Arrival

Recensione di Elisabetta Marchiori

Titolo: Arrival

Dati sul film: regia di Denis Villeneuve, USA, 2016, 116’

Trailer:

Genere: fantascienza, drammatico

Se può essere scritto o pensato, può essere filmato

(Stanley Kubrick)

Trama

Louise Banks (Amy Adams), linguista di fama internazionale, e Ian Donnelly (Jeremy Renner), fisico teorico, vengono ingaggiati dal Governo degli Stati Uniti per “tradurre” i suoni emessi dagli extraterrestri che si trovano in una delle dodici astronavi che si sono avvicinate in dodici luoghi diversi del pianeta, coinvolgendo altrettanti paesi. Le astronavi, che fluttuano a pochi metri dal suolo terrestre, sono chiamate “gusci” perché simili a grandi sassi oblunghi neri, che ricordano il monolito di Odissea nello spazio di Kubrich.

Gli interlocutori di Louise e Ian sono due alieni “eptapodi”, soprannominati scherzosamente “Gianni e Pinotto”, simili a seppie giganti, più informi dell’E.T. di spilberghiana memoria ma, contrariamente a lui, non si son persi: sembrano saper bene dove vanno e perché. Emettono suoni e sputano quello che pare inchiostro sulla barriera trasparente, che li separa (e unisce) dalla squadra capeggiata da Louise, disegnando forme concentriche molto … “interessanti”: il loro “linguaggio”. Non pare abbiano intenzioni bellicose, il che spiazza tutti: se non vogliono invaderci, distruggerci, rubarci il posto, cosa vogliono? I due scienziati hanno il compito di scoprirlo.

E proprio partendo dall’idea che ogni linguaggio è “una forma d’arte” – in una delle sequenze iniziali Louise introduce una lezione universitaria sul suono particolare della lingua portoghese – e che da esso dipende il modo di pensare, la protagonista riesce, abbinando al suono delle parole la scrittura e la gestualità, non solo a comunicare con questi esseri ma anche ad acquisire da loro la capacità di conoscere il futuro, quella che sarà la sua storia di moglie, di madre e il rapporto con sua figlia, che il regista racconta grazie ad un montaggio estremamente efficace.

Andare o non andare a vedere il film?

Dopo “La donna che canta”, “Prisoners” e “Sicario”, opere di grande potenza e profondità, il regista canadese Denis Villeneve, con il suo “Arrival”, presentato alla 73esima Mostra del Cinema di Venezia, pare si cimenti con la fantascienza, e con le stesse grandi ambizioni. Scrivo “pare” perché il film, tratto dal racconto “Storia della tua vita”, di Ted Chiang, usa il pretesto dell’arrivo degli alieni sulla terra per coinvolgere lo spettatore nell’esplorazione della comunicazione tra Sè e l’Altro, del linguaggio che è, prima della parola, gesto, suono, segno.

L’impossibilità di comprendersi, l’ambiguità dei messaggi, la solitudine, la ricerca del contatto autentico e la difficoltà a raggiungerlo sono temi ricorrenti nella filmografia di Villeneve, resi da attori talentuosi da cui riesce a trarre sempre il meglio, e da una particolare maestria nel tenere lo spettatore in costante tensione emotiva.

In “Arrival” questi temi si eplicitano e si rendono più articolati, in una trama complessa in cui la vicenda della necessità di comprendere le intenzioni degli alieni s’intreccia con la necessità, da parte dei protagonisti, di comprendere le proprie, come esseri umani.

Il film ti prende, questo è sicuro, ma in qualche momento le emozioni si confondono, perché la linea tra la genialità e il ridicolo si fa sottilissima, Villeneve in diversi momenti non la supera per un soffio. Per esempio, come poter sperare che le grandi potenze trovino un accordo pacifico, grazie ad una sola telefonata che tocca un cuore?

La versione di uno psicoanalista

Le vicende di fantascienza e fantapolitica che si intersecano con drammi umani fondati sull’incomprensione, il fraintendimento, “la manomissione delle parole”, come la definirebbe Carofiglio; poi i temi dell’estraneo, il lutto che non trova riparazione, “la memoria del futuro” – la chiamerebbe Bion – la narrazione della propria storia e la coazione a ripetere … Sono molti i vertici da cui si può guardare e commentare questo film, e già molto si è scritto, sottolineando, anche, la forse eccessiva intellettualizzazione.

A me quei sassi neri, quei gusci, quelle barriere, quei segni alieni, il senso di atemporalità e di circolarità che permea tutto il film hanno fatto pensare all’inconscio, alle difese, al lavoro analitico che non si può limitare a “tradurre” l’inconscio (il nucleo informe, alieno?). Esso richiede prima di tutto il mettersi in ascolto, quindi immedesimazione, poi interpretazione e, infine, elaborazione e consapevolezza. Solo attraverso la profonda conoscenza di Sè ci si può avvicinare alla conoscenza dell’Altro. Per questo, sono necessari molti strumenti: “Se l’unico attrezzo che si possiede è un martello, si tende a vedere ogni problema come un chiodo”, afferma uno dei protagonisti, citando lo psicologo Abraham Maslow (il teorico della gerarchizzazione dei bisogni).

Villeneve ha in cantiere Blade Runner 2, probabilmente con Arrival ci vuole preparare … A vedere ancora, con Philip Dick, cose che noi umani non potremmo nemmeno immaginare …