Binguan (The Coffin in the Mountain)

(La bara sulla montagna)

Di Xin Yukun, Cina – Settimana della Critica

Commento di Rossella Valdrè

 

“ L’orrendo della morte è il suo cerimoniale. Quanto più bello sarebbe andarsene al cimitero da soli, a piedi.”

 

                                                                                            (Morandotti, Minime)

Interessante e originale opera prima di Xin Yukun, Bigunan è una tragicommedia macabra, feroce ed insieme sarcastica, irriverente e sorprendente. Riflesso delle acute contraddizioni della Cina contemporanea, questo – sullo sfondo – è forse allo sguardo dello spettatore internazionale l’aspetto più interessante.

Si ha dell’immenso continente cinese, infatti, a meno di una conoscenza diretta e profonda, l’idea che ci rimandano i media di una crescita esplosiva, di un nuovo mondo di consumatori e produttori, di nuove intelligenze che crescono col Pil, in questo salto al capitalismo che deve avere lacerato non poche vite e coscienze e, come sempre in questi passaggi epocali, devastato le campagne. Sono questi ex-contadini, ex-agricoltori oggi rimasti senza lavoro, i vecchi, e alla ricerca di un nuovo benessere nelle città, i giovani, i protagonisti di questa bizzarra commedia circolare, dove tutti incrociano tutti, i destini sono messi a contatto dal Caso che governa la piccola comunità. Il villaggio, così è chiamato. Un paesotto che ben traduce le contraddizioni di un Paese tirato tra modernità e mondo contadino, con negozi e auto di grossa cilindrata, ma dove la gente è povera o poverissima, caduta a consolarsi in vizi che la uccidono come l’alcool (“qui molti muoiono ubriachi bruciati nel bosco”) o nel gioco d’azzardo, dove la vita è regolata ancora da regole antiche, direi arcaiche, quasi tribali. L’offesa si consuma con la vendetta, gli aneliti dei giovani devono fare ancora i conti con le esigenze dei padri, la Giustizia, nonostante i vaghi riferimenti alla “Polizia di città” che non compare mai, interamente affidata alle mani del capo-villaggio. Interessante figura con cui si apre il film, e che fa in qualche modo da filo conduttore poiché tutto viene rimandato a lui, rappresenta quello le cui funzioni erano, nel nostro mondo post-moderno, un tempo riferite al Padre: dare regole, risolvere piccoli e grossi problemi dei suoi concittadini, assumere decisioni ‘morali’, farsi giudice, perdonare, condannare.

Struttura ciclica, dicevo, di un fil diviso in tre capitoli che si incastrano perfettamente uno all’altro, in una logica continuità.

In La gravidanza – il primo – una giovane rimane incinta proprio del figlio del capo-villaggio, suo fidanzatino. I due sono presi dal panico: i genitori non consentirebbero mai la loro unione, e soprattutto il padre del ragazzo, essendo i due in aperto conflitto sulle decisioni da prendere riguardo al lavoro futuro del ragazzo, si opporrebbe. Il giovane teme il padre in una logica, abbiamo visto, che aspira all’emancipazione ma è ancorata alle vecchie regole del villaggio: queste, non si mettono in discussione. La Cina dei grattacieli e dei nuovi ricchi, sembra un altro universo. Scoperta la gravidanza, un altro giovinastro tenta di approfittarne e li ricatta. Sentendosi senza via d’uscita, il ragazzo decide di uccidere il ricattatore, sebbene molto turbato da indecisioni e sensi di colpa. Ma il destino, diciamo, gli viene in aiuto: il ricattatore verrà trovato morto, bruciato ubriaco nel monte, e messo nella famosa bara del titolo. Perché la bara al centro del titolo, polo metaforico attorno a cui ruota la storia? Perché la bara, the coffin, non conterrà mai il cadavere giusto…

Proseguiamo. I Segreti – del secondo episodio – sono quelli che legano una coppia clandestina del villaggio, entrambi sposati. Che fare, in un mondo dove non esiste il Diritto e gli ostacoli si risolvono con l’eliminazione diretta? Il marito di lei è un violento ubriacone, se lo trovassero anche lui morto bruciato nel bosco, nessuno sospetterebbe, e in più “se lo meriterebbe”. Quando l’amante è sul procinto di ucciderlo, però, il senso di colpa lo fa esitare; ma l’attimo di titubanza lo aiuta: anche qui, il rivale scivola accidentalmente dal bosco, e di nuovo ci pensa il Caso a fare giustizia.

Che magia, che sollievo! Ma le cose non sono così semplici: è la sepoltura, ad essere complicata. Il corpo carbonizzato è difficile a riconoscersi, e anche in questo caso nella bara viene messo un corpo sbagliato. Quale?

Della bara vera e propria, oggetto metaforico del film che vede raccolti intorno tutti i perplessi abitanti del villaggio, ognuno con racchiuso in sé il proprio segreto, il suo crimine incompiuto ci si occupa nel terzo episodio, chiamato appunto La bara del funerale.

