“For Sama” di Al Kateab e E.Watts. Recensione di E. Marchiori e A. Talamini

For Sama

Autori: Elisabetta Marchiori, Anna Talamini

Titolo del fim: “Alla mia piccola Sama” (“For Sama”)

Dati sul film: Regia  di Waad Al Kateab e Ed Watts, Gran Bretagna, 2019, 100’

Genere: documentario, drammatico

 

 

 

 

La giovane regista siriana Waad Al Kateab ha scritto sul New York Times (Internazionale, febbraio 2020) che le immagini del suo film documentario “For Sama” (“Alla mia piccola Sama”), girato ad Aleppo dal 2011 al 2016, si ripropongono identiche, a nove anni dall’inizio della crisi, nella zona di Idlib. Il conflitto non fa che inasprirsi: il quattro febbraio un attacco aereo russo ha distrutto un ospedale a Sarmin e il venticinque una scuola, la ventiduesima dall’inizio del 2020, i profughi spingono sui confini, ma sono intrappolati. Dichiara Waad: “Ho incontrato esponenti della camera e del senato statunitensi. Ogni volta ho solo pochi minuti per spiegare quello che sta succedendo a Idlib. Gli dico tutto, e sembra niente. Non credo che cambierà qualcosa. Il popolo siriano è stato abbandonato. Alcuni politici e funzionari dell’Onu sperano che la violenza finirà. Altri mi dicono che non possono fare niente. Siamo stati lasciati soli di fronte alla morte. Negli ultimi nove anni noi siriani siamo stati uccisi in tutti i modi possibili: barili bomba, bombardamenti, armi da fuoco, armi chimiche, torture, fame. Ma penso che l’uccisione peggiore sia quella che avviene nel silenzio, per questo continuo a raccontare le nostre storie. È mio dovere, mia responsabilità in quanto donna sopravvissuta.”

E nostro dovere è quello di vedere questo film e di invitare a guardarlo, perché bisogna cercarlo dato che è stato – ovviamente – poco e male distribuito, nonostante l’impegno della Wanted e il patrocinio di Amnesty International, complice la chiusura dei cinema per l’“epidemia” in corso. Si aggiunge che è uscito con un titolo che appesantisce retoricamente la forza dell’originale “For Sama”, dove “si racchiude al contempo l’idea di un racconto intimo e familiare e il senso ampio di una lotta, di una resistenza combattiva sempre necessaria” (www.sentieriselvaggi.it).

Conoscerlo e farlo conoscere diventa un gesto di impegno civile, anche se la poltrona del cinema dopo poche sequenze diventa scomoda, quello su cui non vorremmo mai dover volgere lo sguardo è sotto i nostri occhi, facendoci sentire completamente impotenti. Ma bisogna tenere gli occhi bene aperti, perché non c’è solo violenza, distruzione, orrore e morte in queste immagini, ma anche tenerezza, creatività, bellezza, vita. È nell’alternanza, spesso brusca per la diversa qualità delle riprese e il montaggio discontinuo, di sequenze  di scene di una durezza lancinante e di sequenze di scene di vita tranquilla, che sta la forza del film. Come sostiene Michele Guerra (2020) “non sono i morti a interpellarci, ad apostrofarci, ma i vivi”. Sono quegli occhi di neonato estratto dal corpo della madre uccisa, che finalmente si aprono, nella scena centrale e più intensa del film, che vedranno cose cui l’umano, il bambino, non dovrebbe mai assistere. Sono cose che noi spettatori, o per lo meno la maggior parte di noi – non vedremo mai, ma siamo chiamati a immaginare, con quelli che sono i nostri limiti e le nostre difese, per gli indizi su cui – quasi a volerci proteggere dal peggio- la telecamera della regista indugia, come le scie di sangue sul pavimento, le bende, i teli di plastica sui cadaveri, i missili esplosi, le macerie.

Il film di Waad Al Kateab ci costringe a fare i conti con l’etica e la politica della visione (Didi – Huberman, 2009) e a riflettere “sul confine tra ciò che si può vedere e ciò che si è costretti a immaginare” (Guerra, 2020) in questa nostra realtà iperconnessa che chiede significazione.

La regista, insieme a Ed Watts (“Escape from Isis”, 2015), racconta la sua storia di studentessa, trasferitasi ad Aleppo per studiare giornalismo all’Università, che diventa testimone di quella rivoluzione pacifica iniziata nel 2011 contro il regime di Assad, cui partecipa con entusiasmo. Le prime sequenze, filmate con un telefono per non essere intercettata dai militari in allerta, ricordano il potente documentario danese “Burma” (2008) di Anders Ostergard. Sono girate di nascosto, frammentate, mostrano il caos ma anche la potenza di un popolo che si riversa nelle strade, come un inarrestabile fiume in piena, per chiedere la sua libertà. La prima reazione del regime contro i manifestanti è un atto intimidatorio agghiacciante: decine di corpi di giovani ribelli torturati e uccisi a sangue freddo vengono ripescati nel fiume. Da qui si assiste a un’escalation inarrestabile e Waad diventa, suo malgrado, una reporter di guerra, che decide di restare ad Aleppo a lottare per conquistare fondamentali diritti civili e umani per il suo popolo. Con lei altri giovani impegnati, pieni di una speranza quasi ingenua, tra cui il neolaureato in medicina Hamza, che si fa promotore dell’allestimento di un primo, piccolo ospedale. La città è sotto assedio, ma il gruppo di ragazzi sembra ancora incredulo della violenza del regime e rimane fiducioso e vitale, fino a quando i primi di loro sono uccisi dai cecchini o sotto i bombardamenti. Ciascuno di loro da questo momento trova la sua occupazione in questa missione di resistenza in nome (for) anche  dei compagni persi.

