Ponsi M. (2013). Quale ricerca per la psicoanalisi? Una breve panoramica su un tema controverso. Relazione presentata al Seminario Nazionale di inizio d’anno dell’Ist. di Training (Soc. Psicoanalitica Italiana) 16-17 nov 2013 – Roma

Ponsi M. (2013). Quale ricerca per la psicoanalisi? Una breve panoramica su un tema controverso.  Relazione presentata al Seminario Nazionale di inizio d’anno dell’Ist. di Training (Soc. Psicoanalitica Italiana) 16-17 nov 2013 – Roma

 

Già il titolo delle due relazioni sulla ricerca – Quale ricerca per la psicoanalisi? – segnala, nella sua forma interrogativa, che il tema è controverso. E’ un tema su cui si scontrano da tempo opinioni contrastanti: per alcuni la ricerca utile alla psicoanalisi è già contenuta nel suo specifico metodo di indagine e di trattamento; altri invece ritengono che studi scientifici che si servono di strumenti diversi da quello psicoanalitico sono utili, anzi necessari.

C’è un piccolo, ma significativo, episodio che anticipa questi due divergenti punti di vista.

A uno psicologo americano che, nel 1934, gli comunicava di aver trovato una conferma sperimentale del fenomeno della rimozione, Freud rispondeva:

“Caro Dottor Rosenzweig, ho esaminato con interesse i suoi studi sperimentali sulla validità scientifica delle affermazioni psicoanalitiche. Non posso dare un gran valore a queste conferme perché l’abbondanza di osservazioni attendibili sulle quali queste affermazioni poggiano le rende indipendenti dalla verifica empirica. Tuttavia, esse non possono fare alcun male” (1)

È indubbio che Freud possedesse le caratteristiche dello scienziato e che aderisse alla Weltanschaung scientifica. Tuttavia, per sua stessa ammissione, non era un uomo di scienza né uno sperimentatore.(2) Nutriva indifferenza, se non addirittura antipatia, verso la ricerca formale in psicoanalisi, ritenendo che le molte migliaia di ore spese con i pazienti fornissero una prova sufficiente delle idee che ne scaturivano.

Ecco come si esprimeva a questo riguardo:

Nella psicoanalisi è esistito fin dall’inizio un legame molto stretto fra la terapia e la ricerca, dalla nostra conoscenza è nato il successo terapeutico e, d’altra parte, ogni trattamento ci ha insegnato qualcosa di nuovo; parimenti ogni nuovo elemento conoscitivo è stato accompagnato dall’esperienza dei benefici effetti che da esso potevano derivare. Il nostro procedimento analitico è l’unico a conservare gelosamente questa preziosa coincidenza. Soltanto se esercitiamo nella pratica la nostra cura d’anime analitica, riusciamo ad approfondire le conoscenze sulla vita psichica umana balenateci appena. Tale prospettiva di un tornaconto scientifico è stato il tratto più eminente e più lieto del lavoro analitico (Freud 1926, p. 422).

E’ qui formulata la nota tesi dello Junktim, ovvero del legame molto stretto, o inscindibile (inseparable bond, in inglese), fra attività clinica e ricerca: sulla base di questa tesi generazioni di psicoanalisti hanno ritenuto che la nuova disciplina fosse auto-sufficiente e che non avesse alcuna necessità di appoggiarsi a verifiche empiriche diverse da quelle praticate nella stanza d’analisi (Freni 1999).

La conseguenza di questo presupposto di base è stata che ogni attività di ricerca che si avvalesse dei normali strumenti scientifici (e dunque di strumenti diversi dal metodo di indagine psicoanalitico) fosse avvertita da molti come un distacco dai principi basilari della psicoanalisi: in pratica, come una perdita della sua autonomia disciplinare.

Altri analisti – una minoranza – hanno invece sviluppato la convinzione di segno opposto, e cioè che gli studi empirici andassero considerati un fondamentale mezzo di integrazione del metodo clinico: tutt’altro che un tradimento dell’autonomia disciplinare della psicoanalisi, bensì un traguardo da raggiungere per conferirle uno statuto disciplinare più forte (Ponsi 2006).

