Sintomo organico (ricerca del significato)

SINTOMO ORGANICOA cura di Ana Emilia Juraga

La ricerca del significato del sintomo organico comporta la necessità di interpretare l’importante  comunicazione  inconscia contenuta nella manifestazione fisica.

Ci è spesso capitato di venire a conoscenza di  persone brillanti,  professionisti di successo con una buona vita sociale i quali,  poco tempo dopo il raggiungimento della pensione, si ammalano.  Malattie non gravi  che, tuttavia, interferiscono nella normale routine e che comportano un’attenzione e un riguardo inediti rispetto alla propria salute. Altre volte abbiamo visto l’amico, rimasto vedovo, il quale, a seguito del lutto, manifesta un quadro clinico di grave sofferenza tale da richiedere addirittura un ricovero. Su questo argomento, a ognuno di noi, verranno sicuramente in mente esempi  sia personali sia familiari.

Una malattia può presentarsi non solo contemporaneamente a situazioni dolorose, ma anche quando  si  realizzano desideri molto ambiti. Tale evento interferisce nello stile di vita,  e possiamo pensare  che  esso ripropone, per meglio dire “riattualizza”, aspetti rimossi della nostra vita psichica che erano in attesa di poter essere vissuti. Ci troviamo allora a cercare di dare un senso a queste vicende che riguardano la salute del nostro corpo.

L’esordio di una malattia genera un turbamento profondo  e la rottura degli equilibri raggiunti in quanto, ciò che avviene nel corpo, condiziona la vita di relazione e gli stati d’animo, segnando un capitolo importante nella storia di una persona. Può accadere, a volte, che il malato si senta colpevolizzato dalla propria famiglia come se questo grave evento dipendesse dalla sua volontà.   Possiamo invece ipotizzare che proprio quel sintomo organico sia stato l’unico mezzo che inconsciamente  il soggetto è riuscito ad utilizzare per esprimere qualcosa che non avrebbe voluto sapere, non accettare, e di cui ha  cercato di negare l’esistenza attraverso la rimozione.

La ricerca del senso della malattia, del significato che può  racchiudere quel tipo di patologia in quel determinato soggetto e nella sua particolare storia,  trova  fondamento nella convinzione che dietro  alle manifestazioni del corpo, mascherate dal sintomo  fisico, si nascondono vicissitudini legate ad un profondo compromesso affettivo.

Il metodo della patobiografia, creato da Luis Chiozza, è stato pensato per poter essere applicato nelle situazioni di insorgenza della malattia, per poter individuare, con gli strumenti della psicoanalisi, quali contenuti inconsci rimossi possono colludere con il processo morboso.

La ricerca di una spiegazione dei rapporti tra mente-corpo, è stata  presente nello  sviluppo del pensiero filosofico e scientifico dagli albori dell’umanità fino  ai  giorni nostri.  Possiamo ricordare nel sistema filosofico di Platone, la  distinzione tra un mondo sensibile e un mondo delle idee, ognuno con caratteristiche  definite e molto differenti l’uno dall’altro. Senza dimenticare  Descartes e il suo “cogito ergo sum” che ha superato la dicotomia mente corpo addentrandosi in territori impervi, dato il clima culturale in cui il filosofo viveva.

Ci sono esempi nella medicina dell’antica Grecia. Tra i tanti, ricordiamo l’episodio in cui il medico Erasistrato, al fine diagnosticare la malattia di cui era affetto  un giovane principe, decide di trasferirsi a casa di questi per capire che cosa stesse accadendo.  Nessun altro collega era riuscito a guarirlo.   L’osservazione del comportamento del giovane malato e l’essere venuto a conoscenza dei cambiamenti avvenuti in famiglia, portano Erasistrato alla conclusione che quella febbre indomabile era dovuta all’innamoramento del giovane principe per la nuova giovane sposa di suo padre.

Parlare, scrivere  di psicosomatica non sempre  riscuote interesse e approvazione ma, al contrario, suscita atteggiamenti svalorizzanti.  Ci sono persone che concordano e sostengono le tesi della psicosomatica, altre invece che tendono a ridicolizzare o a disprezzare tali argomentazioni.

