“Loro 1” di Paolo Sorrentino. Recensione di Rossella Valdrè

Autore: Rossella Valdrè

Titolo: Loro 1

Dati sul film: regia di Paolo Sorrentino, Italia, 2018, 104’

Genere: Commedia/Drammatico

“Non si dovrebbe mai mettere da parte soldi,

sentimenti e pensieri. Perché dopo non si usano più.”

Silvio Berlusconi-Toni Servillo, in “Loro 1”.

 

 

Unica ad essere accettata tra gli autori “comunisti”, è questa citazione di Natalia Ginzburg che il Berlusconi di Sorrentino condivide. Sorprendentemente, è di sentimenti che si occupa il nuovo dittico di Sorrentino, dedicato esplicitamente alla figura di Silvio Berlusconi, sebbene attraverso un preciso e riuscitissimo filtro narrativo. “Tutto documentato, tutto arbitrario”, recita la frase di Manganelli in introduzione. Di Berlusconi e del suo mondo, il berlusconismo, si sa tutto, si è detto e scritto di tutto, il cinema gli ha finora dedicato solo modesti e scontati tentativi di critica o di beffa; Sorrentino, qui al meglio, a mio avviso, della sua creatività e della sua poetica, evita tutto questo. Non i processi giudiziari, ascese e cadute, rapporti con la mafia (tutto materiale che parla sullo sfondo o per bocca dell’amico ex ministro o dei vari personaggi che nutrono la cupa schiera di “Loro”) sono ciò che interessa al regista, no. Sorrentino riesce a realizzare una vera narrazione artistica, dove la biografia è filtrata dalla sua personale sensibilità (e dai richiami a qualche maestro, come Fellini o Scorsese), fornendoci un affresco feroce e malinconico, becero e decadente, di un ventennio (la fine anni ’90, ma il film colloca la prima parte nel 2006) che ora ci appare lontano, ma che ha abitato non solo il Parlamento ma l’immaginario collettivo, il costume, la crisi di un Paese sempre a rischio di perversi populismi.

Il film sembra a sua volta dividersi in due parti. La prima, è lo scenario sul quale il berlusconismo si è disfatto, persino agli occhi di molti suoi elettori: quel sottobosco romano (già dipinto in “La grande bellezza” ma qui incupito ed esaltato insieme) delle cosiddette “olgettine”, ragazze eternamente nude, tutte uguali, raccolte come merce in vetrina da un efficace Scamarcio/Torrentini venuto dal sud, affarista spregiudicato che per giungere a Lui, fornisce le ragazze ai politici di turno, “quelli che contano”, in un’orgia di sesso, noia e cocaina che stordisce e finisce col disgustare lo spettatore, catapultato in un mondo assurdo e spregevole, dove volutamente Sorrentino insiste con una regia eccitata, scene patetiche, debitore qui forse dello Scorsese dell’ultimo Wall Street. Le ragazze vengono portate in barca di fronte a Villa Certosa, in Sardegna, perché Lui le veda, perché “niente gli piace di più”.

E’ qui il berlusconismo più becero, in uno scenario che non gli fa sconti, che mescola l’illusione di arrivare con un corpo nudo e continuamente disponibile ad un provino televisivo, tra schermi di TV commerciale che giganteggiano e raccontano un’Italia che non esiste se non in quelli schermi, inventati da Lui, quel leader a cui tutti, politici e affaristi, escort e ragazzine mandate dal padre a “divertirsi”, hanno qualcosa da chiedere, ambiscono a un contatto nonostante sia iniziato il declino politico. Berlusconi è, infatti, all’opposizione, le promesse deluse, gli italiani “fanno la somma inconscia di tutte le cazzate che hai raccontato”, gli dice un Bentivolgio forse ispirato a Bondi, Bertolaso, uno dei tanti. Loro. Quelli che Lui ha creato, che ora vogliono prendere il suo posto, anch’essi dipendenti da un patetico e costoso sesso con ragazze che li odiano, corpi vecchi bramosi di un attimo di piacere.

Dopo la ridondanza orgiastica della prima parte, svolta stilistica quando entra in scena Berlusconi, braccato nella sua Sardegna come un cane alla catena, “uomo d’azione” che cerca di riconquistare la moglie, una Veronica disamorata, stanca di tradimenti che avrebbe sopportato entro certi limiti, con cui si intuisce c’è stato un grande amore ma ora a cinquant’anni “non servo più a niente”, gli dice guardandolo con un misto di pena, disgusto e rimpianto. Silvio non sa stare solo e tanto meno in due: ha bisogno di pubblico.

Anche la seconda parte, tutta concentrata sull’uomo Berlusconi e sulla coppia, è una felice sorpresa: il cane braccato, sentantenne, che guarda annoiato il mare, in mezzo a lussi inutili, non è per Sorrentino oggetto di scherno, di critica o di rozza caricatura.