Questa situazione drammatica avvicina Waad e Hamza e tra loro nasce un sentimento più forte dell’amicizia, tanto che si sposano e non rinunciano alla festa di matrimonio, con il sottofondo del rumore della guerra: “Stasera i canti saranno più forti delle bombe”, dice Waad con lo sguardo sognante rivolto a Hamza, un semplice vestito bianco, i fiori nei capelli.

Presto Waad rimane incinta e la figlia Sama nasce sotto le bombe, proprio in quell’ospedale messo in piedi dal padre. Da questo momento il film prende la forma di una lunga lettera d’amore alla figlia – doppiata in italiano da Jasmine Trinca – che racconta ciò che ha spinto i genitori a non fuggire, a resistere. Una lettera che sembra avere tanto la funzione di spiegare e di raccontare, quanto quella di curare.

Lo sguardo della piccola Sama, che conosciamo sin da neonata e vediamo crescere di giorno in giorno fino, a volte sembra innocente, a volte distaccato e giudicante, a volte inconsapevole. È una bambina che osserva, sembra un miracolo tra la polvere e il sangue, quasi sempre avvolta da grosse coperte, che sembrano il simbolo dell’amore dei genitori che cercano di proteggerla. È una bambina attraverso i cui occhi Waad sembra voler cogliere ogni attimo di quanto accade intorno a loro per poterne parlare quando Sama potrà capire, per poter dare un senso alla sofferenza, per poter significare immagini che potrebbero rimanere marchi traumatici indelebili.

Spesso Sama, anche durante i bombardamenti, è tratta in salvo da altri mentre mamma Waad, che la definisce “la bambina di tutti”, sta filmando: quel suo lavoro è di e per (for) tutti loro, è il loro sguardo, la loro storia, la loro memoria.

Non si vede Sama piangere, in contrasto con i bambini che varcano la soglia dell’ospedale urlando disperati per la morte di un amico o di un fratello. Però Waad ci mostra anche bambini che sanno ancora giocare e ridere, che spiegano seri come sono fatti i vari tipi di bomba, che sono arrabbiati perché i loro amici sono fuggiti con le famiglie. Quelle che rimangono non smettono di organizzare festicciole, colorano con i bambini le carcasse degli autobus bruciati, cantano. Viene inevitabilmente in mente la storia di Selva, bimba “che rideva delle bombe”, conosciuta in tutto il mondo per il video girato dal padre.

La forza della sopravvivenza è legata alle piccole cose: un abito bianco, un frutto, un fiore. Poi ci sono i piccoli gesti: giocare al cucù con la mascherina da sala operatoria, annaffiare una pianta sottratta alle macerie, cucinare il poco cibo rimasto e condividerlo con quelli che hanno fame. Ciascuno ricorda di prestare attenzione all’altro, come se non fosse concepibile, con la morte così vicina, custodire qualcosa soltanto per sé. L’appartenenza a un gruppo, a un nucleo che aiuta, condivide, vigila, diventa fondamentale per questa piccola comunità umana resistente.

 

Ma Aleppo, come sappiamo, non resisterà comunque e, dopo cinque anni, Waad, Hamza e Sama sono costretti a lasciarla, senza però perdere la determinazione di continuare la loro lotta con altri mezzi, con le immagini, con le parole, con la testimonianza di sopravvissuti.

“For Sama” ha avuto tanti riconoscimenti internazionali da meritare la candidatura all’Oscar ed è da vedere la regista alla cerimonia di premiazione, accanto al marito e alla figlia, indossare un vestito della stilista siriana Reem Masri di stoffa ricamata con il verso di una poesia araba, le lettere del colore rosa acceso delle bouganville del giardino della casa di Aleppo che la famiglia ha dovuto abbandonare: “We dared to dream, we don’t regret asking for our dignity” (abbiamo osato sognare, non ci pentiamo di aver chiesto la nostra dignità).

 

Bibliografia

 

Biondo D. (2018). Stare con il dolore dei soccorritori. In: Di Iorio A.R., Giannini A.M (a cura di) Stare con il dolore in emergenza, FrancoAngeli, Milano.

Guerra M. (2020). “Il limite dello sguardo. Oltre i confini delle immagini”. Raffaello Cortina, Milano.

Didi – Huberman G. (2009). “Come le lucciole. Una politica delle sopravvivenze”.  Bollati Boringhieri, Torino, 2010

 

Febbraio 2020