Questa divergenza ha alimentato per decenni un dibattito che solo in minima parte ha interessato la comunità psicoanalitica italiana (v. Dazzi 2006, Leuzinger-Bohleber & Target, 2002, Levy et al., 2012, Migone 2006). Il libro curato dieci anni fa da due nostri colleghi, Bonaminio e Fabozzi (… il cui titolo è quello della presente relazione, “Quale ricerca per la psicoanalisi?“) è una raccolta di scritti di autori inglesi, americani, francesi e tedeschi. (3)

Un tema assai controverso, dunque, quello della ricerca e, probabilmente per questo motivo, un tema assente nel percorso formativo degli psicoanalisti: e non solo degli psicoanalisti italiani. O. Kernberg, in un articolo pubblicato del 2006 sull’Int.Journ.Psychoanal., parlava di “penosa ignoranza da parte del nostro establishment formativo” per l’assenza di informazione sulla ricerca nel training.

E’ un tema di cui si comincia a sentire la mancanza nella SPI, soprattutto fra i colleghi più giovani che frequentano altri contesti, sia formativi che professionali.

Che ci sia una crescente consuetudine con la ricerca in tali contesti lo si è potuto vedere nelle relazioni presentate un recente Convegno a Urbino organizzato dal S.P.R.-it dal titolo “La ricerca in psicoterapia: dove si impara, dove si fa. Università, Scuole di formazione, Servizi pubblici“.

Nelle presentazioni e nel dibattito si è visto – come ha detto F. Del Corno, Presidente della Società che lo ha organizzato – che “quando clinici e ricercatori sono disposti a confrontarsi sulle reciproche esigenze (per i clinici: una ricerca che produca risultati traducibili nell’attività quotidiana; per i ricercatori: la possibilità di mettere in atto disegni di ricerca metodologicamente corretti) una collaborazione è non solo possibile, ma anche auspicata e proficua“. (4)

Che dell’argomento <ricerca> si senta la mancanza nella SPI lo ha segnalato recentemente un allievo in formazione, A.Colli, nella sua relazione nella giornata sul rinnovamento del Training che si è tenuta a gennaio qui in via Panama (Titolo: “Apprendere dall’esperienza e l’esperienza di apprendimento“). A.Colli, riflettendo sulla costruzione dell’identità dell’analista e sulla sua esperienza nell’apprendimento della teoria e della clinica, osservava che oggi sentirebbe amputate queste due dimensioni se non fossero affiancate dalla dimensione della ricerca.

Qualcuno potrebbe dire che A.Colli abbia un interesse personale nell’avvertire questa ‘amputazione’, dal momento che una parte importante della sua identità professionale è quella del ricercatore (… Colli è impegnato nell’Università in ricerche empiriche sul processo terapeutico in ambito dinamico).

In realtà credo che l’esigenza di disporre di strumenti appropriati per valutare i risultati e la qualità di una pratica – che sia quella clinica o che sia quella formativa (come testimoniano i questionari di valutazione recentemente introdotti nel nostro training) – corrisponda a un atteggiamento mentale oggi più diffuso che nel passato. Anche chi non ha impegni personali nella ricerca ed esercita esclusivamente l’attività clinica, è interessato a conoscere i risultati dei trattamenti psicoterapeutici, a farsi un’idea di come se ne possa valutare l’efficacia e di come se ne possano studiare i processi: e ciò non solo per motivi culturali generali ma anche come conseguenza del fatto che a chiedere risposte documentate sono tanto coloro che alle terapie si sottopongono (i pazienti) quanto coloro che vi sono a vario titolo coinvolti (familiari, medici curanti, agenzie sanitarie).

Integrare la teoria e la clinica psicoanalitica con la ricerca significa prendere in seria considerazione le domande che normalmente chiunque si pone di fronte a una pratica clinica: “E’ efficace questa cura? Per quali tipi di disturbi è indicata? Quali meccanismi stanno alla base del suo funzionamento?

