Arianna

Arianna

Di Carlo Lavagna – Italia, 2015

Giornate degli Autori – In Concorso

Commento di Rosella Valdrè

“Arianna” è un film che viene da lontano, da un inatteso gesto dell’inconscio di un bambino che un giorno sogna di essere donna e da allora si trova a confrontarsi con una domanda fondamentale a cui non aveva pensato: perche ci è ̀ data questa identità e non un’altra? Quel bambino sono io a nove anni e i sogni in cui immaginavo di essere altro da me mi hanno accompagnato a lungo durante quella tarda infanzia in cui ci si comincia a interrogare sulla propria esistenza terrena. Il precipitato di quei sogni, forse il riemergere delle loro memorie, sono l’origine emotiva di questo film. “Arianna” è un film che s’interroga sul rapporto tra potere e anormalità e sulle conseguenze del loro conflitto”.

Queste parole del regista, il giovane, brillante esordiente Carlo Lavagna – presente all’applaudita prima con tutto il cast e la produzione di un film lungamente e ‘interiormente’ meditato prima di arrivare alle scene – mi sembrano meglio di qualunque altro commento rendere ragione dell’anima di questo film, “Arianna”. Due aspetti colpiscono subito l’ascolto psicoanalitico: il sogno infantile ricorrente, e il precipitato di quel sogno, molti anni dopo, nell’opera creativa che è oggi il film.

Precognizioni e ruolo del ‘conosciuto non pensato’ che abitano l’inconscio ben prima che la coscienza li traduca in sintomi o li manifesti in comportamenti; il problema della soggettivazione e prima ancora dell’identità (sessuale e non solo) come nodo intrinseco al mistero della crescita e del perché diventiamo quel qualcuno e non qualcun altro e, infine, la possibilità fortunata che tutto questo doloroso conflitto esiti nello sbocco autocurativo del gesto creativo, sono temi tra i più vicini, più peculiari al pensiero psicoanalitico. Lavagna trasferisce, infatti, il dubbio del suo sogno infantile nella vicenda di una ragazza di diciannove anni, Arianna, intorno a cui ruota la breve e intensa tranche de vie del film.

Vacanze estive, assolate e solitarie colline laziali, la casa di campagna dei genitori, figure buone ed estremamente protettive, come lo spettatore coglie subito, a cui Arianna pone delle domande che ricevono vaghe e consolatorie risposte: perché non ho ancora le mestruazioni? Perché il seno più piccolo delle altre? Perché non raggiungo il piacere come sento raccontare nel gruppo delle amiche, come fa la cugina Celeste? In una parola: perché sono diversa?

Che cosa ho, è la domanda che assilla la giovane mente di Arianna e a cui decide, stanca di uno smarrimento che non si placa, di trovare risposte da sola. Molto protetta e guidata dal padre medico, forte riferimento emotivo per Arianna, ha fino ad ora assunto ormoni prescritti dal ginecologo, ma senza i risultati sperati; Arianna scruta, guarda e riguarda un corpo dolcemente bello, femminile, ma che manca di quei tratti identitari che lei vorrebbe. All’apparenza, sembra che nulla le faccia difetto, ma come nel sogno infantile del regista, lei lo sa che qualcosa manca. Le basta recarsi ad una visita ginecologica da nuovi medici, per suo conto, per far sì che la verità “anatomica” che, senz’altro al benevolo scopo di proteggerla i genitori da bambina le avevano nascosto, viene facilmente a galla.

Una rara anomalia genetica la aveva fatta nascere quel che un tempo, con termine anche molto suggestivo, si chiamava “ermafrodita”, un po’ maschio e un po’ femmina, e il piccolissimo pene era stato evirato e “trattato” nei racconti, da lì in poi, come una banale operazione d’ernia. Ci ha messo vent’anni, ma Arianna ora “sa”. Una semplice diagnosi genetica, una cartella clinica facilmente recuperata, le svelano quello che per lei stava trasformandosi nel fardello di un pesante smarrimento identitario. La rabbia e la delusione verso gli amati familiari, genitori e parenti che compongono l’affettuoso nucleo che gravita intorno a lei, in fondo durano poco: ti avrebbero presa in giro, è l’ovvia risposta, volevamo proteggerti. Il padre medico, dettaglio non di poco conto, sembra colui che, amando moltissimo la sua unica bambina, ha assunto su di sé tutto il peso della decisione: l’amore esige la verità? Quale è il confine del vero che un bambino può sopportare, quale il limite della scelta e dell’autodeterminazione?

Molti, aperti, sempre dibattuti e di forte attualità, i quesiti e i sottotemi che il film, sotto l’apparente svolgimento di un’intima vicenda racchiusa nel giro di pochi giorni, lascia intravvedere. Arianna infine (la giovane e brava esordiente Ondina Quadri) comprende, nella voce fuori campo che fa da pensiero interiore che tratteggia l’intero film, che “non si può essere metà, bisogna essere qualcuno”. Sarà una donna – una donna forse un po’ diversa da quello che la società intende per ‘donna’ – non avrà regolari mestruazioni e bambini, ma il film lascia intendere, almeno così è stato per me, che la vera conoscenza cui Arianna accede, sotto la forma sempre rassicurante e misurabile di una diagnosi medica, non è tanto “sapere cosa ha” ma è “sapere chi è”.

