“Prendersi cura” di L. Preta. Recensione di G. Giustino

"Prendersi cura" di L. Preta

“Prendersi cura”

A cura di Lorena Preta

 (Alpes, 2021)

Recensione a cura di Gabriella Giustino

 

 

Il prendersi cura  come arte dell’esistere

Il libro curato da Lorena Preta  intitolato “Prendersi Cura” è il frutto  di un ciclo di seminari aperti al pubblico  organizzati  a Roma  dall’Enciclopedia Italiana Treccani  e dalla Società Psicoanalitica Italiana tra il dicembre 2018 e il novembre 2019.

Questi incontri avevano l’intento, a mio avviso riuscito, di attivare un dialogo inter disciplinare tra esperti (filosofi, registi, artisti antropologi e psicoanalisti) intorno al tema del prendersi cura, così importante per la nostra disciplina e per la nostra identità psicoanalitica. Personalmente ho partecipato ad alcuni di questi incontri e posso testimoniare la vivacità e la profondità che ho riscontrato nei contributi e  negli interventi appassionati del pubblico. I seminari si sono svolti prima della pandemia ma l’effetto di quest’ultima, che ci ha reso sempre più consapevoli dell’umana fragilità, rende ancora più attuale e  stimolante  la lettura di questo contributo.

Anna Nicolò nella prefazione ci ricorda la vocazione sociale di molti importanti psicoanalisti- come ad esempio Anna Freud che accoglieva a Londra in comunità i bambini orfani di guerra- e il contributo centrale di Winnicott al tema della cura .

La differenza e l’interdipendenza, evidenziata da quest’ultimo, tra il   “cure”  e il “care” , il curare e il prendersi cura,   ci aiuta a entrare nel vivo di questo libro .

Molti concetti winnicottiani, del resto, rimandano al termine polisemantico di cura, basti ricordare  quello di malattia normale e di madre sufficientemente devota come estensioni del concetto di holding.  Il caregiving  è definito  come fenomeno fondante  dell’essere umano a partire dalle prime e precoci interazioni madre bambino che determinano quell’essere  soli-insieme- all’altro che è alla base del nostro senso di noi stessi e del mondo.

La visione relazionale dell’essere umano, d’altra parte, pervade sempre più le scienze umane e, in psicoanalisi, la mente è attualmente  concepita come qualcosa che non sta solo nei confini del singolo individuo, ma che si sviluppa nell’incontro intersoggettivo con altre menti  e può intendersi come mente sociale estesa.

Il libro è articolato in cinque sezioni interconnesse e complessivamente affronta il tema del prendersi cura come necessità ontologica del nostro essere ed etica fondante degli esseri umani (Mortari, 2015).

Impossibile restituire in questo mio breve contributo la ricchezza dei molti articoli del libro che si apre con una riflessione sul tema del binomio negazione/condivisione. Il filosofo Roberto Esposito ci fa riflettere sul negativo ineliminabile dalla storia e dalla vita, concepito come fondamento stesso della nostra esistenza e intrecciato indissolubilmente al positivo. Il positivo senza il negativo non sarebbe neanche avvertibile, non avrebbe un orizzonte su cui delinearsi;  la condivisione può essere vista  come  figura alternativa di un  negativo relativo inteso come diversità che stabilisce il senso della differenza, non necessariamente dell’inimicizia.  Partendo dal vertice psicoanalitico del lavoro del negativo di André Green, Andrea Baldassarro sviluppa invece il tema del negativo come qualcosa  che non può essere escluso dall’esperienza  e che,  proprio grazie all’assenza,  instaura la possibilità di pensare e rappresentare nella mente l’assenza stessa.

Nella sezione dedicata a un’umanità in cambiamento, troviamo ulteriori interessanti e originali spunti di riflessione.

Alfredo Lombardozzi scrive della cura nella contemporaneità intesa  sia come cura  della realtà psichica che di quella esistenziale, che accomuna soggetto e oggetto e si estende alla cultura.

La cultura è dunque considerata come un  terzo condiviso della cura e come luogo dove le componenti della realtà sociale e esistenziale  si intrecciano  con la dimensione intrapsichica diventando veri e propri  fattori analitici. Segue un’irrinunciabile riflessione sulla fenomenologia del rapporto tra nuove tecnologie e socialità che lucidamente l’antropologo Fabio Dei affronta in modo non “apocalittico”, concentrandosi sull’aspetto positivo della rete che è stato ancor  più evidenziato in questo tempo di pandemia.

Il lockdown  ha  infatti determinato come effetto positivo un ulteriore sviluppo delle reti di prossimità,  solidarietà, volontariato e  cura  che si muovono sul terreno delle culture del dono.

Il libro approda poi al tema delle migrazioni, in bilico tra rifiuto e accoglienza che Gohar Homayounpour analizza elaborando il concetto di migrazione inversa, fenomeno che si verifica negli uccelli quando volano nella direzione opposta a quella della loro specie durante il periodo delle migrazioni. Negli esseri umani questo fenomeno si realizza quando la crisi delle civiltà più evolute e cosmopolite spinge alcune minoranze a ri-emigrare nelle zone rurali come segno inequivocabile di crisi del paese che li ospita.

Il film Exodus di Bahman Kiarostami, dedicato ai profughi afgani in Iran, è stato proiettato durante gli incontri con la partecipazione diretta del regista iraniano. Nel film il fenomeno della migrazione inversa arriva allo spettatore facendogli sentire e vivere il disorientamento perturbante di queste popolazioni, che è testimoniato nel libro con una serie fotografica inedita.

Particolarmente interessante inoltre la sezione dedicata alla bellezza come  comprensione e cura del mondo. La bellezza della natura, da cui derivano molte delle opere dell’uomo (arte, poesia, letteratura) che la celebrano, si prende cura di noi. E la cura psicoanalitica, come propone Malde Vigneri nel suo testo, può intendersi anche come processo di ritrovamento estetico  di sé stessi, delle proprie origini e del mondo, favorendo la consapevolezza estetica del nostro oggetto di  cura.

A  partire dalla tensione del bambino verso la bellezza della madre, primo oggetto da cui dipende,  Meltzer sostiene com’è noto che le radici creative del nostro sé e della nostra esistenza  risiedono  anche in quegli attimi di rapimento estetico tra il bambino che contempla- non senza inquietudine- il seno della madre e la madre che a sua volta contempla estasiata il bambino.

Nell’introduzione al libro Amore e Timore della bellezza (1989)  l’autore scrive “… Questo libro  si prefigge di celebrare la bellezza del metodo che Freud ha scoperto e sviluppato, un metodo che ha permesso a due persone di avere la conversazione più interessante del mondo…Sembra in un certo senso ragionevole che la mente debba scoprire la propria bellezza solo dopo aver scoperto la bellezza della natura e delle opere dell’uomo che la testimoniano e la esaltano…”.

Il prendersi cura è dunque un’  arte dell’esistere perché, come scrive Lorena nell’introduzione al libro, si cresce nella cura e tramite la cura non solo per la spinta riparativa alle nostre fragilità umane, ma anche per l’azione trasformativa che la cura svolge nell’incanalare le spinte creative che rendono l’uomo capace di costruire il proprio mondo. Del resto, come diceva Shelley, gli individui creativi e i poeti, sono i nuovi legislatori del mondo.

 

Bibliografia

Meltzer D., Harris M. (1989). Amore e timore della bellezza. Borla, Roma

Mortari L. (2015). Filosofia della cura. Cortina, Milano

Winnicott D. W. (1970). La cura in : Dal luogo delle origini Cortina, Milano

 

Vedi anche: