“107 madri” di P. Kerekes. Recensione di E. Marchiori

"107 madri" di P. Kerekes. Recensione di E. Marchiori

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: “107 madri” (“Cenzorka”) (dal 78° Festival del Cinema di Venezia). In Concorso Sezione “Orizzonti”

Dati sul film: regia di Peter Kerekes, Ucraina, Repubblica Ceca, Cecoslovacchia, 93’, 2021

Genere: drammatico

 

 

Official Clip:

 

Ancora figure di madri, protagoniste assolute di diversi film presentati a questa complicata edizione della Mostra del Cinema (“Madres parallelas”, “The lost dougther”, “À plein temps”, “La ragazza ha volato”, finora). Queste però non sono vivaci, colorate e melodrammaticamente sofferenti come quelle almodovariane, ma cupe e silenziosamente disperate. Sono donne detenute in un penitenziario di Odessa, in Ucraina, che hanno partorito in carcere o vi sono state recluse con figli di meno di tre anni.   Al compimento del terzo anno di età, infatti, i bambini vengono affidati a chi se ne può prendere cura tra i parenti o portati in orfanotrofio. Con queste madri il regista ha trascorso molto tempo tra il 2015 e il 2020, e alcune di loro sono state scelte per raccontare la loro storia, così come la guardia carceraria Iryna. Solo la protagonista principale, Lesya, è un’attrice professionista, Maryna Klimova: poiché queste donne possono essere trasferite in qualsiasi momento o ottenere la libertà condizionata, il regista non poteva rischiare di perderla. Anche Klimova è stata insieme alle detenute, ha parlato con loro e, evidentemente, le ha comprese profondamente, riuscendo a calarsi nella parte tanto da apparire una di loro.

Il film vuole essere, come ha dichiarato il regista, una “testimonianza autentica e collettiva”, che riesce ad ottenere attraverso le storie delle detenute, che emerge dai dialoghi con Irina, ma anche, e soprattutto, dalle scene silenziose. Queste indugiano su momenti particolarmente struggenti, come quello in cui spengono con il figlio le tre candeline sulla torta, il momento della separazione, ma anche i brevi istanti in cui, allattando o giocando con i bambini, sembrano dimenticare la loro condizione. Sono scene che raffigurano istanti come sospesi al di fuori della dimensione spazio-temporale.

Quella di Leslya è la storia vera di una donna condannata per l’assassinio del marito per gelosia ed arrivata in carcere incinta, e si intreccia con quella di Iryna, una donna altrettanto sola, con una madre che la vorrebbe vedere sposata e da cui pretenderebbe dei nipoti. Iryna si affeziona invece al figlio di Leslya, di cui nessun parente vuole prendersi cura, a parte la suocera, con la crudele condizione che rinunci completamente a lui.

Il regista ha lavorato “per via di levare”, costruendo un film nitido, essenziale, estremamente toccante, che intreccia senza sbavature documentario e fiction, immergendo lo spettatore in un universo completamente femminile dove detenute, infermiere, guardie, di tutte le età, si distinguono tra loro solo grazie all’uniforme che indossano. I sentimenti di solitudine, disperazione, rassegnazione, colpa e pentimento, l’altalena emotiva della maternità, l’attaccamento tra madri e figli, il dolore per il distacco, emergono con forza dalle immagini e colpiscono profondamente lo spettatore, senza bisogno di alcuna spiegazione.

 

Settembre 2021