Come fare un funerale, se non si sa chi è il morto? Subentra un’ulteriore vicenda che richiede una giusta vittima: un povero abitante del villaggio, che vive in condizioni miserrime, è ricattato dall’usuraio a cui il fratello, giocatore d’azzardo e sparito da tempo, deve molto denaro. Se il poveraccio non restituirà il denaro in vece sua, gli sarà bruciata la casa. Naturalmente, è dal capo-villaggio che ogni povera anima va a riferire i suoi guai: se gli dessero la tomba (che intanto non si sa chi contiene) lui e la sua capanna sarebbero salvi, perché potrebbe dire che il fratello è morto. Il pensoso capo-villaggio, acconsente…

La piccola comunità sarà così pacificata? Ciascuno, senza metterlo in atto, ha visto sparire chi avrebbe voluto uccidere (giustamente, dal singolo punto di vista, con buon motivo: il ricattatore, il marito violento, l’usuriaio): il desiderio, grazie ai giochi del Caso, è stato realizzato.

“Ho voluto creare un labirinto di coincidenze, un dedalo in cui i personaggi fossero intrappolati”, ha riferito racconta il regista, che tra delitti e vendette svela l’anima nera del suo Paese. Certamente, sotto il profilo sociale; ma ne esiste uno sottile, psicologico e al tempo stesso quasi fiabesco, catturabile da più registri, più narrazioni.

Cosa siamo, in fondo? Cenere irriconoscibile, una volta finita la vita?

L’identità, questo mi pare il punto di domanda del film, se ne va con la vita? Un corpo vale l’altro, tanto il corpo è inutile, vicario, transitorio, povera pura materia destinata a degradarsi lentamente, o a bruciare senza nome per i nostri vizi, le nostre debolezze, dopo che ci ha offerto una momentanea ospitalità? Il nostro essere uomini, muore con lui, sparisce nel bosco?

Tutti, ci racconta la parabola del film, siamo potenziali omicidi, almeno nel desiderio: ma è il desiderio ciò che conta. L’atto che avviene qui per fatalità, non cancella la colpa dei personaggi: averlo desiderato è come averlo compiuto. La realtà interna, lo sappiamo, conta tanto se non più di quella esterna.

In una località del mondo attraversata da conflitti cosi laceranti per la cui la vita, la vita fisica, conta assai poco, in cui regole tribali non hanno ancora lasciato il passo a tribunali e aule di giustizia, è come se il mondo avesse regole semplici. Desidero, e ho buon motivo, di eliminare un rivale, e ci pensa la Natura. Non serve la Legge.

Eppure, gli sguardi, i volti tirati e contriti dei membri del villaggi, tutti raccolti introno all’inutile e grottesca bara, e sul finale in coda al paradossale funerale (funerale di chi?) non rivelano sollievo, pace, men che meno felicità. E’ un funerale senza gioia. Crimini e misfatti.

Tormentati dalla Colpa, dal conflitto, dal dubbio (chi sarà mai nella bara?), come ha detto il regista, essi non si sono affatto liberati, pur sparendo il nemico di turno, ma la stessa immagine del rituale funereo, del silenzioso e ipocrita corteo che li racchiude dietro la fantomatica bara, esprime perfettamente il senso di una trappola eterna. Il corpo svanisce, poveretto, ci abbandona e si fa cenere, ma la mente continua a tormentarsi attorno ai misteri, ai Segreti, come recita il secondo episodio, quello centrale.

Segreti. In un mondo chiuso in cui tutti sanno tutto dell’altro, ciascuno conserva il suo inconfessabile segreto. Potremmo aggiungere, azzardando: è forse il segreto, in queste condizioni, l’unico, l’ultimo baluardo all’identità? Se un corpo vale l’alto, è reso irriconoscibile dal macabro scherzo della morte, se l’intimità è violata dalle leggi di una piccola comunità intrusiva, allora il segreto ha pure un certo valore.

Se ci spostiamo anche al di là di questa condizione particolare, e qui resa sapientemente grottesca nel film, benché un po’ maltrattato dalla letteratura psicanalitica che lo ha perloppiù trattato sul versante patologico, alla stregua di ‘rifugio della mente’ (retreats of mind), ho sempre pensato che il segreto, come per gli adolescenti necessariamente barricati in cameretta, abbia una sua funzione per l’identità, ne sia un sottovalutato garante. Tanto più oggi, in un’epoca di continui e insopportabili (per me, almeno) cosiddetti outing: Epoca dell’uccisione del segreto, direbbe Baudrillard. In anticipo su questa moda evacuativa, Racamier (1995) scriveva che i segreti sono:

   “Garanti della nostra intimità, testimoni dei nostri limiti, sono della stessa sostanza dell’Io. Poiché non c’è Io che tenga senza che tenga i suoi segreti…il diritto al segreto è una condizione per pensare”.