Claustrofilia: incubi della convivialità

 

Si potrebbero anche riguardare molti dei comportamenti dei protagonisti riferendosi alla clinica psicoanalitica; un’infinità di manifestazioni comportamentali degli attori del gruppo sulla scena sembrerebbero riportarci infatti ai capitoli della psicopatologia della vita quotidiana o quelli della psicopatologia in senso conclamato.

Da parte mia ho pensato che potesse essere interessante utilizzare una chiave di lettura diversa: considerare il film alla luce della vicenda vissuta dal gruppo che lo compone.

Un gruppo “ normale” potremmo dire, dell’alta borghesia, un gruppo guidato dal principio di piacere, alimentare e sessuale, ma anche da piaceri sublimati come quelli dell’arte e della cultura, anche se poi tali temi si limitano ad accompagnare le leggere conversazioni intessute tra i partecipanti ospiti in casa Nobile per una cena post operistica. Un gruppo segnato da un galateo formale all’inizio ineccepibile, da una cura che segna l’eleganza degli abiti e la cortesia dei modi di comportamento. Il registro ufficiale della serata e della scena filmica traduce un gruppo regolato dal piacere della convivialità. Con questo termine intendo riferirmi sia a ciò che tutti intendiamo quando facciamo riferimento a situazioni piacevoli, condivise senza particolare impegno sia, sul versante psicoanalitico, al termine utilizzato da Bion per segnalare non solo un certo modo di declinarsi delle relazioni all’interno dei gruppi ma anche per rappresentare uno specifico rapporto tra l’individuo, e/o il gruppo di appartenenza, e la verità. Infatti quel che regola la vita del gruppo sulla scena è una sorta di indifferenza rispetto alla verità, e la relazione conviviale tra persone si rende possibile quando queste non si sentano impegnate nel dover affermare un principio etico, sostenere un’idea, aspirare ad una verità.

La verità infatti può riservare molte sorprese: piuttosto che favorire la possibilità di una facile condivisione del tempo e il piacere della compagnia, può alimentare angosce e conflitti, minare l’atmosfera e l’unità del gruppo laddove dovessero emergere posizioni incompatibili.

E così accadrà nel gruppo: verità scomode e difficoltà crescenti diverranno occasione di fratture sempre più drammatiche.

Un’altra caratteristica del gruppo in azione è quella che potremmo definire come fragilità dell’Io, che accomuna tutti i soggetti, come singoli individui, e l’identità del gruppo nel suo insieme. Questa fragilità evidenzia la sua drammaticità progressivamente crescente man mano che il gruppo condivide momenti di intimità e di vita che, per motivi che rimarranno intenzionalmente oscuri, si prolungano nel tempo e che col tempo diventano sempre più insopportabili.

Il piacere delle relazioni e l’unità del gruppo al suo interno hanno necessità di essere dunque sostenuti da una sorta di indifferenza nei confronti della verità, e dalla transitorietà delle relazioni che rende leggera la “convivialità: superficialità, indifferenza financo cinismo contrappuntano i momenti condivisi. La futilità conversativa risulta indipendente dagli argomenti trattati: banalità, arte, musica, malattie mortali risultano equivalenti.

Proprio dalla fragilità identitaria e dal bisogno di evitare l’incontro con la verità deriva il sentimento claustrofilico che sembra segnare la necessità e il piacere dell’appartenenza al gruppo.

Ma fragilità dell’Io, identità del gruppo e piacere conviviale incontrano la crisi proprio nella circostanza inspiegabilmente autoprodotta che si traduce nell’impossibilità irreale di lasciare la casa ospite al culmine di una serata segnata dal susseguirsi di avvenimenti insoliti e imprevisti.

Misteriose risultano le ragioni che sostengono il bisogno di rimanere insieme, ma il perdurare della convivenza in spazi fisici e relazionali sempre più ristretti, e il traumatico venir meno di quelle condizioni di vita che sole possono garantire una dimensione facile della convivenza e così del benessere, producono sentimenti via via sempre più claustrofobici.