Qualcuno potrebbe sostenere che abbiamo già le risposte a queste domande per la cura psicoanalitica: le risposte si trovano nei resoconti dei trattamenti, gli studi clinici, di cui è ricca la letteratura psicoanalitica. Tuttavia, possiamo considerare come <ricerca> il percorso di riflessione teorico-clinica che accompagna il classico resoconto clinico psicoanalitico? In parte sì e in parte no.

Gli studi clinici, anche quando sono molto dettagliati, non danno una risposta soddisfacente all’esigenza di prove consensualmente riconosciute. Non sono redatti in un formato uniforme (contengono informazioni utili in qualità e quantità variabili, ad esempio) e perciò non sono utilizzabili per processi di generalizzazione. Sono narrazioni che illustrano un pensiero, un punto di vista, non che dimostrano un assunto: esprimono il punto di vista di un soggetto che non è solo un ‘osservatore’ dell’evento che narra, ma un ‘attore’ (… e un attore anche molto ‘partecipe’!).

Senza dubbio queste ‘narrazioni’ sono molto utili a tutti noi, sia per allargare la prospettiva clinica che per vagliare concetti e teorie. Così come è indubbio che esse abbiano avuto un grande rilievo nel pensiero psicoanalitico per aprire nuove strade di comprensione del funzionamento mentale. In questo senso, ma solo in questo senso, il resoconto clinico – il classico clinical case study – può essere considerato<ricerca>; o meglio è parte del processo di ricerca.

Nella nostra disciplina dobbiamo infatti distinguere la ricerca nella psicoanalisi dalla ricerca sulla psicoanalisi: la prima è la ricerca in cui la psicoanalisi è usata come strumento di ricerca, la seconda è quella in cui la psicoanalisi è oggetto di ricerca, in quanto vengono studiate le osservazioni, i risultati, le procedure, i processi nei trattamenti, le teorie esplicative, ecc. applicando i criteri del metodo scientifico (rigore, controllabilità, oggettività, replicabilità, protocollarità, ecc.). E’ la ricerca a cui comunemente ci si riferisce con il termine di ‘ricerca empirica’. (5)

La distinzione fra la psicoanalisi come strumento e psicoanalisi come oggetto di ricerca è stata proposta da Widlöcher nell’Introduzione a un volume del 2003 curato da M.Leuzinger-Bohleber, U.Dreher, e J.Canestri, intitolato Pluralismo e unità? Metodi di ricerca in psicoanalisi.

Il volume, pubblicato sotto l’egida dell’Intern.Psychoanalytical.Assn., raccoglie gli interventi a un Convegno dedicato al “Pluralismo delle scienze: il metodo psicoanalitico fra ricerca clinica, concettuale e empirica”. La raccolta di scritti testimonia dell’ampia gamma di posizioni presenti nella comunità psicoanalitica sul controverso tema della ricerca; e l’Introduzione di Widlöcher (in quegli anni Presidente dell’I.P.A.) testimonia dello sforzo fatto dall’istituzione psicoanalitica per mantenere un terreno comune di scambio fra prospettive assai diverse.

A proposito della diversità dei tipi e delle linee di ricerca va segnalato che in quegli anni l’I.P.A. istituì un Comitato per la ricerca Clinica, Concettuale, Epistemologica e Storica, sia per riequilibrare lo storico contrasto fra la posizione anglosassone e la posizione francofona(v. l’Open Door Review of Outcome Studies, la rassegna degli studi coordinata da P.Fonagy) sia per contrastare l’idea che per ‘ricerca’ si dovesse intendere solo la ricerca empirica.

Vorrei qui soffermarmi brevemente – fra i vari tipi di ricerca lì elencati – sulla ricerca concettuale, anche per l’interesse che riveste nell’ambito del training, dove l’allievo in formazione deve imparare a orientarsi nella molteplicità dei concetti psicoanalitici e soprattutto nella molteplicità dei significati differenti che essi acquisiscono nei vari modelli teorico-clinici.

