Aloft (In alto)

 

Di Claudia Llosa, Canada-Spagna, Francia, 2014

 

Commento di Rossella Valdrè

 

E’ un’atmosfera onirica, enigmatica e sospesa quella portata sullo schermo da questo primo film di Claudia Llosa (già nominata dall’Academy Award per The Milk of Sorrow). Come evocato dal titolo, la cui traduzione In alto non rende il mistero che sembra invece racchiuso nel bellissimo termine originale, Aloft, siamo calati all’interno del racconto di un quasi-sogno, spalmato e ripetuto attraverso le generazioni che si succedono in una famiglia smembrata, dove ognuno s’impegna in una sua personale ricerca di significato e speranza nei modi più diversi e disparati.
Una madre single, Nana (Jennifer Connelly), è mettendosi nelle mani di uno strano e suggestivo guaritore che tenta la sua ricerca di se stessa e di significato che, come detto, è filo conduttore delle anime in pena di questo film. Affidandosi all’uomo, sia per la guarigione del figlio minore, sia per l’immensa solitudine in cui vivono nella regione dei laghi ghiacciati canadesi, Nana suscita la gelosia del figlio maggiore Ivan, bambino a cui è legatissima e che, vedendola in un momento di gioco da cui si sente escluso, preso dalla rabbia si mette alla guida, ma l’auto avrà un incidente in cui morirà il fratellino più piccolo.
Il tragico lutto è insuperato, in elaborabile e, quasi inspiegabilmente, Nana sparisce.

Anni dopo, ritroviamo Ivan (Cillian Murphy), un giovane che ha una sua vita, ma segnato da quella perdita precoce, dal rimorso per la morte del fratellino, da ferite aperte. Si mette alla ricerca della madre, aiutato da una ragazza, quella Nana che non vede da vent’anni. La ricerca di Ivan, in questo piano parallelo narrativo del film, è sì della madre ma, al tempo stesso, è soprattutto per lui ricerca identitaria, ricerca di un sé che non trova, smarrito nelle cose della vita come nel desolato paesaggio che lo circonda. Rabbia, rancore, senso di colpa lo animano. Può una madre sparire nel nulla?

Il fascino e il pregio del film è il delicato tentativo narrativo di mantenere i due racconti, quello della madre e del figlio, in parallelo, coesistenti, sì che quasi lo spettatore può essere tentato di confondersi (aspetto, questo spaesamento, credo ricercato dalla regista), slittando tra passato e presente, l’allora e l’oggi, a dimostrare la priorità della dimensione atemporale del mondo interno, il primato della soggettività e la fragilità del tempo.
Tutto concentrato sulle vicissitudini interiori dei pochi personaggi, sul senso della loro ricerca, grazie a questa dimensione prevalentemente onirica, Aloft è uno strano film che, come quelli che seguiranno, mi auguro arrivino alla sale italiane, ed è per lo psicoanalista di grande interesse. Le dimensioni che esplora, al di là dell’intenzione cosciente o meno nella regista (spesso, gli artisti si muovono su un livello più preconscio) sono date prevalentemente dall’inconscio, la memoria, il sogno, l’identità, il senso profondo della vita. Lo scorrere del tempo. L’accadere reale, la contingenza, è posto in secondo piano rispetto al valore del mondo interno per i pochi, assoluti personaggi, simbolici di ogni carattere umano.I suoi temi sono la perdita, i passaggi transgenerazionali, il passare del tempo e la difficoltà, incarnata nel giovane Ivan, a strutturare un’identità quando siano mancati modelli di identificazione, ma anche in quanto il mondo in sé fatica a porsi come punto di riferimento. L’essere umano è smarrito, ontologicamente solo, Lassù, In alto, bloccato in un’assoluta solitudine che lo rende, come Nana, vulnerabile alle credenze, credulone e fragile.
Di grande importanza il paesaggio, alla stregua non di uno sfondo ma di un vero e proprio protagonista, questo perenne universo ghiacciato quasi ai limiti della vivibilità umana, in cui le persone sembrano ombre, metaforico del gelo in cui vivono, e del gelo assoluto. Sono portata a pensare, infatti, che la Llosa volesse parlare più della condizione umana in sé, che dei personaggi cui ha cosi abilmente dato voce.

Contiene pacificazione e speranza, almeno per Ivan, il finale (che a me è parso però elemento debole di un film che meglio si sarebbe giovato di mantenere una sospensione): ritrova la madre, ancora legata alle sue credenze e al suo guaritore, una donna dal viso scavato, i segni del tempo e della vita. un breve incontro che sembra portare in lui l’abbozzo di una pace interna, che non sappiamo cosa produce in lei.
Immutabile, senza confine e perenne, rimane il paesaggio, questo mistero bianco che avvolge gli uomini, pieno di insidie come i laghi ghiacciati, impenetrabile come i legami familiari, come le ragioni intime di ciascuno che restano, come in fondo resta Nana per il figlio, insondabili alla ragione.