“Oltre” di A. Cusin, L. Fattori, M. Stanzione e G. Vandi. Recensione di G. Di Chiara

Oltre. Il senso di infinito a partire dal “Sentimento oceanico”

A cura di A. Cusin, L. Fattori, M. Stanzione Modàfferi e G. Vandi (Alpes, 2019)

Recensione a cura di Giuseppe Di Chiara

 

 “Oltre” si legge con interesse.  Prima di tutto perchè è un libro che si fa leggere volentieri, scritto bene e con un autentico interesse degli Autori ai loro argomenti, pieno di riferimenti a diversi e interessanti temi.

L’esistenza di un desiderio e di un bisogno di “oltre” nell’uomo, che c’è, è importante, ed è anche minacciata da derive culturali di vario genere nei diversi tempi della nostra storia, di per sè non mi pare che sia una prova che “oltre” sia espressione, anche nascosta, della divinità, almeno nel senso di una divinità unica, personale e metafisica. E’ oltre. In psicoanalisi è prima di tutto l’oltre del mito di Edipo, che volle sapere, ed è anche l’impulso a sapere, la passione epistemofilica che non si esaurisce, perchè ogni ritrovamento è sempre parziale e pensare di avere finalmente trovato è onnipotente e spegne la ricerca. La hybrissmodata distrugge l’evoluzione, perchè non ha la misura. Prometeo è colpevole di pensare che, rubato il fuoco, egli sia simile agli dei. Egli molto altro ruberà agli dei e alla natura, e addirittura, nei tempi attuali, deve sapere che egli stesso, l’uomo, deve proteggere e sostenere, il nume o la natura, da cui continuamente attinge energia, cibo, sostegno. La chiave di volta dell’Edipo, come cardine dell’ominazione, è di non arretrare nella ricerca, una volta che la parola e la coscienza hanno acceso la sua curiosità. Non sottrarsi al conflitto, non esaurire il conflitto, soccombendovi, ma sapendo aspettare il tempo giusto. Il bambino non è il genitore, il bambino non può rimanere bambino, il bambino diventerà a sua volta genitore e attiverà di nuovo il conflitto, il confronto e con questo la crescita.

Maria Stanzione Modàfferi scrive pagine molto belle sul finito e l’infinito, che coesistono, come coesistono in geometria la retta e il segmento. L’aggiunta dell’infinito, imprendibile, consente esplorazioni fondamentali ai fisici, matematici, ricercatori d’ogni tipo, ma anche a filosofi e teologi.. Questi esercizi salutari attorno alle potenti dicotomie in psicoanalisi vennero coltivati nella psicoanalisi italiana, soprattutto nell’area veneta e da Giorgio Sacerdoti e poi con lui Agostino Racalbuto. Penso a “Differenza, indifferenza, differimento” del 1997, o “Tolleranza e intolleranza” del 1995. Per godere della dicotomia finito-infinito bisogna accettare il limite e rinunciare all’onnipotenza, che è la soluzione, mai definitiva, dell’ Edipo.

Lo scritto di  Cesare Secchi propone tante belle esperienze di “awe”, senza annegarvi, ma reggendole, per come, certo, sa fare meglio l’artista. Mi è venuta in mente la potente chiusa della cantica del Paradiso di Dante : “All’alta fantasia qui mancò possa………”.

Il  bel lavoro di Lidia Leonelli Langer sviluppa il  tema degli opposti e la ricerca dell’ “oltre”, con un preciso riferimento all’amore, e cioè all’investimento con la sessualità e la sua sublimazione, questo compito così importante, soprattutto nelle separazioni, che caratterizzano la crescita e la vita. E poi bisogna sopravvivere alle dicotomie claustrofile e claustrofobe. Mi vengono in mente “Talatta” di Ferenczi e “La mente estatica” di Fachinelli. In questo scritto vi è uno spunto religioso discreto, soffuso, che accompagna lievemente il lettore per tutta la sua lettura.

Ci si rende conto, a questo punto, che il libro è di grande rilievo per la crisi che stiamo attraversando, soprattutto in termini di “perdita dell’umano”, di “disumanizzazione”. Vi è infatti un crescendo impetuoso nei lavori che seguono, fino alla fine del libro, che tocca, finalmente, il tema dell’alienazione nel meccanico e della scomparsa dell’umano, verso il quale gli psicoanalisti si sono mostrati, finora, mi è parso, ritrosi e intimiditi. Eppure Francesco Corrao ci aveva avvertiti con una sua nota malinconica sull’uomo  “eteronomo di oggi, integrato a malincuore in una società sempre  più strutturata ed informatizzata, che consente solo a pochi di coltivare credenze ed ideali, sentimenti di solidarietà  e sicurezza” (Corrao,1992, p.53).

Comincia  Gabriella Vandi con la sua messa in evidenza dei nuclei perversi presenti nelle “patologie del limite” con la loro disumanizzazione e il loro sado-masochismo.

