Belluscone, una storia siciliana – Altman

Commento di Elisabetta Marchiori

 

È agghiacciante signori miei! Agghiaccianteeee! (Il tono è quello di Crozza che imita Conte).

Ecco come mi sembra, questo primo film di oggi, di Franco Maresco che, dopo l’allontanamento da Daniele Ciprì (Cinico TV), non ha avuto fortuna con il suo lavoro. Si ride per non sbattere la testa contro il muro, a vedere quello che ancora è la nostra povera patria Italia, la nostra Sicilia, la nostra cultura, la nostra politica. Ovviamente cinico, grottesco, spiazzante, arguto e intelligente, è un film su quel film che Maresco non è riuscito a concludere, per difficoltà e ostacoli di ogni genere, sul rapporto particolare che Berlusconi ha da sempre con la Sicilia. Il regista ha dichiarato in un’intervista uscita sul Fatto Quotidiano: ‘Era un film che consideravo perso e che grazie all’aiuto di fratelli come Pietro Marcello e Tatti Sanguineti invece è sopravvissuto come una creatura di Frankenstein agli scherzi del destino’.

Infatti Sanguineti, alla ricerca di Maresco che non si fa trovare perché depresso (ed è la verità) accompagna lo spettatore attraverso le immagini: interviste ai personaggi più disparati, stralci di telegiornali e trasmissioni televisive, riprese delle vicissitudini delle riprese del film. Come l’incredibile problema tecnico avuto dal fonico, di grande esperienza, che non ha registrato l’intervista con dell’Utri, convinto a parlare, seduto su un trono, dopo mesi di inseguimento.

Protagonista principale del film diventa quindi Ciccio Mira, un losco figuro, ex barbiere e cantante, arrestato per essere legato alla mafia, che si sbilancia a rimpiangere la mafia ‘giusta’ di una volta, che non ammazzava i bambini e le donne, ma ‘impilastrava’ nel cemento chi se lo meritava, diventato manager di cantanti neomelodici idoli del ‘popolo’ delle periferie di Palermo, che si esibiscono in piazze di paese, di fronte possibilmente alle case dei mafiosi. Tra una canzone e l’altra di questi incredibili concerti vengono salutati non solo parenti e amici, ma anche, con gli auguri di un presto ritorno a casa, gli ospiti dello Stato (così vengono chiamati i carcerati) e letti messaggi, probabilmente in codice. A Ciccio Mira, Maresco affianca i due cantanti neomelodici (cosa significhi questo aggettivo, gli stessi neomelodici non hanno la più pallida idea) più famosi della sua scuderia, Erik e Vittorio, in lite per ‘i diritti’ della canzone ‘Vorrei essere Berlusconi’, colonna sonora del film. Erik ha fatto pure causa a Maresco, sostenendo che lui avrebbe partecipato solo se il film fosse stato a favore di Belluscone, come lo chiama Ciccio, e di essere stato ingannato. Poi ci ha ripensato grazie all’intervento (vero?) del duo comico Ficarra e Picone.

Agghiaccia la tenacia dell’omertà, la fedeltà mai negata, ma nemmeno ammessa dai più, a una mentalità mafiosa radicata, alla credenza cieca che Belluscone, definito un Garibaldi liberatore della Sicilia, come la mafia, sia l’unico che possa proteggere e dare lavoro.

Non è il solito film su Berlusconi, ma è un film su tutti noi, che assistiamo impotenti alla persistenza di questo stato di cose e, tra le ultime immagini, vediamo Renzi vestito da Fonzie ospite da Maria De Filippi. Accostamento audace, che nel film assume un significato … Agghiacciante!

Il dieci minuti di applausi in Sala Grande sono tutti meritati, e speriamo che serviranno a Maresco per trovare la forza di continuare ad accendere l’attenzione e a stimolare pensiero nel suo pubblico. Anche se non gli andrà così liscia. Il senatore Lucio Malan, ai microfoni di KlausKondicio, il programma di Klaus Davi, ha dichiarato: ‘Ricorreremo alla magistratura per chiedere il sequestro del film per l’immagine negativa che offrirebbe dell’ex premier Silvio Berlusconi. Sono tre anni che Berlusconi non è più al governo, bisognerebbe parlare di altro. Il cinema può essere un veicolo eccezionale di promozione, non solo turistica, ma anche economica in generale, ma purtroppo c’è un eccessivo indulgere sulla mafia, sulla mafiosità, come se tutta l’Italia fosse fatta di mafiosi o di realtà delinquenziali’. Purtoppo per noi, quello che Maresco ci mostra è tutto vero, più vero della finzione.

Il regista a Venezia non é arrivato, ha annullato la conferenza stampa. Ma sarebbe servito dire qualcosa di più se, comunque, questi sono i commenti e, nonostante Saviano, la premiata Serie Tv Gomorra di Solima (che ha vinto il premio SIAE in questa edizione per la ‘creatività’), inchieste, trasmissioni televisive ecc. nulla sembra sostanzialmente cambiare?

