“Lavorare psicoanaliticamente oggi” A cura di L. Masina e N. Rossi. Recensione di A. Sessarego

Lavorare psicoanaliticamente oggi. A cura di L. Masina e N. Rossi

LAVORARE PSICOANALITICAMENTE OGGI

A cura di Luisa Masina e Nicolino Rossi

(Guaraldi, 2021)

Recensione a cura di Antonella Sessarego

Dobbiamo all’impegno ed alla passione di Luisa Masina e Nicolino Rossi, la nascita di questo bel volume che raccoglie alcuni dei contributi presentati al Centro Psicoanalitico di Bologna tra il 2017 ed il 2020. E’ una tradizione consolidata, nell’ambito delle attività scientifiche del Centro bolognese, dedicare alcune giornate alla formazione, rivolte ai professionisti che operano nel campo dell’assistenza psichiatrica e psicologica e più in generale a tutti coloro che svolgono professioni di aiuto.

 

Olafur Eliasson 2019
Olafur Eliasson 2019

Questa tradizione rappresenta un filo costante  che lega il Centro  al territorio. Sono eventi di alta qualità scientifica,  di approfondimento e confronto, con una numerosa e attiva partecipazione, che offrono anche una visione reale ed aggiornata sulle difficoltà e i disagi di chi lavora in questi ambiti.

Questo aspetto è ben sottolineato nel titolo del libro, con il richiamo al lavoro psicoanalitico che facciamo, o che incontriamo, in questo “oggi”, parola chiave, che associa il rapporto che abbiamo con l’attuale, il contemporaneo, ma anche inevitabilmente con il  nuovo, l’inaspettato, il diverso.

Leggendo il libro questa  promessa  è pienamente mantenuta.

I temi affrontati sono fondamentali ed attuali, ogni autore li declina secondo il proprio stile, offrendo un panorama di punti di vista e di sviluppi diversi, come spesso  diverse sono le appartenenze teoriche. Tutti i lavori sono accomunati  da un linguaggio chiaro,  con parti cliniche interessanti e sempre ben articolate con la teoria, e  le  escursioni in campo letterario e cinematografico danno un respiro piacevole alla lettura.

Un valore aggiunto sono senz’altro le puntuali ed efficaci presentazioni che Luisa Masina fa delle varie sezioni  del libro.

Talvolta prendendo “a prestito” la fisica (“Invarianze e variazioni del setting”), nell’efficace paragone tra setting e concetti fisici come crisi, spazio-tempo, confini; o come quando utilizza un brevissimo e suggestivo frammento clinico (“ La rêverie e la persona dell’analista”) dove è il volo di due insetti che fa incontrare le angosce di paziente ed analista.

Queste presentazioni sono come un filo di seta, sottile, trasparente, che armonizza ogni intervento con l’ altro, ma non per forza li lega. Questo ci consente, come lettori, quell’operazione, che ricorda Stefano Bolognini nella sua bella prefazione, di poter dare  un diverso ordine alla lettura.   Si può cominciare a leggere seguendo i propri interessi o curiosità, il libro è costruito in maniera agile e sobria.

Nella Introduzione Nicolino Rossi presenta i vari contributi, mettendone bene in evidenza i punti salienti.

I lavori sono selezionati ed organizzati in tre aree all’interno delle quali sono individuati dei filoni più specifici.

1) Agire, sognare, pensare il trauma: trasformazioni ed esiti dell’esperienza traumatica

2) Setting:Variazioni, estensioni, infrazioni

3) Lavorare psicoanaliticamente oggi: strumenti e tecniche nella relazione di cura

 

La prima parte, Agire, sognare, pensare il trauma: trasformazioni ed esiti dell’ esperienza traumatica, si divide in due filoni. Il primo, Il sogno e il sognare nella cura  si apre con il bel lavoro di  Paola Golinelli Cosa resta del sogno? che ci invita a riflettere  sulle molteplici facce del sogno. Partendo da Freud l’autrice traccia l’evoluzione delle teorizzazioni sul processo onirico, arrivando a Bion, alla seduta “come sogno”, ed alla capacità sognante dell’analista che aiuta il paziente a riattivare la propria capacità di sognare. Ci guida in questo percorso un  materiale clinico ricco, ma anche bellissimi brani di letteratura e di cinema sapientemente scelti.