Sicuramente separare queste due realtà – mente/corpo –  può essere utile per lo sviluppo di certe linee di ricerca, nella fisica, nell’anatomia, anche nella psicologia, senza  perdere la consapevolezza che  è  una separazione artificiale attuata a fini  conoscitivi e parziali.

Oggi si parla spesso  dell’assenza  dell’occhio clinico, della capacità diagnostica del medico che  sembra andata smarrita o forse potremo dire “offuscata” dalle procedure protocollari; una buona diagnosi, in realtà, non avviene  soltanto  attraverso la semiologia, ma anche attraverso l’osservazione della persona nella sua interezza.

Il problema della relazione della mente con il corpo è stato presente nella psicoanalisi fin dall’inizio. Freud, nei suoi scritti, ci ricorda di quanto i pazienti somatici sembrano incapaci di parlare d’altro rispetto al proprio stare male ed alla descrizione dei sintomi corporei. Ci vuole molto tempo, durante un trattamento psicoterapico, per consentire loro di fare collegamenti con le proprie vicende e storie personali.  Forse è stata questa caratteristica a dar luogo a diverse correnti di pensiero dentro la stessa psicoanalisi: dalle teorie che considerano i pazienti somatici come persone con difficoltà a mentalizzare, a quelle che ritengono che la malattia sia la risultante di eventi stressanti ma senza un significato, a quelle concezioni che danno alla malattia somatica con un “senso psichico,” un significato inconscio preciso.

Freud ha decifrato il linguaggio occulto dei sintomi somatici dell’isteria, affermando che questi esprimevano simbolicamente affetti “ostacolati” nel loro cammino di accesso alla coscienza.  Questi affetti portavano alle componente rimossa della storia personale del paziente ed erano legate alle vicissitudini della sua vita di relazione e sessuale. Nei pazienti l’idea che riguardava desideri intollerabili veniva rimossa ma non l’affetto: gli affetti e i desideri ritenuti intollerabili trovavano quindi una  “ via di scarica” nel corpo. Freud individua nell’inconscio il mediatore tra il somatico e il mentale, e le sue ricerche lo porteranno alla scoperta dell’importanza dell’inconscio, alla formulazione della sua teoria sull’apparato psichico e del funzionamento mentale dell’essere umano.

L’interesse di Freud per il problema della relazione mente-corpo presente nei suoi  lavori con le pazienti isteriche (dal 1888 – 1897) verrà sospeso per alcuni anni, per poi riapparire nel 1925 in “Inibizione sintomo e angoscia”, scritto in cui si propone il tema della compiacenza somatica.  Tuttavia, è soprattutto nel suo ultimo lavoro del 1938 nel “Compendio di psicoanalisi”,  dove con “estrema chiarezza e precisione espositiva “, Freud formula la seconda ipotesi fondamentale della psicoanalisi: “La psicoanalisi reputa che i presunti processi concomitanti di natura somatica costituiscano il vero e proprio psichico, e in ciò prescinde a tutta prima dalla qualità della coscienza”(1938, 585).

L’evoluzione del pensiero di Freud sul rapporto mente-corpo si riflette nelle diverse formulazioni che adotteranno i suoi successori.  Alcuni psicoanalisti sostengono il ruolo della simbolizzazione nello sviluppo delle malattie del corpo, altri non concordano con queste tesi, altri invece considerano solo alcune malattie come propriamente psicosomatiche.

Autori che come la Mahler, Alessander, Winnicot, Gaddini, Marty sostengono una concezione secondo la quale la dimensione psichica è una realtà che si sviluppa in un secondo tempo, rispetto  all’essere corporeo. Un gran numero di autori conviene nel sostenere che la formazione di un forte senso di sé dipende dal fatto che la madre funge da scudo protettivo per il bambino, decodificando le comunicazioni del neonato nel modo più sensibile possibile. La malattia “psicosomatica” viene collegata ad un fallimento della vita emotiva, piuttosto che alla sua rappresentazione.

