“1945” di Ferenc Török. Recensione di Antonio Buonanno

Autore: Antonio Buonanno

Titolo: 1945

Dati sul film: regia di Ferenc Török, Ungheria, 2017, 91’

Genere: drammatico/western

 

 

Diversamente dallo stile del film ungherese “1945”, che è sobrio, misurato, voglio iniziare la mia recensione con un’affermazione enfatica: il regista Ferenc Török ha realizzato un piccolo miracolo. È riuscito, infatti, ad aggiungere qualcosa d’inedito alla ormai corposa filmografia sulla Shoah, divenuta quasi un nuovo filone dell’industria cinematografica e pertanto a rischio, più che mai sgradevole e pericoloso, di convenzionalità. Ha deciso, allo scopo di mettere in forma una materia ai confini dell’irrappresentabile, di organizzarla lungo gli assi semantici e sintattici, immediatamente riconoscibili, di uno dei generi filmici più praticati e ritenuti ormai desueti, il western.

La storia del film prende le mosse dall’arrivo inatteso di due ebrei nel piccolo, anonimo villaggio in cui è ambientata la vicenda e termina con la loro partenza.

Girato in uno splendido e luminoso bianco e nero, “1945” s’ispira tanto al racconto breve da cui è tratto (“Homecoming” dello scrittore Gábor T. Szántó, nato a Budapest, che ha collaborato anche alla sceneggiatura) quanto ad uno dei capolavori assoluti della storia del cinema, il western “High Noon”, del viennese naturalizzato americano Fred Zinnemann. Come “Mezzogiorno di fuoco”, anche quest’opera rispetta, nel suo canone narrativo, le tre unità aristoteliche di luogo, di tempo e di azione, e, pur senza la precisione degli 85’ di durata della pellicola di Zinnemann del 1952, tutto è contenuto nei 91’ del film, senza flash-back o flash-forward: l’arrivo del treno, la strada da percorrere, un matrimonio da celebrare, la locanda, i tradimenti (tanti) e i pentimenti (pochi), l’attesa e la tensione crescente, l’adunata in chiesa, la catarsi finale.

La guerra è appena finita e lungo le strade polverose di un villaggio sperduto nella pianura stepposa, la puszta magiara, corrotto dalla malafede e presidiato dalle squadracce dei soldati russi occupanti, in un’afosa giornata estiva, un padre e un figlio portati dal treno, nei loro abiti scuri e con in testa un cappello nero, incedono silenziosi dietro un carretto trainato da un cavallo, che trasporta il loro misterioso bagaglio dalla stazione ferroviaria al cuore del paese, in tumulto per la loro presenza.

“Sono tornati?” è la domanda che serpeggia e inquieta gli abitanti del villaggio, in attesa del “mondo nuovo”, temuto o auspicato, e il cui avvento è preannunciato dalla radio, che riporta notizie sulle imminenti elezioni e sulla bomba a Nagasaki, però incapaci di fare i conti con la loro storia recente, caratterizzata dal tradimento. Tradimento nei confronti degli amici, della famiglia, della propria sposa o del proprio promesso sposo ma soprattutto della propria natura umana.

Il lento avanzare del giovane e dell’anziano, sottolineato da una musica emotivamente coinvolgente e funzionale, determina da una parte, a livello narrativo, la suspense per ciò che accadrà, dall’altra, ad un livello psicologico, l’immersione nei conflitti, solo apparentemente sopiti, tra le persone e dentro di loro. Conflitti violenti; di “classe”, tra le coppie, intergenerazionali e principalmente intrapsichici.

Gli stranieri, i visitatori, a differenza di ciò che di solito accade nella struttura tradizionale del western, sono qui i “buoni”, riportano la giustizia, calpestata dagli autoctoni per cinismo, viltà, paura o “banale malvagità”, e con essa la sincerità e l’autenticità, altrimenti confinate solo nell’espressione offerta dalla fuga nell’alcol o nel disagio psicologico. Quasi tutti gli scambi sono bruschi, violenti e insinceri, purtroppo non sempre resi fedelmente dai sottotitoli italiani.

I due ebrei invece non parlano, perché la loro presenza è sufficiente a determinare la crisi, il ritorno del rimosso e del rimorso. La loro apparizione è un’epifania che non può che preannunciare anche la vendetta, parola la cui etimologia richiama il liberare, il fare giustizia e il redimere. Ed è proprio così che i diversi altri personaggi, che vedono nei due sopravvissuti dei “revenants”, i propri personali fantasmi, emissari degli ebrei che avevano denunciato e condannato ai campi di concentramento tedeschi, o una manifestazione numinosa, vivono il loro avvicinamento, in un disvelamento che li spinge a confessare, combattere, mentire, arrendersi o, finalmente, a ribellarsi.

Il movimento di ribellione porta ad una soggettivazione, le cui conseguenze possono essere anche tragiche, comportando l’allontanamento dal villaggio, che è però necessario per salvarsi, o lo slegamento pulsionale con l’emersione dell’istinto di morte.