Al rabbioso “perché me lo avete tenuto nascosto”, ora Arianna da bambina perennemente sottocura adombrata dalla protezione paterna, si avvia a diventare una giovane adulta di cui non importa tanto quali siano i cromosomi o il sesso anatomico o, ma non è il caso di questo film, l’eventuale orientamento sessuale: ciò che importa è la conoscenza. Se siamo partiti da una pre-cognizione infantile, da quello che la saggezza popolare chiamava “sogno premonitore” nella mente del pensatore, il film ha uno sbocco senz’altro positivo nel senso non tanto che porta alla “felicità” (la quale può anche ammantarsi di qualità negative) ma, seguendo il nostro filo, conduce alla consapevolezza, al K bioniano, al bene più prezioso.

La consapevolezza, e lei sola, può accedere alla trasformazione che pone le basi per la creatività: il sogno del bambino è diventato un film. Da tormento solitario a oggetto condiviso, narrato, grazie alla forza sublimatoria che, detto in un altro linguaggio, le pulsioni possono acquisire solo se dotate di quel miracolo che è la plasticità.

Nasciamo con un eccesso. Il piccolo, personale dramma di Arianna-Carlo (che non ha potuto non evocarmi un altro delizioso, seppur differente, esperimento autobiografico nato dal dilemma di una confusione sessuale, il Tutto sua madre di Guillienne Guillaume) ci riguarda tutti, anche se non si esprime in un dubbio manifesto. Vorrei qui ricordare che, prima che il pensiero psicoanalitico più moderno parlasse di preconcenzioni e conosciuto non pensato, con straordinaria modernità (se si pensa alla ristrettezza di taluni dibattiti attuali!), Freud nel 1905 postulava con il concetto di “bisessualità psichica” la fondamentale copresenza, in tutti gli esseri umani, di maschile e femminile, presenti in quanto funzioni psichiche prima ancora che rudimentali accenni anatomici. Senza entrare in dettagli che non riguardano il nostro film, e che ci porterebbero in una tematica perennemente accesa, non da tutti condivisa e purtroppo fonte di diatribe ideologiche, il nucleo prezioso dell’intuizione freudiana è, credo, quanto il regista volesse con forza sottolineare: c’è tutto in tutti, il mistero dell’identità, del perchè sono un uomo e non una donna e fino a che punto mi riconosco in un sesso o in un altro, è tutt’altro che scontato e rischia di trasformarsi, in un mondo che ci vuole tutti conformi, da dilemma interiore a conflittto con il potere. Qui rappresentano, in fondo bonariamente, dalle figure familiari e il mondo medico, al conflitto con il Potere inviterei, personalmente, il regista a proseguire il discorso, che in quest’opera prima resta certamente evocato ma ancora sotteso.

“Arianna – cito ancora il regista – è un film che ci riguarda. Perché, mettendo in scena il tema dell’ermafroditismo, mostra il limite che il potere esercita, sempre e comunque, nei confronti di chi, consapevolmente o meno, lo minaccia. È un film che ci riguarda perché mostra come l’ordine e il senso che diamo costantemente al mondo e a noi stessi per poter sopravvivere sia solo un sistema di difesa per non guardare a quella sovrabbondanza di senso che il mondo e noi stessi siamo: per sottrarci alla paura di non avere più gli strumenti per interpretarci, o di vedere in faccia la spiazzante fluidità dell’identità. L’ermafrodito è l’incarnazione meravigliosa e ambigua di questa sovrabbondanza e la vittima predestinata di ogni rigore”.

Freud, centodieci anni dopo. Nasciamo con un eccesso, siamo destinati all’eccesso, ad un surplus pulsionale e di senso che, a seconda di come verrà incanalato, può portare taluni alla follia e altri al sublime della creazione artistica. Non a caso talvolta, i due registri si mescolano e si intrecciano.

Qualunque sia il linguaggio psicoanalitico che adottiamo, da Bion a Lacan, certo è che il discorso del potere e il discorso dell’arte saranno sempre in conflitto: poiché l’uno tende all’omologazione e l’altra – e la psicoanalisi deve lottare al suo fianco – vive proprio di quella “sovrabbondanza di senso” di cui parla Lavagna e che il Potere vorrebbe cancellare. L’eccedenza di senso che popolava i sogni del bambino è riuscita a sfuggire al conformismo per farsi, da teatro privato del sogno, mise en scène condivisa dello schermo,

                       “ L’unica cosa immutabile nella natura umana, è la sua mutevolezza….”

                                    

                                                                                      (Oscar Wilde)

5 settembre 2015