“Dove bisogna stare” di D. Gaglianone e S. Collizzolli. Recensione di Elisabetta Marchiori

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: Dove bisogna stare

Dati sul film: regia di Daniele Gaglianone e Stefano Collizzolli, Italia, 2018, 98’

Genere: documentario

 

 

 

 

 

“Tu ci sei, e da lì si comincia”

(Lorena)

 

È nelle Sale, dove il rischio è che ci resti troppo poco tempo, il film documentario “Dove bisogna stare”, del regista torinese Daniele Gaglianone, scritto con il padovano Stefano Collizzolli, presentato lo scorso dicembre 2018 al Torino Film Festival.

Il film è il frutto di una collaborazione tra Medici Senza Frontiere e ZaLab (zalab.org), un’associazione padovana impegnata nella produzione, distribuzione e promozione di film , documentari di carattere sociale e progetti culturali, di cui fanno parte i filmmakers Michele Aiello, Matteo Calore, Stefano Collizzolli, Andrea Segre, Sara Zavarise.

Quest’opera ha preso avvio da una ricerca di monitoraggio sulle iniziative sviluppate spontaneamente da gruppi di persone al di fuori dall’accoglienza istituzionale.

Con il recente documentario “Santiago, Italia” (2018) di Nanni Moretti ha in comune un elemento fondamentale: non è imparziale, ma schierato, senza se e senza ma, dalla parte dell”essere umano”, come aggettivo qualitativo e come essenza. Entrambi si sviluppano attraverso racconti di vite e di esperienze che costringono lo spettatore a confrontarsi con l’umanità e la disumanità dell’uomo, a fare i conti con se stesso, a capire cosa significhi riconoscere nell’altro l’essere una persona, riproponendo la questione “Se questo è un uomo”, di Primo Levi.

Gaglianone, in un’intervista (fabriqueducinema.com) dice che il titolo si riferisce non solo a “Dove bisogna stare per l’altro”, ma anche a “Dove ho bisogno di stare io”. Fa appello dunque alla necessità urgente di prendere una posizione netta rispetto al dramma dei migranti e a cosa ognuno di noi può fare rispetto al diffuso processo di disumanizzazione in corso, aggravato dalla recente approvazione del Decreto Sicurezza, come ricorda anche una didascalia introduttiva al film.

Per raggiungere questo scopo, sono quattro donne – Lorena, Jessica, Georgia ed Elena, -ad essere chiamate a mettere in gioco le loro storie diverse, ad esporsi e rendersi testimoni ed esempi per mostrare dove loro hanno bisogno di stare, e cosa ci fanno proprio lì. Lì è dove, giorno dopo giorno, in luoghi diversi ma tutti di frontiera, ognuna con la propria sensibilità, le proprie competenze e i propri mezzi, ognuna con il suo modo di “essere umana”, stanno insieme ad altri esseri umani, migranti, in fuga da guerre, persecuzioni, catastrofi naturali e miseria. La loro non è, ed è evidente, una scelta ragionata, dettata dal senso del dovere o dal desiderio di “fare del bene”, quanto piuttosto una necessità, una pulsione primaria, una condivisione di quell’istinto di sopravvivenza, di quel desiderio di vita che ogni persona ha dentro di sé.

“Dove” diventa quindi anche un luogo interno, uno spazio mentale, in cui è ammessa l’esistenza di persone che oggi, con la complicità delle Istituzioni, tanti vorrebbero poter negare.

Lorena è una psicoterapeuta in pensione di Pordenone che, insieme al marito, professore di Storia, aiuta i migranti che, in città o nelle campagne intorno al fiume Isonzo, vivono senza cibo, acqua, medicine. Ha in mente bene le persone di cui racconta, mentre guarda i cartoni abbandonati sotto i quali dormiva quell’uomo tanto istruito e pieno di dignità che, insieme ad altri, era stato da poco cacciato dal suo rifugio. La cinepresa la segue mentre scavalca reti – “se ce la fanno loro devo farcela anche io” – e si inoltra tra la boscaglia per chiedere ai giovani che vivono nelle baracche come faranno a sopravvivere quando tornerà l’inverno e di cosa hanno più bisogno.

Elena, in Val di Susa, una donna di mezza età, con il sostegno della sua piccola comunità, si è presa cura di un ragazzo che rischiava l’amputazione dei piedi, congelati per aver camminato scalzo nella neve per attraversare il confine con la Francia. Sono in tanti a cercare di percorrere quel breve ma insidioso cammino, rischiando la vita. Elena è disposta a rifare questa esperienza e dice, con grande semplicità, che ha ceduto volentieri il suo letto, aveva spazio ed era sola in casa, condividere il cibo era un piacere.