Nella tradizione psicoanalitica ci sono molti esempi di studi (articoli, libri, gruppi di studio, panel, ecc.) focalizzati sul modo in cui un determinato concetto, o termine, viene usato.

In particolare c’è il decennale lavoro di costruzione dell’Indice Hampstead (Sandler, 1962) e, più recentemente, il progetto di ricerca condotto presso l’Istituto S.Freud di Francoforte sul concetto di trauma psichico (Dreher, 2000). A.U.Dreher, che sulla ricerca concettuale ha scritto un importante, esaustivo, volume (2000, 2002, 2005), ha cercato di dare a questa tradizione una base metodologica, indicando come indagare in modo sistematico i significati espliciti e impliciti dei concetti, sia nel loro uso clinico che nel loro uso extra-clinico. La ricerca concettuale non è in antitesi alla ricerca empirica, ma può essere utilmente integrata con quest’ultima. E’ definita non tanto dal metodo usato quanto dal fare oggetto di studio la storia e l’uso dei concetti psicoanalitici (Leuzinger-Bohleber & Fishman 2006).

Fra i tanti studi, passati e recenti, che possono essere rubricati sotto l’etichetta di ‘ricerca concettuale’ (6) ne segnalo uno in particolare, in quanto molto recente e in quanto realizzato dai membri di un comitato ad hoc istituito dall’IPA ( l’IPA Project Commitee on Conceptual Integration). I sei membri del comitato (Bohleber, Fonagy, Jimenez, Scarfone, Varvin, Zysman) hanno scelto per la loro ricerca il concetto di ‘enactment’ – un concetto che si è diffuso nel lessico psicoanalitico di vari modelli teorico-clinici negli ultimi due o tre decenni (Filippini & Ponsi 1993) e che quindi si potrebbe definire un concetto relativamente ‘giovane’. I risultati di questa ricerca sono appena stati pubblicati sull’Int.Journ.Psychoanal. Contemporaneamente anche sul Journ.Am.Psychoan.Assn. è uscito un altro articolo sul medesimo concetto, ad opera del Boston Change Process Study Group.

La ricerca concettuale, come dice la Dreher, è una ‘ricerca senza numeri’: questo la rende più facilmente accessibile ai clinici, che in genere non hanno dimestichezza con gli strumenti della ricerca empirica.

A proposito di ricerche e di numeri, a proposito cioè degli strumenti tecnici necessari a condurre una ricerca empirica, va detto che, al di là delle preclusioni di ordine teorico o epistemologico, c’è un fatto specifico che tiene lontani gli psicoanalisti dalla ricerca empirica: è la mancanza di competenze. Non mi riferisco alle competenze per condurre una ricerca; mi riferisco alle competenze per leggerne e comprenderne i risultati. (Bisogna distinguere le competenze del ricercatore vero e proprio da quelle di un clinico che si tiene informato sulla letteratura specialistica). Se queste competenze non vengono fornite durante il training, difficilmente un analista cercherà di acquisirle per proprio conto.

Ecco che cosa scrive O.Kernberg nell’articolo citato sopra, intitolato “La necessità urgente di incrementare la ricerca nella e sulla psicoanalisi”, uscito nel 2006 sull’Int.Journ.Psychoanal:

Dovrebbe essere un obiettivo generale degli istituti di psicoanalisi favorire, nel gruppo dei candidati, la crescita di ricercatori, ma non nel senso che ogni psicoanalista debba diventare un ricercatore, bensì che anche solo l’1-3 % degli analisti in training si possa dedicare a fondo alla ricerca: ciò ci permetterebbe di affrontare in modo decisamente migliore le sfide che oggi abbiamo di fronte. Il fatto che il lavoro di Fonagy, pubblicato nel 2002 dall’IPA (!), non faccia parte dell’informazione standard fornita nei corsi di formazione psicoanalitica mette in evidenza l’enorme divario esistente fra quanto viene di fatto portato avanti da piccoli gruppi di ricercatori dediti e entusiasti per rinforzare la posizione scientifica della psicoanalisi e la penosa ignoranza di questi sforzi da parte del nostro establishment formativo (Kernberg 2006, p. 924).

