Che strano chiamarsi Federico – Scola racconta Fellini

Dati sul film: Regia di Ettore Scola, Italia 2013, 90’min

Trailer:  

Giudizio: *** 3/5 

Genere: biografico 

Trama: Presentato fuori concorso alla 70.Mostra di Venezia, il documentario (piuttosto ‘sui generis’, da poterlo chiamarlo tranquillamente film) rappresenta un omaggio di Ettore Scola all’amato amico di una vita, Federico Fellini, in occasione del ventennale della morte. Con tocco assai lieve, alternando dialoghi inventati con immagini di repertorio, l’attenzione di Scola si concentra soprattutto sugli anni giovanili che vedono il diciannovenne Fellini approdare a Roma, come disegnatore, alla mitica redazione del “Marc’Aurelio”, per passare poi alle prime sceneggiature fino alla maturità della regia e della fama nel mondo. Ma più che seguire un lineare filo biografico, è l’amicizia tra i due registi l’anima del film, i loro dialoghi notturni nei giri in auto in quella Roma anni ’50 che Fellini immortalò ne La dolce vita, inguaribile insonne curioso della vita in tutte le sue forme e il suo mistero (“è la curiosità che mi fa svegliare al mattino”, usava dire). Alle brevi riflessioni di Fellini sulla creatività e sull’arte, si alternano spezzoni di film, ricordi di Scola, provini…il tutto nel magico santuario dove il Maestro trascorse la vita e dove ne fu esposta infine la bara: lo Studio 5 di Cinecittà 

Andare o no a vedere il film?: Certamente sì: delicato e commosso ricordo, ma privo di enfatici sentimentalismi, di un amico a un amico, testimonianza di personalità artistiche che non solo non rivaleggiano, ma si nutrono l’una dei pensieri, dei sogni, delle fantasie, dell’altra componendo così l’asse portante di una vita, artistica e sentimentale. Interessanti le riflessioni di Fellini sul cinema come ‘pittura’, sulla donna come presenza del sogno, sulla creatività come qualcosa da cui ‘sei abitato’, arriva o non arriva, fuori dalla nostra intenzione, ma che va tuttavia regolata, limitata. Perché l’artista è sostanzialmente un piccolo dolce folle, nell’immaginario di Fellini, un bambino che non diventerà mai per bene, come recitano le ultime parole di commento su di lui. Attratto fin dall’infanzia da queste figure irregolari, un po’ ai margini della morale comune, trasferirà prima nel disegno (passione che lo accomuna a Scola e che non lo lascerà mai), poi nel cinema, questo mondo sempre più visionario e poetico, sempre più interiore, personale, da diventare quasi una diretta trasposizione dell’inconscio. 

La versione dello psicoanalista:  …viene da sé: almeno in Italia, non c’è quasi altro regista che abbia saputo usare l’onirico, l’immaginazione e attingere al proprio mondo interno con assoluta libertà, quanto Fellini. E’ cosa che, com’è noto, verso la fine della carriera gli fu anche rimproverata e ne causò le ultime difficoltà di produzione: pur aderente alla realtà, Fellini non sembrò preoccuparsene, come se l’esigenza di tradurre l’immaginario nel film, di non porre freni a questa magica, rara possibilità di libertà cui solo l’artista (e a volte lo psicoanalista) ha la fortuna di poter accedere, fosse un’urgenza così forte da non poter essere elusa o sottoposta a compromessi. Donne mostruose, maschere caricaturali, navi che evaporano, ricordi infantili e giostre (l’oggetto simbolico più amato), popolano così una filmografia personalissima, cui l’analista si avvicina, a mio avviso, con curioso rispetto di chi legge, di chi ascolta un sogno senza sentirsi in dovere di interpretarlo, di saturare: la forza dell’immagine parla da sé.  Cosa c’è in fondo di più autenticamente psicoanalitico di una delle affermazioni di Fellini, quando scrisse nei suoi disordinati appunti che “nulla si sa, tutto si immagina”?