Amnesia infantile di C. Alberini. Commento di A. Salone

L’articolo intitolato “Infantile Amnesia: A Critical Period of Learning to Learn and Remember”, di  Cristina Alberini e Alessio Travaglia e pubblicato a giugno 2017 sulla rivista The Journal of Neuroscience, rappresenta la sintesi di una serie di lavori scientifici portati avanti negli ultimi anni sul tema dell’amnesia infantile.

Cristina Alberini, ricercatrice di origine italiana, allieva di Eric Kandel, si occupa dello studio dei meccanismi di memoria, in particolar modo delle memorie cosiddette dichiarative, cioè della nostra capacità di immagazzinare e richiamare consciamente episodi autobiografici che nel complesso definiscono la storia di una persona. Tali memorie vengono anche indicate come “wwww memories”, in quanto raccolgono informazioni rispetto al “chi, come, quando e dove” (who, what, when, where) e a livello cerebrale sono processate da sistemi prevalentemente ippocampali.

Rispetto alla diffusa importanza, anche in ambito psicoanalitico, che viene accordata all’altro tipo di sistemi di memorie, le cosiddette implicite o non dichiarative, in quanto si sviluppano molto più precocemente e si occupano soprattutto del processamento ed immagazzinamento di esperienze emotivo-affettive, non consce né volontariamente richiamabili, le ricerche di Cristina Alberini hanno viceversa aperto un canale di riflessione su quanto le esperienze autobiografiche, soprattutto nella prima infanzia, incidendo profondamente sulle memorie dichiarative tanto quanto su quelle non dichiarative, condizionano complessivamente lo sviluppo sia cerebrale che psichico del soggetto.

Molti studi condotti su popolazioni di bambini precocemente e gravemente deprivati sul piano affettivo, quali ad esempio i  bambini abbandonati ed istituzionalizzati in Romania, hanno dimostrato la presenza di significative alterazioni delle funzioni cognitive e degli stili di attaccamento, così come la maggiore incidenza di disturbi psichici in modo direttamente proporzionale alla precocità e alla durata dell’istituzionalizzazione, con sensibili anomalie anche sul piano dell’attività cerebrale (misurata ad esempio tramite EEG). Nel caso in cui l’intervento di accudimento (ad esempio attraverso una adozione) non avvenga entro i primi due anni di vita sembra che alcune funzioni cerebrali e psichiche rimangano permanentemente compromesse.

Appare evidente anche sul piano sperimentale, dunque, che esistono dei periodi critici, che l’autrice chiama “finestre temporali”, particolarmente importanti e sensibili allo sviluppo di alcune funzioni e, di conseguenza, all’eventuale intervento terapeutico. Sulla base dei dati sperimentali, tuttavia, gli autori hanno ipotizzato che lo stress ed il trauma non siano sufficienti per giustificare i deficit nel lungo termine e che verosimilmente tali eventi, incidendo sullo sviluppo dei sistemi di memorie dichiarative, influiscano negativamente su una funzione più complessa, che è quella di “imparare ad apprendere e memorizzare”, con ripercussioni più ampie e durature.

C’è tuttavia da superare un paradosso: se le memorie dichiarative, come detto basate su sistemi ippocampo-dipendenti, si sviluppano relativamente tardi, non maturano prima dei tre anni di vita e pertanto le esperienze autobiografiche da esse processate vengono rapidamente dimenticate, secondo il fenomeno che va sotto il nome di Amnesia Infantile, come è possibile che tali memorie influenzino per tutto l’arco della vita le funzioni cerebrali e cognitivo-affettive? La risposta, verificata sperimentalmente, prevede una nuova concettualizzazione dei sistemi ippocampali e delle loro funzioni, non più semplicemente deputati alla mera memorizzazione, all’immagazzinamento di dati esperienziali, bensì aventi il  più complesso ruolo di influenzare lo sviluppo di altre strutture cerebrali e di essere quindi implicati nello strutturarsi della capacità che gli autori chiamano “imparare ad apprendere e memorizzare”.

L’articolo espone dettagliatamente le caratteristiche anatomo-fisiologiche e funzionali dei sistemi ippocampali, sostanzialmente negando l’ipotesi a lungo sostenuta dai ricercatori, secondo cui l’amnesia infantile può essere giustificata semplicemente dall’immaturità di formazione dell’ippocampo stesso nei bambini (“developmental hypothesis”). Recuperando in parte la teoria freudiana rispetto all’importanza nel bambino di rimuovere quanto nella propria esperienza possa risultare non ancora appropriato, soprattutto sul piano sessuale, gli autori propongono che un fenomeno così importante come l’amnesia infantile, oltretutto conservatosi nel corso dell’evoluzione, essendo presente in molte specie di animali, debba necessariamente esercitare una funzione più alta e complessa. L’incapacità nell’età adulta di richiamare alla memoria esperienze infantili non può essere spiegata semplicemente come un deficit di codifica dell’informazione basato sull’immaturità di strutture cerebrali. Tantomeno si può spiegare la rapida perdita dei ricordi da parte dei bambini come una loro incapacità di apprendimento, essendo altresì provato che i bambini hanno invece una maggiore capacità di apprendimento rispetto agli adulti.

