Blade Runner 2049 di D. Villeneuve. Commento di E. Marchiori

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: Blade Runner 2049

Dati sul film: di Denis Villeneuve, USA, 2017, 163’

Genere: fantascienza

 

Trama

Il regista canadese Denis Villeneuve, dopo “La donna che canta”, “Prisoners” e “Sicario”, opere di grande potenza e profondità, si è cimentato per la prima volta con la fantascienza con “Arrival” (vedi scheda relativa). Ci riprova con il sequel del cult “Blade Runner”, con le stesse grandi ambizioni. Avevo sperato che riuscisse a farci vedere “cose che noi umani non potremmo nemmeno immaginare …”. Purtoppo no, perché tutto, in questo film, è déjà vù.

Per non rivelare la trama, possiamo dire che si dipana su una storia evangelica (c’è un figlio, “il nato”, da nascita miracolosa) e biblica (con diluvio), piuttosto tortuosa e intorcolata, seppure prevedibile. Per dare al film le basi si cui svilupparsi, a Villeneuve non bastava la storia d’origine, ma ha dovuto farla precedere da tre cortometraggi, affidati a tre diversi colleghi, e sintetizzare i passaggi per iscritto dopo i titoli di testa del suo “Blade Runner 2049”.

 

Andare o non andare a vedere il film

Il protagonista Ryan Goslin si trova dirottato dal romantico musical nostalgico Lalaland (ribattezzato da una certa critica “blabla land”) al mondo oscuro e ormai invivibile del nostro non lontano futuro. Lì bel musicista attonito e caruccio, qui replicante di ultima generazione – altrettanto attonito e un po’ meno caruccio – l’agente K, con il compito di dare la caccia ai vecchi modelli Nexus ribelli. Un “blade runner” come il suo predecessore Rick Deckard, l’Harrison Ford che nel primo film si innamora di una delle sue prede, la bellissima Rachel. Il nostro K è davvero perfetto come replicante, sempre con la stessa faccia. Viene in mente la battuta di Sergio Leone su Clint Eastwood: “Ha due espressioni, con cappello e senza cappello”. Purtoppo il nostro non ha nemmeno il cappello, però ci sono gli ematomi e i cerotti che fanno la differenza e, qualche volta, bisogna dargliene atto, strizza gli occhietti. Harrison Ford da Padre di Star Wars si materializza come Padre anche qui, potendosi ben dire a pieno titolo dirsi uno che ha fatto la storia del cinema. Ce la mette tutta ed é sua la battuta più interessante del film, qualsiasi interpretazione le si voglia darle, che recita più o meno così: “Se ami qualcuno, bisogna in certe circostanze diventare un estraneo”. “Agli estranei”, brinda K.

Le donne sono pestifere, sia replicanti che umane (ammesso che si possano distinguere), Robin Wright bionda e Sylvia Hoeks mora, con tagli e messe in piega da paura. La parte della buona va all’ologramma innamorata del replicante, la cubana Ana de Armas, con la boccuccia a cuore e piuttosto svampita, non risulta di grande aiuto.

Poi c’è Wallace, il capo dell’azienda produttrice di replicanti, che fiuta un buon affare e vuole chiuderlo. Ha la faccia di Jared Leto e fa gran discorsi filosofici. Gli volano intorno sassolini neri che sono le miniature dei sassoni extraterresti di “Arrival”, non ho capito la loro funzione.

Tutti questi personaggi, e altri che non nomino, si affaccendano, si picchiano, si ammazzano, sfrecciano in auto volanti, parlano e fanno scoperte incredibili, tra rumori, scoppi assordanti e musiche metalliche per circa tre ore, con sequenze di una lentezza estrema e altre molto vivaci, in un sempre maestoso, questo sì, impianto visuale.

 

La versione di uno psicoanalista

“La gioia è l’ultimo e indispensabile ingrediente della fantascienza – la gioia data dalla scoperta del nuovo

(P. Dick, 1981)

Da psicoanalista di una certa età, che ha visto l’originale e il sequel, direi che nel confrontare le due visioni – che consiglio a tutte le età – si può capire la differenza tra provare sensazioni e sentire emozioni, tra guardare un film e sperimentarlo, viverlo, identificandosi nei personaggi e entrando nella storia.

Amando l’opera di Philip Dick, mi pare che in questo film non riamga traccia dell’ispirazione del grande scrittore, rivalutato solo dopo la sua morte, visionario e profondo conoscitore dell’animo umano e della follia, di straordinaria libertà creativa e immaginativa. Si chiedeva se i replicanti sognano pecore elettriche, e si proponeva di definire l’umano attraverso l’empatia, concetto che Stefano Bolognini ha reso profondamente psicoanalitico: “Dimostro come l’empatia sia un valore deciso ai fini della sopravvivenza: nella competizione fra le specie, l’empatia fa la differenza” (P. Dick).

Il suo romanzo, come il film di Ridley Scott, erano intrisi dalla gioia della scoperta del nuovo.

Il sequel di Villeneuve ti sprofonda in quello che già sai, in un futuro che non anticipa nulla, ma, cupamente, ripete. Le questioni che emergono dalla contrapposizione tra umano e non umano, tra soggetto nato da parto e costruito in una fabbrica, tra ricordi veri e ricordi “innestati” o di copertura, tra familiare e estraneo, tra copie e originali, tra autentico e inautentico, e altro ancora, son tutte lì, come ologrammi senza consistenza.

Certo, possiamo mettercela noi spettatori, ma il cinema, la magia del cinema, dovrebbe fornire di senso, non disperderlo. A meno che non si tratti di cinema che si dichiara apertamente e  sinceramente d’intrattenimento. Allora preferisco gli “Avengers”.

Ottobre 2017