3 Cuori (3 Coeurs)

Dati sul film: regia di Benoît Jacquot, Francia, 2014, 100’

Trailer: 

Genere:
drammatico

Trama.
Non è il classico triangolo amoroso, quello narrato nel raffinato e sottile 3 Cuori, presentato fuori concorso alla 71° Mostra del Cinema di Venezia e ora nelle sale, del francese Benoît Jacquot. Sebbene possa sembrarlo, ed in parte anche lo è nella scelta narrativa, ben più complessa la triangolazione affettiva, l’incrocio tra destini, il ruolo del Caso, il dilemma della scelta nelle psicologie dei personaggi. Non facile accennare alla trama, in quanto siamo di fronte a più trame possibili, a diversi sottotesti di trame mancate: un francesissimo Sliding doors, non privo di riferimenti a Truffaut (Jules e Jim, L’uomo che amava le donne).
Nella trama ‘prevalente’ tutto si gioca dalla prima scena: un uomo in crisi, afflitto dalla solitudine e dal tempo che passa (è al suo quarantasettesimo compleanno), il corpo che si avvia a diventare sfatto e con un cuore a rischio d’infarto, entra una sera nel bar di una città della provincia francese, a qualche ora da Parigi. È un esattore fiscale parigino che ogni tanto viene inviato lì, dove vaga per le strade in preda a una sorda disperazione. In un bar incrocia una giovane donna, Sylvie, ugualmente tormentata da una scelta che non riesce a fare, seguire il fidanzato negli Stati Uniti. Nel primo scambio di battute fra i due è racchiuso – come in un sogno di inizio analisi – il nucleo tematico del film: la scelta. L’amore è emozione improvvisa che piomba sui personaggi senza che scelgano, senza l’inutile anticamera delle presentazioni: si danno appuntamento a Parigi in un parco, un certo giorno ad una certa ora. Mentre Sylvie lo attende, puntuale al suo appuntamento col destino, Marc arriva in ritardo: il cuore malandato lo tradisce per strada, ha un infarto. Non troverà Sylvie, che partirà così col fidanzato; e si chiude una prima porta.
Perché la giovane donna non riusciva a scegliere di partire? Perché legatissima alla sorella, Sophie, con cui condivide un negozio d’antiquariato: sotto lo sguardo attento di una madre che le tiene vincolate a sé (attraverso il continuo significante della tavola e dei pranzi che scandisce il passare del tempo), le due ragazze non si sono mai separate prima. Partita Sylvie, che aveva in mano la contabilità del negozio, Sophie, la più fragile tra le due, quella che si affida, si ritrova in un piccolo guaio fiscale che la porterà a conoscere Marc. Si apre così, casualmente, un’altra trama poiché Marc, lo dice da subito, è “un uomo che ama le donne”, e gli è facile prendersi cura, amare anche la gentile e dolce Sophie, ignorando di chi sia sorella.
Lo sviluppo del film, dal matrimonio tra Sophie e Marc in poi, si fa più prevedibile: la serenità dura soltanto fino a che non si ripresenta, per il bizzarro gioco del Caso, la scelta mancata, l’eventualità perduta, incarnata nel re-incontro tra Marc e Sylvie. Incontro inevitabile, visto che a loro insaputa ora sono cognati, che irrompe in vite che scorrevano serene, che riapre il dilemma delle scelte mancate, delle occasioni perdute. Sono incline a vedere nel seguito, e nel finale ad apparente happy end, più una possibilità che una realtà oggettiva, qualcosa che può essere avvenuto come no. Pur dovendo scegliere uno sbocco narrativo, il regista ci lascia nel dubbio di quale sliding door i personaggi abbiano realmente scelto e, soprattutto, se hanno scelto. Marc e Sylvie si ritrovano infine all’appuntamento mancato molti anni prima? E’ stato tutto un sogno? A ciascuno il suo film.

