Come vendere droga online (in fretta) – Commento di A. Cordioli

Come vendere droga online (in fretta)

Autore: Anna Cordioli

Titolo: “Come vendere droga online (in fretta)”

Dati sulla serie: creata da Philipp Käßbohrer e Matthias Murmann, Germania, 2019, Netflix

Genere: commedia drammatica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 2013, a Lipsia, un ragazzo di appena diciotto anni è stato arrestato per aver messo in piedi un impero economico basato sulla vendita di droghe online. In soli due anni ha venduto quasi quattro milioni di euro di sostanze stupefacenti che gli acquirenti ordinavano sul suo sito e ricevevano comodamente per posta. L’artefice di questo articolato giro criminale era un ragazzino insospettabile, molto abile nella programmazione e capace di muoversi nel Darknet. La serie “How to sell drugs online” prende spunto proprio da questa vicenda.

“Tutti quelli della mia generazione sono stati almeno una volta nel Darknet. Se non sapete cosa sia vuol dire che siete nati prima del 1990”. È con questa frase che, fin dalla prima puntata, il protagonista pone la questione su un piano generazionale: da un lato c’è la generazione Z (nota anche come millennials) e dall’altro ci sono le altre, le nostre, di “migranti digitali”. Questo è un punto centrale poiché attualmente nessun adulto ha una esperienza personale di cosa possa significare essere adolescente e vivere nel mondo delle nuove tecnologie.

Il telefilm, veloce e accattivante, riesce a mettere on screen il mondo dei nativi digitali, cercando di darne una descrizione simile a quella che farebbero i ragazzi stessi. È un mondo costantemente ipertestuale (oggi si dice multi-layer), con stimoli contemporanei e frammentati: mentre saluti l’amico nei corridoi della scuola, ascolti la musica selezionata per te da un algoritmo, chatti con un secondo amico e poi metti in pausa le chiacchiere e controlli i tuoi profili social. Viene mostrata la velocità con cui i ragazzi raccolgono informazioni, stalkerano chi gli interessa, bucano i profili online degli altri e organizzano ritrascrizioni del presente (non della memoria), sfruttando i vari livelli virtuali per creare una costruzione “realistica” degli eventi. È evidenziato anche il tema dell’identità virtuale che ci si può costruire (o ti può essere affibbiata) come un grande motore degli eventi di queste nuove adolescenze.

Nel profondo si può vedere come questa generazione si debba comunque confrontare con le paure, le difficoltà e le speranze che abbiamo avuto tutti alla loro età, ma non vanno sottovalutati tre fattori del tutto nuovi. Il primo è l’immediatezza della rete, troppo isomorfa agli agiti per non potenziarli e prosperare su di essi. Il secondo è l’enormità del web, che è World Wide, cioè grande come il mondo, e permette di fare arrivare ovunque un pensiero, rinforzando le fantasie grandiose. Terzo è la quasi totale assenza degli adulti e dunque anche del totem morale, nessun crimine è vietato a priori, così come ne “Il signore delle mosche” (romanzo di William Golding, da cui è stato tratto più di un film).

Nella premessa a “Totem e Tabù”, Freud (1913) scrive “Il progresso sociale e tecnico dell’umanità ha intaccato il tabù molto meno di quanto non sia avvenuto per il totem”. In altre parole, il progresso attacca il mondo dei Padri, rendendolo vetusto e inattuale, più che le regole di convivenza. C’è però da ricordare che alcuni momenti storici hanno segnato una discontinuità col passato così netta, come può essere stata ad esempio la conquista del Far West, che l’uomo si è trovato con l’illusione di rifondare il “mondo nuovo”. In questi passaggi non è raro vedere come anche i tabù saltino ed emergano i desideri più slegati e sleganti.

È notizia di questi giorni che, in Italia, alcuni ragazzi di diciassette anni hanno messo in piedi un sito in cui si poteva, pagando, assistere in diretta non solo ad atti sessuali, ma anche a stupri, sevizie, mutilazioni e perfino uccisioni. Le vittime dei video più atroci erano minori e bambini del sud est asiatico, rapiti da delinquenti locali e venduti in rete. È disarmante accorgersi che non solo gli utenti, ma anche i mandanti di queste chat efferate sono ragazzini italiani, integrati e colti.

Ma, anche senza guardare a questi casi estremi, nella clinica vediamo ormai come molti adolescenti conoscono siti in cui si acquistano o si vendono video di sesso auto-prodotti da minorenni, siti in cui si bullizzano persone reali (ultimamente sono molto gettonati i professori), siti in cui si diventa famosi per bravate più o meno pericolose e molto altro.

Come in un novello Far West, i millennials si muovono in un mondo in cui i desideri e i fantasmi inconsci circolano a lungo senza che i ragazzi divengano consapevoli di ciò che fanno. Nel telefilm si vede molto chiaramente questa “leggerezza” morale dei personaggi: i ragazzi che vendono pasticche online si muovono senza una particolare volontà di nuocere – cosa che invece ci aspetteremmo da dei “cattivi cittadini” – in una sorta di “principio di realtà virtuale” in cui la competenze tecniche sono adattive e il piacere è soprattutto il piacere di funzionare.

Il 21 giugno uscirà, su Netflix, la seconda stagione che dovrebbe raccontarci una fase ben più tribolata della storia, ovvero quando i protagonisti incontrano la realtà. Vedremo se ci sentiremo meno obsoleti per la generazione Z.