Massimo Vigna-Taglianti con Funzione traumatololitica del sogno e sviluppo della capacità onirica ci porta, partendo da Ferenczi, dentro la teorizzazione post bioniana dell’esperienza onirica. Dalla natura  relazionale del trauma antico alla possibilità nel presente della relazione analitica di poterlo rappresentare ed elaborare.

Il secondo filone, Il trauma e la cura come trauma, sempre introdotto da Luisa Masina, si apre con Trauma e malinconia di  Luis Martin Cabrè  che ripercorre il fondamentale contributo di Ferenczi al tema del trauma. Il dolore derivato da una esperienza traumatica precoce  e la conseguente dinamica melanconica, fanno mettere in relazione l’ idea ferencziana di “identificazione o introiezione con l’aggressore” con il concetto freudiano di “identificazione narcisistica”.

Con il suo bel contributo Silvia Molinari Negrini  propone  un classico: Rileggendo “Confusione delle lingue”.   A partire  da questa rilettura si apre il più ampio discorso sulla distanza dal paziente, sul riconoscerne la lingua, sull’ascolto attento, sulla sincerità e sull’autenticità, e come ci dice l’autrice, qui ritroviamo le basi di tanta psicoanalisi attuale con i suoi interrogativi.

La seconda parte, Setting: Variazioni, estensioni, infrazioni  raccoglie anch’essa due filoni. Il primo, Invarianze e variazioni del setting,, si apre con Imparare l’arte e….lavorare psicoanaliticamente: costanti e varianti del setting psicoanalitico nella clinica contemporanea, di Nicolino Rossi. E’ un lavoro corposo, che riesce a tracciare un percorso attraverso il setting  a partire da un primo interrogativo su che cosa caratterizza la pratica psicoanalitica, dove il setting è stato spesso considerato elemento qualificante, fino ad   arrivare ad un efficace esempio di estensione del setting nel lavoro con le coppie.

Di grande suggestione, grazie anche al materiale clinico contenuto, è Quanto fa uno più uno? Campo ed estensioni della psicoanalisi, di Angelo Macchia, che affronta il tema del setting con particolare attenzione al modello di campo e alle implicazioni sul funzionamento mentale dell’analista in seduta. Nell’ultima parte del suo lavoro l’autore esplora il concetto di risonanza empatica, attingendo anche dalla fisica quantistica e dalla ricerca neurobiologica, per un approccio che  definisce il  “soggetto in campo”.

Rotture del setting è il titolo con cui si apre il secondo filone. Benedetta Guerrini Degl’Innocenti con Pazienti con funzionamento psichico al limite: un limite del setting o un setting “al limite”?  affronta il problema della flessibilità del setting. Come ben spiega l’autrice,  può significare “abitare sul bordo”, in una condizione di sospensione dove c’è confusione e movimento e dove la temporalità è sospesa. Questa condizione rappresenta l’unica possibilità di cura per pazienti borderline/al limite, che transitano da una posizione all’altra  e possono essere colti soltanto in una prospettiva allargata.

Irene Ruggiero nel suo lavoro Surplace: quanto lavoro psichico occorre per mantenere stabile il setting sposta il focus sul rapporto tra setting e dimensione etica del lavoro analitico. E’ all’interno di un’etica, che non può mai essere assoluta, ma sempre relativa a ciò che è etico in quel trattamento e all’interno di quel contesto ambientale, che si rende necessario un lavoro di mediazione tra le varie istanze interne, attraverso un dialogo incessante e totalmente aperto alle tante voci  in campo.

Nella terza area, Lavorare psicoanaliticamente oggi: strumenti e tecniche nella relazione di cura si affrontano  temi legati al trattamento di pazienti appartenenti a quei territori fino a qualche tempo fa poco esplorati, con particolare attenzione alla relazione analitica e ai fenomeni intersoggettivi.