Il gruppo può star bene ma solo a certe condizioni; nel perdurare costretto della condizione di prossimità reciproca e nell’emergere di difficoltà pratiche, la compagnia evidenzia qualcosa di diverso: ciò che prima rendeva la vicinanza piacevole fa adesso emergere condizioni di contatto sempre più difficili che denunciano una sofferenza crescente.

Il gruppo e ciascuno dei suoi partecipanti è come se non riuscisse a sostenere l’incontro con l’intimità dell’altro e con le frustrazioni; le difficoltà di adattamento sono legate al venir meno di quelle condizioni di facilità, che di solito rendono agevole la vita di ciascuno dei partecipanti al gruppo.

La vicinanza, la condivisione prolungata di uno spazio ristretto, la costrizione ad un eccesso di esposizione dell’intimità in situazioni di difficoltà svela così una seconda scena. All’identità formale del gruppo sostenuta da una sorta di Falso Sé sociale condiviso (per usare un termine winnicottiano), caratterizzato dall’impeccabilità nel rispetto di forme fatue e di buona creanza, si sostituisce il rivelarsi del Vero Sé in cui si manifestano disdicevoli vergogne e situazioni di crisi d’ogni genere1

Indifferenza, falsità, tradimenti, ostilità, cinismo così come credenze magiche, devozioni a Satana e altre forme di superstizione cominciano a prendere il posto di ciò che prima era un sentimento di sicurezza segnato dal piacere condiviso. Sussistono all’interno al gruppo delle manifestazioni comportamentali estratte dalle abitudini quotidiane che risultano nella circostanza fuori luogo come quelle del prendersi cura del proprio corpo (depilarsi, farsi la barba, curare le unghie). Ma tali attenzioni, decontestualizzate rispetto alle difficoltà di far fronte alle necessità primarie, sembrano contrastare la drammaticità dell’esposizione a situazioni che assumono via via una criticità intollerabile. L’esposizione delle vergogne, non solo quella dell’impellenza dei bisogni primari, contrassegna dunque i comportamenti individuali e collettivi. Possiamo dire che il venir meno delle collusioni che abitualmente sostengono l’identità sociale del gruppo provoca uno stato di angoscia sempre crescente cui corrispondono da una parte l’evidenziarsi di sintomatologie psicopatologiche (attacchi di panico, malesseri psicosomatici, stati allucinatori) e dall’altra il manifestarsi di comportamenti difensivi tipici dei gruppi che vivono angosce intense e ingovernabili.

Si assiste così a una sorta di trionfo degli “assunti di base”. Gli assunti di base descritti da Bion sono difese che caratterizzano la vita del gruppo laddove questo si trovi esposto alla presenza di angosce intense, primitive, catastrofiche che mettono in discussione la sopravvivenza degli individui e del gruppo.

Per primo fa ingresso “clandestino” sulla scena l’assunto di base di accoppiamento, sorretto dall’idea che la sessualità e la coppia possano, nella loro fecondità, assumere una valenza salvifica per il gruppo intero. La coppia dei Promessi Sposi, coppie di amanti, e nel finale la coppia costituita da Letizia (la valchiria) ed Edmundo, il padrone di casa, sostengono l’assunto pur nei paradossi delle loro declinazioni. All’aggravarsi della crisi è l’assunto di base di attacco-fuga a sommergere il gruppo: ad Edmundo, l’ “anfitrione perfetto”, viene attribuita la responsabilità del destino infausto del gruppo nel momento in cui al prolungarsi della convivenza si evidenzia l’angoscia claustrofobica che ha preso il posto di quella claustrofilica che aveva animato il piacere della prossimità. Col tempo l’appartenenza a quel gruppo ristretto e privilegiato sembra essere piuttosto presagio di una morte imminente, e la colpa di ciò va ricercata nelle intenzioni oscure e malefiche dell’ospite Edmundo, animatore della prima serata. Anche la scienza (rappresentata dal medico) che dovrebbe sostenere la razionalità si propone nella sua impotenza inadeguata a svolgere una funzione salvifica (assunto di base di dipendenza) e così diviene oggetto di un sentimento di ostilità nella misura in cui non dà adeguata soluzione alle condizioni di sofferenza che il gruppo evidenzia.

