BUIO IN SALA.Rassegna di Cinema e Psicoanalisi.

 

Questi assai colti vicini di casa, che fino ad allora ignoravano la nostra esistenza, non solo nutrivano una certa diffidenza nei confronti di psicologi e psichiatri ma pensavano che Firenze fosse una piazza difficile e piuttosto snob. In effetti, gente nata sotto la Cupola di Brunelleschi cos’altro mai la può stupire?

E poi, chiedo scusa Signora, che cosa è di preciso la SPI? “La società degli psicoanalisti italiani affiliata all’IPA, quella fondata da Sigmund Freud…” mi trovavo a dire un po’ ferita nel mio orgoglio, io che mi ero forse trionfalmente annunciata come “Il Segretario Scientifico del Centro Psicoanalitico di Firenze”. Ma nessuno era svenuto per l’emozione. I tempi evidentemente sono cambiati. E noi, chi siamo?

 

Mi sono vista come Alberto Sordi quando Alla ricerca di un amico misteriosamente scomparso in Africa scende nel moderno aeroporto di Nairobi (se la memoria non mi inganna) in abbigliamento coloniale, con tanto di calzettoni e caschetto. Incuriosito, un nero elegantissimo, vestito all’occidentale, lo filma con la cinepresa da capo a piedi.

 

Mentre noi abbiamo speso anni a discutere se fosse il caso di “aprire all’esterno” l’esterno si è organizzato senza di noi. Abbiamo aperto le porte dell’Impero e non abbiamo trovato orde di barbari che premevano per entrare: niente orde, niente barbari, nessuna pressione e, sfortunatamente, nessun interesse speciale. Meglio non voltarsi a guardare che fine ha fatto l’Impero.

 

Ho dovuto produrre il biglietto da visita del CPF e della SPI, il curriculum di ciascun collega che aveva aderito all’iniziativa e una proposta scritta, sufficientemente articolata e possibilmente convincente. Questo tirocinio è stato benefico. Non solo ho ripescato in soffitta –perché è lì che lo teniamo- l’esame di realtà. Ho ripensato meglio al progetto e mi sono seriamente interrogata sulla sua effettiva utilità. Avevamo davvero qualche cosa di interessante da dire? Di interessante per qualcuno che non fosse la proiezione di noi stessi?

 

Redazione di una proposta

 

Mi sono stati di grande aiuto i lavori di alcuni colleghi, in particolare un articolo apparso sulla Rivista di Paolo Boccara e Giuseppe Riefolo, “due analisti italiani che a lungo si sono occupati dei rapporti fra psicoanalisi e cinema” –come scrivevo nella proposta da sottoporre all’attenzione dell’Auditorium Stensen.

 

Un articolo nel quale si individuano tre possibili relazioni fra cinema e psicoanalisi:

 

1. Uso interpretativo del film da parte della psicoanalisi: attribuzione unilaterale di una funzione simbolico-metaforica al linguaggio cinematografico attraverso la lettura psicoanalitica di un evento che è stato pensato per fini estranei alla psicoanalisi. Il problema che emerge da questo atteggiamento –presente fin dai tempi dei “pionieri della psicoanalisi”- è una sorta di colonizzazione psicoanalitica del fatto artistico che suscita incredulità, indifferenza o irritazione nel suo autore.

 

2. Uso diretto della psicoanalisi da parte del film: in questo caso, simmetrico al primo, è il film che si appropria della psicoanalisi trattandola secondo una modalità “realista” nel rappresentare le vicende di una terapia o comunque di un rapporto paziente-analista. Il rischio è lo snaturamento del senso profondo della cura analitica. Qui è piuttosto il cinema a colonizzare e sfruttare la psicoanalisi.

 

3. Film che trattano di analisti al lavoro in modo da cogliere aspetti sospesi e problematici della costituzione stessa della psicoanalisi: film che funzionano non come lezioni di psicoanalisi ma come sogni sulla psicoanalisi, a carattere evocativo allusivo e non pedagogico didattico.