Un’ipotesi alternativa che nel tempo è stata avanzata è che ciò che non è ricordato non è semplicemente dimenticato, bensì immagazzinato in una forma tale che non può essere richiamato alla coscienza (“retrieval hypothesis”). Anche in questo caso, tuttavia, non è spiegabile in che modo le esperienze immagazzinate continuino a condizionare la vita adulta.

La teoria che Cristina Alberini propone è basata su dati derivanti da studi sperimentali condotti su modelli animali e parzialmente replicati nell’uomo, che si giovano della conoscenza anche a livello molecolare dei meccanismi alla base del funzionamento dei sistemi ippocampali. Alberini ha dimostrato la presenza di “finestre temporali”, cioè periodi critici di sviluppo in cui le strutture cerebrali sono particolarmente sensibili e responsive alle esperienze vissute. Se determinate esperienze avvengono all’interno di tali finestre temporali allora i sistemi cerebrali maturano adeguatamente e diventano funzionalmente competenti, altrimenti vanno incontro a deficit funzionali persistenti. Al di fuori della finestra temporale lo stesso stimolo assume una minore influenza sullo sviluppo. Simili finestre temporali sono alla base anche di altre funzioni, quali quelle sensoriali (molti studi sono stati effettuati sul sistema visivo, ad esempio), tuttavia la dimostrazione che anche i sistemi di memoria dichiarativa rispondano a simili processi di sviluppo ha rappresentato una scoperta particolarmente importante. Alla base della strutturazione dei periodi critici vi sarebbero meccanismi fondamentali di equilibrio eccitazione/inibizione (molto studiati anche nell’ambito dell’autismo e della schizofrenia) e di plasticità cerebrale. Diverse sostanze sarebbero implicate nella gestione temporale dei periodi critici (l’articolo offre un’ampia descrizione dei fini meccanismi biomolecolari e neurotrasmettitoriali studiati finora), ma in particolare il BDNF e il PNN si occuperebbero di “chiudere” le finestre temporali. Numerose evidenze sperimentali già indicano che esperienze socialmente stimolanti nelle prime fasi di vita porterebbero all’incremento di tali sostanze, con implicazioni sulla plasticità, la maturazione e la mielinizzazione neuronali.

I periodi critici, dunque, non si strutturano di default, bensì sono estremamente dipendenti da un gradiente di esperienza, soprattutto relazionale, e sono influenzati a loro volta dal corretto strutturarsi di periodi critici precedenti. Come accade per le funzioni sensoriali, anzi parallelamente ed in interconnessione con esse, anche per lo sviluppo della capacità di apprendimento e di memoria è necessaria la strutturazione sequenziale di funzioni sempre più complesse all’interno di specifici periodi temporali critici. La capacità di apprendere e memorizzare, così come la strutturazione anatomica e funzionale dei sistemi ippocampali, avviene solo se ci si è giovati di esperienze adeguate nel precedente periodo critico.

Il modello elaborato da Cristina Alberini è pertanto l’unico che contemporaneamente spiega le differenze nella maturazione cellulare dei diversi circuiti ippocampali nei primissimi anni di vita, ma, cosa ancor più importante, fornisce un’ipotesi su come le esperienze precoci possano influenzare alcune funzioni anche nella vita adulta. Tutto ciò implica che il livello esperienziale del bambino durante la primissima infanzia debba essere ottimale sia nella complessità che nella regolazione, al fine di promuovere lo sviluppo di funzioni cerebrali e mentali sane. Va da sé che la tipologia di esperienza cui un individuo è esposto durante i primi anni del suo sviluppo modella le capacità di apprendimento.

Ulteriore importanza di queste evidenze sperimentali e dell’ipotesi interpretativa che è stata costruita dai ricercatori riguarda l’ontogenesi dell’apprendimento. Se infatti lo sviluppo, cerebrale e psichico, avviene attraverso la continua riattivazione dei sistemi di apprendimento e memoria, allora il tipo di esperienze cui si è esposti precocemente, influenzando la qualità delle funzioni ippocampo-dipendenti, avrà ricadute altresì sull’individualità del soggetto. In tal senso, anche se i meccanismi più profondi della tendenza a dimenticare rapidamente tipica dell’amnesia infantile non sono ancora completamente svelati, si può legittimamente affermare che un ruolo importante sia dettato dalla connettività tra ippocampo e regioni corticali, non ancora stabilizzata nel bambino, e che porterà solo successivamente allo stabilirsi di memorie semantiche.

A partenza dalle evidenze sperimentali appena descritte, ma soprattutto grazie alle ipotesi interpretative complesse e, potremmo dire, dinamiche, che Cristina Alberini ha saputo fornire, sono stati effettuati molti studi in cui si descrive la possibile influenza delle alterazioni dei periodi critici sullo sviluppo di disturbi neuropsichiatrici. Se un periodo critico “salta” la sua possibilità di maturare adeguatamente, sarà influenzata tutta la catena di periodi critici successivi, con complessiva alterazione o ritardo di importanti funzioni.

 

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