“Bombshell” di J.Roach recensione M. De Mari

Autore: Massimo De Mari

Titolo: “Bombshell”

Dati sul film: regia di Jay Roach, USA, 2019, Netflix,149’.

Genere: drammatico

 

 

 

 

Premiato con un Oscar (trucco e acconciature) e altre due nomination per i ruoli di migliore attrice protagonista (Charlize Theron) e di migliore attrice non protagonista (Margot Robbie), “Bombshell” è un film passato forse troppo velocemente per le sale. Racconta, con un ritmo incalzante e coinvolgente, la vicenda realmente accaduta nel 2016, nella redazione di Fox News Channel, una delle stazioni televisive più influenti degli Stati Uniti, relativa agli abusi sessuali di cui le dipendenti donne erano vittime, da parte del potente tycoon dell’emittente, il chief executive Roger Ailes.

Il film si regge su un cast stellare di attori e attrici, resi quasi irriconoscibili da Oscar, ammirevoli nel sostenere ruoli spigolosi di uomini che agiscono impunemente la perversione del potere e donne che ne sono travolte, spesso con un atteggiamento ambivalente in cui l’ambizione per il successo non riesce a fare i conti con la morale e un umiliante prezzo da pagare, perché l’alternativa è la dolorosa rinuncia ai propri sogni di gloria.

La storia è semplice e ricalca quella che avrebbe reso tristemente noto, un anno dopo, con lo scandalo planetario “#me too”, il produttore cinematografico Harvey Weinstein: Roger Ailes, potente produttore di Fox News (un irriconoscibile John Lightgow), secondo solo al proprietario Rupert Murdoch (Malcom McDowell, indimenticato protagonista di “Arancia Meccanica”). È lui che seleziona le presentatrici dei suoi programmi di punta, facendo leva sul loro fisico e in particolare le gambe da pin up, che pretende siano messe in mostra da scrivanie di vetro durante le dirette TV, giocando sul successo di questa mossa “visiva” sul pubblico maschile.

Il giochino funziona e i programmi hanno un’audience altissima, soprattutto con alcune anchor women, tutte costrette a passare sotto le forche caudine delle proposte oscene di Ailes, alcune riuscendo a resistere, altre cedendo, tutte portandosi appresso il peso di quell’umiliazione.

Gretchen Carlson (Nicole Kidman), dopo anni di successo televisivo, viene declassata e poi licenziata perché resistente ai diktat padronali ma decide finalmente che è giunto il momento di raccontare cosa succede dietro le quinte e denuncia Ailes per molestie sessuali, sperando che la sua mossa coraggiosa spinga altre giornaliste come lei ad unirsi nella causa legale.

La forza del film, a mio avviso, non è solo nella descrizione cruda dei ruoli del cattivo abusante e delle vittime abusate ma anche, e soprattutto, nel riuscire a descrivere alcune dinamiche intrapsichiche più complesse che fanno parte della classica cornice sado-masochistica.

Le personalità dei protagonisti sembrano limitate al soddisfacimento dei rispettivi narcisismi, ciascuno vive in un proprio mondo individuale in cui le relazioni affettive giocano un ruolo secondario o ininfluente ma poi, sempre più chiaramente, si fa strada il conflitto tra desiderio adulto edipico (ambizione, affermazione di sé, autonomia, ammirazione per il ruolo paterno), il narcisismo maligno, pre-edipico, in cui prevalgono gli elementi non elaborati della fase anale (invidia, esibizionismo, perversione, sottomissione, dipendenza) e la confusione tra questi diversi piani che rende conto dell’ambivalenza in cui i protagonisti si dibattono.

Il messaggio finale, se escludiamo la punizione esemplare del cattivo, non riesce a far tirare un sospiro di sollievo allo spettatore perché le perversioni del potere da cui doversi difendere – sullo sfondo si delinea la vittoria alle elezioni presidenziali U.S.A. di Donald Trump – sono dure a morire.

 

Maggio 2020