“Riscoprire Pierre Janet” di G. Craparo, F. Ortu e O. van der Hart. Recensione di G. Riefolo

“Riscoprire Pierre Janet. Trauma, dissociazione e nuovi contesti per

 la psicoanalisi”

Curatori: G. Craparo, F. Ortu e O. van der Hart 

(Franco Angeli, 2020)

Recensione a cura di Giuseppe Riefolo

Questo testo propone un tema delicato e, a vari livelli, anche urgente. Si tratta di “rivalutare” Janet rispetto all’oblio di cui sarebbe responsabile un certo uso e successo della psicoanalisi o, come io ritengo, si tratta di integrare le posizioni psicoanalitiche rispetto a limitazioni che Freud, forse per necessità contingenti di sostegno ad una teoria nuova e, quindi fragile, necessariamente impone alla propria posizione teorica agli esordi della psicoanalisi?. In questo volume convergono sicuramente i maggiori clinici che, da diverse posizioni teoriche, propongono da anni la ripresa delle posizioni  soprattutto teoriche, prima che terapeutiche, di Pierre Janet. Sono finalmente superate le sterili posizioni che mettono in opposizione Freud e Janet. Sta di fatto che le due posizioni psicopatologiche realmente all’inizio presentavano – e se assunte secondo posizioni rigide, presenterebbero tuttora – livelli di incompatibilità. Il testo riesce, a mio parere, a dare ragione delle differenze e delle convergenze. Personalmente ritengo che la differenza sostanziale con cui la psicoanalisi deve cimentarsi non sia la riabilitazione o meno di Janet, ma la necessità che la teoria possa disporre di ulteriori ipotesi che permettano di spiegare e di intervenire sul trauma. I primi psicoanalisti hanno spiegato il trauma come l’intersezione fra eventi e percorsi – soprattutto eccitanti – e l’inadeguatezza di sufficienti apparati, fisici e poi mentali, per sostenere le eccessive “quote di energia endopsichica” che l’eccitamento comporta. Dagli anni ’70 si tentano nuove vie per ampliare il campo teorico psicoanalitico: le pulsioni su cui il soggetto poggia la propria vita lasciano spazio alla dimensione tragica dell’uomo (Kohut). Ciò che fino a quel momento era una colpa sancita dal Super-Io e che l’Io doveva affrettarsi a rimuovere, lascia spazio al riconoscimento della fatica e del limite del soggetto di fronte alle sollecitazioni della realtà. Per Janet il soggetto risponde al trauma attraverso una condizione sospesa di désagrégation  psychique, mentre per Freud, il trauma chiede la rimozione. Anche per Janet uno degli esiti del trauma era  l’occultamento dell’esperienza traumatica, ma a differenza di Freud che la vedeva come centrale e strutturale, l’occultamento dell’esperienza traumatica per Janet era una fase transitoria del complesso processo della dissociazione che dalla desagregation procedeva alla recomposition fonctionelle.

 

Il libro, oltre al concetto di dissociazione, pone il punto su quella che, a mio parere, sarebbe la cifra della posizione di Janet ovvero il concetto di “sintesi”. Se ne occupano particolarmente Craparo e Ortu in uno dei capitoli iniziali. Essa, per Janet corrisponde al continuo movimento e negoziazione verso il contesto esterno da parte del soggetto che fa esperienza. La dissociazione deriverebbe dalla verifica da parte del soggetto della propria fragilità nel percorso dell’esperienza e si declinerebbe in sospensione della capacità di sintesi. Da qui l’antica accusa a Janet di teoria del deficit, ma gli autori hanno modo di precisare come, a differenza di un deficit si tratti di un diverso livello di funzionamento psicologico: “la debolezza di sintesi psicologica lascia sussistere fenomeni psicologici ma non li connette con la personalità” (58). La psicoanalisi – soprattutto classica – ci permette di cogliere le modalità e le economie difensive dei quadri psicopatologici, mentre le posizioni di Janet ci sostengono soprattutto nella linea di cogliere le tensioni di ripresa di processi dissociativamente sospesi che chiedono soluzioni creative di continuo dialogo del soggetto con il suo contesto relazionale e sociale. La ricomposizione dissociativa, per Janet, si emancipa dal blocco della rimozione e si organizza in un continuo movimento di “adattamento creativo” in cui l’Io è un sistema (peraltro dalla costituzione instabile) in continua tensione verso l’unità, prima che “Sua Maestà”. In questa linea, i soggetti della stanza di analisi, prima che occuparsi del sintomo o della resistenza, assumono la posizione di sostegno e garanzia ai possibili percorsi creativi che riguardano entrambi. In fondo, ciò che spinge i pazienti a chiedere il nostro aiuto, nonostante i blocchi che la propria vita porta, è la tensione continua a trovare sintonia verso ciò che emerge dalla mobilizzazione del blocco traumatico. Il suggerimento del libro, a mio parere, permette di riflettere soprattutto sulle potenzialità creative che il campo relazionale permette alle nuove posizioni della psicoanalisi soprattutto di orientamento intersoggettivo.

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