia stato assorbito nel più ampio capitolo del controtransfert normale e patologico [corsivo mio]”(p.12). Una sovrapposizione complessa (non sempre del tutto districabile) che, resa tale da una parte dal carattere enigmatico dell’affermazione bioniana “l’analista può, anzi deve soffrire”, dall’altra dalle evoluzioni, appunto, della concettualizzazione del controtransfert, viene meticolosamente indagata dagli autori nel corso dell’intero libro, sia sul piano teorico (specifico a tal proposito il Contributo di Gambara che riflette sui “diversi livelli, o strati, della sofferenza o dolore che l’analista prova”(p178)) che in quello clinico. Casi clinici capaci d’inscenare in “veri cammei” – come li definisce A. Ferro in Prefazione- le multiformi fenomenologie con cui l’analista deve cimentarsi e che deve accettare di soffrire e vivere – nel senso di accogliere e contenere- nell’impatto con le aree di dolore conseguenti a traumatici fallimenti nell’area della dipendenza primaria, del ciclo benigno dell’identificazione proiettiva .

L’integrazione tra una filtrata cultura psicoanalitica (che mostra con competenza legami, ma anche  discontinuità, nel pensiero di Freud, Klein e Bion ) e una ‘vissuta’ esperienza clinica sottostante, prende forma in una scrittura semplice ed efficace, che accompagna il lettore dentro i complessi risvolti di quel “dolore primitivo” che, protagonista del libro, viene via via  messo a fuoco nelle sue precoci,  drammatiche, origini e nelle sue spesso disorientanti manifestazioni nella stanza d’analisi. Manifestazioni a volte così incistate, nascoste e camuffate, da poter non essere colte dall’analista stesso  nella loro intrinseca qualità catastrofica; a volte trasformate in rabbia, noia, vuoto, sensazioni corporee, che invadono il campo, ipnotizzandolo in senso antitrasformativo; a volte così struggenti da sembrare inaffrontabili, ponendo allora in modo acuto l’analista di fronte a un “dilemma emotivo ed etico” intrinseco al metodo. Una tonalità drammatica che tuttavia non diviene mai nel libro indulgenza al ‘tragico’, per la capacità degli autori di ‘ossigenare’ i contenuti tenendo sempre viva l’attenzione anche su una “seconda componente, opposta e complementare” dello psichico: quell’esperienza del piacere che, esperita fin dalle origini nei giusti dosaggi – e nell’esperienza relazionale analitica come auspicabile “esperienza estetica”- garantisce la forza soggettiva che permette di soffrire il dolore “senza esserne psichicamente annientati, inariditi, congelati (p.18)”. Trasformando dunque il dolore  da qualcosa che deve essere evacuato, a qualcosa che può essere transitato. Un dolore “consolato”.

Un merito particolare del libro è quello di riuscire a muoversi sull’argomento focalizzato aprendo contemporaneamente l’obbiettivo su questioni più ampie, tra cui, prima tra tutte, come ho accennato, quella relativa al metodo e agli strumenti psicoanalitici. Tema questo che, pur percorrendo come un fiume carsico tutto il testo, emerge in modo visibile nel secondo Intermezzo corale che si concentra sulla necessaria distinzione tra metodo e tecnica. Costante il primo, nel suo fondarsi sulle “libere associazioni/attenzione liberamente fluttuante/rêverie; transfert e controtransfert; analisi dei sogni”; variabile la seconda, che evolve con l’evolvere della teoria, continuamente in rapporto con le acquisizioni e le esperienze derivate dal mutare delle aree di sofferenza. “Diventa ora più chiaro -leggiamo- cosa intendiamo quando sosteniamo che per l’analista la capacità di ‘soffrire il dolore’ per sé, per il paziente e del paziente  è parte del metodo psicoanalitico e che le variazioni della tecnica nelle diverse fasce di età e ai diversi livelli di funzionamento psichico vanno differenziate dalla perdita dell’assetto analitico (p.68)”.

Su questo sfondo, un’idea portante del libro, che desidero marcare, emerge con evidenza nei bei capitoli che, partendo dalla clinica infantile e degli adolescenti, contestualizzano aspetti specifici del tema  in queste aree di cura, valorizzando in tal modo la continuità tra analisi infantile, degli adolescenti e degli adulti come dato insito nel metodo. Il metodo psicoanalitico è ‘uno’ perché unitario è il funzionamento della mente, diversi sono i linguaggi e le modalità di espressione.

Due ultime notazioni in conclusione. La prima riguarda una particolare capacità del libro di portarci nel vivo dello specifico clinico presentato usando il pensiero degli autori (Bion, Pontalis, Ogden, ma anche  altri tra cui, non credo a caso visto il tema, molte donne) mai in modo scolastico e precostituito, ma,  privilegiando il telos della cura, sempre come strumento di volta in volta utile a possibili trasformazioni benefiche. La seconda, derivata dalla clinica odierna, riguarda l’importanza di un serio lavoro d’indagine che gli autori ci permettono di fruire attorno a  quelle aree di sofferenza primaria che, spesso mimetizzate da sofisticate sovrastrutture difensive, rischiano di non venir colte né elaborate e, rimanendo ‘ai margini del lettino’, condurre a gravi impasse o analisi infruttuose.

Laura Colombi

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