E la psicoanalisi, gli psicoanalisti, possono entrare in qualche modo in queste questioni così scottanti e controverse? Io credo di sì, che possiamo contribuire a diffondere idee, a sviluppare pensiero, a non dimenticare. Anche attraverso i film, che possono diventare strumenti di incontro e dialogo molto diretti ed efficaci. Come è accaduto al Convegno tenuto quest’anno a Iseo ‘Discorsi delle arti, discorsi della psicoanalisi’ , dove l’attore coprotagonista del film di Cupellini ‘Una vita tranquilla’, Francesco Di Leva, ha dialogato con gli psicoanalisti e con il pubblico, prendendo spunto dalla storia di camorra della finzione, per raccontare non solo della realtà della camorra, ma, anche, delle possibilità di offrire ai giovani alternative alla camorra, di cui lui stesso, che continua a vivere in uno dei quartieri più disperati di Napoli, si fa promotore.

Per concludere, come dice Sanguineti, forse questo film non sarà il colpo di grazia che Maresco ha sempre sognato di dare, ma è comunque un colpo, e colpisce il segno. Almeno su chi è predisposto a diventare un bersaglio.

 

Di genere e respiro completamente diverso è ‘Altman’, un riuscito documentario sulla vita, di uomo e artista, del grande regista statunitense, scomparso nel 2006, fortemente voluto dalla terza moglie Kathrin, che lo ha presentato in sala insieme al regista Ron Mann, proiettato in prima assoluta a Venezia. Il film è costruito intrecciando interviste ad Altman, sequenze di suoi film, frammenti di filmini di famiglia girati in super8, backstage, commenti della moglie Kathrin, risposte alla domanda ‘cosa significa altmaniano?’ poste ad alcuni dei suoi attori preferiti. Ognuno di loro offre una sua personale definizione dell’aggettivo: da James Caan («colui che decide le proprie regole») a Elliot Gould («cercatore di verità»), da Bruce Willis («Prendere Hollywood a calci in culo») a Julianne Moore («Mostrarci la vulnerabilità degli esseri umani»), dal regista Paul Thomas Anderson («“L’ispirazione») a Robin Williams («Aspettarti l’inatteso»). Emerge una storia e si delinea un ritratto che rendono in maniera commovente le infinite sfumature della figura di questo regista geniale e fuori dal coro, disposto a tutto pur di trovare e mantenere la sua identità e non scendere ai compromessi imposti dal cinema americano hollywoodiano. Sorprende e commuove la sua carriera alternata da picchi di successo di critica e pubblico a periodi di oblio e povertà, che non perde tuttavia mai la sua traiettoria: i suoi film (che qui non cito) sono capitoli di uno stesso libro, come dichiara lui stesso, che si definisce ‘fabbricatore di guanti in un mondo di produttori di scarpe’. Per Altman fare un film è come costruire un castello di sabbia con gli amici, che si impegnano a costruire qualcosa di meraviglioso, ma che le onde cancelleranno presto, conservandolo poi nella memoria. La sequenza iniziale riprende proprio la costruzione di un castello di sabbia che, grazie a pazienza e precisione, emerge poco a poco dalla sabbia informe.

Altman era poco interessato alla sceneggiatura, amava il lavoro insieme agli altri, i film corali, esaltava l’importanza degli attori, il realismo delle scene, i dialoghi sovrapposti, l’improvvisazione. I film nascevano e si sviluppavano nel lavoro con la sua grande ‘famiglia’ creata sul set.

Hollywood gli ha conferito l’Oscar alla carriera poco prima che morisse, dopo una vita spesa in un conflitto che evidentemente nasce dal contrasto tra il desiderio di essere riconosciuto e quello di rimanere fedele a se stesso.

 

Quello che mi ha colpito in questa narrazione è che riesce a trasmettere la perseveranza di un uomo determinato a perseguire i suoi progetti, consapevole del suo talento, ma nello stesso tempo dotato di estrema ironia, di un sorriso aperto e di occhi pieni di luce. Non si è arreso, e così, nella nostra piccola Italia, non dovrebbe arrendersi Maresco. La verità spinge per venire fuori, mi ha ricordato oggi la collega e amica Rossella Valdrè, con cui ho condiviso la visione del bellissimo film ‘Villa a Touma’.

Tornando al nostro documentario, è interessante notare che dalla storia di un uomo emerge anche quella di chi la storia la racconta e l’amore di cui è impregnata, in particolare quella della moglie Kathrin, che lo ha seguito e sostenuto con affetto e dedizione ‘nella buona e nella cattiva sorte’.

Avvincente come un film, questo documentario riesce a essere profondamente ‘altmaniano’: la vita del grande regista scorre sotto gli occhi degli spettatori, i granelli di sabbia dispersi pretendono forma e senso, come un castello di sabbia, diventando, anche se solo per il breve tempo della proiezione, una sorprendente costruzione che rimarrà, tuttavia, come un castello di sabbia, impressa nella memoria, ad infondere una vitalità di forza sorprendente.

Certamente lo sguardo che Mann rivolge ad Altman è teso a evidenziarne i suoi pregi ed è benevolo, è uno sguardo pieno di attenzione e cura. Entrambe necessarie per valorizzare una storia, come ogni psicoanalista sa bene.