 

Mi è parso o meglio, poiché il confronto con i colleghi/amici che avevo coinvolto nel progetto mi è stato prezioso, ci è parso, che esista almeno un quarto modo di stare in rapporto con la produzione artistica in generale e con il cinema in particolare. Ci è parso che la psicoanalisi possa trovare spunti, chiarimenti, conferme o al contrario dubbi, formulazioni problematiche o interrogativi utili al suo percorso conoscitivo intorno alle modalità di funzionamento della mente umana negli individui e nei gruppi. Del resto Otto Rank fin dal 1914 notava che il cinema, il quale per tanti aspetti ricorda il meccanismo del sogno, attraverso un linguaggio figurativo chiaro ed evidente può esprimere certi fatti psicologici che nemmeno il poeta può esprimere a parole. Come una volta ha risposto credo Picasso a qualcuno che gli chiedeva di parlare di un suo quadro “se avessi potuto dire questo con le parole non avrei avuto bisogno di dipingere”.

 

Come un qualunque spettatore lo psicoanalista fruisce del film a vari livelli. A differenza di un comune spettatore può essere colpito da qualcosa che lo spinga a ripensare a certi passaggi della teoria o della clinica e a vederli sotto una luce diversa. Dunque non dirà “adesso vi spiego cosa veramente vuole dire il film” ma potrebbe dire “il film mi aiuta a capire- a vedere- questo in questo nuovo modo”. Non si farà strada nell’opera con l’apriscatole ma al contrario lascerà che l’opera evochi in lui emozioni capaci di trasformare il suo pensiero sul mondo.

 

Da qui la proposta che ha finito per conquistare i miei giovani e perciò severissimi esaminatori: uno psicoanalista guarda, ascolta e commenta un film insieme al pubblico attento non solo al film ma all’effetto che il film, e il suo commento al film, suscita nel pubblico. Non si tratta di spiegare il film da un punto di vista psicoanalitico ma piuttosto di favorire la percezione e l’ascolto degli echi interiori suscitati dalla visione.

 

L’esterno ci fa entrare

 

Il progetto è approvato. Michele Crocchiola e Valeria Cicerone dicono di sì, Sofia Ciuffoletti ci invita nella sua bella casa: io e Mario per prudenza portiamo il gelato -casomai Freud non bastasse. Sofia ha preparato una torta di mele e, nero su bianco, il 30 giugno 2005 sera l’accordo è stipulato. Non corre denaro: loro mettono la sala, le pellicole, il molto lavoro dell’organizzazione; noi, la psicoanalisi.

 

Costruiamo lo schema di ciascuna serata: a cura dello Stensen, brevissima introduzione; proiezione del film; commento dello psicoanalista -venti minuti di tempo a disposizione; dibattito con il pubblico. Dalle 21 alle 24.

 

Nell’imminenza dell’evento, l’Auditorium provvede a pubblicizzare la Rassegna, ma anche noi, resi più umili dalla dura anticamera, contribuiamo a diffondere la notizia sfruttando tutti i canali a nostra disposizione. Perfino le zie sono mobilitate.

 

La situazione psicologica adesso è rovesciata. Mentre i ragazzi dello Stensen sono fiduciosi io vivo una crisi di identità: l’anomia mi attanaglia. Chi sono io, fuori del regno del mio studio e del mio Centro? Cosa mi è saltato in mente di mettere in moto queste persone? Massicce proiezioni sui responsabili del Cineforum: faranno una brutta figura?

 

Eppur si muove

 

La sera della Prima, venerdì 28 ottobre, c’è la coda fuori del cinema; la volta successiva, per il film di Polanski, un’ottantina di persone devono essere mandate a casa: sono esauriti i posti (circa duecentocinquanta) e pure i biglietti. Sala piena anche per Ti dò i miei occhi e per La casa dei giochi. Il cattivo tempo –piove a dirotto- e forse il “muto” scoraggiano molti affezionati, tuttavia c’è un discreto pubblico anche per Pabst – uno dei film più interessanti della Rassegna, autentica perla da cineteca, pellicola sapientemente restaurata e trovata grazie all’intraprendenza di Michele Crocchiola. In questa specifica occasione, pochissimi gli psicoanalisti tra il pubblico: Misteri dell’anima e misteri nella SPI. Con tutto il peso che attribuiamo al passato, la nostra storia chissà perchè non ci interessa poi tanto.

 

Dal punto di vista della partecipazione numerica, il bilancio non può che essere positivo: è stato un successo, niente altro da dire. Per tutto il resto, avremo di che riflettere e ripensare per un anno intero, fino alla prossima edizione che a questo punto ci siamo meritati.

 

Mi sembra di avere occupato fin troppo spazio. Lascio la parola agli amici che hanno proposto e commentato i film. La Rassegna l’hanno fatta loro, io sono soltanto il segretario scientifico del Centro Psicoanalitico di Firenze.