Il primo filone, La rêverie e la persona dell’analista: oltre l’interpretazione si apre con Prospettive attuali sul cambiamento in psicoanalisi: il paradosso del giocare e l’enactment, di Anna Maria Nicolò. Il filo conduttore è la rilettura del pensiero winnicottiano e della sua grande attualità nel dialogo psicoanalitico con i pazienti adulti, dove la capacità di giocare con il paziente restituisce la libertà associativa e l’analista è chiamato a mettersi in gioco come persona.

Claudio Arnetoli con il suo Rêverie e terzo analitico intersoggettivo, ci guida attraverso una progressiva costruzione di quella formazione intermedia ed intersoggettiva, unica e irripetibile, che si crea nella relazione analitica.

Con Intuizione e tessitura della rêverie, di Fulvio Mazzacane, entriamo nella concettualizzazione bioniana della rêverie e con l’aiuto di materiale clinico molto interessante, l’autore ci guida con grande chiarezza espositiva attraverso concetti non sempre facili.

Nel suo lavoro Rêverie: Transiti nell’arcipelago psicoanalitico Maria Ponsi introduce il concetto di rêverie che come altri concetti psicoanalitici fa parte di un arcipelago. L’idea è  che la psicoanalisi non sia una entità unica, ma sia semmai rappresentabile come un insieme di isole, ovvero modelli teorico- clinici, alcuni più grandi, altri più piccoli, talvolta collegati tra loro, talvolta distanti, e per questo ogni concetto possa transitare anche in isole diverse rispetto a quelle in cui è nato o si è sviluppato. Un lavoro lucido ed originale con il pregio di una grande chiarezza e coerenza.

Enactment. Drammatizzare i pensieri  è l’ultima sezione del libro, dopo la bellissima introduzione di Luisa Masina, troviamo un lavoro scritto a più mani: Boccara, Meterangelis, Monari, Riefolo  Acting, azione ed enactment in campo . Si tratta di un contributo completo e complesso, che gli autori ben armonizzano, sicuramente anche per la loro consolidata capacità di pensare e lavorare insieme. Si addentrano nella realtà complessa dell’essere psicoanalisti dentro le istituzioni psichiatriche e del poter lavorare come tali, al di là delle difficoltà e delle differenze. E’ sempre la mente dell’analista/terapeuta a fornire l’opportunità al paziente di fare l’esperienza inedita di conoscenza dei propri contenuti mentali. Un ricco materiale clinico ci porta dentro questo “laboratorio”.

 

Ci interroghiamo sempre più spesso sul senso della contemporaneità: nuove psicopatologie, nuovi assetti concettuali, nuove mutazioni del setting, lavorare psicoanaliticamente è contemporaneo?

Che cos’è il contemporaneo?  è l’interrogativo con cui titola il suo libro il filosofo Giorgio Agamben ( 2008).

“ E’ davvero contemporaneo chi non coincide perfettamente col suo tempo né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo”.

Possiamo riconoscere qualcosa di noi come analisti in queste parole? Alle tante domande e richieste dell’oggi l’analista al lavoro risponde con il suo assetto mentale, costituito da un lato da una sorta di “isolamento parziale” rispetto a sollecitazioni esterne (culturali, sociali, familiari) ed interne (emozionali, affettive, mnesiche), dall’altro “tutte queste dimensioni restano (….) filtrate ma presenti” (Hautmann Gr.,  2019), in quello scarto così come descritto da Agamben.

Dentro questo libro si riconosce uno spirito di apertura e pluralità, di analisti che lavorano psicoanaliticamente, nella dimensione e nelle richieste dell’oggi, ma che ci offrono anche una “presa diretta” sulla sempre affascinante questione sulla natura dell’ identità dell’analista (Focus: L’Identità analitica dell’analista, 2017).

Bibliografia

AA.VV. Focus: L’Identità analitica dell’analista (2017) Riv. di Psicoanal. 2, 367-445

Agamben G. (2008) Che cos’è il contemporaneo?  Nottetempo Roma

Hautmann Gr. (2019) Commento a La cura psicoanalitica contemporanea (a cura di T. Bastianini e A. Ferruta) Presentato a: Dialoghi Aperti- Autori Lettori Pubblico, Firenze 11 Maggio 2019

 

Hautmann G. (2019) La cura psicoanalitica contemporanea /Dialoghi Aperti

 

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