Ma non è solo la mancanza di competenze a scoraggiare i clinici dall’interessarsi alla ricerca empirica; c’è anche la difficoltà ad attivare un tipo di pensiero diverso da quello utilizzato nell’attività clinica. Quando ha a che fare con i dati della ricerca, quando legge la letteratura specialistica, l’analista certamente non trova quel tipo di stimoli che gli servono nel lavoro clinico quotidiano, quelle metafore interpretative che arricchiscono la comprensione della dinamica inconscia e la produzione di significati intersoggettivi. La letteratura sulla ricerca certamente non offre suggestioni da questo punto di vista! Anzi, al contrario, utilizza un ragionamento che appare semplicistico, con concetti che, dovendo venire tradotti in ipotesi chiaramente formulate e testabili, risultano schematici e insignificanti, come, ad esempio, dice Gabbard:

<…>; i clinici tendono a vedere la ricerca come superficiale, grossolana e ipersemplificata. Dal loro punto di vista è come se le ricerche ponessero domande semplici e ovvie che richiedono però una quantità incredibile di lavoro metodologico, spesso minuzioso e pedante. In effetti, dovere del ricercatore è quello di valutare ipotesi definite in modo chiaro, precise e non ingolfate da eccessive complicazioni. Per il clinico, invece, è proprio la complessità del processo [psicoanalitico] l’elemento più attraente e coinvolgente” (Gabbard 1999).

Anche Dazzi, Lingiardi e Colli, gli autori del primo Manuale sulla ricerca empirica pubblicato in Italia, fanno una considerazione analoga: “È raro sentire un clinico sostenere che la lettura di un articolo di ricerca empirica ha influenzato il suo modo di lavorare”, essi osservano.

E poi elencano le ragioni della scarsa ricaduta dei risultati della ricerca sulla pratica clinica:

“- la ricerca non ha raggiunto un risultato certo, se non quello di sancire l’efficacia generale della psicoterapia;

– molte ricerche indagano aspetti che sembrano non avere un collegamento con la pratica clinica reale;

– si tende a considerare ‘scoperta’ solo il rilievo di un aspetto precedentemente ‘non conosciuto’ e si fatica a cogliere come nuova conoscenza la conferma empirica di ciò che prima apparteneva in modo esperienziale o intuitivo al proprio bagaglio di conoscenze;

– talvolta si ha la sensazione di ‘scoprire l’acqua calda’ <…>;

– ancora troppe sono le ricerche che indagano esclusivamente che cosa accade (ricerche descrittive sul processo) oppure che informano sugli esiti, senza descrivere come sono stati raggiunti” (Dazzi et al. 2006, p. XXXI).

Quando ci si interessa di ricerca empirica dobbiamo rinunciare provvisoriamente al nostro consueto modo di ragionare basato su sensazioni, intuizioni, associazioni di idee e adottare un approccio che privilegia i dati misurabili. Per dirla con un linguaggio che ci è familiare, questa è un’operazione che ha un costo nell’economia narcisistica della nostra identità professionale: si tratta infatti di accettare nel nostro territorio la presenza di un ‘terzo’ – la ricerca empirica – che opera con una logica ‘osservativa’ e ‘valutativa’ estranea alle dimensioni che regolano la relazione analitica, introducendo elementi di disturbo in un sapere consolidato dall’autorità e dalla tradizione (Eagle & Wolitzky 2011, Fonagy 2000).

Gli elementi ‘di disturbo’ non provengono dalle ricerche sugli esiti dei trattamenti analitici, che per lo più ne confermano l’efficacia; provengono, piuttosto, dall’indagine sui processi del cambiamento (7). Queste ricerche portano a confrontarsi con dati che mettono in questione certezze date per scontate: ad esempio, il ridimensionamento della coppia interpretazione-insight come principale fattore terapeutico, il ruolo svolto dai fattori aspecifici nell’azione terapeutica, la dissociazione dell’esito terapeutico dall’esito psicoanalitico, l’equivalenza quanto a efficacia delle varie psicoterapie, ecc. (Lingiardi & Ponsi 2013, in press).