Analisti come Marty e de M’Uzan  sostengono che la simbolizzazione non ha nessun ruolo nell’attivarsi delle malattie psicosomatiche. Essi sostengono di avere individuato un tipo di personalità associato allo sviluppo di queste malattie.  Sono personalità di scarsa vita fantastica, incapaci di fare libere associazioni e senza pensieri che non siano oggettivi e quindi  privi di metafore.  Gli autori hanno definito questo fenomeno ”pensiero operatorio” o funzionamento meccanico proponendo, per questo tipo di soggetti, il nome di personalità “alessitimica”. Partendo dal presupposto  che queste persone hanno subito un sovraccarico psichico della vita mentale precoce, ritengono che  le tensioni producono una sorte di corto circuito di qualsiasi elaborazione psichica e  trovano una “soluzione somatica”.

Anche Joyce Dougal nel suo libro “Teatri del Corpo” fa riferimento agli autori che hanno studiato lo sviluppo precoce della mente e sottolinea che tutti riconoscono, implicitamente o esplicitamente, che il senso di sé e l’identità individuale dipendono dal modo in cui vengono vissute le separazione precoci e le differenziazioni.

Bion colloca il fenomeno psicosomatico al di fuori della funzione simbolica: quando parla dei destini degli elementi beta, dice che questi, quando non sono elaborati dalla funzione alfa, possono essere proiettati, allucinati o evacuati nell’apparato protomentale come disturbi psicosomatici.

Altri autori come Grodeck, Felix Deutsch, Weiszaecker e Chiozza ritengono che la malattia possieda una valenza simbolica.

Chiozza e i suoi collaboratori sostengono che ogni individuo possiede una storia conscia di se  stesso che presenta lacune e distorsioni, soprattutto rispetto ad  eventi particolarmente dolorosi.  Esistono però altri elementi talmente dolorosi e intollerabili da rimanere inconsci.  La malattia avrebbe la funzione di “coprire” di fronte alla coscienza questi aspetti drammatici, ma simbolicamente essa stessa finisce per riproporre tali eventi.

Chiozza scrive “Quando affermiamo, seguendo Weizsaecker (1946) che tutto ciò che è corporeo possiede un significato psicologico e tutto lo psichico un correlato corporeo, non presupponiamo che un fenomeno psichico si converta in corporeo o viceversa, ma che l’esistenza stessa del fenomeno somatico sia dotata di questo significato e l’esistenza stessa del fenomeno psichico possieda un aspetto corporeo.”

Questa concezione dello psichico e somatico non corrisponde a piani ontologicamente distinti della realtà, come siamo abituati a pensare, ma dipende unicamente dalla posizione dello spettatore, dalla modalità della sua osservazione e comprensione. Somatico è tutto ciò che può essere esplorato con i sensi mentre psichico rimanda alla storia del soggetto.

Questi autori ritengono che sia la malattia che la scelta dell’organo, abbiano un senso e rappresentino simbolicamente una fantasia inconscia; ribadiscono inoltre che non è la fantasia che determina o provoca il processo somatico, e sostengono che nemmeno  il processo somatico è causa della fantasia; entrambi, processo somatico e fantasia, sono aspetti della stessa realtà. Essi sostengono che la capacità di simbolizzare sia inerente alla vita e questo si manifesta nelle fantasie inconsce.

In Italia il gruppo coordinato da Fabrizio Franchi ha lavorato per molti anni studiando e applicando le idee di Chiozza, fino ad elaborare una sua propria concezione sulla malattia somatica e il rapporto corpo-mente, discostandosi, in alcuni aspetti, dalle teorie di Chiozza.

Franchi scrive “Condividiamo l’affermazione di Chiozza che il linguaggio sia un corollario proprio della materia animata, che esso compaia con il vivente, prima e indipendentemente dalla maturazione della psiche individuale.  Gli essere umani non sono come buchi neri nei quali gli stimoli esterni possano scomparire, ma sono fatti per re-agire cioè per dialogare con la realtà esterna.  Il linguaggio è connaturale in noi perché connaturata è l’esigenza di entrare in relazione con il mondo esterno.”  All’interno di questa concezione il linguaggio è definito come il modo in cui un soggetto porta a compimento manifestazioni di sé, significative nella relazione con l’altro ed è possibile dire che il linguaggio presiede alle relazioni improntate agli istinti.