Jessica, attivista di Cosenza, con i suoi pearcing e i suoi tatuaggi, sembra non sapesse che fare della propria vita, si sentiva “rovinata”, sino a quando non ha iniziato a impegnarsi nelle attività di un Centro Sociale e nella gestione di edifici “occupati”. Le persone che chiedono un posto dove vivere non sono necessariamente migranti, l’aiuto è offerto a chiunque sia disposto a collaborare e a portare avanti la politica dell’occupazione: “è obbligatorio partecipare alle manifestazioni”, si legge in grandi cartelli sui muri dell’edificio in cui abita anche lei.

È buffa mentre cerca di spiegare diritti e doveri, regole di civile convivenza, in quel suo inglese improbabile.

Georgia, molto seria e pacata, si è data da fare quando, nell’estate del 2016, Como, la sua città, si era trasformata in un campo profughi. Arginata l’emergenza, ha deciso di lasciare il suo lavoro di segretaria per continuare ad aiutare i migranti a cercare una sistemazione, ad ottenere documenti e permessi, ad oltrepassare il confine. Deve convivere ogni giorno con la grettezza di chi le continua a chiedere “cosa ci fa con i neri”, ma lei, lo sguardo deciso e tranquillo, sembra quasi non capire la domanda, la trova assurda.

Certo, a cercare di descrivere le immagini di un film si rischia sempre di cadere in una operazione riduttiva. Non sono, dopotutto, storie eccezionali, ci si potrebbe chiedere che c’è di nuovo, sappiamo bene le cose come stanno. Eppure, la sensazione è che pochi lo sappiano veramente. La distinzione è sottile, e riguarda l’avere esperienza. È questa che arriva allo spettatore, diretta, senza filtri, priva di qualsiasi intento retorico o moralista. Non si parla esplicitamente di aiuto, accoglienza, beneficienza, volontariato, solidarietà. Quello che passa è il senso di consapevolezza, la capacità di riconoscere nell’altro se stessi, e di fare concretamente qualcosa insieme, mettendosi in relazione: “Loro sono là a mostraci tutte le nostre fragilità e le nostre paure”, dice Lorena.

Gaglianone, che torna ad occuparsi di immigrazione a cinque anni da “La mia classe” (2013), si mostra capace di stare accanto alle protagoniste, di lasciare loro lo spazio necessario a farsi conoscere, a cogliere le motivazioni profonde delle loro scelte, che colpiscono per la naturalezza e la limpidezza, in contrasto con la veemente violenza che caratterizza il quotidiano parlare di immigrazione.

Il film è suddiviso in capitoli, tre per ognuna delle protagoniste, che hanno come titolo una frase da loro pronunciata (per es. “pieno di pioggia”, “non potevano muoversi come volevano”, “political struggle”). Nel procedere della narrazione, ecco che le riprese, create con la macchina a mano, perdono il fuoco, sembra che ci sia un cortocircuito, che la telecamera sia scivolata all’operatore, così le linee narrative “saltano”, si confondono e si mescolano. Questo utilizzo della camera a mano da parte del regista vuole suggerire che solo “sconfinando” è possibile incontrarsi e creare un percorso che non sia già noto, e porti cioè ai risultati scontati cui stiamo rischiando tutti di fare l’abitudine accettandoli passivamente.

“Il film che pareva essersi dato un ordine rigoroso, mette in mostra queste infrazioni progressive, minime, ma ripetute. Come a volere far saltare i confini e le regole innanzitutto nella sua stessa struttura, nelle convenzioni della forma. Per tracciare traiettorie possibili di connessione e condivisione, oltre le differenze geografiche, anagrafiche, sociali, oltre le situazioni di partenza e le destinazioni finali, oltre le questioni di cittadinanza e di colore della pelle” (Aldo Spiniello, 2019, sentieriselvaggi.it).

“Dove bisogna stare” procede quindi, con uno sguardo profondamente psicoanalitico, dall’interno verso l’esterno, incoraggia a prendere una posizione, come esseri umani e cittadini e ad agire, oltre che pensare.

È quello che stanno facendo anche molti psicoanalisti della Società Psicoanalitica Italiana, con le iniziative dei gruppi “PER” (Psicoanalisti Per i Rifugiati) e “Geografie della Psicoanalisi”, impegnati a mantenere vivi i valori dell’accoglienza, della tolleranza e dell’integrazione. Come psicoanalisti, conosciamo bene le conseguenze psichiche dell’impatto traumatico di ciò che sta accadendo sia nei sopravvissuti ai viaggi in mare e alle migrazioni attraverso territori ostili, che vengono rifiutati, fatti vivere in condizioni disumane e privati di tutto, sia nelle generazioni future. E non dobbiamo ignorare nemmeno le problematiche che riguardano coloro che agiscono come se mancassero dei valori fondamentali dell’esistenza.

Prendersi cura di loro significa prendersi cura di noi stessi. Il primo passo da fare è scegliere dove bisogna stare.

 

Gennaio 2016