Continua  Paolo Augusto Masullo indicando la condizione critica in cui si trova una umanità che non riesce più a reggere la separazione da una totalità perduta. A me viene in mente il mito della cacciata dall’Eden, l’inizio della ominazione, la cessazione della regolamentazione istintuale che governa tutti gli altri animali, compresi i nostri progenitori, ( tutto ciò a partire dal “sapiens” ?), per essere affidata a “virtute e conoscenza”, ad una regolazione etica autonoma, tutta da costruirsi, perchè l’io da solo non ce la può fare e farà posto all’altro generando la formazione del super-io. La crisi attuale – così Masullo – presenta un mondo “senza uomo”, perchè questo si dissolve nel post-umano (in coninuità con la natura), nell’iper-umano ( nell’egoteismo) e nel trans-umano (in una concezione totalmente edonistica  e cognitiva dell’essere). Quest’ultima apre le porte al delirio d’immortalità, attraverso l’enorme minaccioso rischio del “trasferimento della mente su di un substrato non biologico ma tecnico-informatico” ( p.83). ( I lavori sono già – mi viene da dire- in fase avanzata). Ibridazione bio-tecnologica, accumulo di dati (datismo), nichilismo e negazione dell’orizzonte affettivo e dei sentimenti sono gli ingredienti. Masullo non si sottrae,  però, alla ricerca di un rimedio e lo indica nell’accettare la sfida, non arretrando e resistendo, ma andando oltre, non “tradirsi” nella propria umanità, ma “tradursi” in un “oltre-che.umano” che  “continui a coltivare sentimenti” e che “recuperi un essenziale sentimento di appartenenza alla totalità”.

Rita Corsa continua il racconto delle trasformazioni indotte dall’impiego delle biotecnologie, quando queste, non integrate nell’umano, si fanno egemoni della persona. E’ come se l’antica “macchina influenzante” dei deliri si concretizzasse nelle protesi biotecnologiche. L’autrice mostra come lo psicoanalista riesca a saltare sul treno in corsa del delirio del paziente, per trovarsi prima un suo piccolo spazio, ed  esercitare, poi, pazientemente  una “reverie umanizzante”, che aiuti a contrastare la maniacale “deificazione della macchina” e l’artificiale illusione di immortalità.

Mario Aletti scrive un bel pezzo di psicoanalisi e religione, seguendo con cura ed affetto la vicenda umana e scientifica di Lou Salomè.

Guelfo Margherita ci dà una densa riflessione attorno al fenomeno dell’essere all’unisono sulle orme di Bion e di una sua personale riflessione sul tema da lui coltivato da molti anni.

Lo scritto di Ambra Cusin è una riflessione sull’infinito nella mistica ebraica. Quello che mi colpisce è il costante incrocio di finito e infinito, di fisica e di teologia, di filosofia e di scienza, di costruzioni delle origini del mondo e della vita tra racconti mitologici e astrofisica. Ci sarebbe stato bene Theilhard de Chardin con la sua visione di una evoluzione da omicron ad Omega. E naturalmente ci si trova bene Bion con il suo contributo e Grotstein con il suo suggerimento di assegnare anche allo psicoanalista competenze mistiche: la psicoanalisi tra la scienza e la Cabbala.

I curatori del volume raccolgono le conclusioni nel capitolo di chiusura. Essi sottolineano come non si aspettassero di trovare conferme filosofiche – religiose sull’ “Oltre”, ma piuttosto prospettive psicoanalitiche e conoscenze  “sui risvolti emotivi che il pensiero dell’infinito muove nell’uomo”. Esce confermato che nell’esperienza dell’infinito si realizzi una “regressione”, un ricollocamento della struttura psichica a livelli primevi della vita di ognuno, così come della specie. Ma Dio dov’è ? “Forse Dio è quel qualcosa che fornisce un nome all’infinito irrappresentabile a cui l’uomo ha sempre pensato” (Cusin, 2017, pag.214). Vi è poi nell’esperienza dell’infinito, dell’oceanico, della totalità, dell’ oltre, un senso di contatto sicuro con un materno che include e protegge.  Ma perchè questo non può essere attribuito anche all’infinito materiale nel quale siamo immersi? ( Kant e il cielo stellato ). Meltzer ha rifondato un senso religioso quando ha scritto – cito a memoria- come il paradosso stia nel fatto che un ebreo, Freud, abbia ristabilito nel cuore dell’uomo il Dio che nella modernità era caduto dai cieli.

Questo più piccolo dio – voglio aggiungere –  è la rappresentazione viva e operante di strutture psichiche che si sono formate nel corso della vita – dall’infanzia in poi, compresa l’analisi, se ve ne è stata una – . Esse forniscono protezione e guida all’io, che è così solo! Fanno parte del super-io, ne sono la parte migliore e irrinunciabile. L’esperienza dell’ “oltre”, allora, può essere immaginata come una esperienza conoscitiva ed illuminante che fa l’io da solo, in uno stato di regressione al servizio dell’io ( ricordiamo Kris ), assistito da oggetti psichici superegoici buoni e protettivi che sanno stare in silenzio e in disparte contenti che il loro protetto sappia, cresca e sia felice. Per questo ritengo che in psicoanalisi vi debba essere esperienza di “oltre”, si debba cercare esperienza di “oltre”, anche se non sempre vi si riesce.

 

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