La morte di uno dei partecipanti, la coppia suicida, il cedimento all’uso di sostanze tossiche, l’incapacità di dare una spiegazione razionale alla condizione di sofferenza segnano la sconfitta della razionalità positiva. L’impotenza nei confronti della conoscenza e della consapevolezza, che sola permetterebbe la liberazione, interiore e fisica (concreta), del gruppo dalla sua “schiavitù” alimenta invece un “assunto di base di dipendenza” che assume i caratteri superstiziosi, della devozione satanica, della appartenenza magico-massonica, della devozione religiosa, dell’uso utilitaristico e superstizioso della devozione.

E così magica si propone la soluzione, attraverso un esorcismo nei confronti della verità: tutto è possibile, purchè la verità venga mantenuta al di fuori della coscienza del gruppo.

È infatti nella ripetizione magica della scenografia iniziale (la posizione fisica degli ospiti nel momento in cui l’incantesimo ha avuto avvio) che Letizia, la valchiria, individua la soluzione. La riproduzione della posizione fisica in una sorta di rituale magico ossessivo consente la liberazione. Ma in realtà consacra l’impotenza del gruppo al cambiamento.

Da questo punto di vista uguale impotenza sembra riguardare tutte le istituzioni che rappresentano gli assunti di base all’interno del gruppo sociale (i cosiddetti “gruppi di lavoro specializzati”): la Chiesa (assunto di base dipendenza), la borghesia “nobile” (assunto di base dell’accoppiamento), l’esercito (assunto di base attacco fuga).

L’esercito poi esprime tutta la sua ottusa impotenza nei confronti della condizione generatasi, mantenendo l’ordine di un isolamento surreale della casa “incantata”.

Mentre la Chiesa attraverso il te deum finale che dovrebbe rappresentare la consumazione del rito propiziatorio, una sorta di fioretto espresso dai padroni di casa al momento cruciale della vicenda, e che ripropone gli ospiti nella loro posizione di esponenti sociali di primo piano (l’occupare in chiesa la prima fila, di fronte agli officianti) riapre il problema.

Il legame falso dei gruppi istituzionali con la verità rigenera infatti l’avvio di un sortilegio che traduce la sua concretezza nell’impossibilità da parte dei fedeli, dei religiosi, e dei rappresentanti delle Istituzioni nel lasciare la chiesa. Una nuova ottusa occlusione segna l’impotenza dei rappresentanti dei gruppi istituzionali ugualmente attraversati da assunti di base, a dare soluzione alle angosce di morte collettive e a stabilire un autentico rapporto con la verità. Dunque l’impossibilità di un confronto aperto con la verità genera la chiusura e la morte che aleggia costantemente sulla scena. Interessante appare il fatto che se si vuol dare una lettura sociale, l’adesione dell’unico cameriere che non lascia inspiegabilmente la casa e il suo aderire al modello padronale fa di lui un appartenente a un gruppo che tuttavia in assenza di una coscienza critica di classe lo rende omogeneo al gruppo stesso e quindi prigioniero dello stesso incantesimo.

 

 

1 “Nella vita sana esiste un aspetto compiacente del vero Sé, una capacità dell’infante di essere compiacente senza esporsi, questa capacità, che è poi la capacità del compromesso, rappresenta una conquista. L’equivalente del Falso Sé nello sviluppo normale è qualcosa che può tradursi nel bambino in un modo di fare sociale, in altri termini qualcosa che è adattabile. Nella situazione di salute, questo modo di fare sociale rappresenta un compromesso.. Nello stesso tempo, nella situazione di salute, il compromesso cessa di diventare lecito quando la posta in gioco diventa cruciale” (Winnicott D.W., La distorsione dell’Io in rapporto al vero e al falso Sé, 1960, pp. 189, 190).

“Ognuno ha un sé educato e socializzato e un Sé privato, accessibile solo nell’intimità. Ciò è comune e, potremmo dire, normale.

Se vi guardate intorno, potrete osservare che questa scissione del sé è sana ed è una conquista che si raggiunge crescendo; in stato di malattia, la stessa scissione diventa uno “scisma” della mente che può anche essere molto profondo” (Winnicott D.W., Il concetto di Falso Sé, 1960, p. 63).