“Ambulans” di J. Morgenstern. Recensione di S. Diena

"Ambulans" di J. Morgenstern

Autore: Simonetta Diena

Titolo: Ambulans

Dati sul film: regia di Janusz Morgenstern, Polonia, 1961, 9’33”

Genere: drammatico

https://ninateka.pl/film/ambulans-janusz-morgenstern-1

La filmografia sull’Olocausto è complessa e tormentata. In un certo senso segue il percorso dei testimoni. All’inizio i film, come i testimoni, sono pochissimi. Il primo, sconosciuto ai più, è un documentario del 1945, sulla liberazione dei campi di sterminio in presa diretta, curato da Alfred Hitchcock, inviato di guerra per conto delle autorità militari britanniche. L’orrore viene mostrato man mano che si svela agli occhi degli stessi soldati alleati che entravano, sconvolti, nei lager nazisti.

Famoso è, invece, il documentario del regista francese Alain Resnais “Notte e nebbia” (1956), che mostra materiali d’archivio incentrati sulle atrocità compiute dai nazisti, sulla vita nei lager e sugli internati.

Nel 1960 con “Kapò” Gillo Pontecorvo gira il primo film vero e proprio, di grande successo benché criticato, dove racconta l’orrore dei lager nazisti attraverso gli occhi di una giovane ebrea deportata che per sopravvivere si trasforma in carceriera.

Si deve citare, per finire questa veloce panoramica, il monumentale documentario realizzato da Claude Lanzmann sullo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti (uscito nel 1985, è costato undici anni di lavorazione). È un film composto essenzialmente di interviste a tre gruppi di personaggi: sopravvissuti (ebrei) dei campi di sterminio, testimoni (polacchi) e ex nazisti (tedeschi). Quello a cui il regista aspira è resuscitare il passato nel presente, scegliendo fra i testimoni coloro che non si limiteranno a riferire i fatti, ma che li rivivranno sotto i nostri occhi. Per ottenere questo risultato li conduce nei luoghi che sono stati teatro del crimine, e qui filma le loro reazioni.

Al pubblico italiano sono sfuggiti i film più belli, forse, quelli girati, quasi clandestinamente, nell’Est Europeo, ancora schiacciato dalla dittatura dell’impero Sovietico. Il corto “Ambulans”, girato nel 1961 dal regista polacco Janusz Morgenstern, anticipa di vent’anni l’idea centrale di Lanzmann. Morgenstern nasce nel 1922 a Mikulińce, in Polonia (adesso Ucraina), da una famiglia ebrea. Nel mio cercare affannosamente sue notizie sulla rete sono riuscita a trovare le memorie di alcuni sopravvissuti di questa cittadina, uno dei numerosissimi shtetl cancellati dalla faccia della terra. I tedeschi entrano nella Polonia dell’Est il 22 giugno del 1941 quando Morgestern ha diciotto anni. Sopravvive miracolosamente tra mille traversie sia ai pogrom ucraini che alle deportazioni e uccisioni di massa naziste, mentre tutta la sua numerosa famiglia viene sterminata. Non racconterà mai nulla di quanto accaduto e di come sia riuscito a salvarsi. L’unico film dedicato a quel periodo è proprio questo corto.

Il corto, senza parole, si apre con una strada, ripresa dalla parte posteriore di un’ambulanza: a tratti si vede il fumo nero dello scappamento. In un luogo desolato circondato da filo spinato dei bambini e il loro maestro sono in attesa in un piazzale. I bambini giocano, l’atmosfera è irreale. Arriva l’ambulanza. Alcuni soldati tedeschi si mettono ad armeggiare con benzina e tubo di scappamento: montano un tubo che dalla marmitta porta il fumo direttamente dentro la parte posteriore dell’ambulanza. Nel frattempo, un bambino fa volare una girandola oltre il filo spinato e il cane dei soldati, che fino a quel momento aveva abbaiato contro i bambini, si mette a giocare e corre a prenderlo. Quando torna, i bambini e il maestro vengono fatti salire sull’ambulanza, e il cane fa per salire con loro per restituire il giocattolo al bambino. I tedeschi lo picchiano e lo fanno scendere. Le porte vengono chiuse e l’ambulanza si allontana. La figura dell’insegnante rimanda a quella del pedagogista Janusz Korczak, che decise di seguire i suoi piccoli fino a Treblinka perdendo la vita insieme a loro. Lo sguardo consapevole e impotente dell’adulto fa da contrasto con gli sguardi distanti, ma impegnati nell’azione, degli ufficiali nazisti. Nessuno dei due sguardi si sofferma sui bambini, che sembrano vivere in un mondo a parte. Giocano, perdono una scarpina, si fanno fare le trecce, si mettono in fila. Tutto intorno il filo spinato e la strada sterrata. Il corto riporta fedelmente come venivano uccisi all’inizio in Polonia gli ebrei, prima della invenzione delle camere a gas stabili. Sembra descrivere soprattutto Chelmno, il famigerato campo di sterminio, da cui non sopravvisse nessuno, e che utilizzava appunto le camere a gas mobili, come quella riprodotta nel corto, (mentre gli ebrei del ghetto di Leopoli e di Tarnopol –Mikulińce, vennero deportati a Belzec.) Il film ha un’atmosfera che sarà poi ripresa da Lanzmann ed evidenzia il carattere metaforico e simbolico della narrazione dello sterminio. Come ripetuto più volte dai sopravvissuti, il Lager non può essere descritto. “Solo coloro che furono internati possono sapere cosa è stato. Nessun altro”[1]. Questo aspetto ha a che fare con la difficoltà a trasmettere e a rappresentare il tempo, elemento centrale della vita dei deportati, che li separava per poche ore o per pochi mesi dalla morte. Come ripetuto più volte dai testimoni con parole simili: “Io posso raccontare degli episodi, degli aneddoti. Ma questi non rendono cosa fosse la quotidianità del Lager, l’attesa costante di ‘passare per il camino’, il senso di assurdità complessivo”. (Comunicazioni personali ricevute durante alcune interviste ai sopravvissuti). Come è quella terribile risposta che un ufficiale SS dà a Primo Levi in “Se questo è un uomo” (1947) quando dopo essere stato preso a calci Levi gli chiede “Perché?” “Warum?” (perchè?) e l’ufficiale risponde “Hier ist kein warum” (qui non c’è nessun perché).

Allora la chiave di lettura di “Ambulans”, che appunto è muto, a parte all’inizio il discorso di Hitler nel Reichstag riguardo lo sterminio degli ebrei, risiede nel rendere questa assenza di significato, questa mancanza di spiegazioni, questi due sguardi, quello impotente del maestro e quello dell’SS che reifica i bambini. La tragedia si compie nel silenzio e nella mancanza di un ambiente circostante. Polvere e cemento, e gas di scarico. Questa è l’unica possibile rappresentazione della tragedia della Shoà, l’unica testimonianza che possiamo dare al posto dei testimoni che non ci sono più. Il tempo che non può essere rappresentato si trasforma in un’azione di morte che non viene nominata. Il film finisce con un canto infantile polacco “Anni preziosi della mia infanzia”. Ecco, la tragedia si è compiuta, nel silenzio di tutti, vittime e carnefici. Gli anni preziosi dell’infanzia distrutti per sempre, senza un perché, senza un significato. L’eliminazione del nemico del discorso di Hitler è stata compiuta.

Gennaio 2021zds

Nota:

[1] Martin Walser (1964) commento al processo di Francoforte