“Il lato opposto della pelle”di L. Bonini. Recensione di L. Ravaioli

“Il lato opposto della pelle” di Luca Bonini

(Historica edizioni, 2018)

Recensione a cura di Laura Ravaioli

 

Nell’aprile del 1984, una domenica mattina in cui i nostri vicini di casa erano felici per il primo vento caldo della stagione, all’età di dieci anni, ho accoltellato mio padre (…) Ventun anni dopo, presa la laurea in medicina e la specializzazione, sono ritornata in una comunità terapeutica per ragazzi difficili, vinto il concorso per un posto di neuropsichiatra infantile” (pag. 9). Si apre così il romanzo del Dr. Luca Bonini, collega psicoterapeuta. Siamo subito coinvolti nella storia personale di Teresa, che sentiamo provocatoria, perché costringe a (ri)fare i conti con i fantasmi familiari e con la de-idelizzazione della scelta di una professione di aiuto, situazione ben descritta da Glauco Carloni: “La psicoanalisi consente di accertare come, nella vocazione sanitaria in genere e in quella psichiatrica in particolare, sia rintracciabile l’inconscio progetto di curare negli altri quegli stessi mali che si dispera di poter controllare in se stessi: fai, insomma, agli altri quel che temi debba essere fatto a te” (Carloni, 1982, pag. 35). Nel corso della narrazione scopriamo che quelle ferite subite e inferte da Teresa sono feritoie (nella felice associazione di termini di Aldo Carotenuto) attraverso cui può vedere la sofferenza dei suoi giovani pazienti.

Il cuore e l’intestino “fanno le bizze”, ci parlano di emozioni tumultuose, difficili da pensare e da digerire, che per trovare una scarica prendono la via del corpo.  Ma anche sembrano trovare espressione nei diversi personaggi del libro: nella rabbia di Laura che “l’aiuta a sentirsi meno sola” (pag.17), nell’idealizzazione di Berlinguer da parte di Enrico, nella ricerca di Francesca, nell’antisocialità di Rat e di Deborah e in personaggi minori.

La sensazione alla lettura del romanzo è di incontrare più protagonisti: ci muoviamo tra le pagine come tra gli appunti di uno psicoterapeuta, che sa mettersi da parte per lasciare spazio al vissuto dell’altro, tiene diligentemente nota di ciò che avviene nell’incontro con i pazienti e dei suggerimenti del supervisore, ma che è anche molto attento alle proprie sensazioni ed emozioni in seduta, ovvero al proprio controtransfert: non solo “macchia cieca” ad ostacolare il trattamento, ma piuttosto “un indicatore assai rapido e sensibile dei processi inconsci del paziente” che avvicina più al “nocciolo del problema di quanto non lo sia il ragionare” secondo la posizione di Paula Heimann (Albarella, Donadio, 1998).

Non mancano episodi di attrito con le rigidità istituzionali, avvertite distanti dall’esperienza quotidiana. Il supervisore Dr. Baldo aiuta la protagonista a dipanare la matassa delle dinamiche personali e relazionali, ma soprattutto la aiuta ad andare oltre gli schemi categoriali imparati all’Università e ad avere fiducia nella propria capacità osservativa (“Prima della diagnosi, dimmi, com’è la nostra Laura?” pag. 99) all’interno di un setting che non sembra bastare a proteggere dagli sconvolgimenti affettivi, e in ogni caso non è mai tiepido: “Possiamo accettare l’idea che l’odio è più potente dell’amore? O cosa possiamo fare perché, come ci hanno insegnato le favole che ci raccontavano da bambini, alla fine il drago sia ucciso?” (pag. 128). Le parole, in corsivo sul testo originale, sono le riflessioni personali di Teresa, ma anche dell’autore e di tutti noi lettori.

Ciò che accumuna i personaggi del libro, mi pare, è la ricerca di un padre, perché “chi non ha un padre se lo deve dare” (pag.170), una grande verità messa in bocca al Dr. Baldo, e come Ferenczi ci descrive nel Diario Clinico, lo si può ricostruire nella relazione psicoanalitica : “L’amore e la forza dell’analista, supponendo che la fiducia in lui abbia radici abbastanza profonde e sia sufficientemente grande, hanno quasi l’effetto di un abbraccio di una madre amorosa e di un padre protettivo” (Ferenczi, 1958, 25 marzo 1932, pag. 132). Mi sembra di aver trovato traccia di questi padri protettivi anche nei ringraziamenti dell’autore, anch’egli padre.

Gli appassionati di psicoanalisi e i giovani colleghi avranno piacere di trovare citato nei dialoghi il testo “Un tempo per il dolore” di Tonia Cancrini, oltre a “Lettera per un apprendista stregone” (A. Carotenuto), ma anche neologismi come l’ “Odiogdolo”, organo psichico che si forma nell’adolescenza (pag. 219) e nuove definizioni, come quella di famiglia: “il luogo dove non ti senti troppo strano” (pag. 272).

Forse a tutti i lettori verrà da chiedersi se i personaggi del romanzo siano reali o frutto della fantasia del Dr. Bonini. Gli è stato chiesto in un’intervista e questa è la sua risposta: “Le mie storie sono tutte inventate, è un patto troppo grande quello della riservatezza tra paziente e terapeuta per essere infranto”.  In un contesto sociale in cui l’esibizione mediatica sembra prendere il sopravvento, questo romanzo, che ci permette di divulgare onestamente riflessioni psicoanalitiche, è un dono.

 

 

Riferimenti bibliografici

Albarella, C.; Donadio, M (a cura di) Il Controtransfert- saggi psicoanalitici. Liguori Editore 1998

Carloni, G. “La meravigliosa avventura della psicoanalisi” Scritti scelti 1974-2001. Ed. Guaraldi, 2005

Ferenczi, S. (1958) “Diario Clinico. Gennaio- Ottobre 1932” Raffaello Cortina Editore, 2004

Luca Bonini racconta “Il lato opposto della pelle” Cultora , Portale italiano di informazione culturale  13 Mar 2019, http://www.cultora.it/26058-2/

 

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