 

 

Cronaca delle proiezioni

 

Geheimnisse einer Seele (Germania 1926), regia di G W Pabst

con la collaborazione di K. Abraham e H, Sachs.

Tit. it.: “I misteri di un’anima, ovvero il caso del Prof Mathias”)

venerdì 25 novembre 2005

 

Presentazione a cura di Maria Grazia Vassallo Torrigiani e Rossella Vaccaro

 

Abbiamo scelto di proporre un “reperto archeologico” del rapporto tra cinema e psicanalisi, il primo film che ne celebra l’incontro, con padrini d’eccezione sia per la storia della psicoanalisi che per quella del cinema. Pabst si avvalse infatti della collaborazione di Abraham e Sachs, due fedelissimi del gruppo riunito intorno a Freud, il quale, peraltro, non era affatto d’accordo a che si facessero coinvolgere. Soprattutto Abraham si batté molto per convincere Freud dell’opportunità della loro presenza come consulenti, convinto che questo avrebbe fornito garanzie di rigore scientifico ad un progetto cinematografico che voleva “presentare un destino umano alla luce della psicoanalisi e mostrare come si guariscono i sintomi nervosi” (lettera di Abraham a Freud, 7 giugno 1925). Se l’intreccio narrativo finisce con l’apparire ingenuo, semplicistico e schematicamente divulgativo (insorgere di una fobia per i coltelli, ricorso allo psicoanalista, ricostruzione di conflitti e dinamiche di esclusione, gelosia, frustrazione e rabbia originate nell’infanzia, risoluzione e happy-end), molto interessante è invece il tentativo di Pabst di rendere visivamente le sequenze dei sogni con straordinari accorgimenti tecnici, pur se tutto il film è costruito con particolare attenzione alla resa dei processi psicologici e degli stati d’animo del protagonista, con immagini ce ne comunichino l’angoscia e il disorientamento interiore.

Pabst ci presenta un trattamento-lampo, di tre sedute, in cui i sogni di Mathias esprimono presente e passato, immaginario e reale, e nelle quali si evidenzia l’intenzionalità oggettiva e didattica del film.

Le sequenze oniriche di “Misteri di un’anima” sono state definite tra le più intense della storia del cinema. Le emozioni del sogno riescono a pervadere tutto il film, fino a trasformare l’apparente racconto realistico in un labirinto di tratti allucinati, di particolari inquietanti tali da rendere l’atmosfera del film come un unico sogno. Ogni piccolo frammento di quotidianità viene inglobato nella conflittualità del protagonista, ogni volta che un’immagine si ripete attraverso dei flash-back, non si attua la consueta rottura tra lo spettatore nel rapporto con la fiction. Tra un’immagine e la stessa ripetuta è successo qualcosa: Mathias comincia a capire la sua storia e con lui lo spettatore. Il rapporto dello spettatore con il racconto avviene attraverso il suo coinvolgimento nel lavoro d’interpretazione del sogno, in cui gli viene affidata una lettura quasi ermeneutica delle sequenze oniriche.

Eravamo del parere che il film non potesse essere lasciato a una fruizione esclusivamente “ingenua” da parte del pubblico, prevalentemente di non specialisti, ma forse ciò vale anche per questi ultimi. La costruzione piuttosto ellittica, l’oscurità e la ripetitività di certe sequenze, l’assenza di sonoro e, oggettivamente, il mutato atteggiamento di visione del pubblico contemporaneo rispetto a quello di ottanta anni fa, ci hanno orientato non verso un breve commento a seguire la proiezione, ma verso una più approfondita presentazione che la precedesse e potesse motivare curiosità e interesse.

Abbiamo collocato il film di Pabst sullo sfondo della nascita coeva del cinema e della psicoanalisi, e indagato l’atteggiamento degli psicoanalisti dell’epoca verso quella nuova forma di espressione artistica che utilizzava immagini in movimento. Si è fatto cenno alle affinità tra il linguaggio visivo del sogno e del cinema, e alla costruzione e al significato del sogno nella teoria freudiana. Poi, nell’epistolario tra Freud, Abraham e Sachs, abbiamo evidenziato i punti salienti dello scontro tra maestro e allievi circa la partecipazione o meno all’impresa, concludendo infine con l’illustrazione della trama del film e con una breve indagine psicoanalitica sia sulla storia psicopatologica del protagonista, che sui significati di alcune immagini oniriche e di modalità di costruzione delle sequenze.