La  psicosomatica  è intesa come approccio  a una relazione terapeutica dove si cura l’uomo intero, nella sua complessità psicofisica.  La malattia è determinata dall’interrelazione tra le forze della sua eziologia organica e le influenze mentali del soggetto.  Sarà la risultante di queste forze a plasmare la sostanza somatica.

Questo  gruppo non concorda completamente con  l’impianto dottrinale di Chiozza, soprattutto  dove va a schematizzare, in maniera eccessiva, il legame tra emozioni tipizzate dell’esistenza umana associandole a precise parti e funzioni dell’apparato corporeo, nel senso di collegare inestricabilmente un determinato affetto ad una certa malattia, evidenziando un’esigenza classificativa precedentemente criticata.  Condividono altresì il pensiero di Joice McDougall quando scrive “(…) di fronte al medesimo conflitto un individuo risponderà con una nevrosi, un altro svilupperà una perversione sessuale, un delirio o una malattia psicosomatica.”

Interessante ricordare, in questo ambito di ricerca, il lavoro di Alessandra Piontelli sull’osservazione dello sviluppo intrauterino di gemelli, lavoro nel quale l’autrice ipotizza che una forma di differenziazione tra il sé e l’altro incominci già nell’utero. “(…) l’osservazione dei feti con l’ecografia ci può dire solo come i feti si comportano e non cosa possono o non possono sentire o pensare. Probabilmente questo non lo sapremo mai,  ma se guardiamo il comportamento come espressione di un precursore di qualche tipo di sentimento o pensiero, possiamo anche tentare di proporre una speculazione di natura ipotetica.” Il feto  apparentemente agisce già su una base di piacere-dispiacere. Non sappiamo quanto il feto  o il neonato possa avere una consapevolezza di sé, però riteniamo che sia già presente una consapevolezza precoce dell’altro.  Forse si potrebbe ipotizzare che gli eventi del mondo animato vengono in essere in un modo non caotico o causale, bensì motivato e sensato in un senso psico-linguistico.

Le vicissitudini della relazione mente-corpo è una questione tuttora aperta sia a ulteriori studi sia a maggiori esperienze che, indipendentemente dal nostro orientamento psicoanalitico, ci stimolano ad essere ricettivi alle comunicazioni, ai bisogni dei pazienti, a tollerare l’incertezza, a formulare ipotesi basate sull’osservazione. E’ proprio il fatto di essere esposti alla critica e al dubbio che ci consente di immaginare nuove possibilità.

Bibliografia

Cagli V.  La crisi della diagnosi. Editore Armando. Roma, 2007

Chiozza Luis A.  Corpo, Affetto e linguaggio.  Editore Loescher. Torino, 1981

Chiozza Luis A. Las cosas de la vida..  Editore Libros  del Zorzal. Buenos Aires, Arg. 2005

Franchi F. ed altri.  Il corpo nella stanza d’analisi.  Edizioni Borla, Roma, 2006

Franchi F. (a cura  di).  Cancro complessità e derive psicoanalitiche.  “Il rischio di una superstizione scientifica”  Editore Franco Angeli, Milano, 2007

Freud, Sigmund  (1898). “La magia della parola” OSF, 2, Torino, Bollati Boringhieri.

Freud, S. (1925).  “Inibizione, sintomo e angoscia” OSF, 10, Torino, Bollati Boringhieri.

Freud, S. (1938)  “Compendio di psicoanalisi”, OSF, 11, Torino, Bollati Boringhieri.

Juraga Ana, Rosenholz Eva. “Il linguaggio del corpo nella malattia somatica: riflessione psicoanalitica” in Cancro complessità e derive psicoanalitiche. Ed. F. Angeli, Milano, 2007

Piontelli A. From fetus to child, Taylor and Francis group, UK, 2002

Dicembre 2016

 

 

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