Andare o non andare a vedere il film?
“Les actes détruisent leurs alternatives, c’est cela, le paradoxe. De sort que la vie est une question de choix – chacun est définitif”, scrive James Salter nel bellissimo (e non tradotto in italiano) Un bonheur parfait (Una felicità perfetta).
Tre cuori è un film che appare, anche dal brutto titolo, semplicemente sentimentale, si rivela e si dipana come un piccolo dramma tra pochi personaggi, vincolati da affetti profondi, da ambizioni mancate, da scelte non fatte (tutti fanno lo stesso lavoro che era stato dei genitori, sia l’incolore e tormentato Marc, sia le ragazze che subentrano all’elegante negozio materno). Solitudini, smarrimenti, peccati. A latere della trama che abbiamo intravisto come possibile, la vicenda parallela di Marc come esattore delle tasse: venuto a scoprire che il sindaco della cittadina dove ora vive con la moglie non era proprio trasparente al fisco, lo persegue e non gli dà tregua, incollandolo alle proprie responsabilità. Metafora evidente che, dal pagare il prezzo delle proprie azioni, non si sfugge, che non basta rispondere “non lo so”, come avviene all’inizio del film quando sono ancora tutti sospesi, in attesa di scegliere (il sindaco anche come rappresentante di colui che, nell’atto del matrimonio, li vincola alla scelta, alla Legge). Vedere il film, certamente, con una certa libertà immaginativa, a mio parere, lasciandosi trasportare del gioco dei destini possibili più che dallo svolgersi della storia in sé, che da un certo punto in poi rischia di diventare piuttosto banale. Grande cast di figlie d’arte la cui prova non delude affatto: sia la Gainsburg-Sylvie che la Mastroianni-Sophie (forse qui nella sua parte migliore, e davvero straordinariamente somigliante al padre) offrono al meglio i loro volti giovani, emozionati, i corpi esili di eterne adolescenti, mentre alla matronale Deneuve ben si addice il ruolo di un materno protettivo e insieme soffocante. Leggermente più incerta, a voler proprio essere sottili, l’interpretazione maschile, che sembra indugiare in un registro espressivo prevalente, rispetto alla versatilità del femminile. Un film che fa riflettere, se si vuole, o può essere goduto come una storia d’amore, anzi di amori, una storia di vita come tante, come a tutti…chi non si è trovato a ripensare alle scelte mancate, a quello che comunemente si chiama rimpianto?

La versione dello psicoanalista
Ricchissima, a me pare, la o le letture psicoanalitiche evocate da 3 Cuori. Quello che Salter chiama “il paradosso della scelta” che ci inchioda alla definitività dell’atto, è un dilemma che incontriamo quotidianamente, dentro di noi e sul lettino analitico. Non sono rare, soprattutto oggi, persone che, per aggirare l’ineluttabilità della scelta finiscono col non scegliere mai, bloccate in una sorta di perenne onnipotenza. Giovani impaludati all’ultimo esame per tenere inconsciamente tutte le porte aperte, conflitti coniugali perennemente irrisolti, fughe in un altrove che non sarà mai, o rimpianto del mai vissuto e solo fantasticato. Infiniti i modi con cui gli esseri umani resterebbero volentieri per sempre bambini, per sempre figli, come le due protagoniste del film, ed infiniti i modi con cui il Caso viene a scompigliare le carte. Perché esiste anche lei, la casualità, l’accidente: non tutto è sotto controllo, non tutto è determinabile, non tutto può rispondere al desiderio. Se la scelta è etica, come nel film, dove tutti soffrono, tutti pagano un prezzo, il Caso è invece bizzarro, imprevedibile, ingiusto, e la vita li contiene entrambi. Altra dimensione che, come detto, si è spontaneamente evocata in me con questo film (che immaginavo più scontato: una gradevole sorpresa!) è quella onirica, del sogno, del prevalere dell’immaginario sul reale: è reale ciò che accade nei fatti, o ciò che Marc e Sophie desiderano? È reale il loro ritrovarsi o è il frutto del loro desiderio, un regalo fatto allo spettatore? E se anche così fosse, nulla toglie alla verità dell’inconscio: anche se la vita è desolatamente fatta di porte scorrevoli, per cui se ne imbocco una inevitabilmente ne perdo un’altra, resta la realtà del desiderio, quell’incontro iniziale nel bar che apre le porte ad ogni possibilità.

Novembre 2014