C’è infine ancora un altro elemento che concorre a tenere la ricerca fuori, o ai margini, della cultura psicoanalitica: è un atteggiamento critico nei confronti della ‘scienza’ (… l’ho messa fra virgolette, perché più che ‘scienza’ bisognerebbe dire mitologia, o ideologia, scientifica …). Se ne è fatto portavoce I.Hoffman, un analista molto noto e apprezzato nella comunità psicoanalitica nord-americana per le sue circostanziate analisi della dinamica interattiva in una prospettiva costruttivista. Hoffman ha rivolto una critica veemente e molto argomentata al presupposto, che a suo parere è sempre più diffuso e radicato nel senso comune, secondo cui soltanto la conoscenza prodotta con le credenziali della scienza – e cioè la conoscenza oggettiva, depurata delle scorie della soggettività, della variabilità, dell’imprevedibilità – è legittima. Hoffman mette in guardia da quello che egli ritiene essere un diffuso atteggiamento pregiudiziale, radicato nella mentalità corrente, perché penalizza fortemente una pratica, come quella della psicoanalisi, che invece è fondata proprio sulla soggettività, la variabilità, l’imprevedibilità, l’ambiguità, la continua evoluzione dei significati nel corso dell’interazione. Una volta imboccata la strada della riduzione dei dati clinici ai parametri dell’oggettività e della misurabilità – sostiene Hoffman – si finirà per considerarli di qualità superiore a quelli elaborati con il metodo clinico. Egli ritiene che in tal modo si arriverà a “una nuova forma di oggettivismo prescrittivo e autoritario“: in pratica, a una forma di acquiescenza a un’ideologia scientista, che limiterà la libertà e la creatività nel lavoro clinico, che impoverirà e “essiccherà” l’esperienza; e che sopprimerà il dissenso e il pensiero critico (Hoffman 2009, p. 1044). (8)

Il dibattito suscitato da Hoffman (le cui tesi hanno ricevuto una standing ovation nel discorso inaugurale del Congresso dell’APsaA, la Società Psicoanalitica Americana, del 2007) è stato molto ampio (ben 5 analisti sono intervenuti sul J.A.P.A. e 6 su Psychoanal.Dialogues).

Non lo posso qui riassumere. Mi limito solo a citare quello che hanno detto Eagle & Wolitzky alla fine della loro contestazione alle posizioni di Hoffman: “Un modo costruttivo di affrontare le carenze della ricerca empirica è di fare una ricerca migliore, più creativa e più valida ecologicamente; e non lanciare attacchi a qualsiasi tipo di ricerca o accusare i ricercatori d agire con ‘doppiezza’ nel loro modo di pensare“. (Eagle & Wolitzky 2011, p. 797).

Ho elencato le varie difficoltà che si incontrano nell’avvicinarsi alla ricerca empirica perché penso che sia utile averle presenti se vogliamo – come io auspico – che anche questa dimensione della ricerca, e cioè della ricerca condotta con i normali strumenti della scienza, entri a far parte stabilmente del bagaglio culturale dell’analista.

Questo non è solo un generico auspicio; è una necessità. Come ci ricorda il Presidente dell’IPA S.Bolognini (cito dal discorso di insediamento a Praga l’estate scorsa) “poiché lo sforzo economico dell’IPA in favore della Research è cospicuo (circa il 20% del bilancio totale), ci sembra giusto che i Membri IPA siano puntualmente al corrente delle attività svolte in questo campo, e che possano anche esprimere costruttivamente il loro pensiero sulle attività svolte“.

Concludendo queste note, vorrei tornare alla risposta di Freud a Rosenzweig sulle verifiche empiriche quando affermava: “Tuttavia, esse non possono fare alcun male“. E’ indubbio che Freud fosse scettico; tuttavia, vorrei sottolinearlo, manifestava un atteggiamento tollerante.

