“The burnt orange heresy” di G. Capotondi. Commento di P. Ferri

Autore: Paola Ferri

Titolo: The burnt orange heresy

Dati sul film:

Regia: Giuseppe Capotondi,  Italia, Stati Uniti, 2019, 98’  SEZIONE FUORI CONCORSO

Genere: drammatico, thriller

Il film, che è tratto da un romanzo di Charles Willeford, parla di un critico d’arte giovane e spietato ( Claes Bang) che riceve da un raffinato e sulfureo gallerista ( Mick Jagger), il mandato di procurare un dipinto di un noto pittore ( Donald Sutherland) che sembra non produrre più da tempo, circondato da un’aurea di mistero, talento e genio. Il critico è accompagnato nell’impresa da una giovane americana, conosciuta nel corso di una conferenza a Milano, durante la quale detto critico illustra la tesi per cui qualsiasi mediocre artista può far credere di aver prodotto un capolavoro, se il critico di turno saprà manipolare a sufficienza le coscienze e le opinioni del pubblico ignaro e suggestionabile.

Ossia, l’arte è solo una proiezione, e il critico d’arte un possibile manipolatore. Il vero e il falso non hanno limiti precisi, e l’artista è solo una maschera fungibile.

Il film è ambientato nelle atmosfere rarefatte e malinconiche del lago di Como, che ben si prestano a dare una impronta decadente al tutto.

Ci saranno delle vittime e un incendio doloso ( da cui il burntdel titolo, forse, mentre l’eresia potrebbe essere la possibile contraffazione di un’opera d’arte ad opera di critici delinquenti o di collezionisti disposti a tutto; ma è anche il titolo del quadro di Jerome Debney /Sutherland che Cassidy/Jagger vorrebbe per sè).

Mi interessa qui soffermarmi sull’eterna questione del vero e del falso, che nel film viene riproposta da un mefistofelico Mick Jagger e dal critico contraffattore ( Claes Bang), declinata sulle possibili personalità dell’artista che deve indossare una maschera e non può mostrare la sua vera natura, anche perché forse non esiste.

Possiamo applicare questo schema a qualsiasi forma d’arte: e Mick Jagger non è forse l’idolatrato front man della banda rock più famosa e longeva al mondo, che qui appare in tutt’altra veste, irriconoscibile per i fans, ma sempre superbamente ambiguo, irriducibile, e resistente al tempo? Si sono avuti applausi scroscianti alla fine del film in sala e donne di tutte le età urlanti alla sua entrata nella sala di proiezione, tanto da oscurare gli altri attori, compreso il magistrale Sutherland, che qui appare meno sornione e distaccato del solito.

Elisabeth Debicki interpreta una diafana e algida fanciulla, l’ingenua americana, che forse potrebbe essere l’altro, l’ignoto vitale, con cui il critico Bang non riesce a relazionarsi, chiuso nel suo compiacimento narcisistico.

Importante anche la metafora delle mosche, che compaiono a più riprese nel film: come a significare, forse, un aspetto inelaborato del proprio trauma e dei propri vissuti più arcaici e inesplorati. Nell’incontro con Berenice (Debicki) la mosca diventa un’impronta sul quadro, che non può più essere evitata. L’assetto narcisistico di James ( Bang), gli impedisce di uscire dalle prigioni delle sue maschere e ciò si presume, non lo porterà lontano.

Sopra tutti un vaghissimo diabolico Cassidy (Jagger) ci restituisce il senso ambiguo dell’esistenza, che questo artista interpreta sul palco e nella vita, in una costante oscillazione tra erotismo e decadenza, tra bene e male, finzione e realtà, come è nello stile oscillante del blues e del rock prodotto dalla sua band meravigliosa, i Rolling Stones. Ma io sono di parte, perché sono una grande fan. Da vedere.

Settembre 2019