Le ragioni del loro arrivo e i voluminosi bagagli danno il via a una ridda d’ipotesi che più che riferite ai due misteriosi visitatori, o al temuto ritorno degli ebrei colpiti dalla delazione dei loro vicini, sembrano parlare della grettezza, dell’avidità e della frivola invidia di chi le formula. “Cosa c’è nei bauli?” – si chiedono gli abitanti del villaggio – “profumi, cipria, roba per donne? E perché tornano, rivorranno indietro la loro roba, far concorrenza?”.

La tragedia prende i toni del pettegolezzo e la paura quelli della violenza, sempre sul punto di esplodere contro i due figli d’Israele e i più deboli della comunità.

Nel finale, che ha la potenza di un racconto biblico, la rivelazione, la scoperta della propria natura, libera e potrebbe rigenerare il villaggio ormai imputridito e corrotto dalla cattiveria, dalla slealtà e dalla doppiezza.

La Shoah è evocata con fugaci segni, icone angoscianti che occupano brevemente lo schermo e tolgono il fiato – il fumo, i treni, il tatuaggio della matricola, dei simboli sacri – desiderando il regista, credo, porre più l’accento sulla sopravvivenza che sul  trauma.

I due ebrei del film appaiono orgogliosi della loro identità, forti, anche inverosimilmente rispetto alle vicende narrate, essendo trascorsi pochi mesi dalla liberazione dai campi di concentramento, ma soprattutto decisi e poco propensi al sentimento (e al risentimento). Hanno una missione, che non svelo, e la portano a termine, andando dritti per la loro strada, incuranti dei pregiudizi e delle conseguenze. E arriverà la catarsi finale che con acqua e fuoco proverà a lavare le colpe.

Come spesso nei migliori western, “1945” è pervaso da un sentimento morale, forse religioso, in cui la dignità, la fede nei propri ideali resistono nonostante tutto e guidano il cambiamento, laddove ancora possibile.

Tutto questo mi sembra molto significativo rispetto alla storia, passata e presente, dell’Ungheria, nazione in cui il film è stato girato e alle cui vicissitudini il film fa riferimento. L’Olocausto in Ungheria si è consumato con una ferocia ed una rapidità inaudite, anche a causa delle croci frecciate, la polizia paranazista magiara, e, non di rado, della spesso brutale collaborazione degli altri ungheresi. Questo ha comportato che dei circa 50.000 ebrei superstiti tornati nei loro villaggi natii, pochi abbiano deciso di restarci: i nazisti erano andati via ma erano rimasti i collaborazionisti. Ed erano arrivati i russi: nei decenni successivi del regime comunista qualunque sentimento religioso fu cancellato.

Oggi, l’avvento di un nuovo uomo forte, Viktor Orbán, che s’ispira anche all’ammiraglio Miklós Horthy, vicino ad Hitler e Mussolini, ha riportato la narrazione politica ai temi che caratterizzavano il periodo nazifascista, con l’esaltazione di una purezza nazionale e il miraggio del ritorno al paradiso perduto, allo scopo di fomentare spinte paranoidee che vedono di nuovo nell’ebreo e nello straniero i capri espiatori per le proprie frustrazioni.

Il fallimento nella elaborazione della colpa e del lutto per quanto culminato nel 1944, temi rimossi nei decenni successivi, sembra portare da una parte alla riemersione di spinte violente e razziste, dall’altra alla necessità da parte di qualcuno di un lavoro (indispensabile e benemerito!)  sui temi della Shoah e sulla resilienza al trauma che passa necessariamente attraverso il disvelamento delle colpe e delle responsabilità. Un altro buon esempio di questo è “Il figlio di Saul”, un film di László Nemes del 2015, che vinse l’Oscar come miglior film straniero, che parla dei Sonderkommandos.

Ultima annotazione, che colpisce lo psicoanalista è, all’inizio del film, l’invito irridente a togliersi il cappello da parte di uno dei prepotenti soldati russi nei confronti del giovane e fiero ebreo. L’episodio mi ha fatto pensare al celebre racconto doloroso di Freud su quanto occorso al padre Jacob, il cui berretto fu buttato a terra da un antisemita, e al peso che questo ebbe nello sviluppo psichico del figlio, ma anche a tanti momenti caratteristici dei film western in cui il mite è sfidato dal violento.

I film di genere, di cui il western è una nobile espressione, durano nel tempo in quanto si occupano degli aspetti fondamentali della vita umana, delle interazioni sociali e psicologiche, cercando di offrire una narrazione mitica all’esistenza, spesso raccontando per immagini la profondità delle emozioni e trovando nella persistenza di una raffigurabilità una forma di resistenza al trauma.

Così si può tentare di raccontare e rivivere la Shoah o altre esperienze irrappresentabili, proprio come proviamo noi a fare nella stanza di analisi, al cospetto di vite spezzate da vicende troppo dolorose, cui tentiamo di restituire una pensabilità che tenga vivi la speranza e il desiderio. Queste attività oggi sembrano particolarmente necessarie per conservare la nostra umanità.

 

Giugno 2018