Oggi, dopo un secolo di psicoanalisi e mezzo secolo di studi empirici, dobbiamo mantenere il giudizio scettico, seppur tollerante, di Freud, oppure possiamo essere più fiduciosi e pensare che le verifiche empiriche possano ‘far bene’ alla psicoanalisi? La mia risposta, per quanto ho detto fin qui, è scontata: le verifiche empiriche possono ‘far bene’.

Ma a questo punto devo aggiungere qualcosa: ho detto ‘alla‘ psicoanalisi, ho cioè usato il singolare – la psicoanalisi. In realtà io penso che la psicoanalisi (al singolare) sia diventata un contenitore troppo largo per le molte psicoanalisi di fatto esistenti. Conviene dunque che io precisi a ‘quale’ psicoanalisi mi riferisco, rispondendo alla domanda ‘A quale psicoanalisi la ricerca può fare bene?‘. Può fare bene:

– a un tipo di psicoanalisi che ritiene che la conoscenza del funzionamento psichico non si produca esclusivamente nella stanza d’analisi, ma che ad essa concorrano metodi di studio diversi;

– a un tipo di psicoanalisi che assume fino in fondo la responsabilità di essere un trattamento terapeutico e che conseguentemente abbia interesse a qualsiasi indagine che cerchi risposte alle domande “La psicoanalisi funziona? Quando e come funziona? Per chi funziona?” (Lingiardi 2012°, Roth & Fonagy 1996);

– a un tipo di psicoanalisi che vuol contrastare la tendenza a venire assimilata a quelle pratiche di aiuto alla persona (… come l’antroposofia, la consulenza filosofica e spirituale, l’agopuntura, la medicina omeopatica e ayurvedica, la naturopatia, lo yoga, la fitoterapia, l’osteopatia, ecc. ) che hanno una base scientifica scarsa o nulla (… e che, comunque, in genere non ambiscono ad averla ) per le quali il giudizio di validità non è affidato all’efficacia documentata con prove controllate, ma all’adesione a credenze, principi, visioni del mondo, sistemi di valore;

– a un tipo di psicoanalisi che tratta il proprio patrimonio di conoscenze non più solo come un sapere, più o meno dogmatico, da proteggere, ma anche come un insieme complesso di ipotesi da valutare;

– a un tipo di psicoanalisi, infine, che riconosce che “gli sforzi psicoanalitici nel campo della ricerca rappresentano un fattore protettivo rispetto a rischi ideologici, dato che la ricerca implica l’impegno all’evidenza empirica e tende a evitare la persuasione carismatica e il dogma” (Lingiardi, 2012b).

 

Note

(1) La lettera è citata da molti autori, fra cui Luborsky (2000, p. 149) e Wallerstein & Fonagy (1999, p. 91).

(2) Come dice nella lettera a Fliess del 1° febbraio 1900 (n°235) “<…> in effetti io non sono né un uomo di scienza né un osservatore, né uno sperimentatore né un pensatore. Non sono altro che un conquistador per temperamento – un avventuriero se vuoi tradurre il termine – con la curiosità, la baldanza e la tenacia di individui del genere” (Freud 1985, p. 434).

(3) Sulle tematiche epistemologiche che stanno a monte di questo dibattito rimando, oltre che a Bezoari e Palombi (2003), al collega Conrotto con cui condivido il tema di questa relazione (Conrotto 2006).