“Loro” sono peggio di Lui. Tanto la prima parte suscita (direi controtransferalmente e certo volutamente) il fastidio dell’eccesso, tanto la seconda sorprende per la malinconica quasi simpatia, che l’uomo vestito dalla maschera di Servillo riesce ad incarnare. Fulcro della sua filosofia è il bellissimo dialogo col nipotino: la verità non esiste, è solo la convinzione con cui parli, con cui convinci una massaia che guarda la televisione. Su questa maldestra affermazione postmoderna, Berlusconi ha basato una vita di cui non smette di compiacersi di aver fatto “da solo”, diviso tra “i comunisti” (continuamente nominati come categoria antropologica che lo perseguita più fantasmaticamente che nel reale, non tanto come singole persone), e la sottile invidia verso la cultura (che ha distrutto) e la classe, che Agnelli impersonava, e lui no. E’ per voce di Veronica, sorta di alter ego che gli legge l’anima, che lo spettatore entra in questo personaggio a suo modo complesso, a suo modo indefinibile: bambino e perverso, feroce e triste, l’eterno sorriso stampato sulla faccia di cartone animato.

Nelle bellissime scene con la moglie, il Berlusconi che guarda un mare dove non c’è più alcun orizzonte, schiavo delle ‘olgettine’ che il Tarantino gli ha portato a vedere nella barca di fronte, bramoso non tanto di un sesso senz’anima alla maniera pasoliniana, quanto di un eterno pubblico di bambole che gioca per lui, gode per lui, non ammira che lui, è fondamentalmente solo.  L’abbraccio di una moglie intelligente, che nel tempo ha seguito un destino diverso, non gli basta.

Facile qui, per lo psicoanalista, la tentazione della diagnosi, la sicurezza del patobiografismo..

Narcisista. Perverso. Megalomane.

Credo che se si può tentare una nota psicoanalitica che rispetti la poetica del film e la complessità del personaggio, direi che è il trionfo delle pulsioni sul principio di realtà. La spinta pulsionale è tale da non reggere la sola idea di rinunciare al piacere, per effimero e fasullo che sia. C’è un eccesso, in Berlusconi. Di azione, di pulsionalità, di vuoti da riempire. Una carenza di sublimazione, di possibilità di accedere al lutto del tempo che passa, delle trasposizioni a piaceri più duraturi e indiretti: dominato dalla jussance, dal godimento, nel suo esaltato vitalismo, il film lascia intravvedere tracce di deriva mortifera, che tutto brucia per accontentare la pulsione di essere guardato, eternamente e indifferentemente amato, pur a costo di rovinare l’impero simbolico e commerciale che ha costruito. Anche “Loro”, che ne sono la brutta copia, sembrano dominati dalle pulsioni, da una libido senza oggetto, mal sostenuti da un vuoto di Sé che va continuamente stimolato da fiumi di cocaina: “è dura vivere se non sai fare niente”, ammette la regista delle olgiettine nell’eterno sole, mare, barca.

Bambino perverso polimorfo, Lui è capace di amare, non sembra insensibile al Bene, ma diventa angelo del Male sulla spinta pulsionale, che lo porterà alla deriva.

Altro punto centrale nel film, che meriterebbe trattazione a sé, è il rapporto tra Potere e corpo.

Se, come dice il filosofo Marramao, fu con Salò di Pasolini che la cinematografia raggiunse la sua rappresentazione più radicale del rapporto col corpo che ogni Potere tirannico costituisce per trasformare l’uomo in cosa, anche nel berlusconismo c’è una subdola tirannia: quella del benessere, del consumo, del piacere come diritto. Ma è sempre alla fine di un impero, che l’abbraccio tra corpo e potere rivela tutta la sua deriva.

 

Se la seconda parte manterrà l’altezza della prima, Sorrentino ci consegna (come Fellini nel 1960 con “La dolce vita”) il ritratto di un’epoca sciagurata e dell’uomo che l’ha inventata, restando poi inevitabilmente prigioniero del mostro da lui stesso creato.

Un unico difetto: aver diviso il film in due. Vezzo del regista qui assolutamente inutile e anzi penalizzante, che rischia di assimilarlo ad una serie televisiva rompendo l’unità narrativa di un film altrimenti perfetto. Provocante, malinconico e feroce, che dosa i simbolismi – sempre pericolosi nella poetica del regista – in due splendide immagini: una pecora smarrita che guarda attonita la televisione di quiz e pubblicità, e un camion di rifiuti che, rovesciandosi, in slow motion, riversa su questa Roma barocca e corrotta, tutta la sua spazzatura.

 

Aprile 2018

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