Cesare deve morire

 

Paolo e Vittorio Taviani , 76min.

{youtube}lFxpLimRlN4{/youtube}

 

Giudizio: ***** 5/5 

Genere: drammatico

Recensione:Vincitore dell’Orso D’oro di Berlino: dentro il carcere di massima sicurezza di Rebibbia il registra teatrale Fabio Cavalli, mette in scena la tragedia di Shakespeare.Attori sono i detenuti chiamati a recitare il loro stesso dramma.
L’argomento è l’uccisione del tiranno, il tradimento del padre, ma anche la violenza inevitabile.
Non ci si può sottrarre alla violenza quando si è nati da un lato della strada piuttosto che da quello opposto.Il ritmo battente dell’azione drammatica si rincorre nei corridoi pieni di celle, incalza nei passaggi angusti dei percorsi carcerari, corre tra le inferiate fino ad arrivare alla piazza dove i giustizieri compiono la loro missione ed uccidono il loro stesso eroe.
La tragedia ha il suo epilogo nel palcoscenico montato dentro il carcere dove si impregna delle vite perdute che la stanno rappresentando.
Non è un documentario e non è, nemmeno per un istante, un’opera retorica: è una “tragedia” nel senso antico del termine.

 

Vedere o non vedere il film?:Assolutamente da vedere, è un’opera rara.

 

La versione dello psicoanalista:La rappresentazione della tragedia ha un significato catartico fin dagli albori dell’umanità.
Anche in questo caso, come nella tragedia antica, lo ha per chi la rappresenta e per chi assiste alla rappresentazione.
Più reali del reale, i detenuti dispiegano il racconto della passione, del distacco, della perdita e della violenza in nome della giustizia.
Avviciniamo, nella rappresentazione, la loro realtà estrema e scopriamo, nostro malgrado, una umanità che ci sarebbe altrimenti impossibile rappresentare.
La “pietà” a cui ci portano gli autori, ci avvicina al destino dell’Uomo Tragico, che “agisce e patisce” la sua sorte e quella della sua stirpe, così come ne patisce la colpa.(1)

 

(1) S. Kierkegaard, Ellen Errer, il Riflesso del tragico antico nel tragico moderno, pag 25, Ed. Adelphi , Milano 1977