Pulsione di morte

Anselm Kiefer, 1989
Anselm Kiefer, 1989

A cura di F. De Masi

Pulsione di morte

un concetto controverso

 

L’esistenza dell’istinto di vita e di morte, entrambi presenti nell’individuo, è stata discussa ampiamente nella letteratura psicoanalitica con opinioni divergenti.

Freud nel 1920 in  Al di là del principio del piacere, partendo dalla tendenza umana a ripetere le esperienze spiacevoli, ipotizza l’esistenza della pulsione di morte che agisce insieme alla pulsione di vita ma è più potente di questa. La pulsione di morte, secondo la visione di Freud, non sarebbe psichicamente rappresentabile e si legherebbe alla pulsione di vita che la modera e la contiene. Il suo scopo distruttivo si manifesta quando le due pulsioni si slegano, come ad esempio nelle perversioni.   Freud presenta la pulsione distruttiva in due modi apparentemente  incompatibili: da una parte come un’evenienza distruttiva o auto-distruttiva per l’Io, dall’altra come un quieto ritorno al Nirvana. Non è facile capire se questi due punti di vista implichino fenomeni differenti o se indichino diversi aspetti dello stesso fenomeno.

 

Nella letteratura analitica esistono due principali posizioni rispetto alla pulsione di morte.

La prima, che la considera un istinto primitivo e autonomo, è stata inaugurata da Freud e sviluppata poi ampiamente da Melania Klein e dai suoi seguaci. Nella visione  della Klein esiste un conflitto permanente tra le due pulsioni che dà origine nel mondo interno alla contrapposizione tra oggetto buono e oggetto cattivo.

Un secondo gruppo di analisti pensa invece che l’aggressività non derivi da una pulsione distruttiva primaria quanto da esperienze carenziali o traumatiche: questa è la posizione di Anna Freud, Fairbairn, Winnicott e Kohut.

 

Aggressività e distruttività

Mentre l’aggressività può essere considerata come un’emozione, e in certe situazioni come una difesa utile alla sopravvivenza, la distruttività si volge contro le radici stesse della vita. La differenza tra l’aggressività reattiva e distruttiva non risiede tanto nell’intensità dell’odio, che può essere estremo in entrambe le situazioni, quanto nel carattere e nella qualità dell’oggetto attaccato. L’odio è difensivo quando è diretto verso un oggetto cattivo, è distruttivo se si volge verso un oggetto buono.

Il piacere perverso non è caratterizzato dall’aggressività o dall’intensità dell’odio ma dall’assenza di amore ossia  dall’indifferenza.    La distruttività compiaciuta che si accompagna all’indifferenza e alla mancanza di passione costituisce il nucleo della perversione. Quando la distruttività si coniuga con il piacere esiste il pericolo di una progressione senza limiti.

 

Il trauma

La nozione di un trauma primitivo e prolungato può aiutarci a capire come un bambino, prematuramente esposto a sfavorevoli condizioni, può sviluppare una particolare tendenza a distruggere l’istinto di vita.  Riflettendo sulle storie di molti pazienti in terapia siamo diventati sempre più consapevoli dell’importanza per la crescita mentale delle risposte empatiche degli adulti che si prendono cura del bambino. Quando queste mancano si creano condizioni che interferiscono con il potenziale sviluppo del bambino e possono produrre  importanti conseguenze psicopatologiche. Anche se non ha subito chiare violenze, il bambino può aver sofferto di un trauma che può essere chiamato emotivo e che deriva dalle risposte mancate o distorte di chi si prende cura di lui.

 

E’ possibile pensare che la sofferenza prolungata di un piccolo bambino  che non riceve un risposta empatica dalla madre possa generare un nucleo di auto-distruttività.

In questi casi l’attacco al sé vitale e libidico può essere una difesa paradossale tesa a mettere fine a una sofferenza intollerabile. La rabbia e l’odio diretti all’inizio contro la madre vengono spostati contro il sé libidico ritenuto responsabile della sofferenza. E’ possibile che questa dinamica che si sviluppa nelle prime fasi della vita sia destinata ad esplodere più avanti quando si creano situazioni traumatiche analoghe. La rabbia inconsapevole può annullare la pulsione di vita e spingere alcuni individui a idealizzare la morte in uno stato d’animo euforico.

Da questo punto di vista la fascinazione verso la morte rappresenta una risposta inconscia, paradossale e drammatica, al trauma e ad una sofferenza precoce e indicibile.  Si formano in questi casi aree mentali cariche di impulsi auto-distruttivi che rimangono silenti nella personalità, ma pronte ad esplodere nei momenti di crisi. Non sempre l’attrazione verso la morte si manifesta in termini drammatici; in pazienti meno gravi, che incontriamo più frequentemente in terapia, l’attrazione verso la morte può essere rappresentata nei sogni con immagini di bei paesaggi nei quali un cimitero sembra particolarmente suggestivo per i suoi brillanti colori.

Il pericolo di realizzare la propria morte psichica e fisica rappresenta un’evenienza possibile nelle condizioni di seria psicopatologia. Questo pericolo è immanente nello stato melanconico quando l’odio per la vita e per lo stesso individuo è intenso al punto tale che Freud ha parlato del Super-io melanconico come pura cultura della pulsione di morte.  La distruttività sostiene le patologie gravi come le perversioni, l’anoressia, alcune sindromi borderline e le dipendenze tossicofiliche.

 

Conclusioni

Il mio punto di vista è che il concetto di pulsione di morte, come pulsione originaria, non trova una conferma convincente nell’esperienza clinica. E’ invece possibile considerare la spinta verso la morte come una potenzialità trasformativa della mente umana quando la vita diventa soggettivamente e oggettivamente  intollerabile.

La mia idea è che la distruttività umana non deriva da un patrimonio innato (la pulsione distruttiva) ma necessita per la sua azione di uno sviluppo lungo e complesso, spesso favorito da una complementare violenza da parte dell’ambiente. Da questo punto di vista sembra importante supporre l’esistenza di un’organizzazione patologica che si forma gradualmente e cerca di conquistare la parte sana della personalità come avviene nelle perversioni.

 

Il potere acquisito dall’organizzazione patologica distruttiva dipende anche dal ruolo del Super-io che coincide con una struttura perversa che ha un carattere seduttivo o intimidatorio.

 

Dal mio punto di vista il problema del piacere auto-distruttivo è molto complesso. Il piacere non è solamente ricercato come difesa dalle difficoltà della realtà esterna o come scarico della pulsione libidica.  In certi casi l’attacco diretto contro la vita produce una soddisfazione intensa pari a quella che si ottiene mediante l’affermazione di sé e la scarica delle pulsioni.

La distruttività, distinta dall’aggressività, è legata al piacere che si ricava dal male. Io penso che, per ottenere questo scopo e per trasformare l’aggressività in distruttività, sia necessario un lungo processo in cui le disposizioni originarie si incontrano  con  stimoli ambientali negativi in modo da formare quel tipo di costellazione perversa che presenta, a chi lo agisce,  l’atto distruttivo come capace di conferire  potere, superiorità e onnipotenza.

 

Bibliografia

Freud S. (1920) Al di la del principio di piacere, OSF IX, Boringhieri.

 

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