(4) Il Convegno (Urbino,10-11 Maggio 2013) è stato organizzato dalla Sezione Italiana della Society for Psychotherapy Research (S.P.R.-sez.italiana, nata nel 1995,), alla cui costituzione hanno contribuito attivamente alcuni colleghi della SPI (S.Freni, N.Dazzi, A.Seganti). La SPR pubblica una rivista, Ricerca in Psicoterapia, che recentemente si è trasformata in una versione inglese, Research in Psychotherapy: Psychopathology, Process and Outcome, “per testimoniare” – come scrive l’Editoriale del n° 1, 2011 – ” la dimensione internazionale del nostro modo di pensare, di fare e di divulgare la ricerca“. V. in SpiWeb, Menu <Psicoanalisi> – <Ricerca> http://www.spiweb.it/index.php?option=com_content&;view=article&id=3526:society-for-psychotherapy-research&catid=699&Itemid=441

(5) C’è poi un’altra area della ricerca scientifica di cui la psicoanalisi si avvale (… o almeno si può avvalere): è quella condotta in aree disciplinari affini, come le neuroscienze e l’infant research, su cui non mi posso soffermare in questa sede.

(6) Ad esempio, scorrendo i seminari che si sono svolti nel recente Congresso IPA di Praga, si trova un Work Group sul concetto di <splitting> (“Splitting: Different psychoanalytic uses of the concept and their implications for theory and practice“, Organizer: Rachel Blass) e un Work Group dedicato al concetto di <Nachtraeglichkeit>, coordinato daTuro J. (Freudian Temporality: Resuscitation of the Concept of Nachtraeglichkeit – Its Role in Psychoanalytic Process & Therapeutic Action).

(7) Per l’outcome research v. Gazzillo et al., 2012, Lingiardi et al., 2012, Shedler 2010, per la process research v. Lingiardi 2006, 2013; Lingiardi et al 2011, Luyten et al. 2012.

(8) Mi sono soffermata sulla posizione di Hoffman in difesa di una psicoanalisi che egli considera a rischio di venire svuotata dei valori che fondano l’incontro intersoggettivo, perché è una posizione che ha raccolto molti consensi negli Stati Uniti; non meno che molte critiche, naturalmente.

Ben due riviste, il J.Am.Psychoanal.Assn. e Psychoanal.Dialogues hanno pubblicato vari interventi sia di accordo che di disaccordo con la sua posizione. La risonanza che hanno avuto le sue tesi, in una comunità psicoanalitica come quella nord-americana certamente non estranea alla tradizione degli studi empirici, è da mettere in rapporto con l’insofferenza – sviluppata in certi settori sociali, e in quello psicoanalitico in particolare – nei confronti di una mentalità che mette sul piedistallo la scienza (… quello che dice l’esperto, lo scienziato) e che parallelamente svaluta tutto ciò che non è oggettivo né misurabile. Questa insofferenza penso che abbia a che fare anche con il senso di perdita di un privilegio sociale e culturale da parte di una professione, come quella dello psicoanalista, che è andata perdendo molto di quel rispetto e di quel prestigio di cui aveva goduto negli ambienti intellettualmente più qualificati, quando non c’erano ancora da fornire prove di efficacia e valutazioni di costi/benefici. La relazione di Hoffman è stata pubblicata del 2009 del Journ.Amer.Psychoanal.Assn. (vol 57, n° 5), a cui ha fatto seguito una serie di interventi in sintonia e in disaccordo con le sue tesi, pubblicati in numeri successivi della medesima rivista (vol. 59, 2011 n° 4, e vol 60, 2012 n°1). Una serie analoga di pronunciamenti sulla medesima questione, e in risposta al testo di Hoffman, è stata pubblicata su Psychoanal.Dial. (vol. 22, 2012, n° 6 e vol 23, 2013, n° 1 e n°2). v. Aron 2012, Cushman 2013, Eagle & Wolitzky 2011, 2012, Fonagy 2013, Hoffman 2009, 2012a, 2012b, 2013a, 2013b, Safran 2012, Stern 2013, Strenger 2013, Vivona 2012, Walls 2012, Warren 2012. Per questo dibattito vedi anche Hoffman I. (2009) “Pro e contro la ricerca empirica” in SpiWeb <http://www.spiweb.it/index.php?option=com_content&;view=category&id=598&Itemid=441> e il dibattito del Rapaport-Klein Study Group (2011) curato su Psychomedia da P.Migone <http://www.psychomedia.it/rapaport-klein/june2011.htm>.

 

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