Bullismo e società

bullismo immagineA cura di Tito Baldini

Foto d’archivio

Il bullismo è una forma di comportamento violento, di natura fisica ma anche psicologica, attuato nei confronti di soggetti identificati dalla Società e dallo stesso “bullo” come deboli e incapaci di difendersi. Il termine è principalmente utilizzato per riferirsi a fenomeni di maltrattamento tipici di ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati agli adolescenti.
Spesso il “bullo” è sostenuto un gruppo che gli infonde la forza che da solo egli non avrebbe. Frequentemente è un soggetto affettivamente deprivato che vive ai margini della società e che dalla cultura di provenienza apprende come unica via di riscatto quella della supremazia del forte sul debole, illudendosi, così, di essere vincente. Un modo di pensare e fare primitivi, animaleschi, ove il più forte si ‘nutre’ anche sessualmente del più debole appropriandosi dei suoi diritti e dei suoi beni, e traendone facoltà dalla “legge naturale della sopravvivenza”, mentre il gruppo, spietato, batte il ritmo assordante della propria eccitazione.
E’ per questo che tale gruppo viene definito ‘branco’. Quando è riunito, come pure accade nel caso dei cani o dei lupi, il ‘branco umano’ esprime al massimo la sua primitività violenta: è esaltato dalla sua presunta supremazia, dalla capacità di togliere la vita all’altro per rinforzare la propria. Non vi è pietà per il presunto debole e questi non è tanto chi nella società ha difficoltà a realizzarsi quanto chi mostra più paura della legge del branco fondata sulla violenza.Il branco, infatti, odia la debolezza fisica e psicologica e soprattutto la paura, perché è in realtà composto da individui deboli e impauriti i quali si difendono illudendosi di condurre una vita da superuomini, fatta di azioni gagliarde frutto di pensieri veloci e risolutivi (i tifosi che applaudono il ‘fratello’ presunto omicida al suo processo). E’ come se il branco fosse un gruppo animalesco e non umano: quando è riunito non ragiona più. Tuttavia il singolo “bullo” può agire anche da solo perché si porta dentro il pensiero del proprio branco, anche se in solitudine la sua azione può risultare meno incisiva.
Il fenomeno del bullismo, studiato negli USA fin dagli anni ’50 del secolo scorso, dopo alti e bassi si è andato negli ultimi decenni incrementando nel mondo cosiddetto “occidentale” ed in modo tangibile in Italia, ma va anche detto che parallelamente si è acuita la sensibilità sociale verso tali condotte un tempo meno percepite e assunte quasi come una ‘fisiologia sociale’ (vedi ad esempio il “nonnismo” in caserma). Occorre inoltre sottolineare che tale fenomeno, ormai da tempo, è traversale rispetto alle diverse fasce sociali.
Il suo rafforzamento viene collegato a processi di decadimento dei valori sociali stessi, con indebolimento delle Istituzioni democratiche e del loro riconoscimento da parte dei cittadini.
Viene percepito quindi come segnale del lento declinare di una Società in parte mutilata dei suoi valori fondativi, e, di conseguenza, del parallelo prender piede di un pensiero rudimentale, arrogante, mirante a un benessere effimero e individualista.
Si presuppone che nel clima in cui le nuove generazioni si formano, la “legge del branco” abbia buone possibilità porsi come alternativa a quella della civiltà e i più deboli, facilmente illudibili, se ne possano appropriare.
Per quanto riguarda l’adolescenza, essa, come tutti sappiamo è un’età critica. Infatti, il raggiungimento della maturità sessuale fa spesso sentire i ragazzi, di fronte alle sfide della nuova condizione, fragili e con un sentimento di sé insicuro. Per questo motivo essi, difensivamente, possono assumere identità rassicuranti, prese a prestito dalla cultura del momento e dall’ambiente d’origine. La percezione di una società litigiosa e indebolita nei suoi valori, non in grado di assicurare un futuro certo, individualista e poco convincente nella sua capacità di accoglienza dall’altro da sé, pensiero o persona che sia, non favorisce né aiuta la crescita personale dei giovani. In altri termini, viene a mancare uno “Stato virtuoso” in cui identificarsi, esponendo le nuove generazioni al rischio di divenire facili prede di modelli che rispondono al paradigma del primitivo sopra accennato.
Che fare? Possiamo fare qualcosa direttamente quando si tratta di fenomeni di così ampia portata sociale? Un’ipotesi percorribile è realizzare o rinforzare condizioni aggregative per le famiglie e per gli adolescenti: pensiamo alle nuove Realtà di aiuto che il privato sociale ispirato a un metodo psicoanalitico sta già mettendo a disposizione degli adolescenti e delle loro famiglie. I centri di aggregazione giovanile, ad esempio, realizzano molteplici percorsi che vanno dall’aiuto in strada, o in casa con i compiti, fino all’invitare a “venire da noi che si sta bene” e trovare in ambienti protetti la possibilità di giocare, studiare, stare in gruppo misto, e di avere “psi” capaci di coniugare psicoanalisi e aiuto sociale, in grado di portare i ragazzi a lavorare psicoanaliticamente, dal gruppo alle terapie individuali. Tali nuove opportunità di sostegno dovrebbero entrare in un rapporto collaborativo intenso, detto “rete”, con le altre Agenzie e Istituzioni educative e curative dei giovani: la Scuola per prima, e il Servizio sociale, il Tribunale per i minorenni, il Dipartimento Minorile del Ministero della Giustizia, la RAI, le Associazioni per il tempo libero (sport, musica, teatro), quelle cosiddette “laboratoriali” e così via. Tanti punti di vista su una stessa realtà adolescente  permettono di meglio inquadrarla ma se i punti poi non convergono ne risulta una condizione ancora più frammentata. La psicoanalisi ha modo di legare le varie articolazioni della proposta di aiuto intorno ai suoi modelli teorici e operativi e gli effetti che essa è in grado di produrre risultano straordinariamente incrementati.

Maggio 2015

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